Sostenibile sarà tuo cugino

di Alberto Melandri

Le parole sono importanti ma possono ingannarci; il problema non è lessicale, quel che conta è la distribuzione iniqua del potere

«Nuove zuppe Knorr con verdure da agricoltura SOSTENIBILE». «ERG : Energia dalla natura. Futuro SOSTENIBILE». KERAKOLL:«I like green, Primi per innovazione ECO-SOSTENIBILE». CONAD: «Sul tema della SOSTENIBILITA’ …». EDISON: «Per costruire un futuro di energia SOSTENIBILE…». «Il governo italiano ha inserito gli Indicatori del Benessere Equo e SOSTENIBILE (BES) nel documento di programmazione economica dal 2016». Sul supplemento “Affari & finanza” di Repubblica, nella rubrica «Focus impresa Italia», si titola (16/10/2017): «Industria, il bilancio in positivo non è tutto; la carta vincente è la SOSTENIBILITA’ nel tempo». La multifunzione HERA ha diffuso già nel 2015 nei territori da essa serviti (o dominati?) un «Bilancio di SOSTENIBILITA’».

Negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi si è verificata sui media una intensificazione dell’uso di due termini, l’aggettivo SOSTENIBILE e il sostantivo SOSTENIBILITA’. L’aggettivo viene spesso usato insieme al sostantivo SVILUPPO («SVILUPPO SOSTENIBILE») o arricchito dal prefisso ECO (ECOSOSTENIBILE) che a volte si unisce al sostantivo corrispondente: ECOSOSTENIBILITA’.

Ma l’eccesso di questi termini non sta provocando una perdita di significato (desemantizzazione) degli stessi? Questione ancora più delicata: dietro parole, apparentemente rassicuranti, non si nasconde la devastazione ambientale e sociale del pianeta ?

Andando alle radici etimologiche di SOSTENIBILE/SOSTENIBILITA’ il latino ci porta a SUB+ TENEO, cioè letteralmente TENGO (da) SOTTO, per spostare meglio, per reggere, per trattenere (1). Viene da aggiungere “per non essere schiacciato da un peso”. All’uso letterale, concreto, si affianca anche un uso metaforico «Sostengo il tuo progetto». Ma quale progetto ci dicono che sosteniamo?

Arrivando all’uso più complesso e impegnativo di questi termini si raggiunge lo SVILUPPO SOSTENIBILE.

GIORGIO NEBBIA, uno dei padri dell’ecologia politica, ricorda che questa espressione è stata usata per la prima volta nel 1972 dal professor Pirages in una conferenza in California per indicare l’alternativa alla crisi all’orizzonte. (2)

SERGE LATOUCHE ha più volte sottolineato come «SVILUPPO SOSTENIBILE», sia stato usurpato dai fondatori del World Business Council for Sustainable Development da lui definito «un’associazione di industriali di cui fanno parte gli inquinatori più incalliti, ansiosi di difendere i propri profitti accodandosi alla moda verde» (3). «E chi ci fa parte di questo consiglio mondiale? Monsanto, Bayer, Novartis, Nestlè, Fiat, Total… e tutti i grandi inquinatori del pianeta, con l’idea che “visto che creiamo tutti i problemi dell’ambiente allora li risolviamo noi”. Così hanno organizzato e dominato le Conferenza di Rio sull’ambiente, sia la prima del 1992 che la seconda del 2002, ma anche quella di Johannesburg nel 2012» (4). In questo gruppo di utilizzatori su larga scala dell’espressione SVILUPPO SOSTENIBILE spicca, accanto ad Henry Kissinger, quel Stephan Schmidheiny, il miliardario svizzero proprietario delle industrie italiane dell’amianto a Casale Monferrato, condannato in prima istanza a sedici anni di prigione dal tribunale di Torino che sul suo sito si presenta come un filantropo. Latouche definisce il sintagma “sviluppo sostenibile” come un ossimoro, cioè l’accostamento di due termini opposti e inconciliabili: il primo, SVILUPPO, contiene l’idea della crescita senza limiti; il secondo, SOSTENIBILE, sembra far pensare a una compatibilità con una cura della Terra accettabile per la sopravvivenza della natura e dei suoi abitanti.

