Torino: salone del libro o del fascio?

Il no di Gennaro Carotenuto e Wu Ming; il nulla che dice Nicola Lagioia; con Franco Astengo e db che provano ad allargare il discorso

Il Salone del libro e il fascismo col quale dovremmo convivere

di Gennaro Carotenuto (*)

Il corto circuito creatosi sul “Salone del libro” di Torino, è esclusiva responsabilità di chi ha preso la decisione tutta politica di accettare i fascisti di Casa Pound. Per questo livello decisorio, totalmente chiuso al dialogo, impersonato dalla dichiarazione della dott. Rebola, direttrice del Circolo dei lettori, il fascismo è una legittima sensibilità politico-culturale da rispettare come le altre. Ciò (Rebola dixit, dorso torinese di “Repubblica”, 5 maggio, p. V, taglio basso) “in nome della Costituzione e della libertà di espressione”. Questo è stato il pacchetto etico imposto ai vari Lagioia, Lipperini, Raimo (quest’ultimo con una triste marcia indietro notturna), che evidentemente non hanno avuto la forza, non solo contrattuale, per ottenere l’unica cosa sensata prima del circo scatenatosi nelle ultime 48 ore, cioè rompere il contratto con Altaforte.

I decisori della massima fiera editoriale italiana hanno così scelto di lanciare un segnale pesantissimo, ma perfettamente in linea col clima generale del paese: “col fascismo bisogna convivere”. Mi è sovvenuto quel ministro di Berlusconi del “con la mafia bisogna convivere” che, scava scava verso il fondo, ha portato al Salvini del “i camorristi si ammazzino tra di loro e non rompano le palle”, preciso segnale politico del Ministro degli Interni alla criminalità organizzata, passato pressoché sotto silenzio nella sua allucinante gravità solo domenica.

C’è un’Italia che “col fascismo bisogna convivere” perché è fascista, fascioleghista, o benpensante (i vari Battista), che considera l’antifascismo come “il problema” e il 25 aprile un derby. Ma c’è anche un’Italia che si sente buona, giusta e antifascista, che “col fascismo bisogna convivere” per malinteso liberalismo, perché Voltaire bla bla, perché tanto ci facciamo comunque le nostre belle iniziative civili, i nostri saloni, la repubblichetta dei libri (a negazione del paese reale), e nessuno ci impedirà di celebrarci Primo Levi, e non importa se gomito a gomito con chi Levi lo gaserebbe volentieri qui e ora, non nel 1943.

È quell’Italia civile, civilissima che si è rinchiusa nel bel gesto e nelle belle lettere, e sarebbe troppo facile ricordare il dibattito politico sulle periferie impoverite vs. centri benestanti per avere chiaro che (Zero Calcare lo dice molto bene) lo spazio ai fascisti vada conteso metro per metro. Lo sta facendo Polacchi a Torino, non per colpa di chi lo voleva fuori, ma di chi lo ha fatto entrare. I fascisti sanno perché sono al Salone del libro; perché i dieci metri del loro box diventino non 12, 13, 14, ma mille e poi tutti e 60.000 dell’intero salone. Non è colpa di Wu Ming se i giornali intervistano Polacchi, ma di chi gli dà agibilità politica, dal Ministro degli Interni alla dott. Rebola.

Continuo a pensare che la parola esatta l’abbia detta il figlio di Leone e Natalia (mi si perdoni il ricorso genealogico, ma per deformazione professionale trovo la contestualizzazione indispensabile per le nuove generazioni), il grandissimo storico Carlo Ginzburg: “il problema è esclusivamente politico” e le questioni legali e commerciali sono secondarie. Con il fascismo non si può convivere perché la convivenza col fascismo è incompatibile con la democrazia, col pluralismo e con tutte quelle (altre) sensibilità da rispettare delle quali blatera la dott. Rebola e che il fascismo nega.

