Telmo Pievani: «Ora è tempo di mettere mano al tempo»

recensione di Giuliano Spagnul a «Homo sapiens e altre catastrofi»

V’è un’estasi che segna il culmine della vita,

oltre il quale la vita non può innalzarsi.

E, tale è il paradosso del vivere, quell’estasi

giunge quando più si è vivi, ma giunge come

oblio completo dell’essere vivi.”

Jack London, «Il richiamo della foresta»

Ambiguamente speciali” così Telmo Pievani ci descrive nella sua nuova edizione, rivista e aggiornata, di «Homo sapiens e altre catastrofi» .(1) Speciali nel nostro primeggiare nei confronti degli altri esseri viventi con cui spartiamo il mondo che abitiamo, ma ambigui nel modo in cui ci rappresentiamo in questo essere speciali. Se questo è certamente un leitmotiv ricorrente nel libro nel suo porre a severa critica le narrazioni di una nostra presunta superiorità, congenita o acquisita che sia, in questa definizione particolare, credo l’autore voglia dirci qualcosa di più preciso. E cioè che l’ambiguità sia insita proprio nella formazione delle caratteristiche peculiari che ci hanno reso capaci di sopravanzare le altre specie animali; che siano la nostra capacità di camminare eretti, di fabbricazione e uso di strumenti, di sviluppo della massa cerebrale, di costruire relazioni sociali o dell’invenzione del linguaggio. Eppure siamo così abituati a considerare le nostre dotazioni umane come conquiste dovute al nostro faticoso (e lodevole) apprendistato per uscire dalla condizione meramente animale che l’idea di una loro presupposta opacità ci rende incerti e spaventati come lo sarebbe il primo della classe che si sentisse sospettato di aver copiato. Abbiamo forse barato? Non siamo stati i migliori come abbiamo sempre creduto? Altroché legge del più forte se c’è chi insinua, come riporta impietosamente l’autore, che la storia naturale sia una «coevoluzione fra organismi e ambienti, come una tessitura di interazioni fra sistemi flessibili, un bricolage opportunista e creativo per riorganizzare il materiale disponibile». Cioè significherebbe che ci siamo evoluti solo perché siamo stati un po’ più flessibili (furbi) di altri nell’uso di ciò che la natura ci metteva a disposizione: materiale riciclato, nato per altri usi e altri scopi? E tutta l’epica di una selezione naturale che deve «ogni volta plasmare o addirittura ‘progettare’ una struttura in funzione del suo utilizzo attuale», se ne va a farsi benedire? Non c’è pietà per noi e per tutte le usuali narrazioni che diamo al nostro evolvere e progredire: «non abbiamo vinto perché eravamo i più forti; semplicemente, ci consideriamo più forti perché abbiamo vinto». Ma questa vittoria è stata frutto solo del caso e della contingenza. Una volta però che ci siamo fatti il callo a questa nuova concezione “non epica” della storia che ci ha fatto divenire ciò che siamo: “una specie fra le tante” apparsa in Africa 200 mila anni fa, «portatrice però di una combinazione inedita di tratti anatomici e cognitivi: che, a scoppio ritardato (non prima di 100 millenni fa), la renderà particolarmente flessibile, mobile, creativa, invasiva e loquace», scopriremo nella lettura di questo libro un altro modo, diverso , ma forse ancora più esaltante, di leggere la nostra avventura umana. In questo capovolgimento di prospettiva, non progressiva, decisamente anti-teleologica (priva di finalità precedentemente programmate) «il sistema evolutivo acquisisce più gradi di libertà e l’evoluzione assume un carattere meno esecutivo e più creativo, più artigianale, più ingegnoso».