Come nota Paolo Cacciari: «Lo “sviluppo sostenibile” Una seducente parola d’ordine che da allora (5) viene costantemente riproposta ad ogni summit. Un sintagma magico, ma incapace di produrre risultati concreti. Alla giusta intenzione di far rientrare le performance dell’economia all’interno dei limiti geofisici di funzionamento dell’ecosfera e di rispetto della dignità e dell’autonomia delle diverse popolazioni della Terra, NON SONO SEGUITI FATTI COERENTI». E, più sotto: «L’idea su cui si basa lo “Sviluppo sostenibile” è quella del decupling, l’ipotesi, cioè, che sia possibile disaccoppiare i frutti della crescita economica dall’aumento dei fattori di pressione e di impatto sull’ambiente naturale». Ma «crescita e sostenibilità non vanno d’accordo. Non può esserci crescita indefinita senza intaccare o impoverire lo stock limitato di materiali naturali che in gran parte non sono rinnovabili». Quindi – conclude Cacciari – «temo che il lemma “sviluppo sostenibile” (e le sue declinazioni:green economy, smart city, clean tecnology…) non abbia la forza di indicare un cambiamento di visione politica epocale e universale se non mette in discussione il paradigma economico della crescita» (6).   

Ma dalla linguistica abbiamo imparato che non esistono parole ed espressioni buone o cattive a priori: lo diventano nei loro contesti di enunciazione e nelle intenzioni di chi le utilizza. Così il professore californiano Pirages non aveva certo le stesse intenzioni ingannatorie dei fondatori del sopracitato World Business Council for Sustainable Development.

E certamente non le aveva GIORGIO NEBBIA quando scriveva nel 1991 il suo saggio «Lo sviluppo sostenibile»: dicendo che «in sostanza lo Sviluppo sostenibile è un processo di cambiamento nel quale lo sfruttamento di risorse, l’andamento degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i mutamenti istituzionali sono in reciproca armonia e incrementano il potenziale attuale e futuro di soddisfazione dei bisogni e delle aspirazioni umane» (7) attribuiva a questa espressione un significato potenzialmente positivo, accompagnato da alcune considerazioni piuttosto scettiche però sulla possibilità che il sistema economico dominante potesse adottare delle misure REALMENTE SOSTENIBILI: «Per il capitalismo lo SVILUPPO si basa sulla CRESCITA; per ottenere lo SVILUPPO SOSTENIBILE dovrebbe CAMBIARE LE SUE REGOLE, mettendo in discussione i princìpi stessi della proprietà privata, ricuperando il carattere pubblico di beni come aria e acqua» (8). E aggiungeva, qualche riga più sotto: «Ci si può chiedere se le società democratiche capitaliste, ai cui vertici siedono persone di corta vista, più attenti agli interessi dei mercati che a quelli degli esseri umani, siano correggibili» (9).

Eppure leggendo la lectio doctoralis di Jeffrey D. Sachs all’Università di Brescia – lunedì 12 febbraio 2018 – in cui si dice che «nel settembre 2015, con l’adozione dell’Agenda 2030 e dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile il mondo (cioè l’ONU) ha messo lo sviluppo sostenibile al centro della cooperazione economica globale» (10) e leggendo o ascoltando Enrico Giovannini, coordinatore dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASVIS) che dichiara «Il benessere insostenibile: la crescita produce povertà» e fa riferimento ai 129 indicatori del BES, (il Benessere Equo e Sostenibile) considerati anche in sede di elaborazione del Documento di Economia e Finanza (11) non mi sembra che anche loro (Sachs e Giovannini) possano essere arruolati in quel gruppo che Latouche definisce come «gli inquinatori più incalliti», cioè i membri del World Business Council for Sustainable Development, citato precedentemente.

E’ evidente che alla stessa espressione linguistica (appunto “Sviluppo Sostenibile”) in menti diverse vengono associati referenti semantici molto diversi. Come mettere a sedere sulla stessa panchina semantica Giorgio Nebbia e Henry Kissinger? Faccio fatica anche a mettere insieme Enrico Giovannini e “il re dell’amianto” Stephan Schmidheiny.

