«Storie naturali» e pseudonimi forse “innaturali”

Recensione a «Quando Primo Levi diventò il signor Malabaila» di Carlo Zanda; a seguire un vecchio articolo di dibbì

«Chimico, scrittore, testimone». Furono tre i «mestieri (guai a chiamarli “professioni” o “lavori”») di Primo Levi. Così si legge all’inizio di «Quando Primo Levi diventò il signor Malabaila» – Neri Pozza editore: 288 pagine per 13,50 euri – di Carlo Zanda. Ed è, almeno in parte, per sottrarsi al mestiere di «testimone» che Levi adotterà uno pseudonimo (Damiano Malabaila) per pubblicare da Einaudi – nel 1966 – l’antologia «Storie naturali» con la fascetta «Fantascienza?» che poi scomparve.

Adotterà? O invece fu consigliato (quasi costretto) ad adottare uno pseudonimo? E se la risoluzione di nascondere il suo nome non fu una sua idea perchè poi Levi «decise di intestarsi la responsabilità di una scelta che, questo ormai lo sappiamo, non solo non aveva suggerito ma che lo aveva anche molto amareggiato?». Siamo di fronte a un “giallo senza soluzione” perchè manca la testimonianza più importante, quella di Levi.

Zanda confessa subito: «non esistono quasi documenti o testimonianze su cui basarsi» e «il vecchio Amico torinese di Primo Levi… ha poi accettato di fare il navigatore, a patto però di non comparire: niente nome e niente virgolette».

Dunque uno pseudonimo coatto (oltretutto “un segreto di Pulcinella”) è la questione al centro della ricerca di Zanda che risulta molto interessante ovviamente per chi ama Primo Levi e vuole conoscere questa vicenda – che nelle sue biografie stranamente manca o è appena accennata – ma anche per chi legge la buona fantascienza e si interessa ai complessi rapporti (e ai pregiudizi, specie in Italia) fra scienza e letteratura, come in codesta “bottega”. Ma anche chi vuole capire i meccanismi, e fors’anche le ambiguità culturali, di una casa editrice importante come l’Einaudi troverà qui molti spunti interessanti.

Sono troppo 288 pagine per un libro che ragiona soprattutto sul mistero di uno pseudonimo? No, perchè Zanda scrive assai bene e accanto a pagine assai dettagliate (e in certi passaggi quasi maniacali per chiarire persino le inezie) racconta di altri misteri, di coincidenze («Storie Naturali» e l’automobile Zigulì «nascono lo stesso giorno, nella stessa città, alla stessa ora»), di rimozioni (quelle sugli orrori nazifascisti), delle “regole di vita” e di rifiuti al centro della vita di Primo Levi; in definitiva Zanda ci proietta nella vita culturale e politica dell’Italia uscita dalla seconda guerra mondiale. Ma anche in questioni di scrittura, come quella intrigante del «punto cieco».

Alla fine resta almeno il dubbio se l’imposizione di uno pseudonimo non sia stata la «maschera» per consentire «il diritto di parlare d’altro» a chi «era stato nel Lager» e dunque solo di quello “doveva” parlare.

 

Malabaila, chi era costui?

di Dibbì
Tutti gridano «tanti auguri Patricia» ma lei è un po’ frastornata e chiede: «che giorno è oggi? Che anno?». Risponde il premuroso Peter: «il 19 dicembre 2115».
Giovane e vecchia Patricia: «ha 163 anni, 23 di vita normale e 140 di ibernazione». Viene svegliata ogni tanto: per il compleanno, per farla partecipare a eventi straordinari ma soprattutto per ragioni scientifiche, verificare quanto a lungo l’ibernazione funziona. Il breve racconto (in forma teatrale) titolato «
La bella addormentata nel frigo» uscì alla fine del 1966 da Einaudi nell’antologia «Storie naturali» a firma Damiano Malabaila.

Nella quarta di copertina si leggeva: «Quindici “divertimenti” di fantascienza o qualcosa di più? […] L’autore è un chimico e la sua professione traspare nell’interesse per come sono fatte le cose dentro, per come si riconoscono e si analizzano. Ma è un chimico che sa le passioni umane non meno di quanto sappia la legge dell’azione di massa».

