Tpan: per passare dalla non proliferazione all’eliminazione delle armi nucleari

di Mario Agostinelli, con il contributo di Giovanni Mosca (*)

IL 2017 ANNO DI SVOLTA PER IL NUCLEARE?

Siamo – o, almeno ci confidiamo – in un periodo di cerniera tra l’adozione del Trattato Internazionale di Interdizione delle armi nucleari (TNP) ed il processo della loro eliminazione totale ed irreversibile (TPAN), soggetti entrambi di processi realizzati in sede ONU. Una sorpresa, se si vuole: nell’apice del sovranismo e del ritorno a Great America il mondo, come nel caso del clima – sembra scuotersi ed essere sovrastato dal pericolo della sopravvivenza della specie umana.

La sera del 7 Ottobre 2017 entravo nella hall di un albergo in Alsazia (sarei ripartito il mattino all’alba per funghi) e il titolo di prima pagina del giornale locale era: “Le Nobel de la paix fera-t-il reculer les armes nucleaires”. Nessuna notizia fino allora dalla nostra radio italiana su cui eravamo sintonizzati, mentre Repubblica, comprata al mattino, si arrovellava sul sarcasmo di Renzi verso Bersani. La notizia esplodeva nel mondo riprendendo un accordo siglato all’ONU tre mesi prima da 50 Paesi membri, mentre le nostre TV stazionavano di fronte al Campidoglio. Stiamo vivendo una delle più incredibili situazioni paradossali finora esibite. Un evento come la messa al bando delle armi nucleari, le più terrificanti di tutte le armi di distruzione di massa, che mettono a rischio la sopravvivenza stessa dell’Umanità, lascia indifferente la maggior parte dei mass media, come pure della popolazione: un vero stato di “letargia”.

Ci stiamo finalmente rendendo conto che il futuro ci è stato sequestrato da un presente sempre uguale, mentre viviamo in emergenze smisurate rispetto alla loro riparazione e, nel caso particolare della bomba, siamo nella scellerata situazione in cui una ristretta cerchia di stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari, e dove chi le possiede minaccia chi non ce le ha, mentre è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano? Oltre ai nove paesi che già posseggono armi atomiche, ve ne sono almeno altri 35 in grado di costruirle. Una crudele verità, ma relegata nell’ombra, che desta un orrore silenzioso. Perché il quadro generale è quello di una crescente corsa agli armamenti che, mentre mantiene un arsenale nucleare in grado di cancellare la specie umana dalla faccia della Terra, punta su testate e vettori tecnologicamente sempre più sofisticati, più rapidi, più precisi. Un quadro realisticamente temibilissimo, soprattutto per i cittadini senza potere della Terra, alla cui sicurezza non pensa nessuno, né a Oriente né a Occidente.

Mentre PyongYang sbandiera un folle socialismo dinastico punteggiato di esplosioni e rilasci radioattivi, Trump agita la concretissima minaccia atomica degli Stati Uniti, la cui vicina base di Guam e i cui bombardieri B52 in volo di manovra perenne, hanno come target atomico proprio la Corea del Nord. E’ il gioco nucleare che si rinnova: chi arriva all’arma atomica ha la quasi certezza di non essere aggredito, com’è invece accaduto ad altre nazioni che non possedevano armi di distruzione di massa. In questo quadro agghiacciante rientra anche la sostituzione delle bombe nucleari Usa B61, schierate in Italia – da 50 a 70 bombe atomiche stoccate nei siti italiani di Ghedi e di Aviano – e in altri paesi europei, con le nuove B61-12, armi da first strike (da primo attacco); e il cosiddetto “scudo anti-missili” per neutralizzare la rappresaglia nemica attraverso la quasi simultaneità in risposta e in attacco delle forze nucleari disposte dalla Nato e controllate dal Pentagono.

