Sistema-mondo, neoliberismo e malsviluppo…

… alla luce della pandemia

di GIORGIO RIOLO

Il Covid-19 come catalizzatore-rivelatore di come funziona il mondo. Alcune considerazioni e alcune alternative.

1. Alcune premesse metodologiche

Molti contributi, analisi e proposte, attorno alla pandemia e alla crisi in atto si sono prodotti nel mondo. Il pensiero nella sinistra mondiale è stato ed è ricco, fecondo di proposte. Ha delineato scenari, prospettive e alternative. La presente svolta storica avrà conseguenze di enorme portata.

La dialettica è materia scolastica, filosofica propriamente. L’attuale preoccupante passaggio storico mostra in modo perfetto cos’è questa cosa. Così ostica per l’intelletto comune, per il normale pensiero della vita quotidiana.

La deforestazione, la manomissione e la manipolazione di ecosistemi delicati e gli enormi allevamenti intensivi di animali per l’alimentazione umana (suini, polli, bovini ecc.) sono all’origine del sorgere e del mutare di virus patogeni nuovi per gli esseri umani. Come è avvenuto nel recente passato per lo Hiv, Ebola, l’influenza suina, l’influenza aviaria, la Sars e la Mers. La recente pandemia Covid-19 da Sars-CoV-2 rientra in questa fenomenologia.

Fenomeni della ecopredazione ai fini dell’accumulazione e del profitto sfociano processualmente in un fenomeno sanitario esplosivo. La pandemia non è destino cinico e baro. Era annunciata. È il risultato della logica perversa del sistema.

La sua enorme diffusione su scala mondiale, la mortalità indotta, l’enorme impatto sui vari sistemi sanitari, esistenti o non esistenti, come in molte aree del Sud del mondo, le gravi conseguenze economiche e sociali in corso, la messa in discussione degli assetti democratici e politici e della convivenza umana costituiscono un fenomeno inedito rispetto alle precedenti crisi sanitarie e alle precedenti crisi economiche.

Dimostrano in modo inequivocabile come oggi, nella nuova globalizzazione-mondializzazione in atto, siano ancor più vertiginose l’interazione, l’interdipendenza, i reciproci influssi dei vari momenti dell’intero storico-sociale, del sistema-mondo capitalistico, come insieme multidimensionale e multifattoriale.

L’economico, il politico, il sociale, il culturale, l’antropologico, l’etico, il religioso-spirituale ecc. interagiscono localmente e nel rapporto Nord-Sud del mondo. Ma interagiscono con l’altro fattore fondamentale, il fondamento di tutto, tenuto spesso colpevolmente fuori dalla considerazione. È la costituzione materiale del pianeta. La natura e l’ambiente.

David Harvey parlava di violenta “compressione spazio-temporale” del pianeta con il dispiegarsi del capitalismo. La vertiginosa integrazione e interazione delle aree del pianeta, l’accelerazione vertiginosa di tutte le transazioni umane ed economiche hanno compresso tempo e spazio dell’esperienza umana. Il capitalismo ha messo la febbre al pianeta, agli ecosistemi e agli esseri umani che lo abitano. Oggi su scala sempre più impressionante.

Il capitalismo è “smisurato” proprio perché non si pone limiti, nell’accumulazione, nella produzione, nella valorizzazione come fine in sé. I limiti debbono essere posti o si impongono in modo “naturale” (il limite fisico-materiale del pianeta) o in modo “artificiale”, per mezzo del limite posto dai gruppi umani che a questo stato di cose si oppongono.

Oggi più che mai si palesano i nefasti effetti del neoliberismo e della retorica del mercato autoregolatore, della retorica del “privato”, sempre contrapposto al “pubblico” e al ruolo dello Stato, della retorica dello “individuo”, sempre contrapposto al “collettivo”, alla “comunità”, al sociale.

Il Covid-19 ha svolto e svolge la funzione di catalizzatore-rivelatore del sistema-mondo contemporaneo.

Ha svelato impietosamente il malsviluppo, la diseguaglianza, le discriminazioni sociali, di classe, di razza, di genere, il rapporto di predazione nei confronti della natura, il prometeismo insito nella concezione della natura come fondo da cui attingere smisuratamente, illimitatamente.

Ha svelato i nefasti effetti, ma anche la bancarotta totale del neoliberismo, del privato, dell’individuo, del narcisismo consumistico nel Nord del mondo. Solo che questo, che è nella realtà, e che è nella coscienza delle forze antisistema o semplicemente nella testa di chi in questa società possiede un minimo di spirito critico, per farlo valere nella coscienza diffusa della società e della storia, abbisogna del movimento reale, del conflitto, della lotta. Non è autoevidente. Le classi dominanti, i dominanti, chi ha potere continuerebbero tranquillamente come per l’innanzi, se non ci fossero i senzapotere a imporre loro l’evidenza dello stato del mondo e della necessità che occorre cambiare. Che così non va.

Sono ormai 40 anni di dominio del capitalismo neoliberista, a partire dal 1980, i “quaranta gloriosi” per i dominanti, per le oligarchie finanziarie e industriali, per le multinazionali, per la redistribuzione della ricchezza all’inverso, dal basso verso l’alto, dopo i “trenta gloriosi”, 1945-1975 circa, del “compromesso socialdemocratico”, grazie alla vittoria sul nazifascismo. Il quale, tra alterne vicende, ha garantito stato sociale, welfare e democrazia in Europa e decolonizzazione ed emancipazione nel Sud del mondo.

