Cisl: se questo è un sindacato…

di Sergio Scorza (ripreso da sinistrainrete)

(vignetta di Roberto Zamarin)

Fatti e antefatti dell’inesorabile declino dei principali sindacati italiani.

Le vicende della CISL documentate dall’eccellente inchiesta di Report, andata qualche giorno fa su Rai3, avrebbero fatto arrossire anche uno come Jimmy Hoffa, se fosse ancora vivo.

Ispezioni pilotate, dimissioni forzate, opacità, omertà, violenze psicologiche, mobbing, abusi, distrazione di fondi, arricchimenti illeciti ai danni degli iscritti etc.

Tutto in un quadro di omertà e di opacità assoluta in cui il dirigente apicale di turno, pur di difendere il proprio ruolo di padrone assoluto del sindacato e pappone alle spalle dei lavoratori, non va mai per il sottile quando si tratta di bastonare duramente qualche dirigente periferico che abbia osato – anche solo minimamente – criticare il suo sistema di potere personale ed i suoi enormi privilegi.

Ma, riassumiamole per sommi capi, le vicende raccontate da Report (su Rai3, nella puntata del 14/12/2020):

  1. SUPERSTIPENDI E PENSIONI D’ORO. Nel 2015, un ex dirigente della #CISL, Fausto Scandola, aveva denunciato che alcuni dirigenti di quel sindacato avevano accumulato un lordo previdenziale ben superiore a quanto stabilito dal regolamento dell’epoca. In alcuni casi si arrivava anche al doppio, 200mila euro, quando il limite previsto era ca. 87mila.

Poco dopo Scandola viene espulso dai probiviri, una sorta di magistratura interna al sindacato: l’accusa è aver leso l’onore della segretaria, Anna Maria Furlan. Dopo poco Scandola muore. Non c’è più neppure la collega Nadia Toffa, che aveva realizzato per “Le iene” un’inchiesta memorabile su questa vicenda, pur non avendo ricevuto una risposta.

  1. LA COMMISTIONE TRA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E CISL. L’attuale vice-segretario della CISL nazionale, Luigi Sbarra, dal 2000 al 2009 è stato segretario regionale della Cisl Calabria. In quegli anni è stato anche assunto all’Anas. “Abbiamo provato a chiedergli in che anno“, dice la giornalista di Report, ma Sbarra non ha voluto rispondere.
  2. SEMPRE DUE PESI E DUE MISURE, ANCHE QUANDO RUBANO I SOLDI DEGLI ISCRITTI. L’ex segretaria della Cisl Campania, Lina Lucci, oggi è sotto processo per una presunta appropriazione indebita di 206 mila euro, ridotti a 77mila per avvenuta prescrizione. La Cisl si è costituita parte civile.

Ma non lo ha fatto nei confronti del funzionario amministrativo del sindacato Salvatore Denza, tirandolo così fuori dal processo. Il Tribunale aveva rinviato a giudizio anche lui per una presunta appropriazione indebita di 172 mila euro.

  1. PORTE GIREVOLI TRA PARTITI E CISL. A giugno del 2018 il sottosegretario all’economia Pierpaolo Baretta perde l’incarico di sottosegretario, e subito la sua portavoce Stella Teodonio trova casa nella Fim-Cisl, di cui Baretta in passato è stato segretario generale.
  2. IL SINDACALISTA CADE SEMPRE IN PIEDI. Tra il 2015 e il 2016, mentre fioccano i licenziamenti, solo alcuni dipendenti IAL Sicilia (formazione professionale) riescono a mantenere la continuità lavorativa e a passare ad altro ente di formazione: quelli che avevano condotto la trattativa con la Regione.

Insomma, Furlan e soci prendono stipendi d’oro e percepiranno pensioni d’oro, come quella dell’ex segretario CISL Bonanni (330mila euro annui). Per tutti gli altri, stipendi e salari al limite – se non al di sotto – della soglia di povertà e pensione a 67 anni (fino al prossimo scalino) o giù di lì, con importi da fame nera. Oppure fai un’“Ape social” che ti costa come un mutuo casa fino al trapasso, e alleluia.

