Turchia: a pochi giorni dal voto

Un libro importante di Deniz Yucel, la ricostruzione storica di Emanuela Locci, nuova denuncia di Amnesty e il link al primo articolo di Murat Cinar sulle elezioni

 

DA GEZI PARK AL CONTROGOLPE DI ERDOGAN

Se cercate un libro per capire cosa sta succedendo in Turchia – e non è facile – questo è il migliore: anzi sono due libri in uno perchè c’è la ristampa (aggiornata) di «Ogni luogo è Taksim» di Deniz Yucel più «La Turchia prima e dopo il movimento Gezi» di Murat Cinar. A completare il volume due testi importanti: la prefazione di Alberto Negri e la breve nota dell’editore che spiega il perchè di questa nuova edizione in solidarietà con Yucel.

Infatti quando «Ogni luogo è Taksim» viene riedito (in Italia 6 mesi fa da Rosenberg & Sellier: 272 pagine per 16 euri) il giornalista tedesco-turco è in carcere da un anno. Viene rilasciato a febbraio in attesa del processo. E’ la politica della “carota” verso la Germania e del “bastone” all’interno: infatti il rilascio di Yucel viene deciso in un incontro fra Angela Merkel e Binali Yildrim, il premier della Turchia, ma contemporaneamente altri giornalisti turchi sono condannati (6 ergastoli, tra cui i fratelli Ahmet e Mehmet Altan) e le carceri traboccano di detenuti per reati d’opinione spacciati per complicità con i più vari terrorismi.

«Ogni luogo è Taksim» racconta la rivolta del 2013 nel cuore di Istanbul, le sue diverse (su alcuni temi contrastanti) facce, le ragioni storiche, la repressione. Come ogni bravo giornalista, Yucel non pontifica: fa parlare le storie e le persone, sa contestualizzare e fornire tutte le spiegazioni necessarie per capire a chi non vive in Turchia. Un gran libro.

Sullo sfondo della rivolta scoppiata nel cuore di Istanbul – Gezi Park appunto in piazza Taksim – Yucel racconta di edilizia (con la morte di tanti lavoratori) e corruzione; ma anche dell’odio verso chi è sessualmente “fuori norma” («70 omicidi di transessuali e travestite» fra 2002 e 2013), della guerra civile fra i governi turchi e il Pkk ma anche della infinita repressione contro il popolo curdo e altre minoranze; dei digiuni di massa che da quasi 20 anni si protraggono nelle carceri (117 i morti ma per l’Italia è una “non notizia”); delle dighe che riempiono i portafogli ma mettono a rischio le popolazioni; dei Lupi Grigi e della Nato; dei sempre più ambigui legami fra Erdogan e l’Unione europea; del fatto che si può ancora, quasi 100 anni dopo, essere assassinati (come il giornalista Hrant Dink nel 2007) nel tentativo di rompere il tabù sul genocidio degli armeni; e naturalmente delle molte versioni dell’Islam, della laicità, della sinistra, delle donne in lotta contro un patriarcato che si fa sempre più feroce.

«Prossima fermata Paradiso»: vi fa ridere? Incredibilmente Torino (dove dal 2002 vive il turco Murat Cinar) e Istanbul hanno in comune il nome di una fermata della metropolitana e le ovvie battute di chi vuole scendere proprio lì. L’aggiornamento di Cinar (80 pagine) sul «sesto Paese più visitato al mondo» è dettagliato e convincente, anzi appassionante. Con un occhio particolarmente attento ai buoni ma oscuri affari dell’Italia (l’Astaldi coinvolta fra l’altra nella costruzione del “terzo ponte” sul Bosforo), ai sospetti – quasi certezze – di collisione fra Isis e governo turco, alla persistenza di Gladio (i più giovani ignorano cosa sia ma anche in Italia ha significato stragi e congiure). Naturalmente svelando la ragnatela dell’imam Fethullah Gulen, prima alleato e poi nemico di Erdogan che sarebbe l’autore o più probabilmente un complice dello “strano” golpe fallito nel luglio 2016 il quale ha consegnato su un piatto d’argento la Turchia alla peggiore repressione.

Le ultime righe di Cinar aprono alla speranza, con una doppia citazione: infatti il 26 luglio 2017 il giornalista Ahmet Sik concluse il suo discorso ai giudici con le parole della “rivoluzione progressista” del 1908: «E i prepotenti devono sapere che nessuna inumanità può impedire lo scorrere della storia, Abbasso il tiranno e viva la libertà».

