Trans Day of Rimembrance: 350 morti in un anno…

nel mondo. Il triste record italiano.

Appuntamento (on line) alle 18 del 20 novembre

di Gianluca Cicinelli

Soltanto quest’anno 350 persone trans sono state ammazzate. Se lentamente l’attenzione dell’opinione pubblica inizia a comprendere il significato e le conseguenze dell’omofobia però resta lontana una presa di coscienza collettiva verso la transfobia. Cominciate allora a segnarvi questa data: 20 novembre 2020 ore 18. E’ l’occasione in cui si celebra il Trans Day of Rimembrance, il consueto ricordo annuale delle vittime di transfobia, che quest’anno si svolge online, a causa delle difficoltà legate al COVID. Per partecipare potete compilare il modulo di iscrizione, in modo da ricevere il link di Meet qualche minuto prima della commemorazione: https://bit.ly/38LXRCY.

Il 2019 si era chiuso con un bilancio già grave di 331 persone trans uccise, soffocate, bruciate. L’età media delle persone uccise è di 31 anni, la più giovane di 15. Un quinto (22%) delle persone transgender ammazzate è stato ucciso all’interno della propria abitazione (https://www.gay.it/u-2020-transfobico-persone-trans-ammazzate-bruciate-vive). La maggior parte degli omicidi, ben 287, è avvenuta in Centro e Sud America, la maggior parte in Brasile, con il 43% delle morti globali.

The Trans Murder Monitoring registra gli omicidi che si verificano ogni anno. E dall’inizio del progetto – 12 anni fa – sono stati registrati 3664 decessi. Gli autori del rapporto notano come ci sia da tempo una chiara tendenza al rialzo: a dir poco allarmante, appunto fra il 2008 e il 2020. Dall’inizio del progetto Trans Murder Monitoring il 62% dei decessi è avvenuto nella comunità delle prostitute trans (https://www.forbes.com/sites/jamiewareham/2020/11/11/350-transgender-people-have-been-murdered-in-2020-transgender-day-of-remembrance-list/?sh=b01f17c65a61).

La punta dell’iceberg è l’omicidio, che però sottintende una serie di violenze intermedie quotidiane e costanti contro le persone trans.

Violenze dirette e indirette, come ad Acerra il 12 settembre scorso, quando una ragazza di 20 anni, Maria Paola Gaglione, è stata uccisa dal fratello che l’ha spinta giù dal motorino, perchè la sua famiglia non sopportava che fosse innamorata di un ragazzo trans, rimasto ferito anch’egli durante l’omicidio della fidanzata.

Il Transgender Day of Remembrance è nato nel 1999 da Gwendolyn Ann Smith, per commemorare l’omicidio di Rita Hester, uccisa il 28 novembre 1998 ad Allston nel Massachusetts, una donna afroamericana transgender da cui scaturì la lotta della comunità trans per ottenere sul delitto una copertura mediatica rispettosa da parte dei giornali locali.

Degli omicidi trans in Italia ne ha parlato Jennifer Guerra nel marzo scorso qui in “bottega” (http://www.labottegadelbarbieri.org/italia-prima-in-europa-per-gli-omicidi-di-persone-trans/). Un breve ripasso: «L’Italia, secondo l’indice Trans Murder Monitoring di Transrespect versus Transphobia Worldwide, è al primo posto in Europa per numero di vittime di transfobia, con 36 casi registrati dal 2008 al 2016. Il dato considera solo gli omicidi riportati dai quotidiani, quindi è ampiamente sottostimato: la notizia della morte di una donna trans raramente arriva alle cronache nazionali, fermandosi quasi sempre – se ci arriva – a quelle locali».

Gli operatori dell’informazione quando si verifica l’omicidio di una persona trans rivolgono morbosamente la loro attenzione alla vittima e al “degrado” ambientale (ricordate il «delitto maturato nel torbido ambiente omosessuale» come veniva definito fino a pochi anni fa sui giornali quando la vittima era gay? Beh, per i delitti transgendere siamo ancora a quel punto). Molte vittime sono sex workers, straniere, talvolta clandestine. Quello che viene definito dalla stampa “degrado” diventa la giustificazione sociale, si attribuisce la colpa alla persona trans e le aggreessioni trovano giustificazione nelle scelte di vita “sbagliate” della vittima.

Quest’anno Gay Center, Gay Help e Arcigay del Lazio durante il Transgender Day of Remembrance ricorderanno queste persone trovate senza vita nel Lazio:

  • una giovane ragazza su un materasso sulle sponde del Tevere
  • Steffany sul ciglio della strada a Tor Sapienza
  • una donna nel proprio appartamento a Frosinone
  • Laura in una pozza di sangue (per accoltellamento) al quartiere Eur
  • Ximena sul lago di Nemi
  • Andrea, uccisa a bastonate presso la stazione Termini
  • e le tante altre vittime scomparse negli ultimi anni.  

Ma al di là della memoria doverosa verso le vittime resta un problema a carattere culturale da affrontare. Quest’anno il ricordo delle vittime trans si svolge mentre è in corso il dibattito sulla legge Zan per contrastare l’omotransfobia, la misoginia e le violenze contro le persone disabili. Per il momento il dispositivo è stato approvato dalla Camera il 4 novembre scorso e ora passa in Senato. Una legge importante, la civiltà minima di un Paese verso le scelte di vita dei cittadini. Va detto però che la legge punta molto sulla pena e sulla prevenzione si affida a un futuro incerto.

Restituisce cioè il giusto peso alla gravità dei delitti ma avrà vita dura nell’attivare la rete di centri antiviolenza prevista (sul punto la legge resta generica). E mai come oggi, con un numero di delitti contro le persone trans così alto, è necessario che la lotta all’odio e alla violenza contro le persone transgender divengano senso comune nella società, che siano sentite come un’emergenza da affrontare per rendere migliore la vita di tutti.

 

ciuoti

Un commento

  • Daniele Barbieri

    OCCHIO A QUESTA PETIZIONE
    Il 12 novembre 2020: la Commissione europea ha pubblicato la prima Strategia per l’uguaglianza delle persone LGBTIQ, impegnandosi a incoraggiare gli Stati membri a condividere le migliori pratiche esistenti per abolire le “terapie riparative”. È il momento di fare pressione affinché questo impegno si concretizzi il prima possibile.
    QUI UN APPELLO DA FIRMARE: https://action.allout.org/it/a/eu-conversion-ban/?akid=47233.5334673.Ov2UbG&rd=1&t=5&utm_campaign=eu-conversion-ban&utm_medium=email&utm_source=actionsuite
    ECCO IL TESTO
    Le cosiddette “terapie riparative” cercano di modificare l’orientamento sessuale, l’identità e/o l’espressione di genere.
    Queste pratiche non possono essere definite in altro modo che una tortura. I giovani LGBT+ sono particolarmente vulnerabili.
    Alcune ricerche dimostrano che vengono praticate in oltre 69 Paesi in tutto il mondo, inclusi alcuni Stati membri dell’UE.
    Il Parlamento europeo, le Nazioni Unite e tutte le principali organizzazioni di salute mentale e fisica hanno condannato queste pratiche. La scienza è chiara: le “terapie riparative” causano gravi sofferenze fisiche e psicologiche. Attualmente, tali pratiche sono state bandite solo in Germania, Malta e in alcune regioni della Spagna. Altri Stati membri dell’UE, come la Francia, stanno pianificando di farlo. Tuttavia, poiché molti Stati membri non si stanno ancora muovendo in questa direzione, la Commissione europea ha la responsabilità di passare all’azione.

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