Ma come siamo arrivati a questo punto? E, sopratutto, che senso ha continuare a trattenere migliaia di euro all’anno su salari e stipendi per fantomatici fini previdenziali visto che, se permangono l’attuale sistema di calcolo contributivo (legge Dini) e l’agganciamento dell’età pensionabile all’indice della speranza di vita previsto dalla riforma Fornero, una pensione vera non la vedrà quasi più nessuno?

Invece “loro”, i vertici dei sindacati complici, continueranno ad andare in pensione con un fantastico importo raggiunto mediante il vecchio calcolo retributivo e parametrato sull’ultimo mese di stipendio percepito dal sindacato stesso.

E come possono, solo loro? Possono eccome, grazie ad una legge del 1996 [1]: i trenta denari (si fa per dire) per cui si sono vendute le pensioni di anzianità – guarda un po’- proprio un anno prima, ovvero, nel 1995 [2] quando, CGIL CISL e UIL concorsero attivamente alla stesura ed all’approvazione della Legge Dini che abrogò le pensioni di anzianità, estese a tutti i lavoratori dipendenti il famigerato metodo di calcolo contributivo ed introdusse la previdenza complementare.

Il nuovo metodo di calcolo non si basava più sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite, come nel sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Una controriforma a tutti gli effetti che decretò la fine del sistema previdenziale basato sul principio di solidarietà ed su un minimo di equa redistribuzione dei contributi versati da tutte le categorie, da quelle più fortunate a quelle meno retribuite.

Ma perché soppressero le pensioni di anzianità? Perché introdussero il calcolo contributivo, che ti costringe a lavorare una vita per non prendere una pensione da fame? Perché quella complicità di CGIL, CISL e UIL nell’approvazione di una norma che faceva a pezzi uno dei pilastri principali del nostro stato sociale?

Eppure si trattava degli stessi sindacati che, il 12 novembre 1994, fermarono la riforma delle pensioni di Berlusconi quando, sotto la guida di Cofferati, lanciarono una manifestazione che rimane tutt’ora la più grande manifestazione sindacale dell’Italia del dopoguerra.

Era una protesta contro la finanziaria ’95 di Berlusconi, che riformava il sistema pensionistico in modo quasi identico a quella che fu approvata da governo Dini (che era stato ministro del Tesoro nel governo Berlusconi), appena un anno dopo.

Ma allora come fece Dini ad ottenere il consenso dei tre principali sindacati italiani?

Entrambi i disegni di riforma prevedevano l’introduzione dei fondi pensione, che proprio la drastica riduzione degli importi per effetto del nuovo calcolo contributivo avrebbero dovuto agevolare. Ma mentre Berlusconi, co-proprietario di Mediolanum, voleva i Consigli di Amministrazione dei fondi pensione aperti solo “al mercato”, Dini concesse ai sindacati di inserirsi nei CdA chiusi dei Fondi di previdenza complementare, previsti dalla legge (Dm 703/1996 e poi dal D.Lgs. 252/2005).

Dunque, anziché difendere le pensioni dei lavoratori, ne accettarono la distruzione per compartecipare al passaggio al nuovo sistema articolato su due gambe: quella pubblica (Inps, ecc, sempre più povera) e quella privata complementare offerta dalla grandi compagnie assicurative (Unipol, Generali, Ras, ecc).

In ballo c’era la grande torta dei trattamenti di fine rapporto (le vecchie liquidazioni): quasi 20 miliardi. Mediante un incentivo si cercò di convincere i lavoratori, pubblici e privati, a destinare il proprio TFR al pagamento della quota di adesione ai vari fondi pensione.

Ma, grazie ad una grande campagna di controinformazione imbastita dai sindacati di base, molti lavoratori non caddero nella trappola e mantennero il Tfr nelle proprie mani.