L’attuale stato delle cose dimostra come si sia in presenza di una svolta storica e che occorra un ripensamento globale del sistema-mondo nel suo svolgersi e nel suo modello di sviluppo.

Ricordiamo la triade. Capitalismo, colonialismo-imperialismo, patriarcato. Ricordiamo che il capitalismo è processo organico, che tutto ingloba, che tutto metabolizza. Polarizzante, gerarchizzante, asimmetrico. Che ha orrore del vuoto.

Abbiamo sempre detto che nel capitalismo “tutto si tiene”. Così è nel compito dell’analisi e nella presa di coscienza e così dovrà essere nelle proposte, nelle alternative che riteniamo necessarie. Come movimenti antisistemici e come eredi della tradizione delle ragioni storiche del movimento operaio, socialista e comunista, del movimento ambientalista, del movimento delle donne, del movimento contadino, delle classi e dei soggetti subalterni in generale.

In tutto ciò risaltano le ragioni dei Forum Sociali Mondiali e del coevo movimento altermondialista tra fine Novecento e inizi del nuovo millennio. Oltre la retorica e la metafisica che spesso hanno accompagnato questi importanti fenomeni del nostro tempo, purtroppo oggi in crisi, nella parabola discendente dopo una esaltante prima fase di sviluppo.

In questa premessa metodologica è il luogo per richiamare studiosi e attivisti, molto presenti nei Fsm e nel movimento altermondialista. Essi ci hanno aiutato a comprendere il mondo e a ispirarci nel movimento reale per cambiare le cose. Due sono viventi, e hanno scritto cose importanti sull’attuale pandemia, il sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos, la scrittrice e attivista indiana Arundhati Roy. Gli altri recentemente scomparsi. Samir Amin, François Houtart, Immanuel Wallerstein, Eduardo Galeano, José Saramago. Altri e altre, come David Harvey, Vandana Shiva e Leonardo Boff, si possono naturalmente aggiungere a queste figure.

Infine una menzione particolare. Si tratta di Gaël Giraud, gesuita francese, valente economista, autore di uno scritto importante sulla pandemia e sulle alternative necessarie per l’uscita dalla crisi.

2. La crisi e le crisi

La crisi attuale, con le sue peculiarità, si può considerare come uno stadio particolare nella lunga crisi iniziata nel 2007-2008. Crisi economica in primo luogo, ma è in realtà una crisi sistemica, una crisi complessiva. La Teologia della Liberazione parla da molto tempo di “crisi di civiltà”.

È al contempo crisi economica, con in gioco la giustizia sociale, e crisi ecologica, con in gioco la giustizia climatica, come manifestazione più ampia della crisi ecologica, coinvolgendo popoli, classi, soggetti delle periferie del mondo alle prese con gli effetti nefasti del riscaldamento globale, causato soprattutto dalle emissioni di gas serra nei centri capitalistici. È anche crisi culturale, con il disorientamento e la perdita di valori di riferimento nella cosiddetta “fine delle ideologie”. In realtà con l’imperio dell’ideologia e della filosofia complessiva del capitalismo maturo. Con i valori dominanti del consumo, dell’individualismo, della competizione ecc.

Nella storia del capitalismo le crisi hanno svolto il ruolo di impulso alla trasformazione e a cambiamenti profondi nella sua logica di funzionamento. Nella accezione medica, greca, del termine, punto di svolta di un organismo malato. Si parla di transizione intrasistemica, perché sempre di sistema capitalistico si tratta. Ma le precedenti crisi, soprattutto la “grande depressione” del 1873-1896 e il “grande crollo” del 1929, non comportavano una transizione ecologica, una trasformazione nel paradigma ambientale. Il tutto si risolveva, come esito, in nuova organizzazione nella produzione, in nuove tecnologie e macchine e nuovo paradigma energetico, nei nuovi assetti proprietari, in nuova regolazione sociale ecc.

Oggi la possibile riorganizzazione del sistema comporta una profonda, decisiva mutazione nella logica di sviluppo, nel prendere in seria considerazione una trasformazione nel rapporto uomo-natura, nel rapporto produzione-ambiente.

La crisi globale contemporanea è proprio crisi globale, sistemica, non solo spazialmente. Ma proprio come crisi che investe tutte le dimensioni, tutti i fattori di cui sopra.

Anche qui il Covid-19 svolge il ruolo di rivelatore-messa a nudo di questo complesso problematico.

La possibile uscita dalla crisi non è univoca. Una biforcazione si palesa, come sempre. Una uscita autoritaria, di destra, nel segno del malsviluppo, o una uscita con maggiore democrazia, sviluppo riproducibile ed equilibrato, un nuovo “compromesso socialdemocratico”, non solo nel Nord del mondo, ma anche per i popoli delle periferie. Il Green New Deal o il più radicale ecosocialismo, di cui trattiamo nella parte dedicata alle alternative, rientrano in questa possibilità.

3. La pandemia

Molti scienziati concordano nel considerare l’attuale pandemia come una prima manifestazione di epidemie globali ricorrenti a misura della vertiginosa interdipendenza nella realtà contemporanea. La famosa peste del 1347-1348 in Europa impiegò vari anni, almeno dal 1343, per diffondersi dal luogo di origine nell’Asia centrale mongolica.

La cosiddetta influenza “spagnola” del 1918-1920, fu la vera prima pandemia. Fu micidiale negli effetti. 500 milioni contagiati e circa 50 milioni di morti. E anche per venire a noi, e per richiamare il multidimensionale e il multifattoriale di cui sopra, fu l’evidente dimostrazione che il virus, forse partito da un allevamento di bestiame del Kansas, ebbe facilissimo terreno di propagazione nei corpi debilitati, stressati, malnutriti della prima guerra mondiale ancora in corso e nei corpi di soldati sfibrati e accalcati nelle trincee. Il virus da solo, anche l’attuale Coronavirus, non basta. Altre cause concorrono.