Ed ecco la sintesi di un altro racconto a firma Malabaila, «In fronte scritto».
Alle 9 del mattino Enrico va a un colloquio di lavoro. Dopo la rituale attesa parla con un funzionario. In fronte il tipo ha scritto “Ferie in Savoia”. Ed è proprio per quel… diciamo lavoro che Enrico è lì. Ha «un viso aperto, positivo, non brutto» giudica il funzionario. Per vendere o affittare quella fronte la ditta offre una cifra molto alta. Enrico accetta. Non vi dirò come si sviluppa il racconto né il gran colpo di scena finale. Posso solo aggiungere che pochi mesi fa sul «
Corriere della sera» si leggeva che ormai molte/i vendono il loro corpo per tatuaggi pubblicitari.
Damiano Malabaila è uno dei più importanti scrittori italiani del ‘900 ma se il nome vi risulta ignoto non sgomentatevi: era in realtà Primo Levi e in quella quarta di copertina c’era una mezza bugia perchè l’autore di «
Se questo è un uomo» e di «La tregua» effettivamente era un chimico ma anche scrittore ben noto. Sulla scelta di uno pseudonimo – che Levi non voleva – pesarono, per quel che sappiamo, due considerazioni: l’autore “dei lager” secondo la casa editrice non poteva essere anche uno scrittore di testi fantastici è la prima; il pregiudizio tutto italiano (perfino in un ambiente d’èlite come l’Einaudi) contro la fantascienza, la seconda.

Anche oggi non c’è Asimov – o Dick, Ursula Le Guin o Robert Sawyer (o l’italiano Evangelisti) – che tenga: una parte della cultura presunta alta rifiuta di dar peso alla science fiction e quando si imbatte in testi di qualità superiore – un «1984» per dire – corre ai ripari dicendo, contro ogni evidenza, che non è fantascienza.
In questo blog – e nel prezioso dossier curato da Miglieruolo – si ragiona all’opposto: comunque sia etichettata, la buona
science fiction (un 10 per cento del totale?) è interessante non solo per la qualità letteraria ma perchè immagina domani possibili partendo da incubi e sogni dell’epoca tecno-scientifica. Anzi, secondo Theodore Sturgeon «lo scopo della fantascienza è svegliare il mondo sull’orlo dell’impossibile e, nel bel mezzo di una storia, studiare e cercare di scoprire qualcosa di nuovo, con la passione dello scienziato che esamina il suo esperimento o di un amante che guarda la donna amata». Fu amato da pochi in Italia Sturgeon perchè molti non lo compresero: letteratura di fantascienza e, se non bastasse questo macigno, tematiche sessuali così controcorrente da far impallidire Kinsey, un consapevole pacifismo, lo smontare i luoghi comuni più consolidati: insomma era culturalmente avanti di almeno 20 anni sulla società Usa. Eppure quella frase di Sturgeon potrebbe essere stata scritta da Primo Levi il quale (anche) scienziato lo fu davvero.

Chi lesse i racconti di Malabaila uscì conquistato dalla loro forza ma anche dalla capacità di immaginare l’orlo del possibile, quindi un mondo estremamente vicino. Rileggendoli dopo molti anni – e sapendo che il vero autore era Levi, lo scrittore dei lager – più che uno sdoppiamento si avverte una continuità: censura, alterità, macchine disumanizzanti, l’incubo dell’ordine a ogni costo e la perdita della memoria, il pericolo di una scienza (cioè di una umanità) senza coscienza. Per dirla con le sue parole: «Una vecchia storia, vero? Inventi il fuoco e lo doni agli uomini, poi un avvoltoio ti rode il fegato per l’eternità». Ma poi si riparte perchè – lo ricorda Malabaila/Levi citando «L’Ecclesiaste» – non si riempie il mare, «l’occhio non si sazia e l’orecchio non si riempie di udire».
Quanto al tatuaggio pubblicitario del racconto di “Malabaila” citato, vale forse aggiungere un’ulteriore riflessione. Se proprio lo scrittore dei lager (dove veniva negata dignità umana ma l’unica identità era nei numeri tatuati) riprese quel tema fu forse per la paura, più o meno conscia, che una nuova dittatura potesse assumere altre, impreviste forme: come se Levi annunciasse (o ne raccontasse … per fare un esorcismo) che in un futuro prossimo non un’ideologia ma la pubblicità avrebbe potuto impadronirsi dei nostri corpi, negando loro ogni identità che non fosse quella di consumatori e/o di “cartelloni” pubblicitari. La domanda è se quel «in fronte scritto» futuro prossimo di Levi/Malabaila è ancora lontano, vicino o – strisciando, mascherandosi, ingannevolmente sorridendo – già qui.
UNA PICCOLA NOTA
In questo post mi sono firmato Dibbì anzichè Daniele Barbieri perchè queste riflessioni su Levi nacquero dal lavoro comune con Riccardo Mancini (Erremme): all’epoca quando scrivevamo di fantascienza e dintorni – sul quotidiano «
il manifesto» e dintorni – ci firmavamo così: Erremme Dibbì. (db)

In “bottega” vedi anche Primo Levi in viaggio tra i cybermondi di Tommaso Pincio, con un interessante commento di Mauro Antonio Miglieruolo.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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