Turchia-Kurdistan: lo spazio dei sogni e degli incubi

Articoli di Patrick Cockburn, Doriana Goracci (con un video) e Chiara Cruciati, appelli di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea e dell’ Anti-Imperialist Front, il comunicato dei Comitati torinesi in sostegno all’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est e alcune notizie riprese dall’agenzia Anbamed

Il peggior crimine di Trump non può essere dimenticato

di Patrick Cockburn

In seguito alla vittoria di Joe Biden nelle ultime elezioni Usa, Patrick Cockburn, attraverso una testimonianza diretta da Afrin, mette nero su bianco quanto sta succedendo (un tragico esempio dell’operato di Turchia e Usa in Siria). La speranza è che con Biden ci sia la possibilità di un cambio di linea nei confronti della Turchia.

É senza dubbio il peggior crimine commesso da Donald Trump nei suoi anni di presidenza alla Casa Bianca. Egli, nell’ottobre 2019, ordinò alle truppe Usa di ritirarsi dalla Siria del Nord, di fatto dando il via libera all’invasione da parte della Turchia di quel pezzo di Siria, e rendendosi co-responsabile dell’assassinio, dello stupro e dell’espulsione di migliaia di curdi, che abitavano quella regione.

E 18 mesi prima, Trump non aveva fatto nulla quando l’esercito turco occupò l’enclave curda di Afrin e rimpiazzò la sua popolazione con jihadisti arabi siriani.

É, sfortunatamente, improbabile che Trump subirà mai un processo per queste sue decisioni, ma se mai dovesse farlo, la sua complicità nella pulizia etnica dei curdi siriani dovrebbe essere la prima nella lista delle accuse. Quella decisione fu di per se un atto diabolico ma fu anche un tradimento di un alleato affidabile come le Forze Democratiche Siriane che stavano chiudendo il cerchio contro il nemico comune Isis giusto quando venne invasa Afrin.

Il tradimento di Trump allora provocò troppo poca indignazione a livello internazionale, ma certamente quel gesto fu causa diretta di omicidi, rapimenti, sparizioni ed espulsioni di centinaia di migliaia di persone dalle loro terre.

Tragedie di questa scala si offuscano rapidamente nella mente delle persone perché non comprendono le atrocità che vanno al di fuori della propria esperienza personale e che possono devastare la vita di così tanti individui. I perpetratori di questa violenza estrema e i loro facilitatori, come Trump, cercano da sempre di confondere le acque con negazioni improbabili finché le notizie e i media non spostano l’attenzione su altro e rimangono solo le vittime dei crimini a ricordarli.

Ho scritto molto sulla pulizia etnica subita dai curdi nel Nord-Est della Siria ad opera dei turchi nelle due separate invasioni del 2018 e 2019, ma senza risultati tangibili. Infatti ben presto divenne impossibile per i reporter indipendenti visitare Afrin o le zone occupate intorno alle città di Tal Abyad e Ras al-Ain. Ma finalmente, la settimana scorsa, sono riuscito a contattare via internet una testimone ad Afrin la quale ci consegna una cupa, ma allo stesso avvincente, testimonianza della sua personale esperienza di pulizia etnica.

Il suo nome è Rohilat Hawar, ha 34 anni, è madre di 3 figli e lavorava come insegnante di matematica nella città di Afrin prima dell’attacco turco. Provò a fuggire nel febbraio 2018, perché “c’erano bombardamenti aerei turchi tutti i giorni”, ma le fu rifiutato l’ingresso nei territori controllati dal governo siriano che doveva attraversare per raggiungere le altre aree sotto il controllo dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord.

Tornò quindi ad Afrin dove la sua casa era stata già saccheggiata e dove ora si trovava intrappolata. Rohilat riporta che le bande degli jihadisti sostenute dalla Turchia sparano a chiunque provi a lasciare la città: “Una mia amica è stata uccisa insieme alla figlia di 10 anni mentre tentava la fuga”. Allo stesso tempo, i miliziani rendono impossibile la vita ai curdi rimasti.