Oggi tutto è in divenire e gli studi seri, non quelli interessati delle lobby farmaceutiche, della sanità privata ecc., sono in corso. Ma intorno al mondo, molti ricercatori e molte ricercatrici individuano alcune concause. In primo luogo, l’inquinamento atmosferico. A causa del particolato fine, le particelle PM 2,5 e PM 10, e del biossido di azoto. In secondo luogo il pervasivo, molto sottaciuto per evidenti interessi di potenti lobby, inquinamento elettromagnetico (il cosiddetto elettrosmog). Molti studi rilevano la enorme diffusione dell’epidemia in luoghi del mondo molto inquinati. La Pianura Padana è una di queste aree.

Il discorso della cattiva alimentazione, delle condizioni di vita di molti strati sociali, si farà alla fine di questo contributo. Ma la concausa delle deficienze del sistema immunitario è da tenere in molta considerazione.

4. I sistemi sanitari. In particolare il sistema sanitario italiano

L’epidemia ha messo a nudo lo stato del mondo dal lato di esistenza o meno di sistemi sanitari efficienti, adeguati alla bisogna. In Occidente le politiche neoliberiste di fine dello stato sociale e di tagli alla spesa pubblica, in primo luogo sanità e istruzione, hanno reso molte sanità pubbliche non all’altezza della situazione.

Nel Sud del mondo, a causa del debito, le politiche imposte dalle agenzie del neoliberismo mondiale, in primo luogo Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, complici le oligarchie compradore locali, hanno tagliato servizi essenziali minimi e a povertà si è aggiunta altra povertà. In questo Sud del mondo, la sanità di Cuba è per i dominanti mondiali uno scandalo e un cattivissimo esempio e non se ne deve parlare. E i media mainstream ligiamente eseguono.

Il caso dell’Italia è emblematico. Come è noto, il sistema sanitario nazionale (Ssn), universale e gratuito, nasce nel dicembre 1978, ministra Tina Anselmi, sul modello del National Health Service inglese del secondo dopoguerra. La riforma fu avviata nel 1980, ministro Aniasi. Anselmi e Aniasi, entrambi belle figure della Resistenza italiana. I loro partiti, Dc e Psi, furono in seguito molto attivi nello scempio di questo strumento di civiltà e di progresso.

Nelle intenzioni c’era la fondamentale premessa della “prevenzione” (meglio prevenire che curare, elementare verità) e della medicina territoriale, con la figura centrale del medico di base. Tutto progressivamente vanificato nei decenni successivi. Sotto l’azione delle potenti lobby farmaceutiche e mediche. Meglio curare e ospedalizzare, e quindi lucrare, che prevenire.

Il Ssn si articolava in 695 Usl (Unità Sanitarie Locali). La cattivissima e corrotta amministrazione statale e pubblica, alla mercé dei partiti politici di governo, male storico italiano, almeno dall’Unità in avanti, lottizzò immediatamente queste strutture. Giustamente concepite in origine per conciliare centralismo e bisogni delle comunità locali. Si procedette ad assunzioni clientelari, dai presidenti allo sproporzionato numero di dirigenti, al personale sanitario, agli amministrativi, all’usciere. Il classico voto di scambio, tipicamente italiano, bacino enorme di consenso elettorale. La parte del leone la fece la Dc, lasciando qualcosa nella spartizione al Psi, e poi scalando a Psdi, Pri ecc.

La spesa di dette unità si risolse inevitabilmente in sprechi scandalosi diffusi. Come avveniva in molta parte dell’amministrazione pubblica. Ma qui, nella sanità, la torta era ed è maggiore, rispetto ad altri settori.

Nel 1992 le Usl diventano Asl (Aziende, e l’aziendalizzazione per ottemperare al dogma neoliberista del “modello impresa”, in seguito colpevolmente esteso anche alla scuola e alla università). Con il governo di centrosinistra di Giuliano Amato, sempre nel 1992, oltre alle pensioni, si procede ai primi tagli alla spesa sanitaria. Tagli proseguiti, con governi di destra e di sinistra, fino a oggi.

Nel 1993, Duilio Poggiolini, l’allora direttore generale della sezione farmaceutica del Ssn, che decideva sui farmaci ammessi o meno nei prontuari, sui prezzi ecc., venne indagato per corruzione. Il suo patrimonio ammontava a decine di miliardi di lire, con conti correnti all’estero e con lingotti d’oro e oggetti di lusso nascosti in vari luoghi della sua casa.

Con l’altro scandalo, sempre del 1993, di tangenti al ministro della sanità Francesco De Lorenzo, tutto ciò costituì il facile terreno per una ulteriore, gigantesca offensiva a favore della privatizzazione dei servizi pubblici. Lobby e stampa interessati e il favore popolare a causa del cattivissimo “pubblico”, così corrotto e inefficiente. Naturalmente la spesa è pubblica, la sanità viene spartita tra strutture pubbliche e strutture private convenzionate, pagate dalla spesa sanitaria pubblica.

La prevenzione cancellata, la medicina del lavoro e la medicina territoriale quasi inesistenti, i medici di base ridotti a meri burocrati della compilazione di ricette e di prescrizioni, con le lodevoli eccezioni di medici di base attivi nel loro compito di primo livello della prevenzione e della cura.

