Statue e lapidi: celebrare i boia

un articolo di Alessandro Portelli (*). A seguire alcuni link e una noticina di db

 

Le statue della vergogna. Celebrano il passato, ipotecando il presente

Il dibattito. Non solo i gerarchi sudisti negli Stati Uniti, ma i simboli del fascismo in Italia e del colonialismo in tutta Europa. Robert E. Lee e i suoi pari non sono pericolosi perché ricordano una guerra dell’Ottocento ma perché legittimano la centralità del razzismo ancora oggi, nel terzo millennio

di Alessandro Portelli

Rilievi per abbattere la statua del generale confederato Robert E. Lee a Richmond in Virginia foto AP

 

In questi giorni, molte persone colte che non avevano visto niente di biasimevole nella distruzione o rimozione delle statue di Marx e Lenin in Europa orientale si sono sentite offese dalla rivendicazione (e dalla pratica) dei movimenti afroamericani negli Stati Uniti di rimuovere le statue dei generali e degli uomini politici del Sud schiavista.

A quanto pare, non avere più il monumento a Robert E. Lee nel centro di Charleston o Richmond, sarebbe un’offesa alla memoria, una cancellazione della storia, un insulto alla cultura.

Partiamo da noi. Ogni volta che vado allo Stadio Olimpico rimpiango di non avere una gru con cui rimuovere l’obelisco che in pieno terzo millennio proclama «Mussolini Dux», o almeno qualcuno di quei tetragoni blocchi di travertino dedicati alle conquiste del regime fascista che stanno lì come forche caudine (per non dire dei mosaici con l’ossessiva scritta «Duce» che almeno mi metto sotto i piedi).

UNA STATUA, UN OBELISCO, il nome di una strada o di una piazza non servono a ricordare che queste persone sono esistite ma a celebrarle, segnando con la loro presenza lo spazio pubblico. Perciò è proprio in nome della memoria e della storia che non sopporto quei blocchi di travertino, che non sono storia ma una falsificazione, una menzogna di regime scolpita nella pietra; e che non riconosco «memoria» in quell’obelisco: non è certo per questo che ci ricordiamo di che cosa è stato Mussolini; e Robert E. Lee gli afroamericani se lo sentono sul collo tutti i giorni anche senza bisogno di intitolargli la strada principale di New Orleans. Come qualcuno ha detto: non ci sono statue di Hitler in Germania. Eppure se lo ricordano benissimo.

Un monumento esiste perché qualcuno l’ha eretto, e l’ha eretto con qualche intenzione: è un messaggio, un segno di quelle intenzioni. Così, quasi tutte le statue dei gerarchi sudisti sono state erette a cavallo del ‘900 per sancire il consolidamento della segregazione razziale, o ancora negli anni ’50 come reazione al movimento per i diritti civili (allo stesso modo, intitolare oggi strade a Giorgio Almirante non serve a ricordare un discutibile passato, ma a proporne la continuità e il ritorno). Queste icone, lungi dallo svolgere una funzione di storia e memoria, impongono una sola memoria su tutte le altre, congelano la storia in un passato monumentale e negano tutta la storia che è venuta dopo.

In quanto segni, i monumenti, i nomi, le opere d’arte mutano di senso col mutare dei tempi storici. Parte dello scandalo riguarda, per esempio, la rimozione di Via col Vento dal catalogo della Hbo. Ora, a parte il fatto che la Hbo è un’impresa privata e non possiamo obbligarla a trasmettere qualcosa se non gli va, per fortuna nessuno ha proposto di bruciare in piazza le copie del film. Ci saranno sempre altri distributori per farlo circolare, e cineteche per conservarlo. Negli anni ’30, la sopravvivenza del Sud alla sconfitta nella Guerra Civile era anche una metafora della capacità degli Stati Uniti di sopravvivere (con ogni mezzo: «anche se dovessi rubare e uccidere», dice Scarlett) alla crisi economica. Oggi, la domanda è semmai perché due epici capolavori del cinema americano – l’altro è Nascita di una Nazione – siano dedicati alla nostalgia dello schiavismo e del KuKluxKlan. Che cosa è stata Hollywood, e quanto è diversa, se lo è, oggi?