Essendo una dei pochi curdi rimasti nel suo vecchio quartiere dove quasi tutte le abitazioni sono state occupate da jihadisti di lingua araba e dalle loro famiglie, Rohilat non osa parlare curdo per strada. Ha scoperto che i militari turchi considerano tutti i curdi dei “terroristi”, ma che i miliziani jihadisti sono ancora più pericolosi perché pensano che i “curdi siano pagani miscredenti che dovrebbero essere uccisi in nome di Dio”.

Rohilat non ha avuto altre alternative che indossare un hijab, indumento che solitamente le donne curde non portano, per evitare le continue vessazioni dei suoi vicini jihadisti arrivati da altre parti della Siria. Ha presentato anche un ricorso alle autorità turche ma la risposta è stata, come è possibile immaginare, di rispettare le norme sociali del quartiere e quindi di indossare sempre l’hijab. “I miei figli all’inizio mi prendevano in giro, ma ora si sono abituati.”

I pochi curdi che continuano a sopravvivere ad Afrin sono senza difese e continuamente vessati dai miliziani. Di episodi in cui le donne curde vengono molestate dai jihadisti armati se ne possono raccontare a centinaia.

Nelle due zone curde occupate nel nord della Siria la punta dell’iceberg dell’occupazione è rappresentata da miliziani arabi, i quali sonore la maggior parte jihadisti provenienti da altre parti della Siria. I curdi di Afrin erano per la maggior parte contadini, coltivavano frutta e verdura ma, più di tutto, coltivavano olive. Dalla testimonianza di Rohilat si evince che gli occupanti tagliano sistematicamente gli ulivi per farne legna da ardere, distruggendo così l’economia locale. Il risultato di questa pratica è che la maggior parte dei beni deve essere importato e quindi venduto ad un prezzo maggiore.

Lasciando il controllo del territorio a maggioranza curda ai miliziani jihadisti, il governo turco si assicura così la pulizia etnica della zona senza però risultarne direttamente l’esecutore e, allo stesso tempo, il mandante. Fino a poco tempo fa, i miliziani venivano pagati circo 100 dollari al mese dalla Turchia per le loro attività, ma spesso essi integrano la loro paga con furti e saccheggi nelle proprietà curde mentre l’esercito turco che dovrebbe controllare il territorio spesso chiude un occhio.

Da agosto la paga dei miliziani è stata ridotta e le pattuglie di militari turchi sono più attive nel controllo sui saccheggi e sui furti. Lo scopo di tale livello di controllo dopo anni di occhi chiusi è quello di persuadere i miliziani ad arruolarsi volontariamente per combattere come proxy in Libia oppure contro gli armeni in Nagorno-Karabakh. E molti di essi sono stati uccisi nei combattimenti. Rohilat ha visto con i suoi occhi numerosissime tende tradizionali allestite per il lutto degli uomini caduti sui vari fronti, nonostante i corpi non rientrino per il funerale.

A parte l’insicurezza cronica, Rohilat deve far fronte alla rapida diffusione del  coronavirus ad Afrin. Essa stessa ha contratto il virus, essendo risultata positiva dopo un controllo in una struttura medica turca ma, a causa dell’insicurezza, lei e molte altre persone si rifiutano di farsi curare negli ospedali militari turchi dai quali pochissime persone ritornano vive. Essi rimangono quindi in casa e si curano con paracetamolo e mangiando lenticchie e zuppe di cipolla. Lei stessa non può permettersi l’acquisto di mascherine e altro cibo al di fuori del pane, con i pochi soldi che i figli riescono a racimolare al mercato oppure attraverso piccole somme di denaro inviatele dai parenti in Turchia ogni tot di mesi.

Un cupo futuro pende sulla vita di Rohilat, la quale si considera una sopravvissuta mentre altri curdi sono dovuti scappare, oppure vivono in campi profughi, altri invece sono stati uccisi, alcuni tenuti come ostaggi per il riscatto o alcuni sono semplicemente scomparsi.E la campagna del governo contro i curdi siriani sembra proprio non trovare fine, al contrario il Presidente turco Erdogan continua a minacciare di lanciare una nuova operazione militare che potrebbe terminare con le definitiva pulizia etnica della popolazione curda.