E no, non necessariamente la democrazia è più forte del fascismo. Affermarlo è ipocrita, consolatorio e assolutorio. Lo hanno chiarito – la Storia fa tenere la schiena dritta – i sopravvissuti della Shoah, che escludono di partecipare se ci saranno i fascisti. Vogliamo accusarli di intolleranza? Mentre intorno a Lagioia si continua a spacciare l’idea di una festa della lettura, che sembra sempre più il ballo del Titanic, le vittime della Shoah lamentano di non essere state degnate di risposta da chi nel Salone decide davvero. La Storia, sempre quella, a volte mette davanti a scelte scomode; ma la sensibilità dei sopravvissuti conta evidentemente meno.

(*) cfr http://www.gennarocarotenuto.it

Gomito a gomito coi neofascisti? Mai. Ovvero: perché non andremo a #SalonedelLibro di #Torino – Wu Ming

La settimana scorsa abbiamo annunciato la partecipazione di Wu Ming 4 al Salone Internazionale del Libro di Torino, il 12 maggio, per presentare l’antologia di suoi scritti su J. R. R. Tolkien Il Fabbro di Oxford, in uscita per la casa editrice Eterea.

Oggi annunciamo che la presentazione è annullata.

Ormai è noto: al Salone avrà uno stand Altaforte, di fatto la casa editrice di Casapound. Nei giorni scorsi questa notizia ha suscitato molte critiche ed esortazioni a tenere fuori dalla kermesse una presenza platealmente neofascista. E come ha risposto il Comitato d’indirizzo del Salone?

Con un comunicato che in sostanza dice: Casapound non è fuorilegge, dunque può stare al Salone, basta che paghi.

Come spesso accade, ci si nasconde dietro il «legale» per non assumersi una responsabilità politica e morale. Per rigettare il fascismo non serve un timbro della questura.

Da chi è formato il Comitato d’indirizzo? Citiamo dal sito ufficiale della fiera/manifestazione:

«Il Comitato d’Indirizzo, presieduto da Maurizia Rebola, direttore della Fondazione Circolo dei lettori, è il luogo del coordinamento delle attività organizzative. Vi prendono parte Nicola Lagioia, direttore editoriale del Salone Internazionale del Libro di Torino, Silvio Viale, presidente dell’Associazione Torino, la Città del Libro, i rappresentanti della Regione Piemonte e della Città di Torino, e uno per ciascuna associazione di categoria: ADEI, Associazione degli Editori Indipendenti; AIB, Associazione Italiana Biblioteche; AIE, Associazione Italiana Editori; ALI, Associazione Librai Italiani; SIL, Sindacato Italiano Librai.»

Il giorno prima, Lagioia – che in quanto direttore editoriale si occupa del programma e non della parte commerciale della kermesse – aveva emesso un suo comunicato, dove, anche a nome del comitato editoriale, diceva cose giuste, purtroppo indebolite dalla chiusura in anticlimax: «Il Salone del Libro prevede ai suoi vertici una pluralità di soggetti, e dunque […] qualunque decisione verrà presa sia io che il comitato editoriale la faremo nostra.»

Ebbene, la decisione è stata presa: quella di scrivere, a futura memoria, una nuova pagina nera – o bruna – nella storia di come fu normalizzato il neofascismo.

A Torino si è compiuto un passo ulteriore nell’accettazione delle nuove camicie nere sulla scena politico-culturale italiana.

Accettazione che da anni premia soprattutto i fascisti di Casapound, sempre intenti a rappresentarsi come «carini e coccolosi», immagine che stride con la frequente apparizione di loro militanti in cronaca nera e anche giudiziaria – si veda, ad esempio, il recentissimo episodio di Viterbo.

Accettazione che vanta ben più di uno sponsor, a partire dall’attuale ministro degli interni, del quale Altaforte pubblica l’intervista-biografia, in bella mostra sul sito della casa editrice accanto a quaderni di «mistica fascista» e biografie apologetiche di squadristi, gerarchi del ventennio, boia repubblichini e collaborazionisti vari.

In difesa del proprio lavoro, Lagioia e il comitato editoriale hanno ribadito che il programma del Salone va nella direzione opposta, con eventi chiaramente improntati all’antifascismo e all’antirazzismo. È vero: è un programma di grande qualità, costantemente migliorato negli anni grazie alla nuova gestione. Ma questo non risolve il problema.

