Turchia e Italia: proteste e censure, appelli e proposte

Preparando la manifestazione nazionale (1 novembre) a Roma contro l’invasione del Rojava

AGGIORNAMENTI

Continua il bavaglio di Facebook pro Erdogan: oscurate le pagine FB della Rete Kurdistan Italia e dell’Associazione Senza Paura di Genova: solidarizzano con la resistenza curda e si schierano contro l’invasione turca del Rojava.

In preparazione della manifestazione nazionale a Roma del 1° novembre «per il Rojava, fermiamo l’invasione turca» si invitano tutte e tutti ad amplificare l’appello alla mobilitazione a fianco del popolo curdo e le denunce contro gli appoggi militari dell’Italia.

Chiusa la pagina facebook di rete kurdistan italia

immagine.png

 

Fb ha chiuso la nostra pagina fb.

Stiamo chiedendo spiegazioni ma i post contestati sono quelli contro Erdogan.

Paolo Palazzo  – Ass Senza Paura  Genova

IL BAVAGLIO

Alla conferenza stampa del 18 ottobre a Roma (c/o sede FNSI) promossa da Infoaut, Dinamo press, Contropiano, Radio Onda d’Urto, Global Project, Milano in movimento, di cui di seguito il loro report, ho preso parola a nome di Rete Kurdistan ricordando le numerose volte in cui Facebook ha oscurato il nostro sito e i profili dei nostri attivisti, nonchè per ultimo la censura operata sul sito ” Palermo solidale con il popolo curdo” per l’intensa attività di solidarieta apportata alla resistenza curda.

Ho denunciato il silenzio assente dell’Autorità di garanzia sulla Comunicazione (Agicom), del governo e delle forze politiche, in merito al bavaglio posto dalla multinazionale Facebook alla libera informazione, censura lesiva della Costituzione, dei Diritti dell’uomo e del Trattato Europeo che le autorità italiane dovrebbero rimuovere immediatamente, anche per non essere paragonate al regime di Erdogan che vieta l’utilizzo dei social, che ha messo in galera e continua ad arrestare centinaia di giornalisti, che vieta la libertà di stampa e di opinione.

Infine, in questo difficile momento in cui tutto congiura per liquidare l’esperienza rivoluzionaria del Rojava, ho sollecitato l’agire comune dal basso per intensificare il sostegno comunicativo e materiale alla resistenza curda, di amplificare gli appelli che promuovono la solidarietà e l’impegno a fianco del popolo curdo e che ci portano alla manifestazione nazionale del 1° novembre a Roma.

Vincenzo Miliucci

Venerdì 18 ottobre si è svolta presso nella sala della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, una conferenza stampa per denunciare l’oscuramento da parte di Facebook di alcune pagine di siti di informazione indipendente. Promotori dell’iniziativa sono stati i portali Contropiano, Dinamopress, Globalproject, Infoaut, Milano in Movimento e Radio Onda d’Urto.

Tra il 15 e il 16 ottobre, infatti, Facebook ha oscurato le pagine di Contropiano, Globalproject, Milano in Movimento e Radio Onda d’Urto, e inviato avvisi di chiusura alle pagine di DinamoPress, Infoaut e a diversi profili personali.

Il motivo è la presunta – e non meglio specificata – violazione degli “standard della community” in merito alla pubblicazione di articoli e foto sulla guerra in Siria,  sull’esperienza del confederalismo democratico in Rojava e sulle iniziative di opposizione al conflitto.

Mentre a seguito di prese di posizione pubbliche le pagine di Global Project, Contropiano e Milano in Movimento sono state ripristinate, nelle stesse ore l’oscuramento si è esteso a numerose altre pagine di realtà di movimento, reti associative e spazi sociali che avevano preso parola a favore della resistenza curda.

La quantità e simultaneità delle segnalazioni ricevute dalle nostre pagine in relazione a contenuti riguardanti la resistenza curda e le iniziative di opposizione alla guerra, lasciano supporre che vi sia stata un’azione coordinata da parte di soggetti vicini al governo di Ankara: com’è noto, le guerre non si giocano esclusivamente sui campi di battaglia, ma anche su quelli dell’informazione.

Facebook, con la decisione di oscurare o di minacciare pagine che in questo momento stanno svolgendo un’importante azione di informazione sul conflitto in corso e sulle iniziative di opposizione alla guerra, si trova obiettivamente a prolungare sul terreno dell’informazione l’ignobile conflitto che il governo turco sta perseguendo nel nord della Siria. Una situazione, questa, che sembra contraddire in modo esplicito la tanto decantata “neutralità” della piattaforma.

