So bene cos’è la malaria

di Aldo Morrone (*)

Foto tratta dal sito africahealth

    Morire di malaria in Italia a quattro anni, senza mai essersi mossi dal nostro Paese, è incomprensibile e inaccettabile. Eppure è accaduto a Sofia, un dolce bimba che aveva appena festeggiato il suo compleanno. Sono certo che i colleghi riusciranno a comprendere come sia potuto accadere, ma chi potrà mai consolare il dolore straziante della mamma, del papà e del fratellino?

Questa tragedia mi ha ricordato quando alla fine degli anni Ottanta, alcuni scavi a Lugnano in Teverina, hanno riportato alla luce una necropoli del I-II secolo d.C. con i corpi di decine di bambini, probabilmente falcidiati dalla malaria. Allora il grande Mario Coluzzi, (uno dei maggiori malariologi contemporanei, scomparso cinque anni fa) affermò che la causa di quelle morti – così numerose e ravvicinate – doveva essere stata un’epidemia di malaria. Questo dimostra che la malaria non è una malattia sconosciuta. È nota da migliaia di anni e molti sono stati i tentativi di contrastarla, alcuni validi, altri molto meno.

In Africa, nel Sud-est asiatico, in America Latina la malaria si è diffusa nel disinteresse delle istituzioni occidentali, che pure, in particolare in Africa, erano penetrate per “civilizzare” (a modo loro) quel continente. Oggi sono oltre duecento milioni le persone che si ammalano di malaria nel mondo – il 90 per cento delle quali in Africa – e quasi mezzo milione le persone – in gran parte bambini – che muoiono a causa di questa malattia.

Cosa si è fatto e cosa si può fare per debellare definitivamente la malaria nel mondo (tecnicamente si parla di eliminazione o eradicazione: due concetti diversi)? Poco o niente. Se si eccettuano impegni parziali dell’Oms e fondazioni private, i governi non hanno molto interesse ad agire. Il motivo? In fondo muoiono solo africani o indiani e così via.

Eppure non ci ha insegnato nulla la vicenda di Fausto Coppi, che alla fine di dicembre del 1959, tornò in Italia dall’Alto Volta (oggi Burkina Faso), dove aveva partecipato ad alcune gare. Fu colpito dalla febbre, ma i medici non sospettarono la malaria. Anche il suo compagno di corse, il corridore francese Geminiani, si ammalò di malaria, ma i medici dell’Istituto Pasteur di Parigi lo capirono e lo curarono. Geminiani raccontò di aver telefonato in Italia per avvisare i medici di Coppi, ma ormai era troppo tardi per salvare la vita del campione. Certo allora c’era stato un viaggio in Africa che avrebbe dovuto insospettire, ma questa volta Sofia era stata in campeggio in Italia.

Oggi si cerca di affermare che esiste una “malaria degli immigrati”: niente di più scientificamente ridicolo. “Controlliamo gli immigrati” si dice e allora lasciamo liberi i turisti, i lavoratori che vanno in queste aree rischiando la morte per non aver praticato la chemioprofilassi. La malaria viaggia nelle valigie degli immigrati, si afferma ancora. Avete mai visto un immigrato sbarcare da un barcone con la valigia? Non siamo a Ellis Island. E se anche fosse, la zanzara sarebbe morta da tempo. Solo nelle vicinanze degli aeroporti che hanno linee dirette con l’Africa e quindi una rapidità di trasferimento dell’Anopheles, potrebbe accadere, come già è avvenuto, in particolare in Francia. Ne sanno qualcosa i lavoratori degli aeroporti e gli abitanti vicini.

Un vaccino per la malaria? Magari. Ma con gli investimenti fatti finora dovremo attendere almeno altri cento anni.

Perché, invece, non si investe nulla per migliorare l’habitat ecologico di questo piccolo pianeta, Gaia, dove ci siamo dimenticati che ogni essere vivente è legato profondamente all’altro e dove non ci sono esseri viventi “clandestini”? Questo significherebbe contrastare la diffusione delle zanzare per esempio. Abbiamo già dimenticato Zika, la Chikungunya, la Dengue, la Febbre gialla, la Febbre del Nilo. Queste malattie, anch’esse trasmesse da zanzare, vengono ignorate finché rimangono in Africa o in Asia. Ma appena si muovono (e come si muovono!) verso di noi, si scatena il panico. Un panico che però, nella maggior parte dei casi dura un paio di settimane al massimo. Giusto il tempo che si spengano i riflettori dei media e tutto sembra non esistere più.
Tra un mese chi ricorderà più Sofia, se non i propri familiari?

So bene cos’è la malaria. Lavoro da troppi anni in zone malariche al confine tra Eritrea ed Etiopia e con i colleghi locali abbiamo realizzato numerose campagne per eliminare la malattia in ampie zone della regione. Risultati straordinari. Ora si muore di meno, ma le infezioni purtroppo continuano. È terribile tenere in braccio un bambino con la malaria in Africa: sembra che si addormenti e invece entra in coma cerebrale irreversibile, per morire silenziosamente.

Mi piacerebbe se dal “sacrificio” involontario di Sofia potesse nascere un movimento, un’associazione dedicata a lei per impedire, non solo il ripetersi di questa morte inaccettabile, ma anche quella di centinaia di migliaia di bambini il cui “sacrificio” non viene raccontato da nessuno. Proviamo a farlo.

(*) ripreso da «Comune Info». Aldo Morrone è primario infettivologo dell’ospedale San Gallicano di Roma e noto in tutto il mondo; da più di trent’anni è impegnato con i migranti e in diversi Paesi del Sud del mondo; e autore di libri fra cui «Lampedusa, porta d’Europa. Un sogno per non morire» (Magi edizioni). 

Redazione
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Un commento

  • Daniele Barbieri

    da Christiana de Caldas Brito (*) :”Articolo competente, pieno di compassione. Vorrei sapere se va avanti l’iniziativa di fondare un’associazione con il nome di Sofia. Cosa possono fare le persone sensibili?”
    (*) alcune persone non riescono a inserire i loro commenti; è un piccolo mistero che prima o poi sarà svelato

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