«Una concezione della selezione naturale» che permette «una molteplicità di strategie evolutive possibili: adattamenti diretti, cooptazioni funzionali a partire da strutture già esistenti. Con questa semplice idea, si opera una scissione fra la forma e la funzione di un organo: la funzione non precede sempre la forma, determinandola. Così l’evoluzione non appare più come il regno della necessità e di un’ottimalità adattiva di tipo quasi finalistico, ma come il risultato di adattamenti secondari e sub-ottimali, di bricolage imprevedibili». È una vera e propria rivoluzione, perché questa è una rivoluzione: qualcosa che nasce, che cresce e che muore per lasciare il posto a qualche altra nuova combinazione, una nuova esistenza possibile nel campo del reale. E questa è la vita, nel suo crescere e cambiar forma, nel suo sperimentare forme diverse; sempre flessibile, sempre adattiva e sempre, soprattutto, imperfetta. Quell’imperfezione che «segno dell’azione dell’evoluzione, introduce nella storia naturale un importante principio di ridondanza come fondamento di creatività. L’evoluzione è un processo straripante di ridondanza e l’adattamento più che un’ottimizzazione diretta è spesso un compromesso con i vincoli strutturali. La flessibilità funzionale e direttamente proporzionale alla capacità degli organismi di reagire creativamente ai cambiamenti di regole ambientali e, dato che il cambiamento di regole è la norma di un processo contingente di trasformazione, la flessibilità è direttamente proporzionale alla possibilità di sopravvivenza: come scrisse Gould, gli organismi complessi sopravvivono grazie all’imperfezione, alla molteplicità d’uso e alla ridondanza». Ed è proprio questa ridondanza, e qui mi permetto di andare forse un po’ oltre le intenzioni dell’autore, a confermarci dell’ipotesi privilegiata sul principale responsabile del “Grande Balzo in avanti” dell’Homo sapiens (nella seconda metà della sua giovane esistenza): il linguaggio. Non è forse la caratteristica più evidente (ed enigmatica) del linguaggio proprio il suo essere ridondante? Quell’eccedenza, quel di più, che va oltre la necessità comunicativa o espressiva e che sottende la capacità di immaginare ciò che non esiste, ciò che non serve o che, per meglio dire, non sembrerebbe servire né al momento né per un prossimo futuro. Questo spreco di risorse che va oltre l’utilizzo pratico, nella sua apparente inutilità ridondante. (2) E forse questo non ci dice che la pretesa dicotomia tra natura e cultura potrebbe essere un abbaglio? E che siamo sempre e comunque entro il solco della natura, al di là di ogni nostra pretesa emancipatrice? È, in fondo, lo stesso processo ridondante, lo stesso susseguirsi di modificazioni, assemblaggi; lo stesso bisogno di processi adattivi e opportunistici. Ed è comunque, e sempre, un processo precario e mai dato una volta per tutte. E per tornare alla fine al meraviglioso libro di Pievani (si legge di un fiato, è meglio del miglior libro giallo che abbiate mai letto) che cosa dire ancora? Che è un libro, vivaddio, imperfetto! Due gravi errori (quei grandi motori che ci permettono di ragionare): il primo è quello di far rientrare dalla finestra ciò che si era fatto uscire dalla porta e cioè il pensare che «sarebbe più preciso se, anziché ‘esseri umani’ (human beings) usassimo il termine ‘divenienti umani’ (human becomings)». Divenire qualcosa vuol dire portare a compimento qualcosa che ancora non è, e questo non è forse un pensiero finalistico? E il secondo è sempre conseguenza di questo, pensare che la nostra specie, oggi «in grado di modificare deliberatamente la propria e l’altrui identità biologica» possa fare un uso non distruttivo (e quindi autodistruttivo) di queste enormi potenzialità affidandosi alla “saggezza e al buon senso” è una illusione, un puro e semplice resto di stampo illuministico. È ancora un credere che noi possiamo lavorare fuori dal solco della natura. Non dobbiamo pensare di essere qualcosa che non siamo, e che non saremo mai; dobbiamo imparare ad essere più astuti (non furbi). Come Achille o, ancor meglio, come Perseo che affronta lo sguardo pietrificante di Medusa, guardandolo nel riflesso del suo scudo. «È ora di mettere mano al tempo» ci avverte l’autore, ora che la nostra «specie esploratrice ha raggiunto gli anfratti più nascosti del suo spazio ecologico profondo». Ma questo vuol dire forse qualcosa di più di quel che qui sembra si voglia suggerire: una sorta di consapevolezza su come il tempo ci ha forgiato e ci ha dato le caratteristiche di specie che conosciamo e che ci permetta così di gestire con una coscienza accresciuta i difficili problemi derivanti da uno sviluppo che ci appare sempre più insostenibile. “Mettere mano al tempo” potrebbe invece voler dire, anche sulla scorta di quanto questo libro ci ha magistralmente e crudamente raccontato, che occorre letteralmente mettere mano a ciò che noi pensiamo sia il tempo che ci domina e che ci ha portato fin qui dove siamo adesso. Se il tempo lineare del progresso evolutivo, ordinato e costante, cede per dar posto a un tempo frammentato “a scossoni”, a “balzi in avanti”, ciò è dovuto a una serie di scoperte, di progressi di un sapere scientifico che procede, lui solo, ancora in ordine e per gradi verso la verità? Oppure è il tempo, sono gli orologi del nostro vivere quotidiano (nei ritmi del lavoro, relazionali, soggettivi e quant’altro) che sono andati via via modificandosi (il tempo è andato irrimediabilmente fuori di sesto) e noi ancora non abbiamo cambiato il nostro modo di leggerli? E questo libro, in fondo, ci dimostra quanto sia difficile, per tutti, sincronizzare il nostro pensiero coi nostri orologi: quelli vanno ormai con ritmi e verso direzioni diversi, ma noi li vediamo ancora camminare in avanti, verso una direzione univoca, che ci attende là in fondo. Speranzosi in una soluzione, un chiarimento finale che ci illumini sul perché del nostro vivere la vita.