Inoltre, crediamo che questa vicenda sollevi questioni più generali che interrogano da vicino il mondo dell’informazione e la cittadinanza tutta: quali sono i confini che possono essere posti alla totale assenza di trasparenza e alla più assoluta arbitrarietà di Facebook nel bloccare contenuti di carattere informativo e di denuncia degli orrori di un massacro in corso?

L’infrastruttura digitale di Facebook svolge oramai a tutti gli effetti il ruolo di uno spazio pubblico, rispondendo però esclusivamente a logiche e procedure di carattere privato. Esiste dunque una contraddizione sempre più stridente tra il diritto ad una libera informazione e il suo effettivo esercizio all’interno della piattaforma digitale.

Da parte nostra, continueremo in tutte le forme possibili a raccontare la guerra in corso, le mobilitazioni che si oppongono al conflitto innescato dalla Turchia e a dare voce alla resistenza del popolo curdo. Allo stesso tempo, riteniamo che la difesa del diritto alla libera informazione passi ormai sempre più per la necessità di aprire una discussione pubblica che ponga al centro il problema di un controllo democratico della piattaforma Facebook.

All’interno della conferenza stampa c’è stato anche l’intervento dell’avvocata Simonetta Crisci, presidente di Senza Confine, che ha messo a disposizione la possibilità di produrre un’istanza all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) e un’altra alla Corte di giustizia dell’Unione europea per verificare le cause e le eventuali sanzioni da adottare per l’oscuramento disposto da Facebook delle pagine di diversi siti indipendenti e di associazioni impegnate nel divulgare notizie e immagini sull’attacco della Turchia alla popolazione curda in Siria. Lo scopo del ricorso è quello di verificare la violazione dell’Articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea relativa alla sulla Libertà di espressione e d’informazione: “Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”.

QUI IL VIDEO:

https://youtu.be/zXWj3fkx6h8

 

SIRIA, AMNESTY INTERNATIONAL: “SCHIACCIANTI PROVE DI CRIMINI DI GUERRA E DI ALTRE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI DA PARTE DELLE FORZE TURCHE E DEI GRUPPI ARMATI LORO ALLEATI”

L’esercito turco e una coalizione di gruppi armati siriani sostenuta dalla Turchia hanno mostrato un vergognoso disprezzo per le vite civili compiendo gravi violazioni dei diritti umani e crimini di guerra, tra cui esecuzioni sommarie e attacchi illegali che hanno causato la morte o il ferimento di civili nel corso dell’offensiva militare nel nordest della Siria.

Lo ha denunciato Amnesty International, dopo aver raccolto tra il 12 e il 16 ottobre 17 testimonianze oculari di personale medico, soccorritori, sfollati, giornalisti e operatori umanitari locali e internazionali. L’organizzazione per i diritti umani ha anche analizzato e sottoposto a verifica filmati, referti medici e ulteriore documentazione.

Dalle informazioni raccolte, sono emerse prove schiaccianti di attacchi indiscriminati contro luoghi abitati (tra cui una casa, una panetteria e una scuola), compiuti dai militari turchi e dai gruppi armati siriani loro alleati.

Amnesty International ha ricostruito anche la dinamica dell’omicidio a sangue freddo di Hevrin Khalaf, nota esponente politica curdo-siriana, da parte di elementi di Ahrar Al-Sharqiya, una milizia dell’Esercito nazionale siriano, la coalizione di gruppi armati siriani equipaggiata e sostenuta dalla Turchia.

L’offensiva militare turca nel nordest della Siria ha devastato la vita dei civili siriani, che ancora una volta sono stati costretti a lasciare le loro case e a vivere nel costante pericolo di bombardamenti indiscriminati, rapimenti ed esecuzioni sommarie. L’esercito turco e i suoi alleati hanno mostrato un profondo, vergognoso disprezzo per le vite civili lanciando attacchi illegali e mortali in centri abitati che hanno causato la morte e il ferimento di civili”, ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.

La Turchia è responsabile delle azioni dei gruppi armati siriani che appoggia, arma e comanda. Aveva già dato via libera a questi gruppi per compiere violazioni dei diritti umani ad Afrin e altrove. Chiediamo ancora una volta alla Turchia di porre fine a queste violazioni, chiamare a rispondere i responsabili e proteggere i civili nelle zone sotto il suo controllo. La Turchia non può sottrarsi alle sue responsabilità semplicemente delegando i crimini di guerra ai gruppi armati locali”, ha sottolineato Naidoo.

Secondo le autorità sanitarie dell’Amministrazione autonoma a guida curda nel nordest della Siria, fino al 17 ottobre sono stati uccisi almeno 218 civili, tra cui 18 bambini.