Va sempre ricordato che, coi loro atti, i fascisti non parlano a noi, ma al loro mondo, e quel che diranno sarà: «Visto? Loro fanno le loro chiacchiere buoniste e antifasciste, ma intanto noi siamo qui, col nostro business e i nostri segni identitari, e nessuno ci ha fermati. Nemmeno con la storia di Viterbo ancora calda ci hanno fermati. Mentre gli altri parlano, noi andiamo avanti. Metro dopo metro.»

Noi riteniamo che i fascisti vadano fermati e, metro dopo metro, ricacciati indietro.

Noi riteniamo necessario dare segnali sempre più chiari e forti, come è stato fatto venerdì scorso nella piazza di Forlì.

Noi non abbiamo intenzione di condividere alcuno spazio o cornice coi fascisti.  Mai accanto ai fascisti.

Per questo non andremo al Salone del Libro.

Post Scriptum. Nel contesto di queste polemiche, il collega scrittore Christian Raimo è stato oggetto di pesanti attacchi da parte di fascisti e reazionari assortiti, fino a dimettersi da consulente del Salone. Per la campagna d’odio che sta subendo, gli esprimiamo la nostra solidarietà.

da qui

Christian Raimo:

Oggi ho scritto questo comunicato scarno per tutelare il Salone del libro. Sono triste ma è il tempo a essere triste. Ho contribuito in maniera generosa insieme a una serie di consulenti e a un direttore fantastici a far sì che il programma del Salone di Torino di quest’anno sia pieno di cose belle, politicamente e esteticamente radicali. E così sarà.

“Ho deciso di presentare la mie dimissioni dal gruppo dei consulenti per proteggere il Salone del Libro di Torino dalle polemiche che hanno fatto seguito a un mio post, pubblicato a titolo strettamente personale.

Il Salone del Libro di Torino è uno spazio di libertà, di dibattito e confronto di idee, di cultura e di apertura, di molteplicità e democrazia. È il risultato del lavoro appassionato e della dedizione di centinaia e centinaia di persone. È importante per il paese e appartiene a tutti.

Con queste dimissioni testimonio il mio sincero e profondo rammarico per una presa di posizione individuale che, ben al di là delle mie intenzioni, potrebbe, ma a nessun costo deve, risultare fuorviante rispetto a ciò che il Salone del Libro è da oltre trent’anni, e vuole essere oggi e in futuro”

(dalla pagina facebook di Christian Raimo)

QUESTA ESPERIENZA DEVE UNIRCI

di Nicola Lagioia

Il Salone del Libro di Torino è un luogo di scambio, di confronto, di condivisione, di festa. Coinvolge centinaia di migliaia di persone. È un esempio virtuoso per tutto il paese. E Torino è una città profondamente antifascista. La sua comunità ha spalle larghe e saggezza. Non raccoglie le provocazioni di chi vorrebbe solo visibilità. Nel centenario di Primo Levi, la comunità del Salone del Libro si raccoglierà una volta ancora per discutere di democrazia, di Europa, di convivenza, di immigrazione, di letteratura, del restare umani in un mondo difficile. Il Salone è una grande manifestazione popolare dove gente di tutte le età, i ceti, le idee, le provenienze, le nazionalità si dà appuntamento in un luogo che è diventato uno dei simboli della democrazia e della civile convivenza.

Le polemiche che si sono accese per la presenza di una casa editrice i cui animatori, in nome del fascismo, hanno rilasciato dichiarazioni che si commentano da sole, pongono un tema. Lo abbiamo già detto, lo ripetiamo. Pongono questo tema al mondo dell’editoria, della cultura, della politica. È un tema che al Salone verrà affrontato in tanti incontri programmati da tempo. Il problema ovviamente non è la libertà d’espressione, ma cosa si può muovere intorno a certe idee che non sono solo agli antipodi dell’impostazione culturale del Salone di quest’anno (non è mai stato un problema: il Salone accoglie tutte le opinioni) ma la cui messa in pratica turberebbe l’ordine democratico offendendo la Costituzione. Se il Salone è diventato l’occasione per affrontare questo tema, rilanciandolo oltre che al mondo della cultura a quello della politica, allora la cultura sarà davvero servita a qualcosa.