Fino ad oggi è in vigore il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) che si basa su tre principi: disarmonon proliferazione e uso pacifico del nucleare. Composto di 11 articoli, proibisce agli stati firmatari “non-nucleari” di procurarsi tali armamenti e agli stati “nucleari” di trasferire a chicchessia armi nucleari. Inoltre il trasferimento di tecnologie nucleari per scopi pacifici (ad esempio per la produzione elettrica) deve avvenire sotto il controllo della AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica). Vi aderiscono USARegno Unito e Unione Sovietica  Francia e Cina (che possiedono armi nucleari). Nel 1970 l’arsenale atomico mondiale contava più di 38 000 testate nucleari e, dopo un picco di 69 440 ordigni nucleari toccato nel 1986 a causa della politica di deterrenza reciproca, ha cominciato a calare raggiungendo l’attuale quota di circa 23 000 testate nucleari. Dopo la fine della guerra fredda il TNP cominciò a mostrare i suoi limiti: il numero in relativa riduzione degli ordigni nucleari si è associato a un crescente numero di Paesi che oggi si stima siano in grado di produrre la bomba atomica; secondo la AIEA, sono più di 40.

Dal 2007 ICAN ha accompagnato e promosso tutta una serie di iniziative a partire dalla successione delle tre conferenze (Oslo, Nayarit e Vienna) sulle spaventose e ingestibili conseguenze umanitarie di ogni esplosione nucleare sulle popolazioni e le infrastrutture delle città e sul rischio crescente di una guerra nucleare anche solo per errore, per incidente o per sabotaggio.

In seguito, la società civile, sempre con in prima linea ICAN, ha sviluppato una sinergia con la maggior parte dei Paesi non dotati di armi nucleari, che ha condotto, attraverso una fase preparatoria pubblica nel quadro delle Nazioni Unite a New York ( molti delegati vi hanno partecipato e anch’io ho avuto il privilegio di farlo) alla redazione e quindi all’adozione del Trattato Internazionale di Interdizione delle armi nucleari (TPAN) il 7 luglio scorso, validato dalla ratifica iniziale di 50 stati il 7 Settembre e da oltre 122 allo stato attuale. La notizia è stata trascurata dai media nazionali, data con ritardo e, fortunatamente, rivalutata a pieno dal riconoscimento del Nobel.

Nel silenzio dei governi, come quello italiano che a parole si dice pronto a rivedere «con gli alleati» la strategia dell’armamento nucleare, ma in concreto non aderisce al Trattato e continua a esibire mezzo punto di PIL come placebo contro l’angoscia atomica, a muoversi stavolta è stato papa Francesco con la convocazione eccezionale in Vaticano di un convegno internazionale sulle Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”. La conferenza ha ospitato nove premi Nobel per la pace, cattolici e non cattolici, arabi e israeliani, sopravvissuti a Hiroshima, difensori del disarmo assoluto e esperti di armi che mettevano in guardia contro la prossima generazione di armi che offusca le differenze tra arsenali nucleari e non nucleari.

Si è così aperta in concomitanza con l’assegnazione del Nobel una nuova fase, non meno impegnativa, per condurre all’effettiva eliminazione di queste armi, le più mostruose di tutte, e che da ora in poi sono quindi dichiarate ILLEGALI da un Trattato internazionale, e come tali stigmatizzate per sempre. Il papa ricollegandosi in modo organico alla cura della Terra, così ampliamente sostenuta nella Laudato Sì, e al giudizio sul ricorso perverso alle tecnologie di distruzione («la vera scienza è sempre a servizio dell’uomo, mentre la società contemporanea appare come stordita dalle deviazioni dei progetti concepiti in seno ad essa”) ha di nuovo posto alla ribalta dell’azione politica globale e locale le tre grandi sfide universali: la bomba nucleare in collegamento con i sistemi militari e della potenza; la bomba ecologico climatica; la bomba della disuguaglianza.

Siamo quindi in una fase non scontata che potrebbe solo essere oscurata e impedita dal precipitare di un attacco: la drammaticità della convocazione in Vaticano non ha certo allontanato per sempre le tre tragedie potenziali di questa fase storica. Il contesto non è astratto e remoto. La Santa Sede interviene in questo momento in cui una nuova corsa agli armamenti nucleari è in atto in Corea del Nord e in Asia orientale, dove già quattro paesi (Russia, Cina, India e Pakistan) sono dichiarati potenze nucleari. E come la prima corsa agli armamenti nucleari, dopo la seconda guerra mondiale, portò a circa cinque decenni di guerra fredda, così potrebbe farlo questa l’involuzione di questa nuova fase.