Secondo le autorità della Turchia, fino al 15 ottobre gli attacchi con colpi di mortaio in territorio turco da esse attribuiti alle forze curde hanno causato 18 morti e 150 feriti tra la popolazione civile. Qualora le forze curde stessero usando armi esplosive imprecise contro insediamenti civili in Turchia, si tratterebbe di violazioni del diritto internazionale umanitario e attacchi del genere dovrebbero essere sospesi immediatamente.

Attacchi contro i civili nel nordest della Siria

In uno dei più orribili attacchi appresi da Amnesty International, riferito da un operatore della Mezzaluna curda, alle 7 del 12 ottobre due munizioni hanno colpito le vicinanze di una scuola a Salhiye, dove avevano trovato rifugio alcuni sfollati dal conflitto.

In tutto, sei feriti e quattro morti, tra cui due bambini. Non so se fossero bambine o bambini perché i corpi erano completamente anneriti. Sembravano pezzi di carbone. Gli altri due corpi erano di uomini, sembravano anziani”.

La linea del fronte più vicina era a oltre un chilometro di distanza e nei pressi del luogo dell’attacco, in quel momento, non c’erano combattenti né obiettivi militari.

Un altro operatore della Mezzaluna curda ha descritto l’attacco con colpi di mortaio nei pressi della moschea al-Salah di Qamishli. Dal 10 ottobre questa città ha subito pesanti attacchi indiscriminati che hanno distrutto abitazioni private, una panetteria e un ristorante.

Ho soccorso un bambino che era stato ferito al petto. La ferita era aperta e non riusciva respirare. Era come se una scheggia gli avesse squarciato il petto”.

Il bambino è successivamente deceduto. Sua sorella di otto anni ha subito l’amputazione di una gamba sotto il ginocchio. Nei pressi non c’erano basi militari o posti di blocco.

Il 13 ottobre osservatori indipendenti internazionali hanno riferito di un attacco aereo turco contro un mercato che ha centrato un convoglio di civili, compresi diversi giornalisti, che stava viaggiando da Qamishli e Ras al-Ain.

Secondo la Mezzaluna curda, nell’attacco sono morti sei civili – tra cui un giornalista – e sono rimaste ferite altre 59 persone. Un giornalista che aveva assistito alla scena ha parlato di un “massacro assoluto”. Il convoglio era composto di circa 400 veicoli civili e non c’erano combattenti nella zona, ad eccezione di una piccola scorta armata a protezione del corteo.

Tutte le parti in conflitto devono rispettare il diritto internazionale umanitario, che obbliga a prendere tutte le precauzioni possibili per evitare, o almeno minimizzare, i danni ai civili. Colpire un convoglio civile è ingiustificabile”, ha commentato Naidoo.

Non ci sono giustificazioni neanche per gli attacchi con armi imprecise, come i colpi di mortaio, contro gli insediamenti civili. Su questi attacchi illegali occorre che siano avviate indagini e che i responsabili siano chiamati a risponderne”, ha sottolineato Naidoo.

Gli Usa sono il principale esportatore di armi verso la Turchia, seguiti da Italia, Germania, Brasile e India. Amnesty International sta chiedendo la sospensione immediata delle forniture di armi alla Turchia e a tutte le altre parti in conflitto in Siria, comprese le forze curde – contro le quali vi sono prove credibili di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario – di armi che potrebbero essere usate per compiere o favorire violazioni dei diritti umani.

Esecuzioni sommarie e rapimenti
Attraverso testimonianze oculari, la lettura di un referto medico e l’analisi di immagini, Amnesty International ha potuto ricostruire l’esecuzione sommaria di Hevrin Khalaf, esponente politica curda, segretaria generale del Partito Futuro della Siria, vittima il 12 ottobre di un’imboscata lungo l’autostrada Raqqa-Qamishli. La donna è stata trascinata fuori dall’automobile su cui viaggiava, picchiata e uccisa a sangue freddo da miliziani del gruppo Ahrar al-Sharqiya, che hanno eliminato anche la sua guardia del corpo.

Lo stesso giorno e nella stessa località, come testimoniato da filmati verificati da Amnesty International, i miliziani di Ahrar al-Sharqiya hanno catturato e ucciso almeno due combattenti curdi e hanno rapito altri due civili che stavano trasportando medicinali per conto di un’organizzazione sanitaria locale. Di loro non si hanno più notizie.

Un’amica stretta di Hevrin Khalaf ha riferito ad Amnesty International che, quando ha provato a chiamare la donna sul suo cellulare, si è sentita rispondere da un uomo che si è identificato come un combattente di un gruppo armato siriano di opposizione che in arabo ha detto: “Voi curdi siete dei traditori, fate tutti parte del Pkk” e ha concluso la telefonata comunicando che Hevrin Khalaf era stata uccisa.

