Triennale Teatro dell’Arte – Stagione 2019-2020 (2)

due recensioni di Susanna Sinigaglia

Otto

Collettivo Kinkaleri

L’attore sbuca da dietro le quinte e cade. Resta qualche attimo immobile, poi si rialza e sparisce dietro le quinte. Esce di nuovo, cade, sta qualche attimo steso a terra, si rialza e scompare. La scena si ripete varie volte ma con alcune varianti: l’attore comincia a entrare con oggetti diversi dall’equilibrio precario (come una bottiglia di latte aperta, un bicchiere colmo di qualche liquido) che, quando cade, rovinano a terra insieme a lui. Poi entra con in mano un vasetto di colla e si appiccica sul labbro i baffetti che gli vediamo per tutta la durata dello spettacolo. Nel frattempo è comparsa anche una ragazza con le cuffie che si muove al ritmo della musica del walkman.

Ha le scarpe da tennis, se le toglie e le lascia sul pavimento, crolla anche lei a terra proprio davanti alla tenda che chiude le quinte. Quindi anche lei si rialza e sparisce. Quando rientra ha scarpe con i tacchi a spillo, accenna a passi di danza, si toglie anche queste scarpe per poi crollare sull’impiantito. Compare un terzo attore che misura con nastro adesivo bianco le dimensioni del palco e porta in scena una piccola cinepresa. È tutto un crollare e rialzarsi

con il palco che si va riempendo alla rinfusa di oggetti a ogni ingresso e uscita di scena: dalle salviette di carta al pacco di chips mangiati scompostamente dall’”uomo coi baffi”; dal pappagallo di peluche alla bambola che il terzo attore fa camminare lungo il nastro adesivo reggendola per le braccia come fosse una bambina. E lungo il nastro si slancia la nostra ragazza volteggiando come una ballerina di danza classica.

Quindi vengono introdotti segnalini con incise lettere maiuscole,

una tenda a igloo, un asciugamano steso a terra come tappetino da yoga e un microfono con cui si cimentano a turno i tre performer;

l’immancabile torta con la panna e le ciliegine su cui va a spiaccicarsi la faccia dell’uomo coi baffi in una delle sue tante cadute, un pannello con la sagoma di un uomo armato e – vero tocco poetico – due palloncini rossi che cominciano a volteggiare per il palco per poi dirigersi verso la platea e scomparire in fondo, all’uscita…

Infine, un uomo con costume da bagno e cuffia viene scaricato dietro le casse acustiche sul lato del palco.

Lì resta, mentre sempre il nostro attore principale entra in scena con una pila di piatti molto precaria che – per qualche miracolo o, forse meglio, per scelta registica – resta sorprendentemente nelle sue mani. E qui si conclude la performance, quasi a dirci che forse qualcosa può ancora non andare in frantumi…

La compagnia ripropone un lavoro nato in seguito alla caduta delle Torri gemelle. Fulcro della performance è precisamente la “caduta” e il “vuoto” nello spazio reso orfano da qualcosa che non c’è più. Malgrado nasca da un episodio così drammatico che ha segnato per sempre la storia degli anni duemila, la performance ha effetti esilaranti per la sorpresa che suscita ogni volta la comparsa di oggetti tanto incongrui e per l’illogicità delle azioni che si susseguono sul palco. Nello stesso tempo è un lavoro estremamente rigoroso, formalmente perfetto e molto attuale proprio nel nonsense che vuole mettere in scena.

https://www.triennale.org/eventi/otto/

 

Any Table Any Room

Jonathan Burrows/Matteo Fargion

Hanno scelto il palco come spazio in cui far accomodare in semicerchio il pubblico su sedie o anche a terra. I due autori-interpreti sono affiancati da altri quattro artisti, un ragazzo e tre ragazze reclutati per l’occasione in loco; si schierano tutti insieme dietro un lungo tavolo e solennemente si siedono. Hanno di fronte a sé alcuni piccoli oggetti di terracotta modellati da loro e un quaderno. I performer cominciano con gesti misurati a sollevare gli oggetti, come per mostrarli ai compagni e al pubblico, e a interpretare così con mani e braccia una singolare danza ritmata dal suono degli oggetti, percossi l’uno contro l’altro o sul tavolo, mentre guardano sul quaderno quella che sembra una vera e propria partitura.

Come durante un concerto, a volte “suonano” all’unisono, a volte alcuni stanno fermi mentre gli altri eseguono, si alzano in piedi, si scambiano gli oggetti passandoseli attraverso il tavolo con l’ultima performer che li riporta all’inizio della catena. Oppure gli oggetti vengono sollevati con ampi gesti per poi essere calati allo stesso modo sul tavolo, ricordando l’enfasi del pianista durante qualche travolgente finale.

Quindi Fargion, compositore e musicista, va a sedersi a un vecchio pianoforte mentre gli altri mettono mano a una piccola armonica a bocca.

Infine, ecco i performer in piedi che cantano tutti insieme, raccolgono gli oggetti dal tavolo e li gettano a terra.

I versi che accompagnano come un mantra il finale, cantati in inglese, ci indicano una possibile chiave d’interpretazione di questo strano spettacolo – There is no longer any community or communication: there is only the continuous identity of atoms (non c’è più nessuna comunità né comunicazione: c’è solo l’identità continua degli atomi)” – smentendone perciò lo scopo dichiarato, almeno nella presentazione ufficiale che si legge sulla brochure e sul sito della Triennale Teatro, ossia l’esplorazione del rapporto fra la comunità e l’individuo, “una riflessione sui piaceri e sui doveri del lavorare insieme”. I materiali e l’esecuzione della performance – così precisa e formale – di un quasi nulla sembrano rivelare invece l’inconsistenza degli idoli (la comunità? la comunicazione?), che sono di terracotta e si sgretolano al minimo urto, conferendo alla performance un carattere umoristico e paradossale.

https://www.triennale.org/eventi/jonathan-burrows-e-matteo-fargion/

Susanna Sinigaglia

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