Forse l’unica buona notizia per queste popolazioni può essere la vittoria nelle elezioni Usa di Joe Biden che, in linea teorica, riduce sensibilmente le possibilità di un lasciapassare americano per una nuova operazione turca nel Nord Siria. Quando Trump e la sua velenosa squadra avranno lasciato il potere, sarà doveroso ricordare e non perdonare i responsabili di quelle politiche che in Siria hanno inflitto un’inestimabile miseria su un numero altissimo di persone che prima vivevano delle vite serene.

(*) ripreso da www.globalproject.info; traduzione di Marco Sandi.

Patrick Cockburn è un opinionista del quotidiano inglese The Independent. Esperto di Siria, Iraq e Medio Oriente ha per anni scritto reportage sulla situazione siriana, avendo coperto anche l’ascesa di Isis nel 2014. Insieme al compianto Robert Fisk formavano una coppia di penne di eccellenza nell’analisi politica e sociale delle difficili dinamiche medio-orientali.

Cose turche a Instanbul? Bella ciao per la Libertà (con video)

di Doriana Goracci – ripreso da AgoraVox

Mentre il #corona imperversa anche in Turchia e si canta Bella Ciao rivisitato in turco, lunedì 4 gennaio 2021, per la libertà e la qualità accademica turca, la polizia a Instanbul ha “ammanettato” i cancelli della migliore università del paese, mentre migliaia di persone hanno manifestato sulla nomina del suo nuovo rettore.

https://youtu.be/8r2QeTL8NIQ

Cose turche? Diciamo fatti accaduti ieri in Turchia, ad Instanbul, che non possono essere ignorati, tantomeno nascosti in Italia, dove la destra più oscura suona le sue lamentazioni .

Si dice che il nuovo dirigente dell’ Università di Bogazici sia l’ultimo di una lunga serie di nomine politicizzate in posizioni di vertice nel mondo accademico, che ha svuotato la qualità dell’istruzione nel paese. “Semplicemente crudele”: così si è espresso un professore di fama che si batte contro l’epurazione delle università turche. Infatti il presidente turco Recep Tayyip Erdogan durante il fine settimana ha scelto l’accademico Melih Bulu come prossimo capo dell’università (nato nel 1970, ha un dottorato in finanza. Recentemente nominato rettore da Recep Tayyip Erdoğan con decreto del 1 gennaio 2021, candidato per l’AKP, al governo di Erdoğan nelle elezioni generali del 2015 n.d.r.)

 

L’Università di Bogazici, considerata da molti la Harvard turca per la sua istruzione di qualità, l’ambiente liberale e una storia che risale a 200 anni fa, è stata originariamente fondata da missionari americani, ha migliaia di studenti che lavorano nelle migliori aziende del paese e ai vertici della burocrazia statale. Bulu è visto come una nomina controversa perché ha cercato di candidarsi come membro del parlamento per il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) al governo nel 2015 e non faceva parte dell’attuale staff accademico.

 

La nomina ha creato rabbia tra gli studenti e gli ex studenti di Bogazici, che hanno elencato una serie di problemi riscontrati con i titoli di studio di Bulu. Presunte prove che Bulu ha plagiato nella sua tesi di dottorato e almeno un articolo accademico sono circolate sui social media.Un portavoce degli studenti ha detto che non erano particolarmente interessati alla storia personale di Bulu, ma piuttosto alla libertà accademica. “Riteniamo che l’autonomia dell’università possa essere concessa solo scegliendo il rettore attraverso un’elezione tenuta dal personale accademico”, ha detto il portavoce.