Un referto medico esaminato da Amnesty International elenca le ferite subite da Hevrin Khalaf: una serie di colpi di pistola al capo, al volto e alla schiena, fratture alle gambe, al volto e al cranio, parti della pelle strappati dal cranio e perdita di cuoio capelluto.

Uccidere a sangue freddo civili inermi è un evidente crimine di guerra. L’uccisione di Hevrin Khalaf e di altre persone ad opera di Ahrar al-Sharqiya dev’essere oggetto di un’indagine indipendente che porti i responsabili di fronte alla giustizia. La Turchia ha l’obbligo di fermare i crimini di guerra e le altre violazioni dei diritti umani commesse da gruppi armati che operano sotto il suo controllo. Se non lo farà, favorirà ulteriori atrocità”, ha commentato Naidoo.

Il deterioramento della situazione umanitaria
Operatori umanitari locali e internazionali hanno denunciato ad Amnesty International che il ritiro delle forze Usa dal nordest della Siria, l’offensiva militare turca e il coinvolgimento delle forze siriane contemporaneamente hanno dato luogo al peggiore degli scenari immaginabili.

Si teme che i 100.000 sfollati non ricevano cibo, acqua potabile e cure mediche a sufficienza e questo timore aumenta in una prospettiva di lungo periodo.
Nei campi per gli sfollati, come quello di al-Hol, i residenti sono completamente dipendenti dagli aiuti umanitari.

Il 10 ottobre 14 organizzazioni umanitarie internazionali hanno ammonito che l’offensiva militare turca avrebbe potuto causare l’interruzione della fornitura degli aiuti e pochi giorni dopo il Comitato internazionale della Croce rossa ha dichiarato che le ostilità avrebbero potuto causare lo sfollamento di 300.000 persone col conseguente rischio di non avere accesso alle riserve di acqua potabile.

Molti degli sfollati non sanno dove andare e dormono all’addiaccio, lungo le strade, nei parchi e all’interno di edifici scolastici.

Da Derbassiya, dove il 90 per cento della popolazione è costituita da sfollati, un testimone ha riferito che metà dei residenti ha trovato riparo in scuole e moschee, gli altri si sono spostati nella zona meridionale della città.

Qui le organizzazioni umanitarie non le abbiamo viste. Abbiamo bisogno di acqua, cibo, vestiti, medicinali, materassi e coperte. Ci serve assistenza medica. L’inverno sta arrivando e dobbiamo trovare una soluzione per i gruppi familiari che vivono all’aperto”, ha dichiarato l’uomo.

Un operatore umanitario ha lanciato l’allarme: “I malati cronici sono quelli più a rischio. La loro sopravvivenza dipenderà dalla durata dei combattimenti e dalla possibilità che avremo di lavorare”.

Molte persone hanno espresso il forte timore di ulteriori evacuazioni degli operatori internazionali e dei rischi, per gli operatori curdi e arabi, causati dall’avanzata delle forze governative siriane, rischi che riguardano anche comunità di sfollati da altre zone della Siria. Vi sono timori anche per le limitazioni al proseguimento delle cruciali attività transfrontaliere delle agenzie umanitarie.

Tutte le parti in conflitto – la Turchia, i gruppi suoi alleati, il governo siriano e le forze curde – devono garantire pieno accesso alle organizzazioni umanitarie locali e internazionali. L’offensiva militare turca ha costretto migliaia di persone a lasciare luoghi in cui credevano di stare al sicuro. Ora rischia di mettere a repentaglio la fornitura di assistenza sanitaria e aiuti indispensabili per salvare vite umane. Si rischia una catastrofe umanitaria in un paese già devastato dalla guerra”, ha concluso Naidoo.

Roma, 18 ottobre 2019

 

APPELLO DI AMNESTY PER FERMARE SUBITO LE ARMI ITALIANE

Dopo l’ingresso delle forze armate della Turchia nel nordest della Siria per allontanare dai propri confini le forze curde sostenute dagli Usa, siamo seriamente preoccupati per il rischio che l’offensiva militare abbia devastanti conseguenze sul piano umanitario e destabilizzi ulteriormente la regione.

Come riportato da Rete Disarmo, la Turchia è da molti anni uno dei maggiori clienti dell’industria bellica italiana e che le forze armate turche dispongono di diversi elicotteri T129 di fatto una licenza di coproduzione degli elicotteri italiani di AW129 Mangusta di Augusta Westland.

Chiediamo all’Italia di sospendere tutte le forniture di armi verso la Turchia e di non limitare lo stop solo alle commesse future.

