Sono una donna Lakota

Lella Di Marco ricorda Mary Crow-Dog e rilegge il suo libro

«Sono una donna della nazione Rossa, una donna Sioux. E non è facile. Ebbi il mio primo figlio durante uno scontro a fuoco, mentre i proiettili entravano da una parte e uscivano dall’altra». Così Mary Crow-Dog nel suo libro «Donna Lakota» (*)

Sappiamo come nacquero gli Usa: stupri, violenze, villaggi distrutti, coperte infettate con il vaiolo (per la prima volta lo fecero gli ufficiali britannici di Fort Pitt nel maggio 1763 uccidendo buona parte delle tribù unite sotto la guida di Odawa Pontiac). E ancora donne sterilizzate a loro insaputa dopo il parto e bambini allontanati dalle madri che li avevano appena partoriti.

La decimazione degli indiani d’America era necessaria perché non volevano vendere la Madre terra. E la politica criminale contro i “pellerossa” continua.

«L’uomo bianco potente continua a vedere la sua unica realtà di banche, negozi, luci, traffico… strade piene di poliziotti e prostitute, di gente dalla faccia triste, che corre per arrivare in orario. Ma la vera realtà della vita è altra»: così scrive Leonard Crow-Dog, uno dei capi spirituali dell’American Indian Movement (**) e marito di Mary.

Nella sua biografia Mary descrive una America che pochi conoscono: tragedie e oppressione ma anche la forza innovativa delle donne pellerossa e la svolta del 1969, con l’American Indian Movement che rivendica i diritti dei nativi . Una descrizione veritiera e suggestiva che non evoca un passato lontano ed esotico ma è anche uno spaccato sulle riserve indiane di oggi.

Mary Crow-Dog nasce – con il nome di Mary Ellen Moore-Richard nella riserva di Rosebud, in Sud Dakota. Conosce la povertà, il razzismo e e la violenza fin da piccola. Da adolescente comincia a bere e rischia seriamente di diventare alcolista. La svolta esistenziale arriva nel 1969 quando sceglie di unirsi alle proteste del Movimento degli Indiani Americani. L’esperienza della lotta collettiva fra la sua gente fa di lei una persona nuova. Pronta a resistere e a lottare . A soccorrere altri/e come lei . Ecco cosa scrive nella sua biografia.

«Quando partorii mio figlio, durante l’occupazione di Wounded Knee nel 1973 , mi diedero un nome speciale: Ohitika Win – Donna Coraggiosa. Sono una donna della Nazione rossa, una donna Lakota. E non è facile. Quando finì l’occupazione mi sbatterono in carcere a Pine Ridge , portandomi via il bambino, impedendomi di allattarlo. Nel 1975 i federali mi misero la bocca dei fucili sulla tempia minacciando di farmi saltare la testa .E’ duro essere donna indiana.

Mia sorella Barbara andò all’ospedale statale della riserva di Rosebud per partorire; venne anestetizzata e sterilizzata a sua insaputa; il bimbo morì due ore dopo la nascita. No non è facile essere una donna Lakota. Dopo la nascita di mia sorella Sandra,anche mia madre fu sterilizzata a sua insaputa .Era una cosa normale fino a poco tempo fa. Quand’ero bambina nel collegio cattolico , le suore ci picchiavano con una frusta da calesse a ogni minima disobbedienza alle loro regole. A dodici anni ero già una forte bevitrice , riuscivo a bere un quarto di litro di roba forte senza darlo a vedere. Cominciai a bere perché mi sembrava naturale. Lo facevano tutti. A diciassette anni bevevo e fumavo erba quasi di continuo… Arrivai quasi a essere una irreversibile alcolista. Smisi appena sentii che c’era uno scopo nella mia vita . A quindici anni fui violentata. Se avete in mente di nascere assicuratevi di nascere bianchi e maschi, gli stupri nelle riserve sono una grande tragedia, le vittime sono esclusivamente ragazze indiane di sangue puro (full blood) troppo timide e spaventate per fare denuncia. Sino a pochi anni fa, lo “sport” preferito dagli sbirri bianchi, statali e federali, consisteva nell’arrestare giovani donne indiane con l’accusa di ubriachezza e disturbo (anche se erano del tutto sobrie) così da poterle portare nel reparto ubriachi delle loro prigioni dove le violentavano. Talvolta invece costringevano le ragazze ad entrare nell’auto della polizia, per portarle in piena prateria e dimostrare cosa sa fare un uomo bianco. Appena terminata la violenza gettavano via la ragazza fuori dall’auto e sgommavano via… Così la ragazza appena stuprata doveva fare 10-15 km a piedi per tornare a casa».

