Solidarietà oltre l’emergenza: i viaggi di Ilaria da Ventimiglia alla Croazia

di Angelo Maddalena

Vrbovsko è una frazione di Senisko, si trova a sud est di Zagabria, in Croazia. Sopra la Croazia c’è la Slovenia e sotto la Bosnia. Lo scopro facendomi disegnare da Ilaria una mappa della regione. Ilaria mi ha portato il latte di mucca che lei stessa ha munto… a Vrbovsko. Era l’inizio di aprile del 2016, «faceva un freddo becco» racconta. «Siamo andati alla messa di Pasqua» racconta, ricordando quei giorni a Vrbovsko. «Lì si usa che ognuno porta un cesto con dentro patate, verdure, uova, prosciutto, salame».

Per fare cosa? – le chiedo. Alla fine della messa mangiano quello che portano?

«No – risponde – se li fanno benedire».

Ilaria mi dice che Vrbovsko si trova a 20 Km da Ogulin, «sono stata anche a Plitvice, dove ci sono i laghi, credo sia parco naturale, e anche a Gospic».

Tornando a parlare della messa di Pasqua: «nella chiesa faceva freddo da morire, un’ora di celebrazione, pioveva, nevischiava; mi sono messa due paia di calze e le scarpe di Ivanka ma tornata a casa ero congelata, e Anton mi ha dato la grappa slivovica». E adesso quella grappa, è qui con noi. Slivovica (la “c” si pronuncia come la nostra “z”) perché è fatta di slive, che sono le susine. Assaggio la grappa che sa proprio di susine.

Ilaria mastica un po’ il serbo-croato. Da vent’anni va e viene dalla Croazia, partendo da Dolceacqua, pochi chilometri da Ventimiglia e Bordighera, nella val Nervia. «Sono stata anche a Vukovar, in Croazia. Vukovar aveva un sindaco serbo. A Pasqua del 1999 fuori dalla porta del Comune la gente (quella serba di Vukovar) aspettava i documenti per l’espatrio in Serbia».

Chiedo a Ilaria quando è andata per la prima volta in Croazia. «Già nel 1992 pensavo di andare ma i miei non mi lasciavano, avevo 16 anni. Nel 1995 ero molto motivata ma non sono riuscita. Nel 1996 finalmente sono partita. La guerra è iniziata nel 1991. La prima volta sono andata con Ivan, in treno. Andammo a dormire, all’inizio, al seminario di Fiume. Il più bel libro che ho letto sulla guerra in Bosnia è quello di Luca Rastello: “La guerra in casa”…». Ilaria prende un libro dallo scaffale e cerca un passo da leggermi. Si chiama «Le guerre jugoslave, 1991-1999» di Joze Pirievec. Va al paragrafo La caduta di Vukovar e mi legge mezza pagina. Quel si conclude così: «Le donne e i bambini furono dispersi in ogni direzione, senza che i governi occidentali o la Croce Rossa internazionale sentissero la necessità di denunciare tali orrori. Per non demonizzare i serbi, in un momento in cui la trattativa con loro era ancora in piedi, e per mantenere la finzione degli opposti nazionalismi, responsabili della “guerra civile”, nessuno dei leader dell’Occidente volle rilevare di quanto tragico cinismo fosse pregna la dichiarazione della televisione di Belgrado “Oggi Vukovar è una città distrutta, ma libera». Era il 18 novembre 1991, Vukovar era caduta dopo 86 giorni di assedio durante i quali 4000 civili avevano perso la vita.

Chiedo a Ilaria come mai ha scelto di andare in Croazia. Mi risponde così: «Intanto perché era vicino, e ci potevo arrivare, nel senso che era “una guerra vicina”, volevo vedere cosa succedeva e poter aiutare chi subiva le conseguenze della guerra. Poi, perché qui a Dolceacqua c’era Ari, un croato di Dugaresa, uno sbandato, amico di altri “raccogli guai” della zona. Aveva chiesto alla Protezione Civile se faceva una raccolta di beni di prima necessità da portare in Croazia, a Dugaresa. Era il 1992, era partito Ivan Quartino che faceva parte della Protezione Civile di Dolceacqua, da solo, ma era venuto qui il camion dei coniugi Dubravac. Sono ripartiti dopo poche ore con il camion carico. Poi Ivan andava una volta al mese».

Problemi, controlli, pericoli ne avete avuti o trovati? – chiedo.

Mi dice che i primi controlli li facevano alla frontiera con l’Italia, dopo Trieste, adesso non c’è più quella frontiera. Poi altri controlli in Slovenia e a Fiume: erano controlli della dogana non sempre sbrigativi per controllare i documenti e la merce («una volta abbiamo aspettato ore e ore al freddo con la bora perché venissero a piombarci il camion»). Dopo Fiume potevano esserci posti di blocco, ma io non ne ho mai incontrati. A Ivan è capitato di imbattersi in posti di blocco di truppe di cetnici, i partigiani indipendentisti serbi».