La sospensione dovrebbe rimanere in vigore fino a quando le forze turche non potranno dimostrare l’esistenza di meccanismi efficaci per garantire che armi, munizioni e altre attrezzature e tecnologie militari non vengano utilizzate per commettere gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani o del diritto umanitario internazionale; tutte le presunte violazioni devono essere oggetto di indagine approfondita e imparziale; e i presunti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani dovranno essere perseguiti in processi equi.

https://www.amnesty.it/appelli/fermare-tutte-le-armi-italiane-alla-turchia/?asset_code=43594&utm_source=DEM&utm_medium=DEM&utm_campaign=DEM6545&utm_source=DEM&utm_medium=Email&utm_campaign=DEM6545

Guerra in Siria: si muovano le amministrazioni locali

L’attacco della Turchia alle popolazioni Curde presenti nella Siria del Nord sta causando enormi problemi alle popolazioni di quella zona con decine di civili uccisi e centinaia di migliaia di profughi che stanno lasciando le loro terre per sfuggire alla guerra e all’invasione dell’esercito turco.
Crediamo che sia necessario la mobilitazione da parte di tutti: cittadini, associazioni, realtà del volontariato, azienda ma anche degli enti locali che possono far sentire la loro voce per fermare questa barbarie.

Alcune amministrazioni locali hanno cominciato a muoversi: il Consiglio comunale di Firenze (scarica sotto) si è già mosso con una risoluzione firmata da decine di consiglieri, per esprimere solidarietà al popolo Curdo e chiedere una presa di posizione forte da parte delle organizzazioni internazionali.

Proponiamo che tutti i Consigli Comunali in italia assumano con urgenza una risoluzione in solidarietà con i curdi in Siria e di condanna dell’aggressione di Erdogan.

SCARICA LA RISOLUZIONE DEL COMUNE DI FIRENZE

ALTRE INFO dalla newsletter di Potere Al Popolo


★ PRESIDI IN TANTISSIME CITTA’ CONTRO L’AGGRESSIONE MILITARE TURCA

In moltissime città Potere al Popolo scende in piazza per dire basta all’aggressione militare da parte della Turchia nel Nord della Siria:

Qui Firenze, Roma, Napoli! Seguici sulla pagina facebook

★ FACEBOOK OSCURA LA PAGINA DELL’EX OPG JE SO’ PAZZO

L’abbraccio mortale tra Zuckerberg e Erdogan continua
La censura di Facebook continua: dopo la denuncia che abbiamo fatto i giorni scorsi dell’oscuramento di decine pagine che si esprimevano in solidarietà al popolo Kurdo, oggi anche la pagina dell’Ex Opg Je So’ Pazzo è stata oscurata dalla multinazionale americana.

I motivi sono gli stessi: sotto “l’imparziale” giudizio di Facebook sono caduti numerosi post in cui la casa del popolo napoletana esprimeva solidarietà al popolo kurdo     [CONTINUA]

★ FACEBOOK CHIUDE DECINE DI PAGINE PRO-KURDISTAN. LA GUERRA ARRIVA ANCHE SUI SOCIAL!

 

Facebook ha nascosto le pagine di Ya Basta Êdî Bese, Globalproject.info e Contropiano.org, pagine che in questi giorni stavano denunciando il violento attacco della Turchia verso le popolazioni del Nord della Siria.
La motivazione? I contenuti  violerebbero gli “standard di comunità”, perché istigherebbero all’odio  [CONTINUA]

★ POTERE AL POPOLO! AL FIANCO DELLE DONNE CURDE!

Sentiamo la necessità di schierarci fermamente a difesa della rivoluzione portata avanti dalle donne e dagli uomini curdi in Rojava, una rivoluzione che vede nell’anticapitalismo, nell’antisessismo e nell’ecologismo tre suoi capisaldi fondamentali. La costruzione del confederalismo democratico è qualcosa che ci riguarda non solo [CONTINUA]

Questi i dossier più recenti in “bottega”: Il mondo con il Rojava e Turchia: uccidere con armi italiane

Le vignette qui sopra sono di Benigno Moi. L’immagine qui sotto è di Gianluca Costantini

PER CHI SA L’INGLESE

Former and current US officials have slammed the Turkish mercenary force of “Arab militias” for executing and beheading Kurds in northern Syria. New data from Turkey reveals that almost all of these militias were armed and trained in the past by the CIA and Pentagon.

By Max Blumenthal

Footage showing members of Turkey’s mercenary “national army” executing Kurdish captives as they led the Turkish invasion of northern Syria touched off a national outrage, provoking US government officials, pundits and major politicians to rage against their brutality.

