Mauro Armanino: fra il Sahel e il mondo

quattro lettere da Niamey, in Niger

Abitudini e novità dal Sahel 

Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, ci ricorda il libro del Qoelet. Afferma senza timore che c’è un momento per tutto e un tempo per ogni cosa sotto il cielo. Il saggio del libro conclude che tutto è vanità, soffio che svanisce in fretta, come bruma mattutina. L’autore coglie l’aspetto abitudinario dell’esistenza, la ripetizione di gesti, pensieri, parole e azioni.

La cronaca quotidiana è una litania di cose già vissute, risapute, commentate e più volte interpretate. La storia come ciclo che si ripete oppure come segmento che si apre verso l’inedito. Concezioni della vita che si completano e non smentiscono affatto la vanità che accompagna la maggior parte delle umane azioni. Mettiamo, ad esempio, i naufragi e le morti dei migranti e rifugiati nel Mar Mediterraneo, un dramma di questi ultimi giorni. Appaiono per molti come un’abitudine, una tra le tante, in fretta accantonata per passare in fretta ad altre cose. Le diseguaglianze ogni volta più consistenti tra Paesi e all’interno dei Paesi, tra una minima classe capitalista transnazionale e il resto del mondo considerato accidentale periferia o zavorra di cui disfarsi se necessario. Sono un’abitudine le cifre dei morti per il più pericoloso e marginalizzato dei virus, quello della fame che, secondo Jean Ziegler, ogni cinque secondi uccide un bimbo sotto i dieci anni. Secondo lo stesso autore sono più di sei milioni, solamente nel 2017. Ci si abitua al dolore, all’oppressione, allo scandalo dell’esclusione, alla violenza operata su donne, bambini, poveri e non ancora nati. Ci sia abitua alla vita come fosse un mestiere come un altro. Solo vanità.

Nel Sahel ciò a cui non si riesce ad abituarsi è la pioggia. Le riunioni più importanti possono essere annullate e, nel caso foste arrivati, ingenuamente, nel luogo dell’incontro, attenderete invano l’arrivo dei partecipanti. Sarete compianti con un sorriso, come neofiti, ingenui che ancora non sanno cogliere gli usi e costumi di una civiltà. Farete la figura dei barbari che non sanno apprezzare le cose della vita. Quando piove tutto si ferma e basta. Le pioggie raramente durano più di un paio d’ore. Vale la pena lasciare liberi gli occhi di guardare la pioggia cadere. Piove, governo ladro, si diceva una volta altrove. Nel Sahel la pioggia è un avvenimento, uno spettacolo da contemplare, un fenomeno sempre unico, un evento irripetibile al quale assistere come in prima visione. Molti dei temporali, per pudore, accadono di notte, quasi a rendere il mistero ancora più indecifrabile, oppure quando meno lo si aspetta. A poco valgono le previsioni del tempo, introdotte pure qui con sufficiente professionalità, la pioggia sorprende e destabilizza. Tant’è vero che anche quest’anno i morti per inondazioni si contano a decine e i sinistrati a migliaia senza contare campi e animali e infrastrutture danneggiate. Persino il simbolo del Niger, una giraffa di 25 anni, ha perso la rispettabile vita recentemente nelle stesse circostanze. La pioggia è nel Sahel una delle novità permanenti.

Abitudine deriva dal termine latino ‘habitus’, modo di essere e, nel modo comune di pensare, diventa spesso assuefazione, consuetudine, routine, vizio. Già, un vizio che orienta e ritorna per ‘banalizzare’ in fondo la realtà. Martedì della scorsa settimana, per esempio, abbiamo assistito all’ennesimo colpo di stato militare nel vicino Mali. Dall’arrivo nel Sahel di chi scrive è il secondo effettuato nello stesso Paese. Il precedente si perpetrò nel 2012 da una parte dei militari che crearono un ‘Comitato Nazionale per la Restaurazione della Democrazia e dello Stato’ (CNRDS). Probabilmente gli otto anni passati non sono bastati e per questo si è reso necessario un nuovo colpo di stato militare con a capo il colonnello Assimi Goita. Un altro comitato è stato creato, chiamato più concisamente ‘Comitato Nazionale per la salvezza del Popolo’ (CNSP).  La democrazia ‘tropicalizzata’, con elezioni irregolari e che hanno la trasparenza del denaro con le quali sono organizzate, i cambiamenti di Costituzione per rendere indefiniti i mandati presidenziali, le operazioni Covid-19 per organizzarne e distribuirne i fondi internazionali. Si, nulla di nuovo sotto il sole del Sahel, come scriveva il saggio del libro a suo tempo, dove c’era un momento per tutto e un tempo per ogni cosa sotto il cielo. Il Qoelet non poteva immaginare che, nel Sahel, la pioggia e la sabbia, sono le uniche novità che impediscono di abituarsi alla vita.

