Tre sguardi diversi su «Israele-Palestina-Medioriente: una prospettiva etnostorica»…

con i saggi di Moshe Behar, Sandy Kedar e Oren Yftachel, Yifat Bitton

recensione di Rosalba Meloni

La maggior parte delle analisi tende a isolare la questione israelo-palestinese da tutto il resto della questione medio-orientale, sia dal punto di vista politico che geografico e soprattutto storico concentrandosi unicamente sulla possibile soluzione del “conflitto” tramite la creazione di uno Stato o due Stati. Intanto i palestinesi continuano a subire gli effetti quotidiani nefasti dell’oppressione del regime sionista coloniale e di apartheid di Israele, che però è ancora riconosciuta quasi unanimemente come “unica democrazia del Medio Oriente”… Quindi che fare?

Alcune soluzioni vengono prospettate, dopo un’accurata analisi storica, politica e sociale, nei tre saggi di M.Behar, S.Kedar e O.Yftachel, Y.Bitton, riuniti sotto il titolo «Israele-Palestina-Medioriente: una prospettiva etnostorica» (Zambon editore) dalla curatrice Susanna Sinigaglia.

Moshe Behar nel suo scritto «Speculazioni astratte in un vuoto regionale: “Stato unico”, “Due popoli-due Stati”, “Stato binazionale”» propone di esaminare la questione in modo che i palestinesi non siano visti isolati ma inseriti in una dimensione regionale. Lo fa con un percorso storico-politico, a partire dalla Dichiarazione di Balfour del 1917, al Mandato britannico del ’22 (dove già si prospettava la formazione di Due Stati, con il depredamento di buona parte di terre fertili e l’allontanamento della popolazione arabo-palestinese dalle sue case, a vantaggio esclusivo dello Stato ebraico) passando per gli anni ’36-’37 e oltre con una “regionalizzazione del conflitto” e un successivo “effetto farfalla” sugli Stati arabi vicini con la «migrazione della Questione palestinese verso la società e gli Stati arabi». Quindi con la migrazione non solo militare ma anche sociopolitica, con un grosso coinvolgimento delle altre popolazioni locali, fra cui gli ebrei-arabi. Si intensifica ovviamente lo scontro fra euro-sionisti e arabo-palestinesi che porterà poi sia a «la sconfitta arabo-palestinese in concomitanza con il trionfo euro-sionista (che ancora perdura)», forse anche «per incapacità dei Paesi Arabi di creare e sferrare un contrattacco non settario all’eurosionismo», sia all’attuazione del progetto sionista coloniale sostenuto fortemente dai grandi interessi economici e politici delle potenze europee e accompagnato da un processo di denigrazione, demonizzazione e graduale delegittimazione del mondo arabo.

A questo si è affiancato un processo di colonizzazione politico-culturale interna degli ebrei ashkenaziti nei confronti dei mizrachi sefarditi, creato dal sionismo e dal colonialismo occidentale, per cercare di annullare e distruggere i legami storici esistenti fra comunità ebraiche e arabo-islamiche nella vita quotidiana e sociale. Le maggiori tensioni fra loro sono state fomentate dalla distribuzione delle terre su base etnica, così come per i palestinesi in Israele (tematica questa ripresa e approfondita da Kedar e Yftachel nel saggio successivo). 

Moshe Behar esamina poi con particolare cura la lotta di liberazione palestinese dopo il ’67 e l’ulteriore sconfitta degli eserciti arabi convenzionali. «L’elemento più importante è stato la trasformazione di un conflitto tra governi in una lotta di massa»; finalmente i palestinesi non più solo oggetto del contendere ma protagonisti principali. Emergono così nuove organizzazioni politiche e originali forme di resistenza. Vengono meglio individuati anche i nemici: non solo Israele e il sionismo ma anche l’imperialismo, soprattutto quello Usa.

Infine Moshe Behar conclude che «la liberazione può generarsi solo dall’interno del (non europeo) Medioriente e non può essere il frutto di un remoto controllo occidentale».