In the Washington Post, a US official condemned the militias as a “crazy and unreliable.” Another official called them “thugs and bandits and pirates that should be wiped off the face of the earth.” Meanwhile, former Secretary of State Hillary Clinton described the scene as a “sickening horror,” blaming President Donald Trump exclusively for the atrocities.

But the fighters involved in the atrocities in northern Syria were not just random tribesmen assembled into an ad hoc army. In fact, many were former members of the Free Syrian Army, the force once armed by the CIA and Pentagon and branded as “moderate rebels.” This disturbing context was conveniently omitted from the breathless denunciations of US officials and Western pundits.

According to a research paper published this October by the pro-government Turkish think tank SETA, “Out of the 28 factions [in the Turkish mercenary force], 21 were previously supported by the United States, three of them via the Pentagon’s program to combat DAESH. Eighteen of these factions were supplied by the CIA via the MOM Operations Room in Turkey, a joint intelligence operation room of the ‘Friends of Syria’ to support the armed opposition. Fourteen factions of the 28 were also recipients of the U.S.-supplied TOW anti-tank guided missiles.” (A graph by SETA naming the various militias and the type of US support they received is at the end of this article).

In other words, virtually the entire apparatus of anti-Assad insurgents armed and equipped under the Obama administration has been repurposed by the Turkish military to serve as the spearhead of its brutal invasion of northern Syria. The leader of this force is Salim Idriss, now the “Defense Minister” of Syria’s Turkish-backed “interim government.” He’s the same figure who hosted John McCain when the late senator made his infamous 2013 incursion into Syria.

The “sickening horror” this collection of extremists is carrying out against Kurds is, in fact, the same one it imposed on Syrians across the country for the past seven years. Before, when their goal was regime change in Damascus, they had the blessing and wholehearted support of official Washington. But now that they are slaughtering members of a much more loyal US proxy force, their former patrons and enablers are rushing to denounce them as “bandits and pirates.”

Left: John McCain with then-FSA chief Salim Idriss (right) in 2013; Right: Salim Idriss (center) in October, announcing the establishment of the National Front for Liberation, the Turkish mercenary army that has invaded northern Syria.

The FSA and White Helmets become Turkey’s mercenary army

Turkey employed anti-Assad insurgents against the Kurdish YPG for the first time in March 2018, when it invaded the northern Syrian city of Afrin during Operation Olive Branch. That onslaught saw an array of heinous atrocities, from the vandalism of the corpse of a female Kurdish fighter to the looting of Afrin. These war crimes were committed largely by fighters of the defunct Free Syrian Army – the collection of “moderate rebels” once armed by the CIA.

In a video message, one of the invading fighters promised mass ethnic cleansing if Kurds in the area refused to convert to his Wahhabi strain of Sunni Islam. “By Allah,” the fighter declared, “if you repent and come back to Allah, then know that you are our brothers. But if you refuse, then we see that your heads are ripe, and that it’s time for us to pluck them.”

Also present in Afrin were the White Helmets, the supposed civil defense outfit that was nominated for a Nobel Prize, celebrated by the Western media as life-saving rescuers, and heavily funded by the US and UK governments. The White Helmets had arrived as auxiliaries of the Islamist mercenary forces, and were operating as Turkish proxies themselves.

After Turkey and its rebel proxies ethnically cleansed the Kurdish-majority community of Afrin, the White Helmets pledged to “rebuilt it,” to “restore the city to its former beauty and utility.” In a photo op, they even spelled out the Arabic word Afrin with the bodies of their volunteers:

This October, when Turkish-backed Islamist fighters stormed back into northern Syria, atrocities immediately followed.

Hevrin Khalaf, a Syrian Kurdish legislator, was pulled from her car by the militiamen and executed along with her driver. Other Kurds, including two unarmed captives, were filmed as they were murdered by the Turkish proxies. The mercenary gangs went on to deliberately free ISIS captives from unguarded prisons, releasing hundreds of their ideological soulmates to the battlefield.

The most shocking footage allegedly showed the Turkish mercenaries sawing the heads off of Kurdish fighters they had killed. For those familiar with Nour al-Din al-Zinki, a participant in the Turkish invasion that was formerly supplied by the CIA, and which beheaded a captive Palestinian-Syrian fighter on camera in 2016, this behavior was not surprising.

Left out of the coverage of these horrors was the fact that none of them would have been possible if Washington had not spent several years and billions of dollars subsidizing Syria’s armed opposition.

Prolific promoters of the “moderate rebels” run from their records

When the Turkish military and its proxy force overwhelmed the Kurdish YPG this October, Hillary Clinton angrily denounced their brutality.