Ed ecco le domande sull’oggi: una rivoluzione progressista è possibile in Turchia? E il titolo del libro resta vero, cioè «ogni piazza è (o può essere) Taksim» cioè un Gezi Park che sa unire le diverse ragioni della rivolta? Al di là della speranza – e della retorica – bisogna dire che la resistenza (coraggiosa è dir poco) di una gran parte del popolo turco in questa fase storica non è riuscita a rovesciare la tirannia di un Erdogan capace di allearsi ora con gli Usa e ora con la Russia, di stringere accordi segreti tanto con l’Isis che con la democratica Unione Europea. E di costruire una triangolazione sia con l’Iran che con Israele (lo sottolinea Alberto Negri nella prefazione). Un “gioco delle tre carte” molto pericoloso ma per ora vicente.

E noi? «Siamo complici non partner». Se anche non ci sentissimo chiamati in causa dall’avere un nuovo fascismo (tale è il regime di Erdogan) a due passi da qui, dovremmo ricordarci che sono «le complicità dell’Occidente» – così riassume Alberto Negri – a tenere in sella Erdogan e consentirgli la repressione. Del resto noi “democrazie”siamo in guerra (sentite la grancassa?) contro i boia dello Stato Islamico ma siamo in grande amicizia e buoni affari con gli altrettanto tagliatori di teste (silenziatore) dell’Arabia Saudita.

Anche l’ultima frase di Alberto Negri merita di essere citata per intero: «Per salvare i confini e contenere l’irredentismo curdo, anche Erdogan ha dovuto accordarsi con i “miscredenti” scendendo a patti con Putin e con l’Iran degli ayatollah. Il risulato è il seguente: non abbiamo la democrazia nella Siria sostenuta da Putin e ora nemmeno in Turchia. Un capolavoro di ipocrisia e forse anche di imbecillità al quale l’Occidente non è certamente estraneo».

Lo ripeto: è un gran libro. Sarebbe da regalare soprattutto alle tante persone che nulla sanno di Turchia. Chissà che poi a qualcuno torni in mente la canzone di Fabrizio De Andrè: «anche se vi credete assolti siete sempre coinvolti». Abbasso il nuovo tiranno, viva sempre la libertà. [db]

 

Turchia e dintorni. Come è nata la Turchia moderna?

di Emanuela Locci (*)

Le vicende che hanno interessato la Turchia negli ultimi due anni, ci si riferisce al tentato colpo di stato, alla preminenza della figura politica di Erdoğan, alla stretta sulle libertà individuali fondamentali, alle questioni di genere e al ruolo della Turchia nello scacchiere del vicino e Medio Oriente, hanno aperto un dibattito abbastanza vivace sulle cause storiche che possono aver determinato la situazione che la Turchia vive oggi. Le domande che i più si pongono, sono le seguenti: come è la Turchia? su cosa si basano le sue istituzioni, la sua storia?

Premesso che non esiste probabilmente una risposta univoca a questi quesiti, si può tuttavia cercare di ricostruire brevemente la storia della Turchia dall’età repubblicana in poi, per individuare dei punti fermi nella questione in oggetto. Da subito incorriamo in quello che può essere definito un errore di percezione storica: siamo da sempre avvezzi a ritenere che Kemal Atatürk abbia costruito una nazione ex novo, in totale rottura con il glorioso passato imperiale. Una nazione nuova votata all’occidentalizzazione, governata da pilastri quali la laicità, il nazionalismo, ecc. Ebbene la Turchia è anche questo, ma non è solo questo. Da recenti studi condotti da ricercatori italiani e stranieri è emerso un altro quadro, che se non ha rivoluzionato la precedente percezione, ha comunque fornito qualche tassello in più per avere una visione più completa di quello che è il mosaico Turchia.

Innanzitutto la maggior parte delle riforme kemaliste attuate dal padre della patria e dal suo entourage, non erano nuove ma affondavano le proprie radici in riforme che già avevano visto la luce dall’Ottocento in poi. Il grande merito del kemalismo è di aver fondato una nazione su queste riforme. Quindi, la vocazione europeista era già iniziata con le riforme Tanzimat del 1839, che hanno rappresentato con i successivi rescritti imperiali una cesura con il passato isolazionista ottomano. Da quel momento l’Impero si è aperto verso l’esterno, tessendo o rafforzando relazioni con i paesi europei. La debole economia ottomana, gravata dai debiti contratti, costrinse i governanti a una politica economica di semi-dipendenza dai capitali stranieri, e questa situazione perdurò anche nel primo periodo repubblicano e oltre.