Il Salone è la casa dei torinesi e di tutti gli amanti dei libri, è il punto di ritrovo per appassionati che arrivano qui da ogni angolo d’Italia. È il frutto del lavoro di tante professionalità, vi collaborano per tutto l’anno numerosissime realtà: dalle scuole, alle librerie, alle biblioteche, ai gruppi di lettura, ai comitati di quartiere, oltre che naturalmente il mondo editoriale. Così, come ogni anno, a partire dal 9 maggio i torinesi abiteranno questo bene comune in nome dei valori che fanno della città e del suo Salone un esempio di sana convivenza e accoglieranno i loro tanti amici che vengono da fuori per celebrare insieme, uniti, la festa del libro e il desiderio di un futuro migliore. E il futuro si costruisce in ogni momento.

Questa esperienza deve unirci, non dividerci. Deve farlo in nome di un bene superiore, e deve invitarci a tirare fuori – nei toni, nelle prese di posizione – la nostra parte migliore. Rispettiamo chi per evidenziare i problemi di cui sopra si è allontanato temporaneamente da quella che com’è ovvio è casa sua, e abbracciamo chi ha deciso, com’è più che mai ora necessario, di abitare con convinzione adesso quella stessa casa per farla durare, e darle spazio e vita.

Adesso facciamo parlare il Salone.

Buon Salone del Libro

A nome del Salone Internazionale del Libro di Torino

CULTURA E POLITICA

di Franco Astengo

Come si può rispondere al sottotitolo della prima pagina del manifesto del 7 maggio: “La presenza tra gli stand di Torino di un editore dichiaratamente fascista ha portato autrici e autori a dividersi se sia giusto o meno partecipare e in che forma. Ma a essere messa in discussione è la presunta egemonia della sinistra nella produzione culturale italiana”?

Due soli spunti di riflessione nel merito: la vicenda riguardante il Salone di Torino si inquadra nell’evidente presenza fascista ormai rampante.

Ho semplificato la descrizione per renderla più chiara e per insistere su di un punto a mio giudizio assolutamente cruciale.

Stiamo sottovalutando il fenomeno fascista sia dal punto di vista delle posizioni politiche sia nella mancanza di avvertimento dell’umore di fondo che ci arriva da un insieme di comportamenti quotidiani da parte di ampie fasce di popolazione.

Comportamenti che sì fanno davvero “egemonia”.

In secondo luogo il manifesto fa bene a scrivere di “presunta egemonia della sinistra” nel campo della produzione culturale.

Come possiamo pensare, infatti, all’esercizio di un’egemonia nella produzione culturale essendo la sinistra priva di una qualche minima strutturazione politica in grado di essere presente nel vivo della quotidianità, della capacità di informare i modelli di vita, di indicare un rapporto tra la realtà e l’agire politico?

Non è certo il caso di tirare in ballo Gramsci come pure potrebbe essere opportuno ma di guardare in faccia la verità: senza soggettività politica non può esserci espressione culturale se non da parte di un’élite ristretta e quasi autoreferenziale, del tutto immersa nel seguire le mode correnti.

UNA NOTICINA DI DB

La selezione e titolazione dei materiali, come la scelta delle immagini, è stata fatta dal solo db e non dalla redazione della bottega: non ci sarebbe stato il tempo di ragionarne insieme. Lo puntualizzo non per la solita excusatio non petita accusatio manifesta (chi si scusa si accusa…o almeno così sembra ) ma per correttezza verso chi in questa piccola “bottega” potrebbe avere un’opinione diversa – e spero che la manifesterà – dalla mia.