Il risultato dei tagli è 72.000 posti-letto in meno, medici, infermieri, ausiliari in continua diminuzione, cancellazione di molte strutture locali di primo soccorso e cura. Il risultato è quello impietosamente esibito nella pandemia.

Lo “spagnolismo” e la retorica barocca italiana e italiota in azione. “Eroi”, applausi, cartelli ecc. Meglio sicuramente di due dita negli occhi. Ma giustamente le infermiere e gli infermieri, i medici, gli ausiliari, le lavoratrici e i lavoratori, ricordano che hanno fatto e fanno semplicemente il loro lavoro e che piuttosto occorre più personale sanitario, meglio retribuito. Che occorre una riconsiderazione complessiva. Prevenzione, medicina di base, medicina del lavoro, medicina sociale, medicina pubblica e il privato molto ridimensionato.

5. Le conseguenze. Il Sud della pandemia

Gli effetti economici sono drammatici. Su scala mondiale e nelle singole economie nazionali. Alcuni punti, solo come esempi.

1. Il lavoro è la prima vittima. Sicuramente il lavoro dipendente del settore formale. Ma soprattutto il lavoro del vasto settore informale, il lavoro nero, il lavoro precario, in tutte le sue forme. Poche e inaffidabili sono le statistiche.

Qui in Italia. Ma pensiamo ad altre aree del mondo. Un solo esempio. In India circa il 70% della manodopera è lavoro informale. Ma anche qui le statistiche sono poco affidabili.

2. L’impoverimento colpisce soprattutto le classi subalterne. Ma anche tra i subalterni esiste “il Sud della pandemia”. Migranti, rifugiati, donne, anziani, handicappati, senzatetto ecc. La discriminazione è sempre di classe, razziale, di genere.

Negli Usa, a fronte di alcuni miliardari, in dollari, che in queste settimane si sono ulteriormente arricchiti, quasi 40 milioni di persone hanno perso il lavoro. E gli afroamericani e i migranti sono i primi a cadere. Così come sono la maggioranza i neri a essere colpiti dall’epidemia. In sovrammercato, con il cibo spazzatura a buon mercato, l’obesità, il diabete, le malattie cardiovascolari ecc., terreno privilegiato per le infiammazioni e quindi per l’infezione da Covid-19.

Ricordiamo sempre che 27 milioni di statunitensi non hanno alcuna assicurazione medica. A questi occorre aggiungere 11 milioni di migranti non assicurati. Tutti non hanno alcuna possibilità di avere cure mediche.

3. La vicenda delle case di cura per anziani in Italia è un altro Sud terribile e criminale. Il retroterra da darwinismo sociale e da considerazione della popolazione “sacrificabile”, “inutile”, è perfettamente in linea con la filosofia complessiva del neoliberismo.

4. La distanza fisica tra le persone, detta distanziamento sociale, è stata una delle prime misure imposte. Ma questo, qualora fosse veramente rispettato, è possibile solo in Occidente. Con l’eccezione dei luoghi dove sono ammassati i migranti, braccianti agricoli senza diritti e senza protezione. Come avviene in Italia, da Nord a Sud, alla mercé del caporalato e delle tante mafie. Caporalato e mafie impunite perché così è in Italia, malgrado i tanti proclami delle istituzioni che quelle vergogne dovrebbero debellare.

Nel mondo, nel Sud del pianeta, circa il 25% delle persone vive nei cosiddetti “quartieri informali”, soprattutto periferie delle grandi città. Con molta parte vivente in slums, favelas, bidonvilles ecc. Un solo esempio. A Mathare, sobborgo di Nairobi, la densità è di 68.941 abitanti per km2. Solo come riferimento, la densità a Milano e provincia è di 2.063 per km2.

5. Acqua e sapone per lavare le mani, come prima misura preventiva per evitare il contagio. Nel campo profughi a Moria, nell’isola di Lesbo, fatto per ospitare 3.000 persone, ci vivono circa 13.000 persone. Un rubinetto d’acqua serve circa 1.300 persone e non c’è sapone.

6. Il cosiddetto lockdown, la chiusura di luoghi pubblici, di esercizi commerciali e di fabbriche, non ha fermato totalmente il lavoro, pubblico e privato. Alcuni settori hanno usufruito del cosiddetto smart working. La possibilità per una parte del lavoro, soprattutto impiegatizio, manageriale e professionistico, di compiere il lavoro da casa, attraverso rete e computer.

La retorica anche qui in azione. Presentata come la soluzione, in realtà ne usufruisce solo un esiguo strato di classe media mondiale.

6. Conseguenze politiche e sociali. Stato d’eccezione

Le restrizioni del movimento, dell’agibilità sociale, politica e culturale, la regolamentazione nella vita, anche privata, dei cittadini, rientrano tra le misure imposte per evitare il contagio. Tuttavia molti paventano il pericolo del controllo sociale e dello stato d’eccezione che può convertirsi rapidamente in stato permanente.

Il pericolo è il restringimento della democrazia e dei diritti. È l’occasione non solo di cancellare ciò che è rimasto dello stato sociale, malgrado il ricorso massiccio all’intervento dello Stato nella bancarotta evidente del “privato” e del neoliberismo nella fattispecie, ma anche di imporre misure autoritarie.

Paolo Bonomi, attuale presidente eletto della Confindustria italiana, ha subito detto che gli italiani debbono preparasi a nuovi sacrifici e a nuovi doveri. Questo è già avvenuto e avviene nella realtà effettuale e non occorre il supplemento retorico della Confindustria per ricordarlo. Tradotto. Sacrifici e doveri ulteriori per lavoratrici e lavoratori (pensioni, salari, diritti, condizioni di lavoro ecc.).