A riprova di ciò, mentre rappresentanti di 159 paesi stavano pregando per la pace alla conferenza di Roma, tre gruppi di portaerei statunitensi si stavano avvicinando alla Corea del Nord per cercare di contenere le minacce di Pyongyang.

La Santa Sede ha detto che non è suo compito intervenire per mediare diplomaticamente tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti, ma certamente durante i due giorni nella grande sala intitolata a Papa Paolo VI, sembrava che la Cina fosse l’elefante nella stanza. Nelle stesse ore, infatti, il presidente Xi Jinping stava facendo passi per la pace, dopo essersi concentrato troppo a lungo sugli affari interni della Cina. Xi ha incontrato il suo omologo della Corea del Sud Moon Jae-in e ha promesso di cercare un coordinamento più stretto con il Giappone sulle questioni nordcoreane. Più precisamente, per la prima volta l’Accademia cinese delle scienze sociali (CASS) ha tenuto una conferenza sui martiri cattolici di Zhengding, una città nella provincia di Hebei, dove Xi ha iniziato la sua carriera politica alla fine degli anni ’80. La conferenza CASS è estremamente importante perché il Partito comunista sta abbandonando il suo vecchio pregiudizio contro i cristiani e, nel linguaggio cinese, apre un percorso nuovo.

I CONTENUTI RIVOLUZIONARI DEL TRATTATO

Dal Luglio2007 le armi nucleari sono oramai rese illegali da un Trattato Internazionale. (come è avvenuto per le mine antiuomo e le armi chimiche). E si badi che l’illegalità di un’arma, una volta dichiarata come tale da un Trattato Internazionale entrato in vigore, diventa una proprietà intrinseca dell’arma stessa, per cui non avrebbe molto senso pretendere che tale arma possa essere illegale per certi Stati e legale per altri come al giorno d’oggi! Già da ora, il trattato stigmatizza (e per sempre!) anche il solo possesso delle armi nucleari (l’Italia le custodisce sotto l’egida NATO a Ghedi e Aviano) e perciò non mancherà di cambiare, e anche radicalmente, il modo in cui le armi nucleari sono sovente percepite dall’opinione pubblica, dai responsabili politici, dai ricercatori, dagli operatori industriali, economici e finanziari, e dai …militari! Sull’illegalità del possesso si basa l’efficacia di questo Trattato la cui finalità non è, almeno in un primo tempo, solo quella di ottenere l’adesione degli Stati dotati di armi nucleari (o dei loro alleati), ma di stabilire un nuovo quadro giuridico nel quale si porrà necessariamente ogni ulteriore negoziato in vista dell’eliminazione effettiva e iireversibile di queste armi. Ciò ha anche permesso di colmare un grave vuoto giuridico, poiché le armi nucleari erano le sole armi di distruzione di massa a non essere state proibite da un Trattato Internazionale, come invece era avvenuto per le armi batteriologiche (1972) e per quelle chimiche (1993). Entrando nel dettaglio, la proibizione della “minaccia dell’uso” e non solo dell’ “uso” delle armi nucleari, la proibizione anche del solo possesso di queste armi e quindi di ogni  dottrina di ‘deterrenza’ basata su di esse, sono le principali conquiste di assoluta novità.

Già nel caso attuale Corea-USA la sola soluzione accettabile, come prevede il Trattato, sarebbe quella diplomatica, con praticamente l’apertura di negoziati tra gli USA e la Corea del Nord, nel quadro dell’ONU e grazie ad una mediazione della Cina, ben situata per giuocare questo ruolo essenziale. Una grande speranza di pace, dunque, ricondotta agli strumenti della responsabilità popolare, della democrazia e della politica. Una vittoria della ragione che parte da Oslo e dall’appoggio Vaticano, ma che ha la sua forza di trazione nel diritto della pace, di cui i popoli si potranno con riconosciuta legittimità far carico. A chi dice che il Trattato di eliminazione non abolisce di fatto neanche una sola bomba nucleare, si deve rispondere che una casa si comincia a costruire dalle fondamenta, prima di costruirci sopra la parte visibile dell’edificio: questo se si vuole che la casa sia solida e possa resistere nella durata ad ogni sorta di intemperie. Qui le fondamenta sono costituite dal Trattato di Interdizione e la casa ‘visibile’ è costituita da una futura Convenzione di Eliminazione che occorrerà diporre in tutte le sue complesse ma durature implicazioni.