E allora?

E’ vero che “sviluppo sostenibile” è una cosa e che termini meno connotati come “sostenibile” e “sostenibilità” sembrano indispensabili per capirsi, ma quando li sento usati nei contesti pubblicitari o nelle dichiarazioni degli industriali che non rinunciano a dissociare “sviluppo” da “crescita” irresponsabile dal punto di vista sociale ed ambientale, non riesco a farmi passare un senso di disagio e di fastidio.

Anche Lucia Bertell nel suo saggio «Lavoro Ecoautonomo» scrive: «”sostenibilità”, una parola a cui ho opposto un ‘estrema resistenza per il suo portato ambiguo, anzi ormai corrotto […] (12) L’adozione del principio di sostenibilità da parte del potere economico è un espediente che ordina i fattori produttivi mettendo in campo una pseudo responsabilità ambientale e sociale che si appella al cosiddetto “male minore”». Per questo la Bertell al posto di “sostenibilità” propone di utilizzare “praticabilità”: «non più la comune idea di sostenibilità – sostenibilità dell’intraprendere un lavoro in un modello economico capitalista fatto di guadagno, profitto, crescita millantati come sostenibili – ma una espressione nuova […] quella di “praticabilità della vita” in cui un lavoro, una produzione, vengono portati avanti attraverso elementi quali il reddito, la remuneratività, le relazioni di utilità e la vita semplice in un partire da sé in relazione con il pianeta-mondo» (13).

Ma se anche tutti adottassero “praticabilità” e “praticabile” al posto di “sostenibilità” e “sostenibile” si sarebbe daccapo: è evidente che il sistema capitalista anche nella sua versione neoliberale usa e abusa dei termini che gli servono per giustificare i suoi interessi, che non coincidono con quelli dell’ambiente e di tutti coloro che vivono, in ogni parte del mondo, in condizioni di povertà, relativa od assoluta, esclusi da reali forme democratiche di partecipazione. Basta pensare che termini come “ecologia” e “tutela dell’ambiente” sono diventati così abusati che hanno finito di perdere la radicalità di chi li aveva usati all’inizio.

Il problema non è quindi lessicale, ma la distribuzione iniqua del potere che può deviare, per i suoi interessi di potere e di profitto, le parole nella direzione del sistema che ci domina. Ma credo che dovremmo mantenere un’attenzione critica ANCHE verso le parole che, come dice lo psicologo statunitense Marshall B. Rosenberg possono essere «finestre» oppure «muri» (14).

(*) Alberto Melandri è di Pontegradella in transizione

N O T E

(1) BATTISTI C., ALESSIO G., “Dizionario etimologico italiano”, ed. BARBERA, Firenze, 1957

(2) NEBBIA G., “Lo sviluppo sostenibile” Edizioni S. Domenico Fiesole 1991

(3) LATOUCHE S.  “Incontri di un obiettore di crescita” Jaka Book, Milano 2013

(4) LATOUCHE S. “Invertire la rotta”, Meltemi, Milano 2017 

(5) Dal 1988, quando fu pubblicato  dall’ONU il rapporto “Our Common Future”  redatto da una commissione di specialisti presieduta dalla signora Bruntland, ex primo ministro norvegese

(6) CACCIARI P. , “L’ideologia della sostenibilità”’in Comune- info.net, ottobre 2017

(7) NEBBIA G., op.cit. p.142

(8) ibidem, p. 114

(9) ibidem, p. 115

(10) riportata da “Il Sole 24 ore” domenica 11 febbraio 2018 a pagina7

(11) riportato da “il manifesto” giovedì 22 febbraio 2018 , a pag 6

(12) BERTELL L., “Lavoro ecoautonomo”, Eleuthera edizioni Milano 2016 , pagg 117-119

(13) ibidem, pag 118

(14) ROSENBERG M. B., “Le parole sono finestre (oppure muri), Introduzione alla Comunicazione Non violenta” Esserci edizioni Reggio Emilia 2003

LE VIGNETTE – scelte dalla redazione della “bottega” – sono di ALTAN.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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