La questione non riguarda solo la pandemia. La crisi generale del sistema, a partire dalla severa crisi economica, con al centro la sua riproducibilità, dal lato della giustizia sociale e della giustizia ambientale, con la soverchiante e ultimativa questione del cambiamento climatico, pone anche la possibilità di un’altra svolta. Auspicabile per le classi subalterne e per i soggetti sociali maggiormente colpiti su scala planetaria.

Le alternative sono possibili e praticabili e questo è fattore di civiltà di contro alla barbarie possibile del caos generalizzato, negli ecosistemi e negli assetti sociali e politici.

7. Le alternative

Il campo delle alternative è molto vasto. Molte si sono delineate nella lunga esperienza dei movimenti antisistemici novecenteschi e nell’esperienza dei Forum Sociali Mondiali. In questo passaggio altre debbono essere considerate a misura della peculiarità della crisi attuale. La ricerca è in corso e qui si indicano solo alcune.

Evidentemente esistono varie opzioni. Un tempo si diceva “programma massimo” e “programma minimo”. Tra “One solution, Revolution!” e modeste proposte riformistiche, tuttavia importanti negli effetti, esiste una vasta gamma di possibilità di azione per chi vuole essere protagonista di un cambiamento. Anche solo per garantire dignità umana alle vittime del sistema e per garantire dignità alla natura e agli ecosistemi in cui gli umani si trovano a vivere.

1. In primo luogo. Una premessa metodologica. Un conto è l’intervento umano nell’autonomo corso dei processi naturali. Come l’agricoltura e l’allevamento (la cosiddetta rivoluzione neolitica) all’origine dello sviluppo della civiltà. Nella quale, solo per esempio, gli umani interagirono assiduamente con gli animali selvatici per addomesticarne alcuni. E da qui il passaggio di molti agenti patogeni da animali selvatici ad animali domestici e infine all’uomo. Agenti patogeni di Tbc e vaiolo, passati attraverso i bovini, sono gli esempi storici classici.

Ma la febbrile manomissione dei delicati equilibri degli ecosistemi, almeno dal Novecento in avanti, è foriera di sempre più gravi epidemie. Ricordando che molti virus, come il presente Coronavirus, mutano velocemente. E l’inseguimento con vaccini e con medicine appropriate per curare le malattie si rivela una corsa senza fine.

Veramente. La figura che si impone è quella dell’apprendista stregone che non è più in grado di dominare gli spiriti che ha evocato. In questo contesto, come nel contesto più vasto della scommessa faustiana del capitalismo smisurato e illimitato.

Prevenire è meglio che curare.

2. La biodiversità è garanzia di sopravvivenza per tutte le forme di vita, compresa quella umana, nel pianeta. Ogni giorno circa 200 specie del vivente vegetale e animale sono costantemente minacciate di estinzione. Tra queste specie, le api, vero baricentro vitale nel pianeta.

3. Nella transizione ecologica e sociale, in campo ci sono le proposte praticabili del “Green New Deal”, avanzate nel febbraio 2019 dai candidati democratici statunitensi Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Il fine è quello di affrontare al contempo il cambiamento climatico e le sue conseguenze e l’ineguaglianza economica e il disagio sociale.

L’altra proposta, più radicale, viene dalle riflessioni dell’ecosocialismo. Un filone molto importante in cui sono impegnati molti marxisti da Michael Löwy a John Bellamy Foster, direttore della rivista Usa Monthly Review.

4. La piccola agricoltura contadina di sussistenza sostiene e sfama più di metà della popolazione mondiale. L’agrobusiness della agricoltura altamente meccanizzata e altamente tossica, per lo smisurato uso di prodotti chimici, impoverente campi e qualità dei prodotti agricoli, è comunque dominante. I contadini intorno al mondo non hanno il potere di influenzare i governi come le potenti lobby della agricoltura industriale, della chimica (Monsanto-Bayer e il glisofato sono gli emblemi sinistri di questa agricoltura), della distribuzione e commercializzazione dei alimenti ecc.

Nella transizione ecologica su scala planetaria questa visione dell’agricoltura deve essere fermamente tenuta in considerazione.

Nei Forum Sociali Mondiali i movimenti contadini costituivano la maggioranza dei movimenti sociali su scala mondiale.

5. Gaël Giraud, nel suo importante contributo, ha ripreso la questione dei “beni comuni”. Giustamente egli dice che il tema dei beni comuni può rappresentare un salutare tertium tra Stato e mercato. E adesso è l’occasione, proprio a misura della bancarotta del mercato e del neoliberismo, di porre all’ordine del giorno la questione.

La questione dei beni comuni è stata centrale nella rivendicazione del movimento altermondialista. Acqua, terra, sementi, energia, saperi ancestrali delle comunità e delle culture umane, istruzione, scuola ecc. Contro la privatizzazione, contro brevetti e proprietà intellettuale indebiti, contro la mercificazione generalizzata ecc.

6. I beni comuni pongono immediatamente la questione del controllo democratico di questi beni e quindi quale sistema politico e istituzionale costruire. “Stato” può anche significare istituzioni democratiche che le comunità locali si danno per soddisfare i propri bisogni. Sempre nel contesto più vasto, e in sintonia, con le istanze statali.

La democrazia liberale rappresentativa che conosciamo non basta più. Esposta al logoramento e alla manipolazione continua dei dominanti, in Italia per mezzo del clientelismo, del voto di scambio, della corruzione ecc.

