Torna «La trilogia steampunk» di Paul Di Filippo

E’ in edicola (ancora per pochi giorni) con Urania e db la ri-recensisce e la ri-consiglia, con il consenso-dissenso di Mauro Antonio Miglieruolo

PRIMA RECENSIONE: come se questo libro non l’avessi mai letto

Non essendo un libro steampunk – dice bene Salvatore Proietti – questo libro di Paul Di Filippo «è il capolavoro dello steampunk». Nell’Urania collezione 187 (260 pagine per 6,90 euri) torna – a breve distanza dal travolgente «Cosmocopia» (*) – Pdf con «La trilogia steampunk».E io l’ho letto (colpa di Claudio ma lasciamo perdere) come fosse un libro nuovo.

Il primo breve racconto «Vittoria» si riferisce proprio alla regina che copriva “per decenza” le gambe dei mobili ma imponeva l’oppio in Cina (**) ed è uno sberleffo meraviglioso: tritoni “umani” e molto sesso.

Si prosegue – e si migliora in sarcasmo e in sapienza storica – con «Ottentotti» (romanzo breve) dove in un meraviglioso tourbillon incrociamo i martinisti e gli anarchici, Frederick Douglass e Nat Turner, Sojourner Truth (***) e un catti/cattivissimo agente prussiano, Ralph Emerson con Hank Thoreau, animali e ibridi, un cugino di Lovecraft e l’ex baleniere Melville (si presenta con «chiamatemi Herman»). Su tutto domina la vulva di Saartjie Baartman detta “la venere Ottentotta”. Chi desideri approfondire il razzismo “scientifico” dell’epoca recuperi «Intelligenza e pregiudizio» (****) del grande scienziato e divulgatore Stephen Jay Gould.

Il terzo rorb-fv (racconto o romanzo breve-fate voi) è per amanti della poesia più ancora che per fans del fantastico: «Walt ed Emily» di cognome fanno – bisogna aggiungerlo? – Whitman e Dickison. In uno “strano luogo” (altro non posso dire) incontreranno 7 non nate e non nati della poesia: Adrienne, Allen, Anne, Delmore, Ezra, Hart, Sylvia; se vi sfuggono i cognomi e non avete sottomano il telefono segretissimo della “cicala del sabato” a pagina 8 preventivamente ve li svela – tutti d’un botto – Salvatore Proietti nella sua breve quanto completa cavalcata su Pdf (Paul Di Filippo) e steampunk.

Frasi memorabili? Dalla dozzina in su. La mia preferita è (forse) questa: «I miei erano così poveri che non potevano permetersi le vocali extra quando fu l’ora di battezzarmi».

SECONDA RECENSIONE: db sospettando (alla fine) di aver già letto questo libro scopre che è vero e ne aveva già parlato in “bottega”

Alla fine anche il sospettoso db incontrò lo steampunk, anzi un’intera trilogia. Ma prima di «disambiguare» (come direbbe santa Wikipedia, protettrice dei velocisti, degli smemorati e dei pigri) è il caso di spiegare cosa designi il termine steampunk. Il termine – inventato o quanto meno reso popolare dallo scrittore Karl Jeter – rimanda a un ramo del fantastico che propone un Ottocento alternativo. Per l’appunto wikipediando si può così sintetizzare: «un mondo anacronistico – a volte una vera e propria ucronia – in cui armi e strumentazioni vengono azionate dalla forza motrice del vapore (steam in inglese) anziché dalla energia elettrica; dove i computer sono completamente analogici […] . Un modo per descrivere l’atmosfera steampunk è riassunto nello slogan “come sarebbe stato il passato se il futuro fosse accaduto prima” […] Concepito per descrivere la fantascienza ambientata in epoca vittoriana, steampunk è diventato d’uso comune per molte forme analoghe di speculative fiction ambientate in secoli anche successivi all’Ottocento, o in mondi diversi dalla Terra, ma pur sempre con fortissimi riferimenti al Lungo XIX Secolo, alla rivoluzione industriale e al romanzo scientifico ottocentesco».