Anche Sandy Kedar e Oren Yftachel in conclusione del loro saggio «Il regime di gestione della terra e le relazioni sociali in Israele» scrivono di vacillamento della «verità indiscussa» e della «falsa democrazia del regime israeliano» grazie a «una crescente opposizione cui danno voce vari gruppi danneggiati e discriminati dal regime sionista: gli arabo-palestinesi, gli arabo-ebrei (i mizrachi), altri immigrati, sostenuti da alcuni attivisti e organizzazioni non governative» e dal resto della cosiddetta società civile.

L’unica «vera democrazia mediorientale» si basa quindi su una visione politica, una ideologia – il sionismo – in nome della creazione di una grande Israele, un grande Stato ebraico, confessionale, abitato e vissuto solo da ebrei, che soli da questa terra devono trarre vantaggi, realizzando insediamenti e occupando terre, con un’appropriazione illegale e violenta, Questo avviene in nome del popolo ebraico e con totale disprezzo e diniego dei palestinesi. Il tutto è stato ampiamente codificato e regolamentato giuridicamente, come evidenziano i due autori, già dai primi anni ’50: niente diritti, solo divieti, restrizioni e espropri per i palestinesi, dentro e fuori Israele, con grossi ostacoli anche alla mobilità, alla vita quotidiana, sociale, lavorativa e allo studio. E’ quindi «l’etnicità e non la cittadinanza» a fare da discriminante. All’interno di questo sistema etnocratico vengono ben differenziati gli ebrei ashkenaziti, di origine occidentale, già esistenti prima della creazione di Israele, i fondatori, i puri, con diritti di prelazione sulla terra, con assegnazione di terre maggiori e migliori, più fertili e con l’acqua, con tipologie abitative migliori spesso site in zone di potere. E invece gli ebrei-arabi, i mizriachi, insieme ad altri ebrei orientali provenienti anche da Paesi islamici, immigrati, sono in posizione subordinata, sia dal punto di vista economico che culturale e politico, ma sempre fiancheggiatori del progetto sionista, in quanto inseriti nella nuova nazione costruita tramite l’insediamento coloniale. Poi i sono gli arabo-palestinesi, gli indigeni, considerati pericolosi e abusivi nella loro terra di cui si sono appropriati gli ebrei, isolati nelle periferie, senza alcun diritto di proprietà riconosciuto dallo Stato di Israele e sottoposti al diritto di esproprio (senza chiari confini neanche in Cisgiordania e Gaza, dove il processo di «giudaizzazione della terra» continua con l’installazione di accampamenti militari, insediamenti industriali, grandi strade e grosse colonie). Ci sono infine i beduini che vengono considerati «occupanti illegali» delle loro terre.

Il terzo saggio è «La costruzione di un sogno: arabi e mizrachi uniti contro la discriminazione» di Yifat Bitton. Dice l’autrice in apertura: «A proposito di uguaglianza e giustizia, non si dovrebbe mai scrivere solo in termini teorici ma mirando sempre al raggiungimento di obiettivi materiali». Con questo scopo analizza ulteriormente il rapporto fra mizrachi e ashkenaziti all’interno della società israeliana con il sogno di una pace politica futura ma anche per ristabilire il principio di uguaglianza di fronte alla legge, cercando di vederne le criticità proprio nei confronti del gruppo discriminato ed evidenziando come tale principio di uguaglianza possa applicarsi solo se tra i suoi membri esiste già una forte coesione sociale che è quasi impossibile ritrovare in una società, come quella israeliana, dove ci sono discriminazioni molto forti, sostenute e determinate da numerose leggi. Non a caso parla di «realizzazione di un sogno». Ovviamente gli arabi sono quelli maggiormente discriminati. Su questo terreno in termini giuridici si sono avute numerose vittorie. Più difficili i riconoscimenti legali delle discriminazioni di natura etnica (l’etnicità in Israele non è considerata un elemento di discriminazione, in quanto viene negata!) non solo verso gli arabi, ma anche tra ashchenaziti e mizriachi, gli arabo-ebrei. L’origine della disuguaglianza, per gli ebrei, sarebbe da ricercarsi esclusivamente nelle loro deficienze sociali e culturali, per cui potrebbero risolversi con rivendicazioni locali. Fra arabi e mizriachi, per quanto riguarda questo tipo di discriminazioni, ci sono – secondo l’autrice – notevoli similitudini che potrebbero far nascere delle alleanze fra i due gruppi, in particolare la comune arabicità: non nazionale e politica, ma culturale, in quanto entrambi sono di cultura mediorientale, di identità e lingua araba. Ciò potrebbe consentire loro di lottare insieme contro le discriminazioni e per l’uguaglianza in campo sociale, sanitario, abitativo e culturale. Si potrebbe così creare un nuovo sistema di relazioni, e anche di potere, nella società israeliana. Ma è verosimile che «i mizrachi rinuncino alla loro identità privilegiata», quella ebrea, «per adottarne un’altra – quella del nemico – che li esporrebbe a discriminazioni anche più pesanti?». E poi «dal punto di vista palestinese… ci potrebbe essere il timore che una simile alleanza porti… alla giudaizzazione della lotta, alla sua… depoliticizzazione».