È una delle fonti del distacco, della crescente separatezza tra élite e popolo, tra governanti e governati, tra classi dirigenti e gli strati sociali (i cittadini e le cittadine). L’abitudine alla delega e alla correlata passivizzazione, molto presenti in Italia, dovrebbe essere contrastata dall’abitudine al protagonismo, alla partecipazione diretta, all’acquisizione di capacità culturali e politiche per diventare fattori attivi nella società civile e nell’arena politica.

Il cammino intrapreso dal movimento altermondialista è stata quella della “democrazia partecipativa”. A mezzo tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta. È l’occasione per riprendere questo cammino.

7. Il “lavoro” è un’astrazione. È importante per designare un grande mondo fatto di donne e uomini che si impegnano, faticano, costruiscono società, cultura, politica, solidarietà. Negli anni del neoliberismo, è stato umiliato, svalorizzato, frantumato.

Nella concretezza storica e sociale tuttavia al suo interno esistono articolazioni, differenziazioni, scissioni, contraddizioni.

Un esempio. Il lavoro dipendente pubblico è altra cosa dal lavoro dipendente privato. E in questi giorni la differenza si fa sentire. È un problema storico. La solidarietà tra questi mondi è stata molto difficile. Sindacati, partiti, organizzazioni della sinistra hanno sempre cercato di tenere solidali questi mondi.

Dalla concreta realtà del lavoro occorre partire per proporre soluzioni a favore delle lavoratrici e dei lavoratori.

8. Si ripresenta ed è veramente il momento per rilanciare la vecchia parola d’ordine “lavorare tutti, lavorare meno”. Riprendere la questione della riduzione per legge della giornata lavorativa. Riprendere la parola d’ordine delle 35 ore settimanali.

Fattore storico di civiltà per le classi subalterne, dalla rivendicazione delle 10 ore dei Cartisti inglese a metà Ottocento, alle 8 ore del movimento operaio, socialista e comunista, dalla Seconda Internazionale in avanti.

Nel nostro tempo la questione era comunque matura a misura dell’enorme aumento della produttività, delle “forze produttive”. Grazie all’automazione, a macchine e a processi di lavoro sempre più perfezionati. Robots, informatica avanzata ecc. rendono possibile ottenere merci e prodotti con minor dispendio di lavoro rispetto al passato.

L’unica citazione che mi permetto qui. Ma è potente il pensiero e il retroterra morale e intellettuale che hanno ispirato queste righe

Presupposta la produzione sociale, rimane naturalmente essenziale la determinazione del tempo. Meno è il tempo di cui la società ha bisogno per produrre frumento, bestiame, ecc. tanto più tempo essa guadagna per altre produzioni materiali o spirituali. Come per il singolo individuo, così per la società la totalità del suo sviluppo, delle sue fruizioni o della sua attività dipende dal risparmio di tempo. Economia di tempo – in questo si risolve infine ogni economia”. È Marx, nei famosi Grundrisse.

La ricchezza sociale è assicurata, anzi aumenta. Occorre redistribuire bene questa ricchezza. Niente di rivoluzionario. È la classica mossa riformistica. La riduzione della giornata lavorativa a parità di salario è quindi sacrosanta rivendicazione. E adesso è proprio il momento. Quando occorre ovviare alla enorme disoccupazione che si sta creando a causa della pandemia e della crisi.

Solo che tutto ciò investe solo una parte del lavoro dipendente. Rimane fuori il vasto mondo del lavoro del settore informale, del lavoro in nero, del lavoro autonomo di seconda e terza generazione (le partite Iva fasulle, in realtà lavoro dipendente, precarizzato, gerarchizzato, svalutato). Rimangono fuori migranti, badanti e tutte le varie figure miste, molte le donne, non collocabili precisamente.

Da tenere presente tutto ciò. Per trovare soluzioni per questo vasto mondo. Partendo comunque proprio dalla grande parola d’ordine “lavorare tutti, lavorare meno”.

9. Gli stili di vita e come si consuma rientrano nel campo delle alternative. François Houtart, nell’ultima parte della sua vita, lavorava a perfezionare un “Manifesto del bene comune dell’umanità”. Nella visione di cui sopra.

Insisteva molto sulla divaricazione-contraddizione tra “valore d’uso” e “valore di scambio”. La sfrenata tendenza al consumismo, almeno nel Nord del mondo, molto da considerarsi “consumismo compensativo”, di altre mancanze, di altro “senso della vita”, di altra gratificazione, morale e intellettuale, anche nei luoghi di lavoro, è nella logica del sistema.

Il mirare al “valore d’uso” delle merci e degli oggetti contrasta la “obsolescenza programmata” dei prodotti, evita sprechi e risparmia lavoro sociale. Che potrebbe andare a beneficio di altri settori, della cura, della cura del territorio, della cultura, della ricerca ecc.

Infine, Houtart rifletteva sulla possibile conciliazione di antropocentrismo e di biocentrismo, di uomo e natura.

10. Le famose 3R (Ridurre Riutilizzare Riciclare) costituiscono le parole d’ordine che cercano di frenare lo spreco e il consumismo di cui sopra. Sempre per liberare tempo e lavoro sociale da dedicare ad altre sfere, anche della produzione, per uno sviluppo riproducibile del sistema e per contrastare il malsviluppo.

11. Il capitalismo italiano e le sue famiglie di riferimento hanno storicamente teso a incamerare i profitti, come ricchezza personale, lasciando poco per investimenti, per allargare la produzione e per innovare.