 

La manifestazione inizialmente si è conclusa pacificamente, mentre gli studenti hanno marciato attraverso il campus. Tuttavia, l’apparizione di Bulu nell’edificio amministrativo ha innescato ulteriori proteste e la polizia ha usato gas lacrimogeni e forza per disperderli.

e ancora

 

Centinaia di persone hanno manifestato lunedì a Istanbul contro quella che affermano essere la nomina politicamente motivata di un rettore in una delle migliori università turche da parte del presidente Recep Tayyip Erdogan. Un giornalista dell’AFP ha stimato il numero in oltre 1.000, con dozzine di agenti di polizia che hanno assistito alla manifestazione senza intervenire. La rabbia è esplosa dopo il decreto presidenziale del 1 gennaio in cui Erdogan ha nominato Rettore dell’Università di Bogazici Melih Bulu – candidata alle elezioni generali del 2015 per il partito al governo del presidente.

 

Hanno cantato mentre alcuni tenevano cartelli che dicevano: “Vogliamo diritti, perché così tanta polizia?” e “Melih Bulu non può essere il rettore di Bogazici“. Erdogan ha assunto il potere di nominare direttamente i rettori dell’università dopo essere sopravvissuto a un fallito colpo di stato del 2016, e non è la prima volta che la sua scelta per Bogazici ha suscitato polemiche. Quando il professor Mehmed Ozkan è stato nominato rettore nel novembre 2016, c’erano tensioni e turbamenti da parte di studenti e accademici. I rettori delle università turche sono stati nominati tramite elezioni prima del luglio 2016. “Il mondo accademico è al di sopra delle ideologie e della politica, ma nominare un rettore della nostra università a dispetto della volontà dei membri dell’università è una mossa politica“, ha detto ai giornalisti una delle manifestanti, Selen, durante la manifestazione.

E ancora

Bulu è uno dei co-fondatori dell’associazione distrettuale Sarıyer dell’AKP e si era candidato alla candidatura diretta dell’AKP alle elezioni parlamentari e presidenziali del 2015 a Istanbul. Gli studenti lo chiamano “fiduciario” in riferimento ai sindaci che sono stati deposti dai municipi delle città curde e sostituiti da amministratori nominati dal governo. Anche numerose iniziative della società civile e gruppi per i diritti umani hanno partecipato alle proteste contro la nomina di Bulu, oscurate dalla massiccia violenza della polizia e dall’uso di lacrimogeni e idranti. Alcuni studenti hanno risposto alla violenza della polizia lanciando bottiglie. Due manifestanti sono stati arrestati dalla polizia a margine delle proteste, picchiandoli e prendendoli a calci. Nel frattempo, il cancello del campus dell’Università Boğaziçi è stato isolato dalle forze di sicurezza. L’anello d’assedio della polizia del campus universitario non è ancora stato completamente disperso.

Forse gli studenti turchi ricorderanno quando altri di loro,giovani e meno giovani cantavano Bella ciao nel 2012, e poi ancora nel 2013, in Turchia, e si continua a cantare e camminare per la Libertà.

Iste bir sabah uyandigimda Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao Elleri baglanmis buldum yurdumu Her yani isgal altinda Sen ey Partizan, beni de gotur Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao Beni de gotur daglariniza Dayanamam tutsakliga Gunes dogacak, acacak cicek Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao Gelip gecenler diyecek merhaba Merhaba ey guzel cicek

foto ripresa da AgoraVox

NOTIZIE DALL’AGENZIA «ANBAMED» (IGNORATE – come al solito – DA QUASI TUTTI I MEDIA ITALIANI)

Turchia: condannato a 27 anni, in contumacia, il giornalista che aveva rivelato l’appoggio di Erdogan al terrorismo in Siria. 

Il giornalista turco, Can Dundar, ex caporedattore di Cumhuriyet (Repubblica), è stato condannato in contumacia a 27 anni e sei mesi di reclusione, per l’accusa di spionaggio e sostegno ad un’organizzazione terroristica armata. Aveva svelato sul suo giornale che i servizi turchi fornivano armi ai jihadisti in Siria. I suoi avvocati hanno rifiutato di partecipare all’udienza di proclamazione , “per non dare una patina di legalità ad una decisione politica già scritta”. Il giornalista vive all’estero, in esilio in Germania.