Back in 2012, however, when Clinton was Secretary of State, she junketed to Istanbul to rally support for those very same militias during a “Friends of Syria” conference convened by Erdogan.

She later remarked, “The hard men with the guns are going to be the more likely actors in any political transition than those on the outside just talking. And therefore we needed to figure out how we could support them on the ground, better equip them…”

One of those “hard men” is Salim Idriss, today the “Defense Minister” of Syria’s non-existent “provisional government” and de facto leader of the mercenary forces dispatched by Turkey into northern Syria. He has pledged, “We will fight against all terror organizations led by the PYD/PKK.”

Back in 2013, however, Idriss was lionized in Washington and hyped as a future leader of Syria.

When the later Sen. John McCain made his notorious surprise visit to the Turkish-Syrian border in May 2013, hoping to inspire a US military intervention, he was warmly welcomed by Idriss, the then-leader of the US-backed Free Syrian Army.

What we want from the US government is to take the decision to support the Syrian revolution with weapons and ammunition, anti-tank missiles and anti-aircraft weapons,” Idris told Josh Rogin, a reporter and neoconservative booster of regime change in Syria.

Though Idriss and his allies never got the full-scale intervention they sought from the Obama administration, they did receive shipments of heavy weapons, including hundreds of anti-tank TOW missiles.

They were also showered with adulation by droves of hyper-ambitious foreign correspondents from corporate Western outlets.

CNN’s Clarissa Ward was an especially enthusiastic promoter of the FSA, embedding with its fighters, painting them as a heroic resistance. When she returned to Syria years later, she used a top mouthpiece of Syria’s local Al Qaeda affiliate as a fixer for her unequivocally pro-opposition “Inside Aleppo” series.

CNN’s Clarissa Ward, then of CBS, with the FSA in 2011

Danny Gold was also among the flocks of Western reporters that embedded with the armed opposition during the height of the insurgency against Damascus. In 2013, he churned around a piece for Vice on “chatting about ‘Game of Thrones’” with a group of fighters from Jabhat al-Nusra, Al Qaeda’s local franchise.

Gold and a clique of rabid online regime change zealots spent the rest of their time clamoring for US intervention in the country and viciously denigrating anyone who disagreed. Gold has, for instance, likened The Grayzone’s factual coverage of Syria to Nazi propaganda.

This October, when the Turkish invasion of northern Syria began, Gold reported that one of the FSA fighters he embedded with back in 2013 was taking part in the assault on Kurdish positions.

Like Hillary Clinton and the rest of the Islamist fighters’ former boosters, Gold was clearly struggling with a case of cognitive dissonance. Unable to take responsibility for promoting these extremists as they rampaged across Syria for years, or for smearing anyone who forcefully opposed the regime change agenda, he lashed out at his critics: “Almost as if war is complicated and doesn’t fit into the neat little box the anime teens in my mentions don’t realize,” he tweeted.

As members of a former US proxy ruthlessly prey on a present day US proxy, Western pundits and politicians are hoping that no one notices that they spent the past seven years celebrating the former group. They are initiating a cover-up, not only of the blowback unfolding in northern Syria, but of their own records.

This band of hacks is now fully exposed for foisting a bloody scam on the public, marketing some of the most brutal fanatics on the planet as revolutionaries and “moderate rebels” while they destabilized an entire region. Like the extremists they once promoted, most have somehow managed to evade accountability and remain employed.

Below is SETA’s list of Turkish “national army” militias, outlining the type of US support each one received over the years. (Click on the image to enlarge it)

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

4 commenti

  • dom20ott2019 h22:51:09 CEST – lefigliedililith@canaglie.org
    a: Jin-rete Kurdistan
    [rete jin] Appello per uno spezzone di donne al corteo del 1° novembre a Roma

    Care tutte,
    stiamo vivendo giorni molto difficili e impegnativi. In questo momento c’è bisogno di tutta la nostra forza unita per difendere la rivoluzione del Rojava. Per questo abbiamo pensato di lanciare uno spezzone di donne che apra il corteo nazionale del 1° novembre a Roma, dove speriamo verranno molte di voi.
    A questo link trovate l’appello:
    https://retejin.org/appello-per-uno-spezzone-di-donne-al-corteo-del-1-novembre-a-roma/.
    Diffondetelo, leggetelo nelle piazze, portatelo nei vostri spazi.
    Ci vediamo in piazza.
    Jin Jiyan Azadi [donne vita libertà]

  • Rete Kurdistan Sardegna
    retekurdistansardegna@riseup.net

    *

    ASSEMBLEA GENERALE SARDA, Bauladu, sabato 26 ottobre 2019, ore 15.30

    LA TRAGEDIA DEL POPOLO KURDO E L’EROICA LOTTA PER L’AUTODETERMINAZIONE E
    LA CIVILTA’!
    Verso la manifestazione del 2 novembre.