Fatta questa promessa, vado a “disambiguare”: non parlerò del movimento (avendo finora solamente sfogliato qualcosa come potrei?) ma sviscererò «La trilogia steampunk» di Paul Di Filippo che ho appena letto nella traduzione di Salvatore Proietti il quale, al solito, regala anche una succosa introduzione. Il volume esce da Delosbooks nella collana Odissea ma essendo triplo (318 pagine) rispetto alla solita foliazione costa un po’ di più (14,90 euri).

Il primo (e il più breve) dei tre romanzi è «Vittoria». Il titolo rimanda ovviamente alla ottocentesca regina inglese ma anche all’omonimo tritone, trasformato in un essere femminile quasi umano da un «deplorevole gioco scientifico» del giovane scienziato (e «gentiluomo» va da sé) Cosmo Cowperthwait che poi la spedisce in un bordello dove è molto apprezzata perché fornisce «un’esperienza sessuale innovativa». Per una serie di intricate vicende – che qui non è il caso di svelare – la Vittoria destinata al trono e l’altra che si nutre di mosche sembrano destinate a scambiarsi di ruolo. Prima della fine quasi lieta incontreremo lady Ottoline Cornwall («una donna di nome Otto»), «l’uomo dal naso d’argento» (lord Chuting-Payne), un melanconico primo ministro e intrighi a go-go.

Nel lungo «Ottentotti» il protagonista è Louis Agassiz, un mediocre scienziato svizzero (e fanatico razzista) che, mentre si trova negli Usa, viene trascinato in un pasticcio magico-erotico-politico. Lo stesso Agassiz dice: «Fatemi riassumere: uno stregone ottentotto, in possesso di una reliquia magica è inseguito da un mezzosangue polacco-irlandese e da un Crociato medioevale e noi dobbiamo aver la meglio su di loro per arrivare per primi alla reliquia». Proprio così. Ma lo scienziato si può fidare di Jacob Cezar e della (per lui disgustosa, «una scimmia») Ng!datu, detta Dottie Baartman, figlia della famosissima «Venere Ottentotta»? O sarà meglio accordarsi con Feargus Kosciusko, esponente del «messianesimo polacco»? Magari il terzo (o quarto?) incomodo può risultare vincente: è Hans Bopp, «ultimo superstite dei Cavalieri Teutonici». Strada facendo bisognerà fare i conti con gli effetti della canapa (indiana), con un certo Marx e altri illustri personaggi del tempo, con gli abolizionisti e le suffragette, sino a un finale pirotecnico, con nemesi sessuale e scientifica. Se leggete troppo di fretta vi scapperanno alcune battute geniali, in particolare quando entra in scena (per subito uscirne) Melville.

La terza vicenda concerne «Walt ed Emily» che di cognome fanno … nientepopodimenoche Whitman e Dickinson, ovvero le vette della poesia in quel grande Paese che (la cattiveria è di Oscar Wilde non di Pdf) arrivò alla decadenza senza passare dalla civiltà. I due si trovano coinvolti in una tipica truffa parapsicologica con molte sorprese erotiche, cronologiche (cosa ci fa Allen Ginsberg nel 1860?), poetiche e naturalistiche (a esempio una montagna ermafrodita e un’erba generatrice). Nei dialoghi l’autore ricicla, in chiave per lo più ironica, i versi di Walt e soprattutto di Emily. Alto «virtuosismo letterario» annota Proietti nell’introduzione ma anche una dolce dissacrazione dei mostri sacri della poesia detta “americana” (in realtà statunitense).

I tre libri sono uniti da molti fili ma abbastanza differenti. Proietti li definisce, a ragione, così: «più rabbioso il primo, acido il secondo, intenso il terzo».

In definitiva? La copertina strilla che questo è «uno dei libri cardine del più affascinante tra i generi letterari». Io preferisco di gran lunga la fantascienza ma riconosco a Di Filippo di aver costruito tre storie godibilissime. Dovessi suggerire una morale (che non c’è) mi affiderei al vecchio Walt: «Schiodate i catenacci dalle porte! Schiodate le porte stesse dai cardini! Se siamo a un’ora sola dalla pazzia e dalla gioia, allora non mi imprigionate!». L’esclamativo va usato con discrezione ma con Whitman è d’obbligo. (anzi: d’obbligo!)

TERZA RECENSIONE: il controcanto di Mauro Antonio Miglieruolo (che però non ha molto amato “Ottentotti”)
Steampunk, parola della quale fino a qualche giorno fa neppure conoscevo la grafia e molto impropriamente il significato. Poi mi capita di acquistare, oltre a Robot 67 e Paradisi perduti della Le Guin, La Trilogia Steampunk di Paul Di Filippo della collana Odissea (Delos Book: edizioni troppo a lungo trascurate) e vengo a conoscenza sia dell’una che dell’altro.
Una lettura quella della
Trilogia per certi versi entusiasmante, vedi “Walt ed Emily”, per altri gradevole, vedi “Vittoria” e per altri ancora navigando verso la delusione: “Ottentotti”. Complessivamente Di Filippo, almeno in questa sua antologia, si dimostra autore leggibile e accattivante, con notevoli capacità di innovazione tematica e stilistica. Tanto notevoli che mi ha convinto della necessità di riprovarci. Sia per quanto attiene al sottogenere Steampunk, sia per quanto attiene all’autore.
Riassumo in breve il contenuto del bel volume:
a)
Vittoria: la Regina Vittoria, poco dopo essere salita al trono, lascia le segrete stanze, sembra, per sperimentare la vita dei suoi sudditi (in realtà per sperimentare se stessa). Il Primo Ministro inglese, amante delle regina, essendo a conoscenza che in un certo postribolo lo scienziato non pazzo, ma non del tutto giusto di testa, Cowperthwait, ha chiuso una sua creatura ipersessuata, chiede al Cowperthwait la disponibilità del mostro in questione, in quanto lo stesso somiglia in modo straordinario al sovrano scomparso. Lo scopo è di permettere la continuità delle funzioni istituzionali fingendo si tratti dell’originale. Il tempo di rintracciare la fuggitiva, evitando che nel frattempo scoppi una crisi interna e internazionale, e la creatura del protagonista potrà tornare al suo posto.
Cowperthwait non solo consente, ma si mette anche lui a cercare la regina scomparsa. Scoprirà che le cose non stanno esattamente come il Primo Ministro ha descritto.
Niente di speciale, almeno per noi italiani, da lungo tempo edotti che le cose MAI stanno come i Primi Ministri (ma anche i secondi e i terzi) si affannano a descrivere.
Divertente oltre che irriverente.

b) Ottentotti: Agassiz, famoso scienziato svizzero, e famigerato razzista, è coinvolto in una strampalata serie di disavventure alla ricerca di un super feticcio ottenuto tramite il sinus pudoris di una Venere Ottentotta” che (storico) nei primi anni dell’Ottocento era diventata famosa per certe sue particolarità anatomiche. L’idea non è male, ma la manipolazione letteraria che Di Filippo compie sulla figura dello scienziato (realmente esistito) non produce una parodia, ma il grottesco e l’improbabile di una narrazione che si fa comunque leggere. Grotteschi e improbabili anche i personaggi che si muovono insieme a lui nella ricerca del feticcio; nonché le avventure nelle quali sono coinvolti. Unica figura che si salva è quella della figlia della Ottentotta da cui è stato ricavato il feticcio. Solo a lei è concesso infatti di manifestare buon senso e una certa intelligenza.

c) Walt e Emily: il pezzo forte della triade. Emily Dickinson, poetessa alle prese con un poeta dagli appetiti vasti e differenziati (Whitman), proprio in ragione di questo incontro e degli avvenimenti che l’incontro produrrà, scopre se stessa e scopre la propria validità come poetessa. Lo stile è il migliore tra i tre pezzi; ed è anche buono in assoluto. La vicenda stessa è ben narrata, con un buon taglio formale e molta coerenza. Uno stile costruito utilizzando i toni poetici e a volte le parole degli stessi poeti protagonisti. Personalmente lo valuto un ottimo lavoro.

Libro che non può mancare nella biblioteca di un appassionato di fantascienza. E anche di un non appassionato.

(*) cfr In quanti mo(n)di si può dipingere?

(**) qui Scor-data: 23 gennaio 1901  con il geniale ghigno di Eduardo Galeano

(***) vedi in “bottega”: Sojourner Truth, la verità che c’è e vola

(****) Il titolo originale era “The Mismeasure of Man” ossia «L’erronea misurazione dell’uomo» ma quello italiano è certamente più suggestivo.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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