Sesso alieno

L’erotismo radicale nella fantascienza femminista

di Giulia Abbate (*)

Penso ai miei amici, e ai padri dei miei figli.

Inizia così uno dei più celebri romanzi che uniscono sessualità e fantascienza: «Memorie di una astronauta» di Naomi Michinson.

Pensare a padri e figli non è quello che ci aspetteremmo in un testo con simili temi. Ma in questa esplorazione, poco o nulla sarà come ci aspettiamo. Magari pensiamo a pornografia, ma incontreremo morale. Pensiamo a esseri tentacolari, e ci troveremo tra umani, troppo umani.

Questo perché il sesso alieno è un esperimento intellettuale. È il dono più sovversivo della fantascienza, sviluppato principalmente dalla fantascienza delle donne.

Le donne si prendono il tema del corpo e chiedono conto dei corpi, del diritto a esistere e dei soprusi subiti. L’erotismo fantafemminista è un attacco all’uomo vitruviano: a quel corpo al centro di un mondo disegnato intorno a lui, che si crede perfetto e unico umano possibile, e che relega la donna a prima aliena, a umano femmina, a derivazione sessuata del soggetto re.

Ne parla Eleonora Federici in «Quando la fantascienza è donna» (2016): nelle narrazioni delle donne il corpo è un confine aperto all’alienus, e la fantascienza è un ponte tra teoria e pratica femminista.

Tutto parte davvero dall’inizio: «Frankenstein» (1818), base e madre del genere, contiene anche una visione femminista. La società rigetta la creatura dallo spirito gentile, a causa del corpo mostruoso: è un dramma di attribuzione sociale, il dramma della donna. E l’idea della donna mette in fuga il creatore: Frankenstein rifiuta di creare una femmina perché potrebbe riprodursi, e perché ontologicamente incontrollabile.

Questa storia seminale apre la strada ad altre che questionano il grottesco, quel senso di non finito, deforme e insieme affascinante, che per molte autrici è il corpo della donna come l’uomo lo vede e lo desidera: minorato e asservito.

Come superare tutto ciò? Come vivere libere?

Con l’utopia, che domande! Dal XIX secolo le autrici non hanno mai smesso di immaginare mondi futuri popolati da sole donne, come il felice «Terradilei» di Charlotte Perkins Gilman (1915).

Quando narrati dagli uomini, questi scenari sono incubi terrorizzati di violenza isterica, oppure fantasie goderecce dove il protagonista può possedere tutte, nell’adorazione generale dell’unico fallo.

I mondi delle donne sognati dalle donne, invece, sono semplicemente posti sicuri. Al riparo dalla reale violenza maschile, dalla sopraffazione e dalla schiavitù di genere. Dove le donne possono studiare, magari, amministrare, decidere… sfuggire al destino riproduttivo disegnato a comodità maschile. E senza troppi problemi di fallo-astinenza.

Ma i cosmonauti maschi sono un po’ duri a capirlo. Forse perché figli di decenni di riviste pulp che impongono un immaginario a misura dello standard corrente: maschio, bianco, occidentale e non particolarmente autocritico. La fantascienza però è ribelle per natura, e dagli anni ’60 usa il sesso alieno come terreno di indagine e politica. Dimentichiamo i tentacoli lubrici che insidiano pin up in costumini spaziali, e avventuriamoci in un territorio più rarefatto, dove alla confortante mistificazione del grottesco si sostituisce il mistero della relazione.

Ecco «Memorie di una astronauta» (1962), dove Mitchison racconta il “primo contatto” da una prospettiva nuova. La protagonista Mary, esperta di comunicazione aliena, si mette in gioco totalmente: per studiare una forma di vita, se la innesta in una coscia, e nutre per lei sentimenti materni. Nel corso di un’altra ricerca, il collega marziano Vly le “attiva” inavvertitamente un ovulo: nasce un’altra figlia, con il solo corredo genetico di Mary, e con Vly felice di esserle padre pur diventando poi femmina. I marziani comunicano attraverso il tatto, vivono nudi e usano anche i genitali per esprimersi: per loro i “Terreni”, sempre coperti, hanno tabù di comunicazione.

Accade qualcosa di simile per i getheniani, ne «La mano sinistra delle tenebre» (1969) di Ursula K. Le Guin: ermafroditi latenti, diventano sessuati per pochi giorni al mese, nel kemmer. E l’inviato umano, perennemente maschio, li disgusta: razza di pervertito, sempre in calore!

«Le guerrigliere» (1969) invece sono amazzoni, eppure non-donne: “donna” è un costrutto derivato da “uomo”, quindi Monique Wittig lo rifiuta. Per infrangere il binarismo sopraffatore è necessario un terzo soggetto “alieno” che scardini lo status quo: è la “lesbica”, intesa non nel significato letterale, ma come colei che è indipendente dalle definizioni imposte dall’uomo. Una strada simile la traccia Donna Haraway, auspicando nel suo «Manifesto Cyborg» (1991) un essere che «non viene dall’Eden» e che grazie ai suoi innesti tecnologici supera i dualismi uomo/donna, natura/cultura, biologia/artificio: è il cyborg, che riproducendosi in mille esseri diversi supera il concetto stesso di paradigma.

Le guerrigliere di Wittig, come le fantaeroine di inizio Novecento, si affrancano dal giogo sociale della riproduzione. Nei canti che compongono il romanzo, ricorrono descrizioni dei genitali femminili, esposti alla vista e al sole.

Esse dicono che i peli pubici sono come ragnatele che catturano i raggi. Esse sono viste correre ad ampi passi. E sono illuminate al loro centro.

Per esse, la guerra alla gerarchia maschile è anche faccenda di violenza sanguinaria e furiosa: è affare di donne. Come in «Doc&Fluff» (1990), distopia allucinata dell’attivista trans Pat Califia, dove le donne si coalizzano in comunità mistiche, per difendersi da branchi di maschi ecocidi e stupratori per definizione. C’è violenza anche ne «La passione della nuova Eva» (1977) di Angela Carter, teorica di una pornografia morale, politicamente schierata contro l’oppressione sessuale.

Qui, Evandro, uomo senza scrupoli, viene mutato in Eva. Finisce tra adepte di una sacerdotessa fisicamente modificata in Venere neolitica. Poi viene stuprata da un poeta pervertito, che la imprigiona con altre schiave. Poi fugge con Tristessa, diva del cinema, sogno erotico di Evandro: donna perfetta, che però è segretamente un uomo. E chi altri, comprende la nuova Eva, chi altri potrebbe incarnare un desiderio, se non chi lo crea? Nessuna donna può davvero riuscirci!

Sotto il vasto cielo del deserto, Eva e Tristessa si congiungono in una scena emblematica: in un “sesso indifferenziato che si compenetra”, sono insieme “il grande ermafrodito platonico”.

Creammo l’essere capace di fermare il tempo nell’eternità autogenerantesi degli amanti.

Una possibilità simile è figurata con attitudine ben diversa da Octavia Butler, madre dell’afrofuturismo, che in «Seme Selvaggio» (1980) racconta la guerra di due creature mitiche. Doro è uno spirito “ladro di corpi”, che fa accoppiare persone particolari per un progetto eugenetico. Cattura Anyanwu, guaritrice, madre di generazioni e “mutaforma”, e progetta una riproduzione al rovescio: prendersi un corpo femminile, e farsi fecondare da Anyanwu mutata in maschio. Anyanwu fugge, sdegnata. Delfina tra i delfini, genera una prole e vive in pace, ma solo per poco.

C’è anche la space opera: sulla Terra il patriarcato ruba i corpi, ma i pianeti lontani sono diversi, il futuro è liberato dai soprusi del presente.

Samuel Delany è tra i primi fantascientisti queer: narra comunità di amori liberi, omo e bisessuali, aperte e miste in ogni possibile senso, seppure minacciate da guerre. Il suo romanzo Triton (1976) ha come sottotitolo Un’ambigua eterotopia: dove etero sono i desideri, le possibilità, gli altrove alieni.

«The female man» (1975) di Joanna Russ è un’altra opera eros-attivista. La protagonista è una, ma clonata in quattro diverse persone. C’è Joanna, alter ego dell’autrice: donna contemporanea, scenario “realista”; c’è Jeannine, donna oppressa di un presente alternativo; c’è Jael, amazzone da un futuro distopico di dominazione femminile; c’è Janet, direttamente dal pianeta Whileaway, abitato da sole donne. Il confronto è il vero tema del romanzo, che non si conclude con una soluzione definita.

Avvicinandoci ai nostri giorni, troviamo diverse antologie che riuniscono più voci all’insegna del fantasesso.

«Alien Sex» (1990) – curata da Ellen Datlow – indaga proprio l’alienità della relazione sessuale. Le storie ruotano intorno alla repulsione che si mischia all’attrazione, e innescano sopraffazioni descritte con allegorie efficaci, spiazzanti, politiche, a volte sconvolgenti. Come quella di Connie Willis, che in «Tutte le mie adorate figlie» (1985) punta il dito sulla pulsione maschile allo stupro, scatenata dal potere istituzionale di sottomettere i deboli: siano piccoli alieni tubici che strillano quando penetrati, o indifese figlie bambine.

Anche in Italia succede qualcosa: un convegno accademico produce «Figurazioni del possibile» (2006), che ripercorre i temi del fantafemminismo dagli anni ’70 in poi. E c’è anche un’antologia, «Sesso alieno» (1995): fra racconti non memorabili e fantasie scopereccie maschiocentriche, due racconti spiccano per complessità e intelligenza. Angelo Filippini in «X-Rated per X-51» unisce alla fantascienza e all’erotismo anche la satira e il grottesco. Ma un discorso pienamente femminista è in «Jalousie» di Nicoletta Vallorani (traduttrice di «Alien Sex»). La relazione tra un uomo e un’aliena è raccontata con ironia, ma poi diventa sinistra: anche l’aliena è esposta alla violenza di genere, che deriva da premesse maschili.

Lei si era lasciata conquistare da me. […] Ero il maschio, no? Perché mai avrei dovuto farmi sopraffare?

(Jalousie è stato ripubblicato a settembre 2019 nella collana di racconti Futuro Presente, Delos Digital Editore.)

La violenza maschile pervade anche la raccolta «Le Visionarie» (2015), curata da Jeff&Ann Vandermeer. Il titolo originale è «Sisters of the revolution», lo scopo è quello di riunire voci del femminismo che scrive fantastico. Parlando di sesso alieno, l’antologia è però un’involuzione: l’unico ermafrodito, Joe/Jo, in «E Salomè danzò» (1994) di Kelley Eskridge, è infido e stupratrice. L‘alienus è distruttivo, l’erotismo è minaccioso, angosciante, violento, fuori controllo… qui siamo in autodifesa, molto lontane da Mitchinson, e in controtendenza, dato che oggi la narrativa è aperta al queer e all’ibridazione.

Tirando le somme della nostra esplorazione, possiamo raccontarci qualche scoperta: nelle storie fantafemministe il sesso alieno è una sessualità alternativa ai condizionamenti del potere, libera dalla gerarchia edipica. È poi anche il desiderio riconfigurato, la relazione aperta all’alienus: di un altro pianeta, oppure in noi. La diversità non è pretesto per sopraffazioni, ma articolazione già reale del possibile.

La fantascienza lavora così: mette in narrazione speranze e teorie usando l’allegoria, come facevano gli exempla medievali, che avevano funzione e scopo simile. E le fantascientiste lo sanno.

Ne «Il libro di Joan» (2018) Lidia Yuknavitch unisce erotismo e ambientalismo: i sopravvissuti all’ecoapocalisse hanno corpi asessuati, genitali rinsecchiti come il pianeta, senza peli, senza secrezioni, senza desideri. La protagonista Christine Pizan si masturba lo stesso, per ribellione, e prova piacere incidendosi sulla pelle la storia della mitica eroina Joan.

Joan è Giovanna D’Arco e Christine Pizan è Christine de Pizan, intellettuale medievale e prima scrittrice professionista della storia. Osò polemizzare contro la Sorbona, tacciandola di misoginia. E con il tòpos della città divina costruì La cité des dames (1410): una città di sole donne, finalmente libere di impiegare i propri talenti al sicuro dal disprezzo maschile.

Il sesso alieno femminista si crea radici antiche e guarda a un futuro non troppo lontano. Unisce le due prospettive per agire nel presente, nel nostro corpo liminale, nel nostro mondo in divenire. È forse il tentativo più radicale di oltrepassare i limiti della rappresentazione, e dare a tutt* nuove possibilità di esistenza. Perché, racconta Angela Carter ne «La nuova Eva»:

il tempo dell’eros ferma tutti gli altri tempi.

(*) pubblicato sul mensile «Linus» con il titolo «Attacco all’uomo vitruviano».

L’IMMAGINE – scelta dalla “bottega” – è ripresa da qui: www.artribune.com/mostre-evento-arte/adele-ceraudo-la-donna-vitruviana

 

Redazione
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3 commenti

  • Pierluigi Pedretti

    Chissà cosa ne pensano le femministe di Un amore a Siddo di Farmer? La prima redazione è degli anni ’50 in rivista, poi in libro dieci anni dopo. Un umano che ama una aliena evolutasi da insetti. Boh.

  • Seguo il consiglio di Daniele Barbieri e segnalo, come postilla spero in tema, l’antologia di racconti fantasy “La Spada, il Cuore , lo Zaffiro”, di Antonella Mecenero, di cui sono uno dei curatori (la trovate su Amazon, sia su carta che in e-book). La seconda metà di quel libro è formata da quattro storie ambientate nel regno del Leynlared. I racconti si concentrano sugli anni del regno di Amrod, giovane principe salito al trono dopo una sanguinosa guerra civile (da lui vinta). Ma perchè quella guerra civile? Perchè Amrod, legittimo erede al trono, è omosessuale (amante di uomini, è l’espressione con cui viene definito), e come tale considerato da molti impuro e indegno. In pratica, la scelta di un protagonista come Amrod introduce il tema della diversità (nell’orientamento sessuale) nella narrazione fantasy. E questo tema è centrale per caratterizzare il personaggio, le sue azioni e la storia del regno.
    Come dicevo, “La Spada, il Cuore, lo Zaffiro” raccoglie le storie ambientate dopo la fine della guerra civile, quando Amrod è chiamato a difendere il trono che ha riconquistato. A breve Delos Digital proporrà alcuni e-book con racconti che si svolgono prima e durante la guerra civile, tratteggiando un’altra parte della storia di Amrod, una sorta di prequel in più episodi.
    “La Spada, il Cuore, lo Zaffiro” è stata recensita da Daniele Barbieri qui:
    http://www.labottegadelbarbieri.org/ma-che-brava-e-antonella-mecenero/
    Per maggiori info sul libro:
    http://www.rill.it/?q=node/751

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