Un solo esempio. La famiglia Riva ha rilevato l’Ilva di Taranto. Negli anni invece di procedere alla riconversione energetica e ambientale, all’innovazione, come avveniva nelle acciaierie di mezzo mondo, e come richiedeva la nuova consapevolezza dei danni ambientali e dei danni alla popolazione coinvolta, ha tesaurizzato portando la propria ricchezza all’estero. Si parla di circa 1,5 miliardi di euro. La stessa cifra che occorreva per riconvertire gli impianti e per bonificare le aree profondamente inquinate. Per cancellare la terribile alternativa per i lavoratori Ilva e per gli abitanti di Taranto tra salvare i posti di lavoro e avere vita e salute, oltre le molte morti e le molte malattie che la presenza dell’Ilva comportava.

12. Il risparmio privato italiano, famiglie e imprese, è enorme. Si parla di circa 4.200 miliardi di euro. Molta parte investita in titoli e obbligazioni. Ma molto di questo risparmio è inoperoso. Lo si potrebbe “mobilizzare” in questa fase storica. Con titoli di stato a interesse contenuto.

Nel patrimonio della sola Cassa Depositi e Prestiti si trovano inoperosi miliardi di euro. È controllata in grande parte dallo Stato, dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e in minima parte da alcune fondazioni bancarie. È la terza istituzione bancaria dopo Unicredit e Intesa Sanpaolo.

Oltre a soccorrere le imprese in difficoltà, molti fondi potrebbero essere utilizzati per creare nuovi posti di lavoro. Per avviare un nuovo “piano del lavoro”, nella logica del New Deal di cui più avanti. Per opere di bonifica territoriale, di creazione di infrastrutture, di rifacimento e manutenzione di strade, ponti, ferrovie ecc. a distanza di 60-50 anni di usura (Ponte Morandi). Ma anche per creare infrastrutture digitali, così carenti in Italia.

Il presupposto è, come dicono molti, un nuovo “patto sociale”, a misura dell’emergenza in corso. I “sacrifici” non debbono farli i soliti, le classi subalterne, i più deboli.

Questa ricchezza accumulata dovrebbe entrare in circuito per risolvere problemi contingenti, ma anche per creare i presupposti per una “ripartenza” migliore, foriera di sviluppi promettenti, socialmente e ambientalmente.

13. Infine la medicina e la sanità. È l’occasione per riordinare e riorientare la sanità italiana. Con i relativi finanziamenti e le relative risorse.

Contro la visione ospedalocentrica e farmacocentrica. Orientata al profitto per i soliti noti. Porre la centralità nella medicina di base, nella medicina del lavoro, nella medicina sociale, nei presidi territoriali di primo livello. Porre la centralità nella programmazione e nella pianificazione, parole spiacevoli per i neoliberisti. Totalmente disattese recentemente, malgrado che l’Organizzazione Mondiale della Sanità avesse avvertito negli anni scorsi che una pandemia era prevedibile e invitasse a predisporre le misure per non trovarsi impreparati.

14. La sacrosanta Legge 180, voluta da Franco Basaglia, considerata nel resto del mondo come una legge pionieristica e da imitare, è stata nel tempo vanificata. Mai totalmente applicata nella sua interezza. Invece di creare solide strutture territoriali per i malati di mente e per le loro famiglie, invece di ampliare i Centri Psico-Sociali (Cps), gli stessi Cps sono progressivamente smantellati. Con paurosa mancanza di psichiatri, infermieri e assistenti sociali. Spesso non adeguatamente formate queste figure per assolvere al difficile compito.

I malati di mente, il disagio psichico e psichiatrico, sono sempre più in aumento in una società contemporanea difficile, ineguale, poco votata alla solidarietà e al legame sociale e al legame comunitario.

15. Nel trionfo della medicina cosiddetta “convenzionale”, improntata a uno scientismo positivistico, più curativa che preventiva, specialistica ad oltranza, occorre ridare dignità ad altre medicine. Al netto di tanti ciarlatani, di maghi e maghe curatori e curatrici, di stregoni “alternativi” ecc., un mondo di saperi e di sapienza curativa viene da queste medicine, molte con radici in storie e culture millenarie.

Miranti a una visione olistica dell’essere umano, come unità biopsichica, tutte miranti a prevenire più che a curare. Miranti al benessere psicofisico, in armonia con la natura e con l’ambiente. Miranti a rafforzare le difese immunitarie. Sistema immunitario così minacciato dai vari inquinamenti di cui sopra e da una alimentazione scorretta, foriera di ulteriori malattie.

16. In questo quadro, l’alimentazione sana è fondamentale e un’agricoltura orientata a produrre cibo buono, in qualità, e non solo unicamente in quantità, è il fondamento di una prevenzione che inizia dalla tavola e dalla vita quotidiana. Il consumismo e la manipolazione pubblicitaria la fanno da padrone.

Si potrebbero prevenire malattie oncologiche e cardiovascolari, il diabete, l’obesità, l’enorme diffusione delle allergie ecc. Tante risorse, finanziarie e non, si potrebbero risparmiare se il sistema sanitario mirasse a una seria educazione alimentare. A scuola e nel resto della società.

17. Un solo esempio a proposito del cibo come arma da controllare e su cui trarre enormi profitti. Ciò interessa molto le popolazioni delle periferie del mondo. Soprattutto in questa fase di crisi acuta. Ma teniamo presente che questo è il “normale” corso dei rapporti mondiali.