LA MEMORIA non è semplicemente il deposito di un tempo passato, di un’epoca conchiusa, ma una forza attiva nel presente. Nel piccolo dibattito nostrano, ho sentito dire che se «censuriamo» Via col Vento e Robert E. Lee, allora dovremmo rimuovere anche le statue dell’imperialista Giulio Cesare o la Colonna Traiana che racconta la conquista della Dacia. La riduzione all’assurdo è sempre un segno di debolezza dell’argomentazione; ma io direi che la differenza sta nel tempo – non nel tempo trascorso ma nel tempo presente. Robert E. Lee e i suoi pari non sono pericolosi perché ricordano una guerra dell’800 ma perché legittimano la centralità del razzismo nel terzo millennio.

Di Giulio Cesare e Traiano mi preoccuperei se qualcuno adesso progettasse di invadere la Gallia o impadronirsi della Dacia (e infatti di loro si è ampiamente servito l’Impero Fascista quando voleva rinnovare i fasti di Roma Imperiale). Posso un po’ faticosamente convivere con Corso Regina Margherita o piazza Vittorio perché nessuno pensa seriamente di far tornare il re; ma è più difficile convivere con «Mussolini Dux» perché non solo serve a celebrare quel passato, ma legittima adesso i fascisti che poi trovo dentro lo stadio, Forza Nuova, Casa Pound, Fratelli d’Italia, ed è adesso che mi fa paura. Comunque sono contento che Black Lives Matter induca qualcuno a ricordarsi di cosa c’è su quella colonna.

IN OGNI FRATTURA culturale, come quella che stiamo vivendo, non mancano ambiguità, confini sfumati. Sempre per partire da noi: io non esito a schierarmi su Robert E. Lee o Mussolini, ma fatico di più con Cristoforo Colombo. A differenza dei razzisti e dei fascisti, Colombo non è «altro» da me; fin da bambino me l’hanno instillato come gloriosa storia patria di mezzo millennio fa, parte della mia identità. Ma per i nativi americani rappresenta una violenza attuale (l’oleodotto sulle terre sacre dei Dakota), una discriminazione presente e in atto (sono percentualmente uccisi dalla polizia anche più degli afroamericani). Guardare quella statua a Columbus Circle con i loro occhi è faticoso, per un italiano, perché ci impone di riconoscere che non siamo quello che ci hanno insegnato a credere di essere. Ma va fatto comunque.

Anche perché non siamo più gli stessi. Oggi anche l’Europa comincia a somigliare alla multietnicità americana, con gli stessi problemi e conflitti. A Bristol si sono sbarazzati della brutta statua di uno schiavista che deturpava la città. Forse si potrà rimuovere o spostare le statue di Leopoldo II, uno dei peggiori criminali della storia dell’umanità, dalle piazze di un paese nella cui nazionale giocano cittadini belgi di nome Nainggolan e Lukaku. E forse la Colonna Traiana può farci interrogare anche su come trattiamo quei discendenti dei Daci che vengono in Italia a lavorare, e i loro figli a cui rifiutiamo la cittadinanza.

(*) pubblicato ieri sul quotidiano “il manifesto”

 

TRE LINK INTERESSANTI:

https://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2020/06/09/tracc
e-passato-colonialismo-razzismo-fascismo 

https://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/47779.html

https://www.menelique.com/2020/06/11/statue-blm/

 

UNA NOTICINA DI DB

In “bottega” siamo da tempo schieratissimi nel raccontare di statue che volano (in pezzi) e nel proporre che si scalpellino via – o si “contestualizzino” – le schifezze storiche nei luoghi pubblici, in Italia e altrove. Nella foto qui sopra si vedono le sorelle e le cugine Barbieri in azione contro le scritte fasciste…

Parrlando con il massimo di serietà: negli anni ne abbiamo scritto di continuo: I muri e le statue che cadono in Cile (ottobre 2019) ma anche Statue, lapidi, schifezze fasciste e noi (aprile 2013). Facendo il tifo e spiegandone l’urgenza.