Ecco, era un po’ di storia per capire come siamo arrivati alla costituzione di una casta di sindacalisti di vertice che vanta stipendi stellari e superpensioni d’oro, alla progressiva trasformazione delle sedi sindacali in agenzie assicurative e dei delegati sindacali in procacciatori di ogni genere di polizza.

Tutto ciò mentre i lavoratori italiani hanno il duplice record delle retribuzioni più basse e dell’età pensionabile più alta di tutti i paesi dell’aerea UE.

D’altronde, dopo la demolizione dell’articolo 18 (contro cui la CGIL fece sole 2 ore di sciopero, neanche la finta) recentemente Furlan, Landini e Barbagallo si sono opposti fermamente sia al Reddito di Cittadinanza che al salario minimo.

Non fa una piega: sono posizioni assolutamente coerenti con la storia che vi ho qui raccontato e che ha raggiunto il suo acme con l’accordo firmato unitamente dalla maggiore associazione padronale italiana, ovvero Confindustria, con CGIL, CISL e UIL in cui si impegnano a “fare sistema”.

NOTE

[1] Legge n. 564/1996; scritta nel 1996 da Tiziano Treu, prima commissario INPS poi Direttore del CNEL di cui voleva però l’abrogazione. Si tratta di una norma che permette ai sindacalisti apicali – segretari e cariche di vertice – di ottenere una pensione d’oro dopo soltanto un mese di lavoro.

[2] Legge n. 335/1995, meglio conosciuta come “Riforma Dini”, che ha introdotto il sistema di calcolo contributivo per chi ha meno di 18 anni di anzianità lavorativa alla data di entrata in vigore della norma ed un sistema progressivo di “finestre d’uscita”, successivamente superato da vari interventi normativi ed infine dalla “Riforma Fornero”.

 da qui

QUI un dossier sulla CGIL apparso in Bottega

La Bottega del Barbieri

3 commenti

  • Gian Marco Martignoni

    Solo qualche appunto all’articolo di Scorza, che taglia con l’accetta e semplifica vicende sindacali di un quarto di secolo, che ho vissuto come tanti altri compagni e compagne in prima linea. Detto che la concezione dei vertici sindacali come ” casta ” è totalmente infondata, anche se tramite un certo Liviadotti è stata accreditata anche da un settimanale come L’Espresso, partirei dal fatto che sulla riforma delle pensioni nel ’95 ci fu un combattuto referendum, grazie all’azione di contrasto alla contro-riforma promossa dalla Fiom-Cgil e dalla sinistra Sindacale della Cgil. L’esito di quel referendum, come è noto ,non fu una passeggiata per Cgil-Cisl -Uil, anche per l’opposizione manifestatasi nelle medie e grandi fabbriche. Dopodichè, l’introduzione dei fondi pensione ha visto una notevole adesione dei lavoratori e delle lavoratrici in particolare nelle categorie industriali, in particolare nei metalmeccanici, chimici , alimentaristi, tessili, ecc. Come era prevedibile l’adesione è stata bassa nelle microimprese e nelle piccole aziende dell’artigianato e del commercio, poichè in queste realtà la sindacalizzazione è più difficile e sostanzialmente scarsa. L’incidenza dei sindacati di base su questa vicenda è stata pressochè nulla e sostanzialmente diseducativa, in quanto per chi si trova nel sistema misto ( parte retributiva e parte contributiva ) o in quello tutto contributivo è consigliabile – allo stato dell’arte – l’adesione ai fondi come strumento integrativo al valore della pensione pubblica. Sull’articolo 18 e Jobs Act la Cgil ha promosso una consistente campagna referendaria e, comunque, la questione è stata oggetto di fondamentali ricorsi presso la Corte Costituzionale europea ,che purtroppo credo sfuggano all’attenzione di Scorza .In quanto alla discussione sul salario minimo spero ci sia un ‘altra occasione di approfondimento, poichè la questione va letta in rapporto alla valenza dei contratti nazionali e non può essere affrontata con tesi preconcette.