Non siamo un partito e dunque in Qbea (Questa bottega è antifascista) ci possono essere idee diverse su come affrontare i neofascisti: a Torino, a Casalbruciato e ovunque. Purchè ci sia davvero la volontà di opporsi. Perchè il fascismo non è un’opinione ma un crimine. E il neofascismo – ben protetto e coccolato in Italia anche nei media – va fermato sul serio, non a vaghe chiacchiere. Io sono d’accordo con chi ha deciso di non andare al salone di Torino, per le ragioni che spiega qui sopra il collettivo Wu Ming; ma anche Marco Revelli ieri sul quotidiano «il manifesto» (che pensa giusto essere presenti a Torino) ha provato a far capire quanto sia alta la posta in gioco. Non per questo romperò le relazioni con chi – anche tanti piccoli editori sicuramente antifascisti, anche persone con le quali spesso mi trovo in accordo nella teoria e nella pratica – su Torino (o su Casalbruciato) la pensa diversamente da me. Discutiamone. Ragioniamo di tattica e di strategia. Seriamente. Purchè ci sia davvero la volontà di opporsi. Purchè ci sia davvero la volontà di opporsi.   P U R C H E’   C I  S I A   D A V V E R O  LA

V  O L O N T A’  D I  O P P O R S I.

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

7 commenti

  • Daniele Barbieri

    Se vi è sfuggito (è qui nel colonnino di sinistra) il ragionamento di Alessandro Ghebreigziabiher … ECCOLO QUI:
    https://www.storieenotizie.com/2019/05/altaforte-casapound-salone-del-libro-2019.html

  • sergio falcone

    Il fascismo non passerà.

  • “Purchè ci sia davvero la volontà di opporsi”. Secondo me c’è ma, purtroppo, è minoritaria nel Paese, ha perduto la presa su diversi capisaldi culturali tradizionalmente egemonizzati dalla sinistra e quindi dall’antifascismo. Dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, furono conquistate non poche casematte di gramsciana memoria: scuola, università, case editrici, produttori cinematografici, registi, operatori culturali, televisione, ecc.ecc.. Dagli anni ’80 in poi (gli anni del reflusso e del “privato è bello”), sono state perdute ad una ad una. Per lo più perdute. Qualcuna conquistata dal nemico di classe (il capitalismo); ma nessuna dai suoi sgherri in orbace. Nel deserto culturale che si è formato, il neofascismo metro dopo metro si è fatto strada. Nei sentimenti popolari e populisti (Casal Bruciato, ecc.ecc.) anche razzismo, xenofobia, sessuofobia, guerra tra poveri. Dobbiamo rileggere Gramsci, farlo leggere a scuola, ricominciare strada per strada, piazza per piazza, metro dopo metro, cointervista dopo cointervista… Bisogna ridare gambe, cuore e cervello all’Antifascismo militante. Adelante Compañeros!

  • Alessandra Kersevan

    Non so se mi vien da ridere o da piangere a leggere certi commenti. Sembra che il rinascere del fascismo in Italia sia un problema di questi ultimi tempi. Si potrebbe fare tutta la storia di come i fascisti in Italia sono stati sdoganati dall’inizio anni Novanta tra la colpevole inerzia della sinistra ex comunista e antifascista di nome. Ma in realtà i fascisti non sono mai stati vinti, si erano solo mimetizzati. Dopo la liberazione nei ministeri di Roma sono restati i funzionari di prima. I partigiani garibaldini sono stati perseguitati, imprigionati, costretti all’emigrazione. Il primo presidente della Rai Televisione, Cristiano Ridomi, aveva fatto parte dello staff propagandistico di Mussolini. Vittorio Veltroni (sì, il padre) importante funzionario Rai, era nel 1941 a dirigere l’Eiar a Lubiana dopo l’aggressione alla Jugoslavia e l’annessione della Provincia di Lubiana, Fede Arnaud, direttrice del doppiaggio dei film italiani nel dopoguerra, prima era stata responsabile delle ausiliarie della X Mas, e gli esempi potrebbero continuare a centinaia. Negli anni Novanta i fascisti sono riusciti a sdoganarsi riciclandosi da carnefici a vittime con tutta la questione del confine orientale e delle foibe, operazione concretizzatasi nella istituzione bipartisan del cosiddetto Giorno del Ricordo, a detrimento dei partigiani jugoslavi e friulani della Divisione Garibaldi Natisone. In questi anni quasi tutti coloro che ora si stracciano le vesti per i fascisti al Salone di Torino non si sono accorti di quanto stava avvenendo?