Ogni anno, a causa dell’agrobusiness, il 25% circa dei prodotti agricoli viene sprecato. Il sistema perverso determina il fatto che venga sprecato circa un terzo del cibo, dai campi alla pattumiera delle case dei paesi ricchi. Il riso, il frumento, il mais, i cereali fondamentali per l’alimentazione umana nel mondo, soprattutto per le popolazioni povere, sono soggetti alle speculazioni di grandi gruppi finanziari presso la Borsa di Chicago. Qui si creano enormi profitti con la sola contrattazione dei cosiddetti “certificati”, dei “futures” ecc. Tutto ciò senza il minimo riferimento alla materialità dei cereali stessi.

La follia speculativa, astratta, “alienata”, com’è “alienato” questo mondo. Contrattazioni finanziarie speculative e prezzo a Chicago e la realtà terribile se un bambino o una bambina in una favela in Perù o in uno slum in India riesce a mangiare o meno.

Conclusione

1. Le alternative delineate implicano un nuovo patto sociale. Un New Deal, come semplice evocazione. Con caratteri peculiari nel nuovo contesto contemporaneo. Come nuovo “compromesso socialdemocratico” unito a una necessaria transizione ecologica. Questo pertanto diventa un “Green New Deal”. Sacrosanto, ultimativo.

Tuttavia, malgrado la ragionevolezza moderata di tale programma, è probabile che la gran parte delle oligarchie finanziarie e industriali che oggi dominano il mondo, attraverso organismi sovranazionali, Unione Europea inclusa, e governi nazionali, non si rassegnino a riconsiderare tutto. Al di là delle lodevoli eccezioni di alcuni ambienti intelligenti del capitalismo o dei vari capitalismi su scala mondiale. Ricordando sempre che non esiste il “grande fratello”, ma esistono piuttosto differenti capitalismi e vari dominanti, anche in conflitto tra loro. Esiste invece la logica perversa e impersonale dell’accumulazione e della massimizzazione dei profitti. Costi quel che costi. Anche se sono persona in carne e ossa a diventare miliardari, come gli 8 super ricchi che possiedono tanta ricchezza come 3,6 miliardi di persone del resto del mondo.

C’è il pericolo reale che “dopo di noi il diluvio”. Il disagio sociale e la fame in alcune aree del mondo, anche dalle nostre parti, nel nostro Sud, per esempio, possono sfociare in rivolte caotiche e pericolose. I settori dominanti intelligenti darebbero risposte intelligenti a questo stato di cose. Il riflesso condizionato di molti altri settori dominanti è lo stato di polizia, se non peggio.

È responsabilità delle forze antisistema, anche semplicemente democratiche, di dare senso e orizzonte a questi movimenti spontanei, qualora sorgessero. E la soluzione è sempre la sintesi di organizzazione, lotta quotidiana, politica, cultura, scelta etica.

2. Cultura e scelta etica. La consapevolezza che il sistema è mondiale, immediatamente e non per astrazione. Che occorre il “pensiero planetario”, invocato a suo tempo da padre Ernesto Balducci, come grado minimo, come primissima base, per un discorso serio e sensato sul mondo.

Che tutto cambia a misura della prospettiva con cui si guarda il mondo. E così si cerca di sfuggire all’eurocentrismo, al colonizzatore e all’imperialista che era ed è in noi. E molta sinistra questo non lo faceva e tuttora non lo fa e si cercava e si cerca di guardare il mondo “dal rovescio della storia” (Teologia della Liberazione). Di guardare con gli occhi dei popoli vessati, depredati, umiliati dal colonialismo prima e dall’imperialismo poi. Tutto cambia, ripetiamo, se si guarda dal “rovescio della storia”.

3. In gioco è sempre “l’orizzonte delle alternative”. Al neoliberismo, al capitalismo, all’imperialismo, al razzismo, al sessismo. Dalle lotte operaie dell’Ottocento ai movimenti antisistemici del Novecento, ai Forum Sociali Mondiali, alle organizzazioni sociali e politiche della sinistra mondiale del nostro tempo.

 

La vignetta è di Massimo Golfieri

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • Gian Marco Martignoni

    Credo che Giorgio abbia ben delineato lo stato della situazione inedita che abbiamo di fronte, giustamente rilevando che senza la crescita di una coscienza di massa rispetto alla necessità di voltare pagina di fronte ad un modello di sviluppo intrinsecamente distruttivo – come I.Meszaros ha ben messo a fuoco nella sua grande opera-testamento ” Oltre il capitale ” – difficilmente sarà praticabile una transizione ad un sistema post-capitalista.Certamente , per essere realisti , le condizioni per un rinnovato ruolo dello stato non sono trascurabili, se è vero che anche sul quotidiano La Stampa, per merito di Chiara Saraceno , è decollato un dibattito dove appare sul piano internazionale incrinata di non poco l’ubriacatura neo-liberista.Tanto che Gianni Riotta ha scritto un articolo che un tempo sarebbe apparso solo su Il manifesto.Oggi il numero nuovo di Le monde Diplomatique, com’è nel suo stile, è assai ricco ne dossier Covid-19 di contributi di alto livello.In particolare segnalo quello intitolato “Il momento della pianificazione ecologica “, poichè, e penso alle nuove generazioni – catturate sul piano ideologico dal mito dell’auto-imprenditorialità – sostiene tra le tante cose giuste che “lo stato deve garantire un lavoro a tutti “. Un lavoro a tutti, che implica sia la riduzione dell’orario che la redistribuzione del lavoro, in una logica de-mercificata ; una logica a mio modo di vedere che è di per sè correttamente in totale antitesi con chi si culla con la scorciatoia del reddito di cittadinanza o di esistenza.

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