SIRIA

Nel conflitto siriano ci sono due fronti caldi. Uno aperto dalle truppe turche e milizie affiliate contro la zona curda e l’altro nel triangolo Aleppo-Raqqa-Hama, tra le truppe governative e i jihadisti di Daesh. Ieri sono rimasti uccisi nei combattimenti 5 soldati governativi e 9 jihadisti. Ad Afrin, invece, le milizie filo turche hanno compiuto rastrellamenti di civili in seguito allo scoppio di una mina sotto un veicolo militare turco.

SIRIA

La Turchia porta avanti il suo progetto di impedire ogni forma di autonomia curda nel nord della Siria. Da 48 ore l’artiglieria turca sta martellando le zone rurali limitrofe a Ain Issa, a nord di Raqqa. Tre combattenti curdi sono stati uccisi e fuga dei contadini verso il centro abitato. Ain Issa è una delle città amministrate dai consigli locali eletti, un’esperienza democratica voluta dalle Forze democratiche siriane a maggioranza curda. Il piano di Ankara è quello di prendere il controllo sull’autostrada T4, per garantire la striscia di sicurezza occupata all’interno del territorio siriano e riportarvi i profughi siriani rifugiati in Turchia.

 

Parlamentari e sostenitori dell’Hdp durante un sit-in a Istanbul in solidarietà con Leyla Guven, all’epoca in sciopero della fame © Ap

Leyla Guven senza giustizia: 22 anni di cella per terrorismo

Turchia. Durissima condanna per l’ex parlamentare curda dell’Hdp, in sciopero della fame per 200 giorni. Nella Turchia sempre più erdoganizzata, la campagna contro il partito di sinistra prosegue spedita

di Chiara Cruciati (**)

L’escalation contro Leyla Guven, storica esponente della sinistra curda in Turchia, ieri ha toccato la vetta: una condanna a 22 anni e tre mesi di prigione per terrorismo.

Il percorso compiuto fino alla sentenza di ieri contro l’ex parlamentare 56enne del partito di sinistra Hdp e co-leader del Dtk (Democratic Society Congress) ha occupato tutti gli ultimi 10 anni, per inasprirsi a partire dal 2015 con l’esplosione del consenso per la formazione filo-curda, la ripresa della campagna militare turca contro il sud est e poi nel Rojava, il nord-est siriano: prima l’arresto, poi un lungo sciopero della fame, il rilascio in attesa del processo, una prima condanna a sei anni non concretizzata perché protetta dallo status di deputata e infine (lo scorso giugno) il ritiro dell’immunità parlamentare.

Una cancellazione che ha aperto alla sentenza più dura, quella comminata ieri dalla corte penale di Diyarbakir: 14 anni e tre mesi per l’accusa di appartenenza a organizzazione terroristica (il Pkk) e altri 8 anni per due diverse accuse di propaganda terroristica (il riferimento è a due discorsi pubblici che Guven ha tenuto a Batman e Diyarbakir).

Nello specifico, la procura ha chiesto condanne per fondazione, guida e appartenenza a organizzazione terroristica, incitamento a proteste illegali e partecipazione disarmata a riunioni illegali. Subito è stato spiccato un mandato d’arresto, ma mentre scriviamo non è ancora chiaro dove l’ex deputata si trovi: ieri in tribunale erano presenti solo i suoi due legali, Serdar Celebi e Cemile Turhalli Balsak.

Immediata è giunta la condanna dell’Hdp: «La magistratura ha mostrato ancora una volta di agire in linea con gli interessi del partito di governo – si legge in una nota – Non riconosciamo questa punizione illegittima e dannosa». «Questa decisione ostile – prosegue il comunicato – non va solo contro Leyla Guven e non solo contro il Dtk, ma contro tutti i curdi e tutta l’opposizione. Né lei né noi ci arrenderemo a causa di punizioni e arresti».