    E’ davvero agghiacciante leggere le notizie di un combattente
    internazionale che ci fa sapere “Non sappiamo quanto potremo
    resistere, questo è forse l’ultimo messaggio che potrò inviarvi”.

    E’ straziante l’immagine della giovane donna che urla la propria
    disperazione stringendo fra le braccia il corpo lacerato della sua
    bambina e corre via dalle bombe a cercare una salvezza ormai
    impossibile.

    Spaventosa è la moneta con cui vengono ripagate le donne e gli uomini
    che hanno combattuto e vinto l’ISIS, in nome della civiltà, per
    l’umanità intera.

    Orrendo il pensiero che ancora una volta i popoli debbano pagare il
    prezzo più alto dei giochi di guerra degli Stati e delle potenze
    imperiali per le quali contano solo ricchezze, potere e dominio che
    schiacciano le umanissime esigenze di pace, libertà e democrazia dei
    popoli.

    Per il 2 novembre siamo chiamati ad una giornata mondiale di sostegno
    alla resistenza kurda e dei popoli del Nord e dell’Est della Siria,
    barbaramente attaccati dalla Turchia con la complicità internazionale,
    e per sostenere la domanda di giustizia sociale oggi violata più che
    mai.

    Per parlarne e definire l’organizzazione della Manifestazione del 2
    novembre e delle necessarie altre iniziative la Rete Kurdistan Sardegna
    propone:

    in Bauladu, sabato 26 ottobre alle ore 15.30 nei locali della
    Biblioteca, un’ASSEMBLEA GENERALE invitando chiunque sia interessato e
    particolarmente le forze che, lavorando insieme, hanno reso possibile la
    grande Manifestazione di Capo Frasca del 12 ottobre scorso.


    Rete di Solidarietà con la Resistenza Kurda in Sardegna

  • Rete Kurdistan Sardegna
    Questa sera alle ore 18:00 la Rete Kurdistan Sardegna terrà un sit-in in via Roma a Sassari davanti agli uffici della Dinamo, che sarà impegnata in una partita ad Ancara con la Turk Telekom.
    Gli attivisti della Rete e i tifosi della Dinamo solidali alla causa del popolo curdo hanno scritto una lettera alla società con l’obbiettivo di sensibilizzarla in merito alla guerra portata da Erdogan in Siria che sta mietendo tantissime vittime innocenti.
    Di seguito il testo della lettera:
    Cari amici della Dinamo di Sassari.
    La Dinamo è una squadra che si propone di rappresentare il popolo sardo nelle più importanti competizioni di pallacanestro, arrivando a traguardi sportivi che suscitano la passione di tanti tifosi di tutta la Sardegna.
    Ma la Dinamo in questi anni non è stata solo sport, perché attraverso i match ha portanto i valori della comunità sarda e la sua cultura ad incontrarsi con i popoli che stanno al di là del mare: una nazione quella sarda che da sempre afferma la sua specificità e ricerca il confronto pacifico con le altre.
    Domani la Dinamo porterà la bandiera sarda ad Ankara per un match contro la Turk Telekom, per la qualificazione alla Champions League di basket.
    Sarà un’altra occasione di confronto con un popolo fratello, oltrepassando il mare che circonda la nostra isola, ma purtroppo stavolta la partita non si giocherà in un contesto di pace.
    Infatti lo scorso 7 ottobre lo stato turco ha lanciato un invasione del territorio della Siria che ha già causato migliaia di morti e centinaia di migliaia di profughi che sono dovuti scappare dalle loro case.
    L’obbiettivo della Turchia è quello di distruggere un esempio di convivenza democratica ai propri confini, massacrando i combattenti curdi e arabi che negli scorsi anni sono riusciti a spazzare via l’orrore dello Stato Islamico che minacciava tutto il mondo. La Turchia sta utilizzando milizie islamiste per compiere un vero e proprio genocidio ai danni dei popoli del nord della Siria, con l’obbiettivo di modificare la composizione etnica della regione a discapito soprattutto dei curdi siriani che attraverso la loro rivoluzione democratica rappresentano da anni un pericoloso esempio per decine di milioni di altri curdi che vivono all’interno dei confini dello stato turco.
    Non si può fare finta che tutto questo non stia succedendo, sotto gli occhi del mondo intero.
    Riteniamo che la società e la tifoseria non possano ignorare questo fatto, ma che dovrebbero trovare il modo di denunciarlo, contribuendo a lanciare un messaggio di pace di cui lo sport deve essere promotore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *