Siamo soli nell’universo? (e altre questioncelle)

Immaginazione e irrequietezza per guidarci fra microcosmi e macrocosmi in un ottimo libro: «Il complesso di Copernico, il nostro posto nell’universo» di Caleb Scharf, in edicola con «Le scienze» di ottobre

Scharf-IlComplessodiCopewnico

Un libro che mi ha incantato. Ben scritto; informato; chiaro, nonostante i temi complessi; capace di tenere i fatti separati dalle opinioni e dalle ipotesi; senza egocentrismi ma partecipato; con belle battute di alleggerimento. Sento “volare” un’obiezione: così insegnano a scrivere nelle scuole di giornalismo. Vero ma: 1) Caleb Scharf di mestiere è un astrofisico; 2) non è che io conosca così tante persone nel giro del giornalismo che rispettino queste poche, essenziali regole.

Un passo indietro: devo alla segnalazione di Andrea Bernagozzi (cfr qui: 6 ottobre 1995: ma guarda un po’ cosa c’è dalle parti di Stella 51 Pegasi) se in edicola ho ingaggiato una battaglia con il mio portafoglio per tirar fuori 12,40 euri: non troppi per una rivista e un libro ma tanti per la mia pensione di 700 eurini. La fatica meritava un premio e l’ho avuto. Gran libro questo «Il complesso di Copernico» – 240 pagine con molte utili immagini, il sottotitolo specifica che stiamo parlando di «Il nostro posto nell’universo» – di Caleb Scharf, che fra l’altro è direttore del Columbia Astrobiology Center: la rivista «Le scienze» (di ottobre) e Codice edizioni lo pubblicano nella traduzione di Luigi Civalleri.

Mi permetto di criticare il titolo (sia italiano che originale): secondo me il sottotitolo rende più l’idea del tema. D’altro canto non era facile trovare una breve frase che riassumesse tutto, perché se è vero che il filo srotolato è “siamo soli nell’universo?” è anche vero che la matassa intorno è altrettanto importante. Comunque se volete sapere cos’è «il complesso di Copernico» – da non confondere con «Il segreto di Copernico. La storia del libro proibito che cambiò l’universo», che è da poco ripassato in edicola, di Dava Sobel – andate subito a pagina 27. Ma io vi consiglio di pazientare e iniziare dal bellissimo prologo con la grande scoperta di Antoni van Leeuwenhoek, l’uomo che nel 1674 ci svelò il microcosmo. (*)

Da qui, passando per Aristarco, Copernico, Tycho Brahe, Keplero ecc ecc … arriviamo al macrocosmo, «a sollevare il velo dell’intricata complessità del mondo» e poi all’universo «multiforme e in continua evoluzione». Tutto chiaro? Scharf ci mette in guardia: se tanto abbiamo capito, taaaaaaantissimo resta da decifrare. Di continuo ci ripete che “probabilmente” questa faccenda sembra andare così ma «le cose sono un filo più complicate» (il massimo del casino possibile è a pagina 105); oppure «sconcertante ma vero»; che «è un terreno scivoloso»; «il quadro si fa rapidamente complicato»; «è un problema spinoso»; su qualcosa di decisivo per il nostro sapere «non abbiamo certezze»; «siamo preda di qualche contraddizione; «questo sì che è bizzarro»; rispetto a una certa ipotesi «la lista di vantaggi e svantaggi è molto lunga»; «non ce lo saremmo mai aspettato»; le strade non sono «supportate da prove sicure»; «ci vogliono spalle molto larghe per lavorare su questi problemi»; e «siamo sicuri che i vari fili del discorso si intreccino a formare un’unica teoria coerente?»; perciò «dobbiamo armarci di pazienza»; cercare e studiare ancora… Insomma voliamo alto con la mente ma restiamo con i piedi per terra: o magari anche viceversa, cioè restiamo con la testa sulla Terra mentre i piedi (o i nostri “robot”) vagano nell’universo. Per esempio a cercare i nostri “simili” o “dissimili”.

Buon viaggio allora o come scrive Scharf «vi dò il benvenuto nella “lega dei mondi straordinari”, non è un club esclusivo, anzi»: viaggeremo con lui nel sistema solare, in mezzo a certi specchi lasciati sulla Luna, nella nube di Oort, nella nebulosa Trifide, fra i «mondi-Icaro», nella «linea della neve», cercando le «super Terre», nelle stelle di neutroni, su Kepler-47 e la «terra bis», ma anche incontrando (a pag 130) un meraviglioso polpo sul pianeta Terra, attraverso «l’energia oscura» («qualunque cosa sia»), incrociando un certo segnale noto come «Wow» arrivatoci il 15 agosto 1977 e che tre giorni dopo scatenò un bordello indimenticabile (**) e poi ancora cercando Luca (che non è un amico mio di Palermo ma l’acronimo di «Last Universal Common Ancestor», ovvero l’ultimo antenato comune universale) e attraversando la strana storia del lago Mono e dell’arsenico. In tutto questo ci serviranno molti saperi, sa esempio la biogeochimica. Dobbiamo viaggiare anche nella nostra «idea di individui» perché, come ben spiega Scharf, «ognuno di noi ha attaccata un’invisibile etichetta microbica che determina alcune caratteristiche personali»; insomma «non siamo quello che pensavamo di essere fino a poco tempo fa, ed è una profonda rivelazione», così «sotto molti punti di vista sarebbe bene rivedere la gerarchia della vita sul pianeta e mettere i microorganismi in cima piuttosto che in fondo». Un duro colpo all’homo sapiens vero? O per dirla quasi più cattiva: «L’idea che gli esseri umani non siano altro che droni a disposizione dei microbi entra a gamba tesa in vari ambiti».

Tre citazioni per chiudere.

«Se dovessi indicare i due tratti che meglio riassumono (in senso ottimistico) la nostra specie, punterei su immaginazione e irrequietezza».

Bellina la «vecchia storiella che i professori di statistica usano per destabilizzare i loro studenti» ovvero Joe alla partita di baseball (pag 177 e seguenti).

E se proprio fossimo soli nel cosmo (io con Scharf ne sarei assai addolorato) ecco una gran verità: comunque «siamo fortunati ad avere scoperto cose come la birra e il cioccolato per consolarci».

(*) C’entra e non… Leggendo di Antoni van Leeuwenhoek mi è tornato in mente questo vecchio brano di Theodore Sturgeon (è un racconto nell’antologia «Il mondo di Sturgeon») intrigante pur se non precisissimo sulle date. «I microscopi e i loro fratelli, i telescopi, non sono apparsi fino al 18° secolo. Perché no? Non c’erano innumerevoli migliaia di pastori che, in innumerevoli mattine rugiadose, si trovavano in presenza della luce del primo sole e delle gocce d’acqua catturate dalle ragnatele o dalle foglie perforate? Perché uno di loro non guardò mai, attraverso la goccia di rugiada, le volute del proprio pollice? E perché i prodigiosi artigiani del vetro, a Tiro e a Firenze e nell’antica Babilonia, non hanno mai pensato di guardare attraverso le loro coppe e i loro vasi soffiati e modellati, invece di guardarli semplicemente? Riuscite a immaginare che cosa sarebbe il mondo se la lente ustoria, il microscopio, gli occhiali, il telescopio fossero stati inventati tremila anni prima?». Una possibile obiezione a questa bella riflessione che mi viene in mente: alcuni pastori o vetrai hanno guardato e immaginato… ma le religioni non sembravano gradire, così ritennero più prudente tenersi le loro idee ben serrate in testa.

(**) Al riguardo qualcosa trovate qui in “bottega”: Il segnale «Wow» o della speranza grazie a Fabrizio Melodia.

 

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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