Ilaria mi dice che nei loro viaggi hanno portato molte cose: dal latte in polvere ai bulloni, alle medicine e una volta anche un bagno intero che hanno montato lì. «A Fiume abbiamo visto il campo profughi dei croati, vicino al porto di Fiume, famiglie disastrate, in una zona di case popolari».

Chiedo se a Vrbovsko ci sono stati grossi danni nel periodo della guerra. Dice di no ma che i bombardamenti hanno colpito il ripetitore della televisione.

Le chiedo quali sono, secondo lei, i veri motivi che hanno portato alla guerra in Bosnia. Ilaria risponde che Tito era stato molto bravo a tenerli uniti, «anche Tudjiman non è stato un cattivo presidente (della Croazia). Poi la Slovenia ha chiesto l’indipendenza alla Jugoslavia (che era formata da Serbia, Montenegro, Bosnia, Macedonia…), questo nel 1990 se non sbaglio, e ciò portò al potere una coalizione di partiti liberali e cattolici, chiamata Demos. Dopo la Slovenia, in Croazia, a Zagabria, prese il potere l’Unione democratica di Tudjiman».

Le parole di Kofi Annan sono molto significative per avere un quadro d’insieme della guerra in Bosnia: «In Bosnia ed Erzegovina viene condotta una guerra mondiale nascosta, poiché vi sono implicate direttamente o indirettamente tutte le forze mondiali e sulla Bosnia ed Erzegovina si spezzano tutte le essenziali contraddizioni di questo e del terzo millennio».

Ilaria mi dice che «col tempo, si è creato un legame affettivo con le persone che abbiamo conosciuto e alle quali abbiamo portato cose che potevano servire. E torniamo sempre nella stessa frazione, a Vrbovso appunto, ospiti di Anton e Ivanka, e di Micika (la “c” si pronuncia sempre “z”) e di altri amici».

A pagina 32 del libro «Le guerre jugoslave» leggiamo un po’ di storia. Nel 1987, la popolazione serba della Croazia e della Bosnia, riceve segretamente armi. Nel 1990 ci furono rivolte in Serbia, guidate da Martic: erano i serbi di Knin che si rivoltavano; Knin è una zona della Croazia del Kordun, al confine tra Croazia, Bosnia e Serbia. Lì erano quasi tutti serbi. Dopo si è rivoltata la Kraina, regione della Croazia, secondo lo slogan di Milosevic: “E’ terra serba là dove ci sono tombe serbe”. Milosevic era diventato presidente della Serbia nel dicembre 1989, aveva cavalcato l’onda del nazionalismo serbo, che a sua volta Tudjiman aveva contribuito a fomentare. Dopo la sua elezione a presidente della Croazia, Tudjiman nei confronti dei serbi di Croazia «si mosse nella delicata situazione con la goffaggine del proverbiale elefante nel negozio di porcellane». Iniziò a licenziare e a prendere provvedimenti discriminatori nei confronti dei serbi di Croazia. E nella nuova Costituzione, approvata nel dicembre del 1990, all’etnia serba – 600 000 persone pari a circa il 12% della popolazione – veniva tolto lo status di nazione costituente della Repubblica, relegandola a livello di una qualsiasi minoranza etnica.

Insomma con Ilaria abbiamo fatto un piccolo viaggio nella storia dei Balcani, delle ferite dei popoli e delle responsabilità internazionali dell’Occidente … e non solo. Per concludere – mi dice Ilaria – che gli amici di Vrbovsko danno sempre prodotti della loro terra e fatti con le loro mani, in cambio della pasta e delle medicine che ricevono dal piccolo gruppo di Dolceacqua che ormai da vent’anni va a trovarli almeno 3 o 4 volte l’anno, anzi fino a un anno fa anche una volta al mese.

Io adesso bevo la grappa di susine che Ilaria ha portato qui con il vino croato Venus, che ha il disegno di un corpo di donna sull’etichetta. A Pasqua avevo assaggiato il latte che Ilaria aveva munto a Vrbovsko, i napolitanke, biscotti al cioccolato tipo wafer (sempre doni degli amici di Vrbovsko) mentre il formaggio fatto nella fattoria di Anton e Ivanka l’ho assaggiato qualche mese fa. Ilaria aggiunge che ha portato anche zucche, noci, patate (ma io non le ho ancora assaggiate).

Insomma: un commercio equo e solidale…puro! «No, non è un commercio, è un baratto» precisa Ilaria: «loro non ci posso dare soldi e ci danno frutti, della loro terra e delle loro mani».

Dolceacqua, gennaio 2017

L’IMMAGINE, scelta dalla redazione, è del pittore e illustratore polacco JACEK YERKA che qui in “bottega” molto amiamo (db)

 

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