Il discorso torna spesso, magari a ridosso del 25 aprile (Imola: davanti alla statua di un fascista…) o grazie alle proposte del collettivo Wu Ming: Città: rivolta contro i nomi infami (gennaio 2019) e ad alcune azioni concrete (Nomi infami: a Ragusa fanno così).

La vergogna di Affile l’abbiamo seguita dall’inizio alla (quasi) fine: cioè Affile? Più che sacrario un immondezzaio (ottobre 2012) a Affile: il monumento a Graziani è… (luglio 2019).

Altre schifezze per celebrare (anche 100 anni dopo) i generali boia della prima guerra mondiale le abbiamo raccontate e contestate più volte: a partire da Cadorna e le decimazioni (dicembre 2011) che fu anche l’ispirazione per una narrazione «Ancora prigionieri della guerra» che ho scritto con Francesca Negretti e messa in scena più volte – cfr http://www.labottegadelbarbieri.org/una-proposta-ancora-prigionieri-della-guerra – e ancora propongo (finchè mi reggono le gambe e la testa lì sopra).

Visto lo sfacelo culturale e politico italiano, non mi sorprende che in questi giorni tanti piccoli Beppe Severgnini difendano la statua di Indro Montanelli e più in generale l’esibizione di tutta la cattiva memoria nostrana e mondiale; in ogni Paese purchè capitalista, sia chiaro.

Un po’ invece mi stupisce che nella solita cagnara (quella che non distingue una polemicuccia sul film «Via col vento» dalle verità storiche sul boia Leopoldo o sul nazifascismo) si ficchi Antonio Padellaro che su «Il fatto quotidiano» scrive spesso cose documentate e intelligenti. «Come il Covid-19, si sta propagando il virus degli imbecilli» era il pesantissimo titolo dell’articolo di Padellaro, pubblicato il 12 giugno con un occhiello patetico: «Statue sotto accusa. Basta con Colombo e vogliono rimuovere persino Montanelli». Evidentemente ci sono temi su cui anche le persone ragionanti chiudono il cervello. Chissà se Padellaro ha letto, sul suo giornale, appena 48 ore prima l’articolo di Alessandro Robecchi intitolato «Graziani: la statua del boia fascista va rimossa: è una vergogna nazionale».

 

 

La Bottega del Barbieri

9 commenti

  • no Colombo è stato un genocida ed è vergognoso che si celebri fra i grandi di quella patria fascista di “eroi e navigatori” …
    quantomeno andrebbe apposta su ogni monumento a Colombo una lapide con su scritto:
    “Ripudiamo questo genocida di nativi delle Americhe”
    e altrettanto grave la statua gigantesca di Vitt. Emanuele II a pza Corvetto a Genova laddove si compì nel 1849 il massacro dei genovesi per opera del gen. La Marmora decoarto e ringraziato dal re per quest’opera, fatto totalmente occultato in nome della sacra unità d’Italia … solo verso la fine degli anni ’90 è stata apposta nell’angolo (invisibile) della piazza una piccola lapide che ricorda l’eccidio di donne anche violentate (come ordinato dallo stesso V.E.II di cui s’è trovata lettera a La Marmora) insieme a bambini trucidati ….

    la cosa migliore da fare sarebbe abbattere queste statue e mettere una lapide che ricordi perch<é è stata abbattuta

  • Daniele Barbieri

    Ricordando alcune contestazioni agli orrori “pubblici” della memoria, ho dimenticato di aggiungere che ci sono recenti esempi positivi su come si possa raccontare – anche con le statue o con piccole installazioni permanenti – «l’altra storia» cioè quella negata, resa invisibile, dal sistema dominante.
    Un esempio italiano sono «le pietre d’inciampo»: efficaci, come dimostra la rabbia dei nuovi fascisti che a Roma (e altrove) le hanno divelte.
    Ma c’è una bella storia danese che Daniela Pia ha recuperato alla memoria: http://www.labottegadelbarbieri.org/?s=Tre+donne+%28e+una+piccola+isola%29+contro+la+Danimarca.
    Nel post si ripercorre la rivolta di Saint Croix del 1878 contro il colonialismo danese e si racconta che nel 2018 una scultura ha restituito memoria alle tre «regine del fuoco» – Mary Thomas, Agnes Salomon e Mathilda McBean – che guidarono la rivolta contro lo schiavismo. Si tratta di un’opera, alta più di sette metri, intitolata «I am Queen Mary» ed è stata creata da due artiste di discendenza africana, Jeannette Ehlers e La Vaughn Belle: è stata inaugurata presso il Danish Indian Indian Warehouse a Copenaghen, davanti al Magazzino delle Indie Occidentali, dove un tempo venivano stipati lo zucchero, il rum e tutto quanto proveniva dalla colonie danesi nei Caraibi.
    Si tratta della prima opera d’arte che commemora il tragico impatto coloniale della Danimarca sulle terre sottomesse. Ed è anche la prima opera danese dedicata a una donna nera. Come scrive Daniela Pia: «Un riconoscimento tardivo ma importante per restituire alle donne di quelle terre il ruolo che la storia ha cercato a lungo di negare loro».

  • Mai distruggere i simboli del passato ma reinterpretarli con la visione del presente per contestualizzarle nel momento tempo. Bisogna educare, non cancellare il fatto che le statue sono messe dal vincitore del momento e quindi noi vincitori nel presente rivisitarle e reinterpretarle facendo si che se ne scopra il senso e poter riflettere sul passato per capire il presente ed evitare gli stessi errori nel futuro.

  • Francesco Masala

    non dimentichiamo i nomi fascisti

    http://www.labottegadelbarbieri.org/aeroporto-di-cagliari-elmas-antonio-gramsci/

    se Antonio Gramsci è troppo comunista anche Gigi Riva va bene, no?

  • Maria Teresa Messidoro

    ecco una piccola appendice in Valle di Susa. Il sindaco di Borgone ha scritto questa nota https://www.valsusaoggi.it/borgone-susa-il-sindaco-intitoliamo-le-strade-a-cristoforo-colombo-e-vittorio-emanuele-ii/. Non ho resistito e gli ho risposto al volo https://www.valsusaoggi.it/lettera-al-sindaco-di-borgone-sullintitolazione-di-una-via-a-cristoforo-colombo/. Se volete divertirvi leggete i commenti successivi sulla pagine fb di ValsusaOggi, dove scopro… che dovrei studiare la storia e che molti affermano “Romero o Berta Caceres chi… ??” Boh.

  • Giuseppe Tadolini

    Il dibattito è sicuramente necessario e utile.
    E dispiace che uno come Padellaro abbia in ciò una posizione così sprezzante da bollare come imbecillità il movimento (perchè di un vero movimento si tratta) di chi propone, e spesso attua cancellazioni e abbattimenti.
    Ma io credo che l’iconoclastia non serva proprio.
    Non c’è una tale conoscenza diffusa della storia. E gli episodi di distruzione di certe icone non indurranno tanta a gente a porsi domenade e a sviluppare il pensiero critico su fatti e personaggi. E invece questo potere potrebbe averlo il posizionamento di pannelli didattici seri, documentati e critici nei luoghi dove sorgono certi monumenti.
    E – per esempio – a proposito di Cadorna, visto che anche quest’anno dovremo sorbirci le celebrazioni del 4 novembre, sarebbe una bella cosa lanciare già adesso una campagna finalizzata a inserire nei discorsi ufficiali, nella deposizione delle corone, nell’omaggio ai caduti: 1) la riabilitazione di coloro che vennero fucilati per aver anche solo provato a mettere in discussione gli ordini assurdi che li mandavano a morire, 2) un ragionamento sul fatto che la guerra si poteva evitare e che per via diplomatica si potevano ottenere più o meno gli stessi guadagni territoriali (la definizione “inutile strage” venne coniata dal Papa Benedetto XV, non da qualche scatenato militante neutralista).
    Una campagna di questo tipo avrebbe sicuramente molto più effetto, e farebbe ragionare sicuramente di più, dell’ eventuale imbrattamento di qualche statua di Cadorna.
    Fra l’altro, su questa tema, giacciono, fino ad ora ignorate, anche delle proposte di legge in Parlamento.
    Ci proviamo ?

  • E che dire delle Piazze “martiri di Nassiria?
    Una deturpa l’ ingresso alla stazione del mio paese!

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