Il kemalismo ereditò una situazione difficile, una nazione fortemente provata dagli esiti della Prima Guerra Mondiale, che aveva bisogno di una guida sicura e decisa: la trovò in Atatürk e nel kemalismo. Quest’ultimo ebbe dei meriti evidenti, movimento politico nato da uno shock nazionale, funse da traghettatore in una fase storica tanto difficile quanto importante, ricordo, infatti, che lo smembramento dell’impero fu vissuto come un dramma, che ancora oggi in qualche modo attanaglia la società turca, spesso vittima di una vera e propria sindrome, quella di Sèvres, dal nome dei trattati che determinarono la fine dell’Impero ottomano. Il kemalismo ebbe anche dei limiti, le cui conseguenze si possono probabilmente riscontrare anche oggi nella società turca. Fondamentalmente il limite più importante, fu quello di non essere riusciti a far penetrare le riforme in ogni strato della società, questo limite era intrinseco alle riforme, poiché furono calate dall’alto, imposte nello strenuo sforzo di rinascere a vita nuova, allontanando tutto quello che poteva ricordare un passato importante ma ingombrante.

La società turca degli anni Venti e Trenta del Novecento non era pronta per una mole così grande di cambiamenti, dal punto di vista individuale e comunitario. La richiesta governativa di diventare in breve tempo da società musulmana, che si reggeva da tempo immemorabile sui precetti religiosi, a società laica, non attecchì, non fu recepita pienamente, o meglio lo fu solo da quella parte della popolazione inurbata che già aveva avuto contatto con i principi ispiratori di concetti tutti occidentali quali: democrazia, nazione, libertà e laicità. I problemi nascono nel momento in cui ci si rende conto che la maggior parte della popolazione turca non è interessata da queste riforme o che riesce a recepirle solo in parte. Uno dei problemi principali della Turchia, che spesso è stato sottaciuto, e che è stato studiato solo in parte anche con riferimento alla questione del processo di adesione della Turchia all’Unione Europea, è quello della definizione univoca dell’identità nazionale turca.

Questo paese e la sua società civile considerata spesso cerniera tra occidente e oriente dovrebbe cercare di definire risolutivamente quale è la sua identità, la sua eterna dualità la condanna a un limbo dal quale sembra impossibile uscire.
Una chiave di lettura forse un po’ azzardata, ma comunque da tenere in considerazione, rispetto agli avvenimenti attuali della Turchia può essere rappresentata dal fatto che oggi, anche a causa di elementi concomitanti, quale crisi economica e identitaria, sia più agevole ritrovarsi nei vecchi fasti, riprendendo le fila dell’ottomanesimo, trincerandosi e rafforzandosi internamente con concetti e prassi quali il nazionalismo, l’islamizzazione, la forte centralizzazione del potere, e la determinazione a svolgere un ruolo di primo piano nelle dinamiche internazionali della regione medio orientale. L’espansione degli interessi economici anche in terre lontane come l’Africa fa gioco a questa nuova tendenza politica. Il problema risiede tutto nel comprendere se effettivamente la Turchia abbia la forza strutturale di compiere questi passi e non debba invece rassegnarsi a svolgere un ruolo di potenza di secondo piano.

La classe politica turca sta spingendo la nazione verso un crinale che si fa mano a mano più stretto nei rapporti con l’occidente, mentre allarga i suoi orizzonti verso oriente. La situazione politica interna è in continua evoluzione per cui solo il futuro ci potrà dire a cosa è destinata questa Turchia, che affonda le sue radici in un passato lungo seicento anni ma che si protende prepotentemente verso il futuro.

(*) tratto da Il manifesto sardo 

Un appello di Amnesty International con la richiesta di archiviazione del procedimento giudiziario contro il suo presidente turco dopo che un rapporto della polizia ha stabilito l’assenza di comportamenti delittuosi.

Dopo oltre un anno dall’arresto, un rapporto di 15 pagine trasmesso dalla polizia alla pubblica accusa non ha rinvenuto alcuna prova che il presidente onorario di Amnesty International Turchia, Taner Kiliç, abbia avuto sul suo cellulare l’applicazione di messaggistica ByLock.

Il presunto download e utilizzo dell’applicazione è al centro del procedimento giudiziario nei confronti del noto difensore dei diritti umani, che è ancora in carcere in attesa della ripresa del processo, prevista il 21 giugno e alla quale saranno presenti il Segretario generale Salil Shetty e i direttori generali di quattro sezioni di Amnesty International.

Il rapporto di polizia ha dato ulteriore adito ad Amnesty International per chiedere l’assoluzione e l’immediato rilascio di Taner Kiliç.

“La mancata conferma dell’accusa contro Taner non ci sorprende affatto. A stupire è il fatto che c’è voluto oltre un anno, trascorso in carcere, per trasmettere quel rapporto alla pubblica accusa”, ha dichiarato Salil Shetty.