Così scrive sull’American Indian Movement

«L’ondata sovversiva del ’68 arriva anche nelle riserve indiane dando vita ad AIM che all’inizio era un movimento spirituale: per il ritorno alle origini, per contrastare la cristianizzazione forzata… e per rivendicare i diritti e la pratica delle antiche tradizioni, punite anche con il carcere fin dai tempi di Roosevelt.

Sulla religione.

«Gesù è stato utilizzato dai bianchi americani per i loro scopi Gli uomini che sono venuti da noi con la croce in una mano e la pistola nell’altra, nel nome di Gesù hanno usato quell’arma contro di noi».

Annie Mae Aquash

Nel libro racconta anche l’incontro con Annie Mae Aquash, una donna Micmac della Nuova Scozia, attiva nell’AIM, che divenne sua grande amica e riferimento politico e morale. Nelle riserve del Canada aveva vissuto una vita simile a quella di Mary. «Fame, miseria, baracche di cartone, senza elettricità, fognature, strade, acqua potabile».

Su certe femministe

Mary andò a New York per essere più vicina al marito Leonard, carismatico “uomo di medicina” e leader del movimento, detenuto con false accuse. E frequentò le riunioni del movimento femminista: con spirito critico ma in grado di recepirne il pensiero nuovo. Così ne parla: «Mi ero trovata decisamente in disaccordo con le femministe . Per me quel movimento riguardava la classe medio-alta dei bianchi. Alcune di loro mi avevano trattata con superiorità, anche come una attrazione esotica per i loro party borghesi. Però avevo imparato molte cose: vedevo che molti dei nostri uomini erano deboli davanti alla vita, non si prendevano responsabilità o cura della famiglia e dei figli… Non trovavo più normale che così tanti uomini lakota picchiassero le mogli, da ubriachi».

Nel 1972 si era unita alla lunga carovana di indiani , la cosidetta MARCIA DEI TRATTATI INFRANTI che attraversò tutto il Paese diretta a Washington. Nel 1973 fu tra i 2000 nativi assediati per 71 giorni dagli agenti FBI nell’occupazione di un luogo tristemente noto: Wounded Knee.

Il suo vissuto e il suo pensiero sono preziosa documentazione storica. La lettura dei suoi libri e la visone del film «Lakota Woman» (***) ci permettono di “entrare” nelle riserve del Sud Dakota e capire verità che altrimenti ci vengono nascoste.

ALTRE FONTI

Naila Clerici: «Nuovi paradigmi» nella rivista «Terra Nuova» (numero 291 dell’anno 2014)

www.tepee.ideasolidale.org – «Tepee» è una rivista di solidarietà con i nativi americani

(*) «Donna Lakota, la mia vita di Sioux», Marco Tropea editore 1997 (ormai introvabile)

(**) cfr Scor-date: 27 febbraio 1973 e Scor-data: 29 dicembre 1890

(***) Lakota Woman: Siege at Wounded Knee – Film (1994) – Coming Soon

 