Guven è considerata un simbolo della lotta all’autoritarismo che oggi caratterizza la Turchia. Ex sindaca, ex deputata, prigioniera politica tra il 2009 e il 2014, riarrestata a gennaio 2018 per aver criticato l’operazione militare di Ankara nel cantone curdo-siriano di Afrin, nel novembre dello stesso anno ha iniziato uno sciopero della fame durato fino al 26 maggio 2019, sostenuto da migliaia di prigionieri e prigioniere curde nelle carceri turche ma anche da donne esponenti della sinistra mondiale, da Angela Davis a Leila Khaled: 200 giorni a digiuno contro l’isolamento a cui è sottoposto il leader del Pkk Abdullah Ocalan.

Ridotta pelle e ossa, era stata rilasciata a gennaio 2019 ma aveva proseguito la protesta nella sua casa di Baglar, a Diyarbakir. Con la mascherina al volto, gli organi vicini al collasso, continuava a chiedere «democrazia, diritti umani e giustizia».

Nulla di nuovo sotto il sole a strisce turco: le accuse mosse sono sempre le stesse, tutte derivazioni varie ed eventuali del reato “terrorismo”, con cui in cinque anni una magistratura sempre più erdoganizzata e un ministero degli interni campione di commissariamento di enti locali hanno devastato l’Hdp.

Tanti piccoli golpe Akp-diretti: il Partito democratico dei Popoli ha visto imprigionare i propri leader nazionali, Selahattin Demirtas e Fiden Yukesdag, insieme a una decina di altri parlamentari; arrestate migliaia di amministratori locali, membri di partito e semplici sostenitori; commissariare quasi ogni comune vinto nelle due ultime tornate elettorali municipali. E stracciare l’immunità parlamentare.

(**) ripreso dal quotidiano «il manifesto»

Turchia. Libertà per Leyla Güven

Appello di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

E’ stata condannata a 22 anni di carcere Leyla Güven, co-presidente del Partito Democratico dei Popoli (HDP), il cui seggio parlamentare era già stato arbitrariamente revocato l’anno scorso. Una sentenza, al tempo stesso, contro il popolo curdo e contro l’opposizione democratica al regime ultranazionalista, autoritario e repressivo di Erdogan.

Si tratta dell’ennesimo attacco del governo turco contro l’HDP (terza forza politica nel parlamento) che fa seguito al commissariamento arbitrario di decine di Città nel Kurdistan anatolico, nel Sud-Est, e all’arresto di molti-e tra i-le principali dirigenti dell’organizzazione, tra cui Selahattin Demirtas, l’ex candidato presidenziale in carcere di massima sicurezza da oltre quattro anni.

Non più tardi di due anni fa, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato la Turchia per violazione della Convenzione Europea dei Diritti Umani. Infatti, tenendo in carcerazione preventiva un esponente politico durante importanti scadenze elettorali,  il governo turco ha mostrato il volto repressivo di una carcerazione preventiva per motivi politici, ma ha anche violentemente compresso i diritti civili e la stessa democrazia.

Non dimentichiamo la vicenda di Abdullah Öcalan, leader storico del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), da più di 20 anni detenuto nell’isola-carcere di massima sicurezza di Imrali, nel più inumano isolamento.  Questa aperta violazione dei diritti umani, cerca di cancellare le speranze di pace e giustizia nella regione. Speranze possibili anche grazie alla storica lotta per il progresso e l’auto-determinazione del popolo curdo e ai tentativi condotti da Ocalan, per una pace con giustizia sociale ed inclusione per tutti i popoli della regione.

Ci uniamo alle forze della sinistra turca nella loro lotta contro il regime e per una Turchia di democrazia, di giustizia, di progresso sociale, rispettosa dei diritti e dell’auto-determinazione dei popoli.

I compagni e le compagne curde si battono contro lo smembramento degli Stati per linee etniche, settarie o religiose. Si battono per la democrazia e per il pluralismo, per il rispetto delle differenze culturali e religiose, per la partecipazione popolare e l’inclusione sociale, per una prospettiva di una società democratica e progressista, internazionalista e anti-patriarcale.