“Senza uno straccio di prova per corroborare le assurde accuse mosse nei suoi confronti, ora Taner dev’essere rilasciato. Quelle accuse e la sua detenzione sono uno schiaffo alla giustizia. Questa vicenda deve finire una volta per tutte”, ha aggiunto Shetty.

L’udienza del 21 giugno riguarderà altri 10 difensori dei diritti umani, tra cui la direttrice generale di Amnesty International Turchia, Idil Eser, accusata a sua volta di “appartenenza a un’organizzazione terroristica”.

Taner Taner Kiliç è stato arrestato il 6 giugno 2017 con l’accusa di “appartenenza a un’organizzazione terroristica”. La prova regina sarebbe l’aver scaricato ByLock, l’applicazione di messaggistica che le autorità turche sostengono essere stata usata dal movimento di Fetullah Gülen, che avrebbe promosso il tentato colpo di stato del luglio 2016.

Tuttavia, a oltre un anno di distanza, la pubblica accusa turca non è stata ancora in grado di produrre alcuna credibile prova a sostegno dell’accusa o di eventuali altri atti delittuosi.

Il rapporto di polizia, che Amnesty International ha potuto leggere, afferma che sono stati analizzati il laptop, il cellulare, tre chiavette Usb, una Sim e una memoria aggiuntiva appartenenti a Taner Taner Kiliç. ByLock non è stata rinvenuta neanche tra le applicazioni eliminate.

Alla stessa conclusione erano pervenute quattro analisi indipendenti sottoposte al tribunale, tutte concordi sul fatto che Taner Kiliç, non aveva mai scaricato né usato ByLock.

“Niente potrà restituire a Taner il tempo prezioso che gli è stato sottratto, come il diploma della sua figlia maggiore o il 25° anniversario del matrimonio con sua moglie Hatice. Il 21 giugno il tribunale può porre fine a questa ingiustizia e consentire a Taner di tornare dai suoi familiari e di riprendere il suo importante lavoro”, ha proseguito Shetty.

“Taner è diventato un potente esempio di quanto sta accadendo nella Turchia di oggi, un paese in cui molti difensori dei diritti umani passano i giorni languendo in carcere o nel terrore di essere imprigionati per mesi o anni. Questa incessante repressione dei diritti umani deve terminare”, ha concluso Shetty.

 

QUI IL LINK PER LEGGERE IL PRIMO DEGLI APPROFONDIMENTI DI MURAT CINAR

Turchia, elezioni in arrivo: motivazioni, regole e candidati

 

LA VIGNETTA – scelta dalla redazione della “bottega” – è di Altan.

 

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2 commenti

  • Daniele Barbieri

    CONTRO OGNI LOGICA resta in carcere il presidente di Amnesty International Turchia.
    Commentando il prolungamento della detenzione del difensore dei diritti umani e presidente onorario di Amnesty International Turchia Taner Kiliç al termine dell’udienza del 21 giugno, il segretario generale di Amnesty International Salil Shetty ha rilasciato la seguente dichiarazione:
    “La decisione di continuare a tenere in prigione il nostro collega ci spezza il cuore e rappresenta un’altra parodia della giustizia. Dopo oltre un anno lontano dalla sua famiglia e senza uno straccio di prova credibile a sostegno delle assurde accuse nei suoi confronti, il crudele prolungamento della sua detenzione sfida ogni logica”.
    “In precedenza, nel corso di questo mese, ogni legittimità della posizione della pubblica accusa era venuta meno dalla trasmissione, assai ritardata, di un rapporto della polizia che concludeva che mai Taner aveva avuto sul suo telefono l’applicazione di messaggistica ByLock, la prova regina nei suoi confronti. Un secondo rapporto presentato dalla polizia nell’udienza del 21 giugno lo aveva ulteriormente confermato”.
    “Per questo, Taner avrebbe dovuto essere rilasciato immediatamente e senza condizioni. Ma invece di celebrare felicemente la loro riunione lungamente atteso, sua moglie e i suoi figli hanno dovuto soffrire il ritorno di Taner nella cella sovraffollata dove ha già trascorso oltre un anno della sua vita”.
    “La situazione di Taner è emblematica di quanto sta accadendo attualmente in Turchia. Molti difensori dei diritti umani languono in carcere o vivono nella costante paura di essere arrestati. Noi continueremo senza sosta a lottare per Taner, per gli altri 10 difensori dei diritti umani sotto processo insieme a lui e per tutte le altre persone finite ingiustamente in carcere nel corso della repressione in corso”.
    La prossima udienza è prevista per il 7 novembre.
    L’APPELLO IN FAVORE di Taner Kiliç e degli altri difensori dei diritti umani in Turchia è online qui: https://www.amnesty.it/appelli/turchia-liberare-difensori-dei-diritti-umani/

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