Con queste premesse e valutazioni quali prospettive possiamo vedere per la questione palestinese e come possiamo sostenere la resistenza e la lotta dei palestinesi? A me sembra quasi incredibile che i palestinesi, dopo tanti anni (siamo ormai a 100 anni dalla Dichiarazione Balfour, a 50 anni dall’occupazione militare di Cisgiordania, Gaza e delle alture del Golan, a 10 anni da uno dei più cruenti assedi di Gaza) siano ancora così partecipi e attivi nella resistenza e nella lotta contro l’ oppressione israeliana e l’ apartheid. Oggi nei confronti di Israele i vari governi arabi, i Paesi occidentali e le grosse potenze mondiali non hanno certo un ruolo di opposizione se non contingente e sporadica. E quali margini reali ci sono per una rivolta interna comune, per un cambiamento reale anche solo per quanto riguarda l’uguaglianza dei diritti civili fra ebrei e arabi? Di certo le forme di resistenza da adottare devono essere decise dai palestinesi perché sono loro che subiscono l’oppressione e i mille ostacoli quotidiani nella loro vita lavorativa, affettiva, culturale e sociale.

Si può contare sul risveglio della così detta società civile israeliana per mettere in discussione la logica etnocratica dello Stato israeliano? E quindi per consentire la realizzazione di uno dei punti fermi della resistenza palestinese che è «Il diritto al ritorno dei profughi cacciati dalla propria terra»? (allontanamento ed espulsioni che non hanno mai avuto termine e che continuano ancora oggi con espropri e la costruzione di megastrade, a uso dei soli ebrei, e di colonie ebraiche).

Chiuso il libro, anche io coltivo un sogno: una nuova regionalizzazione del conflitto per una grande rivolta dei popoli arabi, una forte opposizione interna per nuove alleanze fra palestinesi fuori e dentro lo Stato di Israele e un risveglio del resto del mondo che veda nuovamente come centrale la questione palestinese e quindi operi per la riuscita del boicottaggio dei prodotti provenienti da Israele o prodotti di ditte o Stati che hanno grossi interessi economici e commerciali con Israele. Questo è stato avviato, contro le politiche di apartheid di Israele, da organizzazioni palestinesi non governative riunitesi nel movimento BDS – cioè boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni – palestinese a partire dal 2005. Già nel 2014 il ministro delle Finanze israeliano dichiarò che «a causa del boicottaggio Israele si sta avviando allo stesso punto di svolta in cui si trovò il Sudafrica prima della fine dell’apartheid». Forse oggi può essere il nostro modo per sostenere, con una forma di lotta nata al suo interno, la resistenza palestinese contro il regime israeliano di apartheid e gli accordi internazionali di tipo militare, economico e di scambio culturale e scientifico, promossi e ratificati anche dall’Italia.

Redazione
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