A riprova delle difficoltà, ma anche delle possibilità del percorso, non va infatti sottovalutata la vera e propria “rivolta” degli Stati non dotati di armi nucleari, di fronte all’inaccettabile inerzia pluridecennale dei Paesi che invece ne sono dotati, nel processo di disarmo e, peggio ancora, alla continua modernizzazione dei loro armamenti nucleari. In altre parole gli Stati non dotati d’armi nucleari (sono soprattutto Stati del Sud, dell’America Latina e dell’Africa, ma anche del Nord, come l’Austria e l’Irlanda) hanno voluto dire: dopo quasi mezzo secolo di inganni e d’ipocrisia da parte degli «Stati dotati» – nel quadro del Trattato di Non Proliferazione –  ora basta ! Ora si vede con difficoltà come questo movimento, inedito e possente, possa essere fermato!

DIFFICOLTA’ NEL PROCEDERE

Va però sottolineato che gli Stai nucleari e i loro alleati, e più globalmente i 71 Stati che non hanno partecipato al voto, sono ben lungi dal costituire un blocco monolitico!

Ecco, grosso modo la situazione:

una buona decina di questi 71 Stati hanno partecipato alla sessione dei negoziati a New York e hanno poi deciso di non votare, essenzialmente sotto la pressione enorme esercitata dagli Stati dotati di armi nucleari (soprattutto Francia, USA e UK): comunque hanno evitato di votare contro! E’ significativo ricostruire i passaggi avvenuti in sede ONU. Cina, India, Pakistan e i Paesi Bassi (circa 1/3 della popolazione mondiale) si sono astenuti per ben due volte (il 27 ottobre ed il 23 dicembre 2016 a New York) quando si è votato per l’apertura dei negoziati nel 2017 (marzo e poi giugno-luglio) mentre avrebbero potuto benissimo votare contro (quello che d’altronde i pacifisti si aspettavano!)

in quelle stesse circostanze, la Corea de Nord ha votato in favore dell’apertura dei negoziati!!! (cosa che sarà interessante riuscire ad analizzare) anche se poi non ha di fatto partecipato ai negoziati.

– la Cina (e forse altri) secondo informazioni confidenziali aveva considerato la possibilità di partecipare ai negoziati, ma è stata ‘dissuasa’ da altri Stati dotati della bomba.

Paesi Bassi, Stato appartenente alla Nato, e in più con una ventina di bombe USA sul suo territorio, dopo la sua astensione al voto di apertura dei negoziati, vi ha coraggiosamente e attivamente partecipato, anche se ha dovuto alla fine votare contro, ovviamente per ordine del comando della NATO.

La situazione ha quindi profonde articolazionie le avrà ulteriormente quando ne saranno più consapevolemente informate le popolazioni

QUAL È ORA IL NOSTRO COMPITO ARTICOLATO?

La grande psicanalista Hanna Segal disse, a proposito delle armi nucleari: “Silence is the real crime!” (Il silenzio è il vero crimine!) e penso proprio che avesse ed abbia tutt’ora profondamente ragione!

Il nostro primo compito, in quanto esponenti della Società Civile è quello di informare e ‘formare’ l’opinione pubblica, facendola emergere dallo stato di ‘letargia’ nel quale per lo più si trova a proposito di questa realtà di un rischio crescente nel mondo di una guerra nucleare e, d’altra parte, dei mezzi che abbiamo a disposizione per cercare di evitarla. Vi è cioè la necessità urgente e impellente di una vera e propria ‘pedagogia’ per creare una presa di coscienza che è pressoché assente attualmente in tutti gli ambiti della popolazione.

Ciò è essenziale perché l’opinione pubblica possa esercitare una pressione adeguata sui governi degli Stati nucleari e dei loro alleati, in modo da indurli ad eliminare e riconvertire fisicamente le loro armi nucleari, insieme a tutto il loro contesto, e ad aderire al Trattato di Abolizione.

Inoltre, a livello diplomatico, la Società civile – e perchè no la sinistra – in collaborazione con i rappresentanti degli Stati più motivati, deve ora ‘inventare’ una nuova strategia, adeguata alla situazione geopolitica creata da questo Trattato, in modo da poter giungere ad una Convenzione di Eliminazione delle armi nucleari. Chiaramente il lavoro che rimane da compiere è considerevole, e certamente non facile, ma indispensabile, e sarà la responsabilità di ogni cittadino del mondo.

I piani su cui lavorare sono a mio avviso due:

– quello diplomatico: a livello cioè dei governi, dei parlamentari, degli ambasciatori all’ONU

– e quello delle popolazioni (tramite le varie associazioni, la rete dei Mayors for Peace, i ‘gemellaggi’ tra città di Paesi diversi, etc).

Ovviamente questo approccio, a carattere internazionale, non deve affatto escludere iniziative più locali, in Italia, Francia, ecc, ma dovrebbe piuttosto costituirne la prospettiva, incoraggiando ciascun governo a procedere al disarmo nucleare, in modo concertato, attraverso quindi negoziati ‘multipolari’, in modo da condurre tutti gli Stati ad aderire al Trattato Internazionale di abolizione delle armi nucleari, con l’impegno di un disarmo effettivo e totale, ad una scadenza prefissata, verificabile e irreversibile. La grande novità del 2017 sta nell’adozione nel quadro dell’ONU del Trattato Internazionale d’Interdizione delle armi nucleari il 7 luglio scorso a New York, con la clausola di entrata in vigore (purtroppo solo per i firmatari) appena il 50esimo Stato l’avrebbe ratificato.

L’attribuzione del Nobel per la pace all’ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) diretta da due donne –  Jody Williams Beatrice Fihn – ha reso di pubblico dominio una campagna vastissima, radicata, popolare, che i nostri giornali avevano tenuto fuori dall’agenda comunicativa. Da ora la maggioranza degli Stati appartenenti all’Onu potrebbero, sostenuti dalle popolazioni mettere in atto alcune azioni che colpirebbero anche gli stati nucleari (divieto di transito a navi con armi nucleari a bordo, e altre azioni vietate dal Trattato) e alla società civile di esercitare una pressione inedita su tutta la catena di mantenimento e di modernizzazione di queste armi: dagli Istituti di ricerca, alle industrie, alle banche che finanziano, ai responsabili politici e militari, agli abitanti dei territori che ospitano i depositi, come Aviano e Ghedi.  Sono diversi i consigli regionali, i Comuni, la Associazioni che si sono pronunciate su questa svolta osteggiata e inaspettata dalle potenze nucleari e così dichiaratamente conclamata dall’attuale pontefice.

DETTAGLI RILEVANTI E AVANZATI

Il trattato di messa al bando è indipendente dal TNP. Non è necessario essere un firmatario del secondo per partecipare al primo e questo riempie il vuoto legale se proibire le armi nucleari non è una misura efficace, allora nessuna misura lo sarà mai.

Non dobbiamo essere ingenui, però: stiamo mettendo al bando queste armi (e la proibizione entrerà in vigore solo dopo che verrà ratificata da cinquanta paesi), ma a breve termine nessuna potenza nucleare smantellerà i suoi arsenali per questo. Il suo valore però sta nella stigmatizzazione conferita dalla messa al bando.

Nella recente conferenza preparatoria del TNP a Vienna, la Russia ha ripetuto il falso argomento usato da molte potenze nucleari fin dal 1970, secondo cui il trattato rende in qualche modo legale il loro possesso. Perfino la Corte Internazionale di Giustizia, nel suo parere consultivo del 1996, ha fornito una via d’uscita per giustificare il possesso di armi nucleari sentenziando che il loro uso può essere legale nel caso di una minaccia “alla sopravvivenza stessa di uno Stato.”