Redazione
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2 commenti

  • lella di marco

    segnalo i tre commenti (LA BOTTEGA LI HA POI UNIFICATI) che mi sono arrivati e che ritengo utili per una riflessione collettiva
    1) LUISA – da Bologna
    Lella, alimenti l’indignazione già presente per l’Ingiustizia evidente… da anni mi chiedo come mai si celebra il giorno della memoria solo per ricordare gli ebrei, e non si vuole mai nominare nè genocidio armeno, nè genocidio storico e ancora in corso dei Nativi d’America (del nord e del sud, in Amazzonia, Colombia ecc…) sarebbe ora di fare il giorno della Memoria dei genocidi nel mondo , non solo parlare di Auschwitz per interessi socio politico economici
    2) ANTONELLA da BOLOGNA
    interessante quesito. Io penso che una delle ragioni alla base di questa memoria “selettiva” stia nella grande capacità, che bisogna riconoscere agli ebrei, di raccontare il loro punto di vista sulla tragedia che li ha colpiti, restituendo alle vittime quella umanità di cui l’ideologia nazista li aveva deprivati (de-umanizzare l’altro è un pilastro del razzismo), e dunque costringendoci a sentirli simili a noi. Primo Levi, Anna Frank, e tutti gli/le innumerevoli testimoni hanno trionfato, seppure in forma postuma, sul nazismo con la forza delle loro parole e delle loro emozioni, alle quali non possiamo rimanere indifferenti.
    Questo ci porta ad interrogarci sul perché altre tragedie, in alcuni casi, come quello dei nativi americani, molto più vaste e durevoli nel tempo non abbiano avuto voce.
    Io vedo due motivi. Il primo è politico: è più facile che la storia la scrivano i vincitori, e i nazisti hanno perso. Se in un mondo distopico avessero vinto la guerra forse anche la memoria di quei fatti oggi sarebbe diversa, così come è diversa la memoria del genocidio nativo americano dal momento che hanno vinto gli assassini; il secondo è culturale: gli ebrei sono parte dell’Europa, ne condividono le lingue, la storia, il pensiero, il sentire, i valori, non vi sono ostacoli tra le loro parole e il loro pubblico, europeo o di derivazione europea. Non così per le le vittime dei genocidi “coloniali”: la sofferenza dei nativi americani è nota e commuove i nativi americani, così come la sofferenza degli afroamericani commuove gli afroamericani, e la sofferenza degli africani commuove gli africani, e i morti del Mediterraneo sono una tragedia agli occhi dei loro compaesani. Però tutte quelle sofferenze faticano a farsi ascoltare da noi, le vittime sono troppo distanti, la loro stessa alterità ci permette un comodo distacco, le loro parole non trovano il linguaggio del nostro cuore. Ma non è sempre così: scritti come quello postato da Lella sanno adoperare il linguaggio dei vincitori e sempre di più riescono a fare breccia nell’indifferenza. Si avvicina il momento in cui i vincitori saranno trascinati davanti allo specchio della loro coscienza.
    3) ancora da LUISA
    ho dimenticato di nominare un altro dei genocidi che mi rattristano il cuore, quello del popolo e della ancestrale e preziosa cultura tibetana, che mi fa piangere ogni volta ne leggo qcs.
    Una cultura di rapporto profondo e rispettoso con la Natura e l’ambiente, con risvolti spirituali elevati, preziosa per l’intero pianeta; un popolo tranquillo in sintonia con la propria terra, sono stati quasi spazzati via. Il Dalai Lama cerca instancabilmente di tenere alta l’attenzione ma che armi ha in un mondo che va di fretta in cerca del profitto? l’interesse di tutti è disperdere la memoria di ciò che fa male
    anche questo è stato un genocidio molto scomodo… a chi simpatizzava con Mao e la Cina popolare
    E chissà quanti altri genocidi e massacri ci sono a scavare nelle storie di terre e popoli (se apriamo la storia del colonialismo dei diversi Paesi c’ è da piangere….)
    ringrazio Antonella per come ha saputo motivare e riconoscere cosa muove gli esseri umani in queste situazioni
    Sul tema olocausto e capacità di influenzare l’opinione pubblica mi sento di inserire anche un altro aspetto: il potere economico e politico che le lobbies ebraiche hanno nel mondo, in Europa e in nord America in particolare, hanno gioco facile a far interpretare gli eventi e pilotare i media.

  • Dony Vultaggio

    Fiera di essere stata una docente sopra le righe sempre. Il genocidio dei nativi, non solo Lakota ma anche Cherokee e Cheyenne, è sempre stato un argomento che emoziona e ne ho sempre parlato in classe e non solo il giorno della memoria. Credo che gli studenti debbano sapere e conoscere come sono nati gli USA, cosa il buon uomo bianco ha fatto in quel territorio vergine. God bless the native Americans

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