  • sergio falcone

    Non esiste soluzione di continuità tra i regimi che si sono avvicendati sul pianeta. In un modo o nell’altro, la stessa odiosa dittatura di classe.
    Ovunque io vada, c’è sempre chi domina e chi è dominato.

  • Gian Marco Martignoni

    Tra le tante pubblicazioni sul tema il libro ” Neofascismi ” dello storico Claudio Vercelli documenta la persistenza del fascismo ,nelle sue varie forme, dalla Liberazione ad oggi. Che poi oggi, non solo nel quartiere di Casalbruciato o al salone del libro di Torino – penso ai Do.Ra a Varese che rivendicano lo scioglimento dell’Anpi – avvengano nel paese fatti inimmaginabili sino a qualche anno fa, la dice lunga sugli ampi varchi concessi al fascio-leghismo dal cedimento morale ed intellettuale della ex sinistra. Al punto che la Rossanda il 1 maggio ha così concluso la sua riflessione sulle colonne de Il Manifesto : ” Io avevo quattordici anni al momento delle leggi razziali e ricordo molto bene come è andata.Non vorrei rivivere la situazione nè affidarmi all’altro mondo per evitarla “. Mi son venuti i brividi nel leggerla e rileggerla…..

  • La situazione di Torino è figlia, secondo me, di un travisamento completo del concetto della democrazia, secondo il quale, necessariamente, tutti hanno diritto di esprimere la loro opinione. Questo ho sentito dire stamani, in pausa pranzo, da due persone che conversavano in un bar a poca distanza da me.
    I fascisti invece, non dovrebbero avere diritto di parola. Basterebbe applicare la Costituzione, imparare a dire no di fronte alla richiesta di spazi pubblici per stand informativi ecc…, ma purtroppo dicono che non si può fare perché i partiti neofascisti possono presentarsi alle elezioni. Ecco, visto che la Costituzione afferma che “è vietata la ricostituzione del partito fascista sotto qualsiasi forma”, non dovrebbe essere un problema escluderli dalle elezioni.
    Se i partigiani hanno dato la vita affinché noi potessimo vivere in una Repubblica nata dall’antifascismo, basterebbe che le istituzioni democratiche, a costo di sopportare qualche causa legale, si adoperassero, o si fossero adoperate, per mettere fuorilegge i neofascisti. Al contrario l’estrema destra è stata sdoganata, è stato permesso che proliferassero “schifezzari” come Predappio e Affile, agli autori delle numerose manifestazioni parafasciste non è stato mai fatto niente, così come ad esponenti delle istituzioni democratiche (consiglieri e assessori), che in occasione di ogni 25 aprile e non solo insultano la lotta partigiana.
    Eppure basterebbe poco per mettere a tacere questi personaggi, a partire dal sottolineare le proprie contraddizioni: se possono fare attività politica lo devono proprio a quella democrazia che loro dicono di rifiutare, ma per la quale hanno combattuto i partigiani.
    Tuttavia le istituzioni restano silenti. A Roma prosperano, in totale tranquillità, le occupazioni neofasciste e a Torino Regione e Comune denunciano si l’editore di Casa Pound per apologia di fascismo, ma l’organizzazione del Salone del libro è anche loro. A me sembra solo un modo per pulirsi la coscienza.
    Per finire, grosse responsabilità le ha anche la stampa, da quella nazionale a quella locale che ormai pubblica i comunicati dei fascisti, li chiama in tv, chiede loro interviste e ha finito per renderli presentabili. Sono sempre fascisti, ma in doppiopetto e quindi sono stati legittimati nel dibattito democratico.
    Un altro errore è stato quello di riconoscerli politicamente come fece anni fa Violante e ora i nazi si sentono legittimati a fare ciò che vogliono, a maggior ragione in questo periodo in cui godono della protezione di Salvini.
    Se non ci attiviamo presto, il rischio è che prima o poi questi entrino in Parlamento.

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