    • Francesco Masala

      quando c’era l’URSS gli stati occidentali si guardavano bene dal fare certe politiche economiche, esisteva il welfare, le imposte sui redditi erano veramente progressive, i percettori di redditi alti davvero contribuivano al bilancio statale.
      poi sono arrivati Reagan e Thatcher, sono crollati il muro di Berlino e l’URSS, la storia era finita, diceva qualcuno, globalizzazione e capitalismo neoliberista hanno mollato i freni e gli scrupoli, imposte sempre meno progressive, privatizzazione delle imprese statali, cioè distruzione dei beni comuni, frutto di generazioni di lavoro, con il sostegno decisivo dei partiti (e spesso dei sindacati) che si dicevano dei lavoratori, ma erano e sono una gamba importante del sistema (se sistema si può ancora dire).

      e poi qualcuno si stupisce ancora che da allora il debito pubblico sia esploso, non solo, ma anche per la svendita delle imprese che producevano reddito, e anche imposte, adesso producono profitti per gli azionisti e se ci sono perdite sono a carico della collettività.
      .
      i sindacati confederali hanno avuto una parte importante in questo gioco al massacro (per i lavoratori, intendo, non per loro).

      arrivo, Gian Marco, ai fondi pensione. cogestiti dai sindacati (dei lavoratori, diciamo).

      anziché spingere per gli istituti di previdenza pubblici (ormai solo l’INPS, che ha assorbito l’INPDAP, fra gli altri), per un istituto pubblico e universale, gestito come si deve, contrordine compagni, ogni categoria si apre il suo fondo pensione, ciascuno per sé.

      per chi volesse approfondire segnalo https://www.ilrisparmiotradito.it/ (sito di Beppe scienza), che ha un sottotitolo che tutto un programma: “I danni causati ai risparmiatori da fondi, gestioni e previdenza integrativa”

  • Gian Marco Martignoni

    Ringraziano Francesco, con Marco D’Eramo – un gigante intellettuale, che ho sempre stimato da quando scriveva su Il manifesto e dirigeva l’inserto La talpa – la lotta di classe esiste e la sta vincendo la classe a noi avversa per tutte le ragioni che conosciamo e condividiamo su questo blog dall”89 in avanti. Quindi i rapporti di forza, che sono anche rapporti ideologici, contano e incidono sul corso della storia anche sindacale e non solo di quella politica. Perchè non un solo fondo pubblico e universale gestito dall’Inps, e invece tanti fondi complementari di categoria, oltre a quelli privati, rilancia con buone ragioni Francesco. Mi ripeto, il referendum del 1995, che purtroppo abbiamo onorevolmente perso, stante la sproporzione delle forze in campo, è stato dirimente. Dopodichè, la storia non finisce, tanto che tra le proposte che la Cgil ha avanzato anche recentemente, sulla scorta dell’elaborazione del professor Michele Raitano,vi è anche quella della pensione di garanzia per le nuove generazioni, stante che la precarietà dei rapporti di lavoro è d’impedimento al costituirsi di un montante contributivo pari a quello delle nostre classi d’età. Che la storia non finisce lo dimostrano le sentenze dei giudici di Palermo e di Bologna, guarda caso relativamente a cause promosse dalla Cgil rispetto ai rider.Come è noto le aziende vorrebbero campo libero, trovando anche una fascia di lavoratori e lavoratrici crumiri disponibili a vendere il culo, sostenuti dall’Ugl e da Pietro Ichino, in nome del profitto e della subordinazione totale della forza lavoro. Fortunatamente, però, sono in campo anche processi di nuova sindacalizzazione, in un mondo del lavoro – lasciamelo dire fuori dai denti – ove la de-sindacalizzazione è assai estesa nei settori del ” piccolo è bello “, come pure la costante dell’ anti-sindacalismo in salsa leghista.

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