Torna in libreria «Perdido Street Station» di China Miéville

  Un libro di cui io mi sono innamorato dalla prima pagina (non fatevi sfuggire il mio “PS DI CURIOSITA’ DIVORANTE”)

Non so bene se era il mese era «Fertilaio», «Colpaio» oppure «Stuoile»; tanto meno ricordo il giorno («Scansadì», «Polveredì», «Molodì», «Pescedì», «Catenadì», «Teschiodì»…) anche perché qualcosa nel calendario di China Miéville ancora mi sfugge. Come si conta il tempo da noi – Ue, pianeta Terra – era maggio: gli occhi mi si illuminarono quando vidi in uno scaffale «Perdido Street Station» (Fanucci 2003, traduzione di Elisa Villa) da tempo esaurito. Lo cercavo da tempo perché mi era molto piaciuto «La città e la città» – scoperto in ritardo (*) – e dunque volevo leggere gli altri di China Miéville. Ne parlo ora, visto che torna disponibile, anzi vedo che Fanucci sta ristampando tutti i suoi Miéville (**).

«Perdido Street Station» è un romanzo di cui mi sono innamorato dalle prime 5 righe, stupendomi poi che per 774 pagine Miéville riuscisse a controllare personaggi difficili e una trama intricatissima senza mai cedere nella scrittura a banalità o riciclando zuppa stantia.

Già di solito svelo poco della trama; qui anche volendo non potrei. E’ un libro irraccontabile pur se intere scene si fissano nella memoria. E’ fantascienza ma anche fantasy, horror (in alcuni passaggi mi ha ricordato il miglior Serge Brussolo) e noir alla Cornell Woolrich. Sembra facile – ed è di moda – mescolare i “generi” ma a saperlo fare come Miéville sono pochissimi/e.

A proposito di Woolrich mi pare che sia stato lui, fra scritture realiste e fantastiche, il primo (o fra i primi? Correggetemi se sbaglio) a fare della città una protagonista delle storie e/o una voce narrante; qui Miéville va oltre. La città ci segue o precede sempre. «L’architettura di New Crobuzon passa dall’industriale al residenziale, dall’opulento alla baraccopoli, dal sotterraneo all’aviotrasportato, dal moderno all’antico, dal vivacemente colorato al grigio, dal fecondo allo sterile». Nella pagina iniziale del libro le travi bisbigliano e la città ferisce le colline ma bisogna venerarla pur se è «una immensa inquinatrice, fetore […] Che scherzo della topografia è mai questo che consente al mostro scompostamente disteso di nascondersi dietro gli angoli per poi manifestarsi davanti al viaggiatore? E’ troppo tardi per fuggire». Troppo tardi per smettere di leggere, Mièville ci ha tirato nella sua ragnatela, nella «strisciante infinità dei colori», per farci incontrare una creatura nata «da energia casuale e virus e azzardo» («un dio autocreato» ma anche «un’infezione rara»), per ricordarci che il potere mantiene l’ordine pubblico «decentralizzando la paura», per farci scoprire i 999 nomi dell’amore/sesso.

E poi… tuuuuuuuuutto il resto scopritelo voi.

PS DI CURIOSITA’ DIVORANTE

Guardando cosa c’è in italiano di Miéville scopro che è stato tradotto (quest’anno dall’editrice Nutrimenti) anche il suo «Ottobre. Storia della rivoluzione russa». Possibile? Visto che China Miéville è laureato in antropologia sociale con un master in economia, che è un fumettaro e fa parte del Socialist Workers Party inglese beh sì è plausibile, anzi “obbligatorio”. Comunque esiste: vedi la copertina qui sopra. Mi toccherà leggerlo. Ne riparliamo (non di Marte-dì suppongo).

(*) cfr la mia rec: China Miéville: «La città e la città»

(**) Nell’ultimo anno «Embassytown», «Il treno degli déi», «La città delle navi» oltreché «La città e la città».

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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