Mauro Armanino, Niamey, agosto 2020

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Il sacrificio e i sacrificati

 

La festa della ‘Tabaski’, comunemente chiamata così nell’Africa Occidentale francese, è terminata lunedì. Questa importante festa del calendario musulmano ricorda, con allusioni al racconto biblico, la fede obbediente di Abramo che non avrebbe esitato a sacrificare il figlio (Isacco o Ismaele, secondo il racconto). Fermato in tempo prima del gesto fatale, il figlio fu sostituito da un capro e la festa in questione fa memoria di questo avvenimento, sacrificando un capro o più per famiglia. Malgrado la crisi conseguente alla pandemia, che ha finora relativamente risparmiato il Niger, la cerimonia si è svolta come di consueto. Lungo le strade di Niamey e nei cortili, i capri uccisi sono messi ad arrostire, consumati in famiglia il giorno seguente e parti dell’animale condivise con parenti, vicini e poveri. Il sacrificio è stato preceduto dalla rituale preghiera alla ‘grande moschea’ di Niamey e nelle altre sparse nei quartieri della città. La tradizione, sempre molto sentita dalla popolazione, si è rinnovata. L’acquisto dei capri per la circostanza, ha permesso a molti allevatori dei villaggi e in città, di tornarsene a casa con il necessario per far sopravvivere la famiglia.

In effetti, nel Niger come altrove nel Sahel, ad essere sacrificato non è solo il capro. Secondo i risultati dellla prima edizione ‘Dell’inchiesta armonizzata sulle condizioni di vita delle famiglie’ nello spazio economico dell’Africa Occidentale, il Niger è il paese che conta il più grande numero di poveri. Tre abitanti su quattro, secondo questo rapporto, vivono sotto la soglia di povertà. L’inchiesta si basa sulla soglia internazionale di povertà  monetaria moderata, per la quale si considera povera la persona che spende meno di 3,2 dollari al giorno. Da ciò risulta che il 75,5 % della popolazione del Paese si trova in questa particolare categoria di persone. Nello stesso rapporto si evidenzia che la Costa d’Avorio e il Senegal sono i Paesi dell’Unione Monetaria con la più debole concentrazione di poveri mentre, a parte il Mali e il Benin, la maggior parte degli altri Paesi si trova sotto la soglia di povertà. Questi sono tra i ‘sacrificati’ del sistema che, almeno fino all’imprevista visita del Coronavirus, vantava di cifre record nella macroeconomia, in barba alle crisi di crescita registrate altrove. Sacrificati invisibili ma reali che appaiono nelle statistiche per poi scomparire.

Naturalmente non sono gli unici a perpetuare il sacrificio rituale. Dovremmo parlare di alcuni attivisti sui diritti umani e un giornalista del Paese che hanno passato e reso attuale la festa del sacrificio in carcere. Anche altrove le cose non vanno meglio. Ricordava un rapporto di Global Witness di appena qualche giorno fa, che oltre 200 militanti per l’ambiente e i diritti umani, sono stati sacrificati, la maggior parte di loro in Asia. Dovremmo sommare le centinaia di migliaia di sfollati nel vicino Burkina Faso, Mali e lo stesso Niger. Rifugiati provocati dal banditismo armato verniciato di djiadismo, tutti quanti poveri contadini e già ‘invisibili’ prima ancora di essere stati strappati dalle loro case e terre. Le migliaia di bambini che non avranno mai l’opportunità di mangiare e bere quanto basta per garantire una sana e decente crescita umana. Lo ricordava recentemente un articolo pubblicato su ‘Le Monde’ che il ‘virus della fame’ minaccia, nel già fragilizzato Sahel, milioni di persone.

“Tutte le conseguenze delle misure anti-Covid-19, messe in atto dagli Stati saheliani, sono state sottostimate”, afferma Alexandra Lamarche della ONG Refugees International, “il Programma Alimentare Mondiale stimava che 3,9 milioni di persone nel Sahel centrale avrebbero sofferto di insicurezza alimentare in questa stagione. Oggi siamo a 5 milioni“. La chiusura di mercati e frontiere, il coprifuoco, il divieto dell’uso delle moto e altre restrizioni negli spostamenti, hanno avuto come conseguenza quella di complicare la vita dei contadini e più in generale del sistema agro-pastorale che dà lavoro a circa 25 milioni di saheliani. Dalla memoria del sacrificio di Abramo, della sua obbediente sottomissione all’appello di Dio fino ai numerosi ‘sacrificati’ di oggi, esiste una tragica continuità. Saperli riconoscere e assumerne la ferita è solo il primo passo. In questo ambito la ‘sottomissione obbediente’ di Abramo si chiamerebbe ‘complicità’.

Mauro Armanino,  Niamey, agosto 2020

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Il camaleonte e i colori del Sahel

Proprio come lui, il camaleonte, anche la cartina del Niger appena presentata dalle autorità francesi, ha assunto un altro colore, il rosso. Rimane, a dire il vero, un irrilevante circolino arancione che circonda la capitale del Paese, Niamey. Si tratta di un colore, il rosso, generalizzato al territorio nazionale, che l’ha reso formalmente sconsigliato per i cittadini francesi. Quanto all’arancione, di cui Niamey si ammanta secondo le stesse autorità, implica lo stesso invito ‘salvo forza maggiore’. Tradotto in termini operativi, questo significa che gli occidentali, principali bersagli presunti degli attacchi terroristi, non possono uscire dalla capitale senza scorta armata. I colori dei Paesi del Sahel cambiano e si adattano secondo quanto le potenze coloniali decidono, unilateralmente, a seconda dell’impatto sui propri cittadini. Sono in questo assai simili all’animale citato, il camaleonte, il cui cambio di colore è dovuto ad un meccanismo di comunicazione sociale. I colori scuri indicherebbero collera e aggressività e quelli più chiari sarebbero invece in funzione della seduzione delle femmine. Si tratta dunque di un sistema di comunicazione che potremmo definire ‘politico’.  Il cambiamento di colore permette di creare le condizioni della socialità o, tramite espliciti avvertimenti, di renderle problematiche o impossibili, intimorendo l’avversario. Non si esclude che la colorazione sia pure un sistema di adattamento all’ambiente, e dunque una strategia difensiva.

L’analogia potrebbe essere condotta ancora più lontano fino a insinuare che, quella del camaleonte, è una forma adattabile delle potenze neocoloniali dell’Occidente, alle circostanze mutevoli della realtà sul terreno. Risulta infatti oltremodo difficile intendere, per i comuni cittadini di questa porzione dell’Africa Occidentale chiamata Sahel, quanto sta loro accadendo da anni. Migliaia di soldati e tecnici, sistemi di controllo con droni, sofisticate strategie di intervento, implicazioni delle più imponenti potenze militari del momento e constatare che le cose peggiorino. Più militari e armi implicano nel contempo più banditi, terroristi, insorti e comuni contrabbandieri di armi, cocaina, migranti e mercenari. Anche perché, di fatto, a sparire, morire e scappare sono soprattutto loro, i comuni cittadini del Sahel, in maggioranza contadini e allevatori. I colori cambiano a seconda delle circostanze e degli interessi dell’Occidente e ciò che non cambia, invece, è la politica che sul posto e dall’esterno, che fa di tutto perché accada ciò a cui stiamo assistendo. La dimenticanza dei poveri, la dipendenza da modelli di sviluppo funzionali agli interessi di pochi e soprattutto uno stile di governo di ‘predazione’ delle risorse, sono altrettante cospirazioni che rendono possibile quanto accade nel Sahel. Dovremmo avere il diritto, fossimo in un Paese normale, di decidere il tipo di colore da dare al nostro territorio e soprattutto al nostro popolo. Basta coi camaleonti della politica.

Le migliaia di migranti e rifugiati morti, oltre 40 mila dal 1990,  non hanno fatto cambiare di colore né al mare né al deserto, eppure sono in questi luoghi che si stanno perpetrando crimini e furti di futuro ai giovani. Che dire poi dei campi di detenzione, tortura e eliminazione silenziosa di migliaia di persone in Libia il cui ‘crimine’ è quello di cercare di salvarsi dalla cancellazione della loro storia. Oppure delle decine di migliaia di migranti e rifugiati derubati e poi espulsi (e in molti casi violentati) dall’Algeria. Non cambiano il colore dell’Europa che invece è diventato, strada facendo, il continente ‘impossibile’ per chi avrebbe l’ardire di raggiungerlo. Migreurop, osservatorio delle frontiere, nei suoi rapporti parla di Arcipelago composto da centinaia di centri di detenzione ‘amministrativa’ sparsi in Europa.  L’ONG ricorda che la detenzione dei migranti ‘irregolari’ non è solo un problema umanitario ma anzitutto politico. Si riferisce infatti a valori, scelte, orientamenti e strategie di esclusione e di controllo di coloro che sono stati designati e poi classificati come ‘indesiderabili’ perché vulnerabili. Rivendichiamo il diritto di dipingere di rosso l’Europa, le coste, i porti di approdo e soprattutto le politiche di sfruttamento globale che si continuano a perpetrare sulla povera gente. Esigiamo di decidere il tipo di colore che vorremmo attribuire al nostro Paese e mettere al bando i ‘camaleonti’ della politica. Unico colore ammesso sarebbe quello dell’arcobaleno.

Mauro Armanino, Niamey, 16 agosto 2020

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           La banalizzazione della violenza. Uno sguardo dal Sud del mondo

Dalla banalità del male, termine coniato da Hannah Arendt in seguito alla complicità della ‘gente normale’ nello stermino nazista del popolo ebreo, alla banalità della violenza il passo è breve. Lo ha ricordato persino Emmanuel Macron venerdì scorso in occasione dell’incontro con l’Associazione presidenziale della stampa. Dopo il tempo di ‘confinamento’ dovuto alla pandemia, si assiste ad una intensificazione e ‘banalizzazione’ della violenza quotidiana, ha affermato Macron. Una non sta senza l’altra perchè male e violenza sono come il frutto da cui si riconosce l’albero. Sono in fondo interscambiabili malgrado i patetici tentativi di redimere la violenza come necessaria o quanto meno tappa transitoria per un futuro differente. Tra un paio di settimane saranno due anni da quando Pierluigi Maccalli, missionario nel cuore della savana nigerina, è stato portato via, rapito, tolto alla sua gente, creando una ferita che non arriva a rimarginarsi. Come lui altre centinaia di persone del Paese, rapite, scomparse, e alcune tornate dopo aver pagato il riscatto, obbligate ad integrare i gruppi armati terroristi, violentate e ridotte in oggetti di scambio. La banalità della violenza è talmente pervasiva da trasformare la percezione della realtà e dunque facendo apparire come ineluttabile la quotidiana dose di violenza che si assume come una parte costitutiva. L’amica Zeyna, a cui è stato asportato un seno, oltre ad essersi pagata l’operazione, il soggiorno in ospedale (ridotto se la camera è a due), sborsa anche il necessario per la medicazione diaria della ferita. I guanti, le siringhe, i prodotti da utilizzare e quanto occorre per sapere l’esito dell’esame della parte asportata. Una violenza che precede, accompagna e affossa ogni velleità di cura e guarigione quando non ci sono i mezzi per sostenere le spese.

La violenza è da tempo banalizzata alle frontiere, dove abusi di ogni tipo nei confronti di chi viaggia, sono parte del rischio legato al commercio di beni e al transito dei migranti. Malgrado la chiusura, ancora in vigore, si transita a proprio rischio e pericolo e per la maggior gloria di doganieri e altri simili faccendieri di frontiera. Nell’ambito educativo la violenza si è istituzionalizzata da quando, negli anni ’80, coi programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale, si sono smantellate le scuole statali di ogni grado aprendo la via a quelle private che fioriscono sull’abbandono delle prime. Le strade di Niame, la capitale, sono ogni giorno  percorse, trivellate da centinaia di bambini che, in nome di un’educazione ‘coranica’ e in barba alle leggi in vigore, sono obbligati alla mendicanza sotto pena di digiuno e percosse. Questa violenza, banalizzata perché assunta come parte del paesaggio cittadino, diventa gradualmente invisibile salvo apparire sotto altre spoglie ai nuovi semafori della città. Appena installati e godendo di una relativa accalmia studentesca legata al Covid, contano i secondi di attesa e dunque creano code di macchine prima inesistenti. Venditori di fazzoletti, giocattoli, piscine e anatre di plastica, guinzagli per cani, prodotti per smacchiare le zanzare, detersivi per l‘auto e miriadi di pulitori di parabrezza, si moltiplicano in proporzione con la crisi economica che rende il settore ogni volta più informale. La violenza scompare quando il semaforo passa al verde e torna la normalità fino al semaforo successivo (se funziona).

La banalità della violenza si avvale della collaborazione del sacro campo umanitario. Numeri, tabelle, cifre, centri, case, transiti, questionari, progetti, rafforzamento di capacità e occasionali rivolte di migranti e rifugiati. Il Paese non ha affatto bisogno di ‘eroi’ umanitari. Il drammaturgo Bertold Brecth definiva… ‘sfortunata la terra che ha bisogno di eroi’. Ciò è conseguente alla dichiarazione costituzionale del Niger che, all’articolo 4, ricorda che la sovranità appartiene al popolo. La prima e fontale violenza ‘banalizzata’ è proprio quella di derubarlo di questa esclusiva e sovrana dignità. Ciò a cui abbiamo assistito, impotenti per la maggior parte del tempo e inconsapevoli spettatori per il resto, è stata la graduale e sistematica confisca della sovranità popolare. Cancellati i giovani, i contadini, le donne e, in generale i poveri, con la complicità esteriore di chi finanzia una classe politica predatrice, non rimane che prendere atto della miseria nella quale il Paese è ormai da anni prigioniero. L’attualizzazione della ‘Pedagogia degli oppressi’, opera di Paulo Freire,  potrebbe ridare il coraggio della dignità. Qui come altrove questo porta il nome di Resistenza.

Mauro Armanino, Niamey, agosto 2020

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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