Questo nuovo trattato (il TNAP) proibisce tutte le armi nucleari e non lascia scappatoie. La società civile (ossia quelli di noi che non partecipano alla società militare) ha lottato a lungo per ottenere questo risultato. In fondo, è uno dei pochi passi che i paesi privi di armi nucleari hanno potuto intraprendere senza dover coinvolgere chi invece le possiede.

Ora la società civile e i governi che si sono adoperati per arrivare a questo storico giorno dovranno trovare nuove strade per esercitare pressione. Campagne di disinvestimento e Campagne per porre fine ai conflitti tra India e Pakistan (e Cina) e a quelli in Medio Oriente e nell’Asia nord-orientale saranno altri campi in cui far sentire la pressione internazionale.

A livello nazionale, è esplicito il riconoscimento da parte del trattato dell’”importanza dell’educazione alla pace e al disarmo in tutti i suoi aspetti e della sensibilizzazione sui rischi e le conseguenze delle armi nucleari per le generazioni attuali e future” potrebbe portare a iniziative interessanti, non solo nelle aule scolastiche, ma anche nel campo dei media e della cultura. Il loro impegno per creare una coscienza globale che rifiuta le armi nucleari potrà giocare un ruolo importante.

Questo però riguarda il domani. Per oggi festeggiamo questo momento storico, festeggiamo tutti gli attivisti e le organizzazioni che si sono dedicate a questa lotta, festeggiamo i paesi i cui politici e diplomatici ci hanno portato all’attuale risultato, festeggiamo la vittoria di questo metaforico Davide sull’insolente Golia. E festeggiamo il fatto che 72 anni dopo che l’inferno nucleare si è scatenato sulla popolazione del Giappone, nessun paese potrà più giustificare legalmente il possesso di un’arma dotata del potere di distruggere la civiltà umana e ogni forma di vita sul pianeta.

OLTRE IL NUCLEARE MILITARE

Il trattato di divieto delle armi nucleari apre prospettive di azione. Per esso tutte le attività che sono strettamente o indirettamente coinvolte in armi nucleari sono vietate. La Francia, ad esempio, vende bombardieri nucleari in India: questa operazione sarà vietata dal Trattato, ma sarà anche vietato la costruzione di questi aerei, i prestiti bancari per facilitare le operazioni, la produzione di tutti parti di questi aeromobili, dalla spina di plastica ai circuiti elettronici.

Occorre collegare contributi significativi sull’intreccio tra minaccia nucleare e minaccia climatica. A mio parere le organizzazioni e le reti nascono per sperimentare strategie collettive. Gandhi direbbe che fanno esperimenti con la verità, procedono per prove ed errori con flessibilità: è un’ottica – ed una posizione – diversa rispetto a quella dei liberi battitori e di pessimisti a tutti i costi. Possiamo salvarci solo tutti insieme o tutti insieme alla fine perire, rispondendo, bisogna imparare dalla ridondanza della natura: far fiorire e rivaleggiare 100 scuole, sapendo che l’ecosistema politico è più complesso.

Occorre ricordare, per non lasciarci abbagliare da percorsi facili, che nel Consiglio nord-atlantico, si stabiliscono le norme Nato, e «non vi è votazione né decisione a maggioranza», ma «le decisioni vengono prese all’unanimità e di comune accordo», ossia d’accordo con gli Stati Uniti cui spettano per diritto la carica di Comandante supremo alleato in Europa e gli altri comandi chiave, compreso quello del Gruppo di pianificazione nucleare della Nato. Promettere che gli F-35, aerei concepiti per l’attacco nucleare soprattutto con le B61-12, possano essere usati dall’Italia con una sorta di sicura che impedisca l’uso di armi nucleari, equivale a una favola raccontata ai bambini per far dormire sonni tranquilli.

CHIEDIAMO allora davvero, come prioritario impegno politico che la Sinistra che entrerà (?) in Parlamento si batta perchè l’Italia ratifichi al più presto il Trattato di abolizione delle Armi Nucleari del 7 luglio 2017, in coerenza con l’articolo 11 della nostra Costituzione, anche per dare impulso all’alternativa di una economia di pace.

(*) su www.inchiestaonline.it, novembre 2017

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Redazione
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