Nota 1: Telmo Pievani, «Homo Sapiens e altre catastrofi», Meltemi, 2018: è praticamente un libro nuovo rispetto alla precedente edizione, sempre Meltemi, del 2002 date le numerose scoperte nel campo dell’evoluzione umana avvenute in questo lasso di tempo.

Nota 2: su questo tema in “bottega” vedi la lezione di Antonio Caronia: http://www.labottegadelbarbieri.org/linguaggi-biologia-umani-e-altre-stranezze/

 

Redazione
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2 commenti

  • Chelidonio Giorgio

    “Divenire umani migrando” è stato il titolo di una serie di presentazioni/riflessioni divulgative che con un “pugno” di amiche/amici abbiamo portato in giro per il territorio veronese da almeno 10 anni, per far conoscere la complessità relazionale ambienti/ominini che ci ha portato all’attuale “nodi al pettine”, demografico e geo-climatico.
    Può una specie ormai invasiva (sedicente “sapiens”) diventare consapevole della propria dimensione evolutiva? Ai postumi, purtroppo, l’ardua sentenza.
    Comunque, senza conoscere il proprio passato la nostra specie va incontro ad una evoluzione qualsiasi. Che sia questa la sfida? Non si può ridurre tutto alla realizzazione (più o meno improbabile) degli “accordi di Parigi” perchè gli orizzonti di scelta del cosiddetto “Homo arrangiantropus” sono ancora tarati sul “presente” ( o al massimo sul “futuro prossimo”) e a dimensione “tribale” (micro o macro).
    Profeti non distopici cercansi….

    • Giuliano Spagnul

      Ma noi non possiamo determinare nessun tipo di evoluzione particolare. E’ una bella pretesa. Possiamo solo cercare di utilizzare al meglio (per quel che crediamo sia meglio) quel poco di libertà in più che la natura ci ha dato rispetto agli altri animali. Tutto qua.

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