Siamo al fianco della resistenza del Rojava,  delle formazioni dello YPG (le Unità di Protezione del Popolo) e del YPJ (le Unità di Protezione delle Donne) contro l’occupazione e contro il settarismo, per una società democratica confederale e inclusiva.

Esigiamo l’immediata cessazione delle misure di sorveglianza speciale contro tutti-e coloro che, anche dall’Italia, si sono uniti-e alla resistenza contro l’invasione turca in Siria e gli assassini dell’ISIS.

Chiediamo l’immediato rilascio di Leyla Güven, di Abdullah Öcalan e di tutte le prigioniere ed i prigionieri politici del regime autoritario e repressivo di Erdogan.

Siamo a fianco del popolo curdo nella sua battaglia per l’auto-determinazione, per la vittoria della rivoluzione democratica, in Kurdistan e nel Rojava.

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

VEDI ANCHE L’ARTICOLO (su Pressenza) di Murat Cinar: Turchia – 2020: un anno di repressione ma anche di resistenza e Re-esistenze in Rojava (su Comune-info)

Per Eddi una sorveglianza vergognosa

Comunicato dei Comitati torinesi in sostegno all’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est (*)

Il Tribunale di Torino ha confermato la Sorveglianza speciale a Eddi senza alcuna attenuazione.

Il Tribunale non ha rispetto per le cadute e i caduti nei cinque anni di guerra contro lo Stato islamico in Siria e per l’esercito delle Unità di protezione delle donne curde (Ypj) di cui Eddi ha fatto parte e cui la città di Torino ha pochi giorni fa dedicato un giardino di fronte al Cimitero monumentale. È a causa di quella scelta, maturata in Siria nel 2017, che Eddi (inizialmente con altre quattro persone) è stata proposta per questa misura. Unica donna, è l’unica cui la misura sia stata applicata e confermata.

Questa decisione arriva contro un’ampia mobilitazione civile, espressione pubblica di numerose opinioni anche giuridiche in dissenso, appelli di centinaia di giuristi e personalità della cultura, opere, libri e documentari dedicati a Eddi e alla sua vicenda. Getta vergogna sull’istituzione, dimostrando che il suo personale non ha la caratura morale per formulare giudizi su vicende che comportano la morte o la sofferenza di milioni di persone.

Questo giudice, come quello precedente, cerca proprio per questo di lateralizzare la vicenda siriana di Eddi pretendendo che essa, che pure è conditio sine qua non dell’intera iniziativa giudiziaria, abbia ceduto il passo a ben più gravi attività politiche svolte in Italia. La procura aveva affermato il 12 novembre che l’attivismo politico di Eddi è inseparabile dalla sua partecipazione siriana. Questo è vero: non si ha una “Eddi” senza l’altra. L’ipocrisia istituzionale dell’Europa deve venire a patti con sé stessa. Eddi è un’internazionalista e una femminista e per questo è partita per la Siria, cosa che non hanno fatto altri. Ma proprio questo è ciò che il tribunale di Torino non può accettare.

Di qui la criminalizzazione indecente di attività nobili e pacifiche svolte in Italia, che denuncia un’ostilità ideologica preoccupante da parte di un Tribunale, la cui politicizzazione in seguito vicenda del Tav è ormai tema di dibattito sulla stampa nazionale e nello stesso parlamento italiano.

Le manifestazioni universitarie, ambientaliste, per i diritti sul lavoro e contro l’invasione turco-jihadista del Rojava sono definite «pericolose» e «gravissime». Sono sfide «all’autorità» poste in essere in luoghi pubblico, e tanto basta. Nessuna sentenza definitiva ha mai addossato a Eddi alcunché di illecito e non potendo fare leva su sentenze, il tribunale si fonda su «segnalazioni» di singoli poliziotti. Il collegio ha rivendica nel decreto nero su bianco la potestà della sezione preventiva del tribunale di utilizzare notizie di polizia non entrate in processi penali, elementi desunti da processi ancora in corso e persino da procedimenti che si siano conclusi con un’assoluzione. Avoca in sostanza a sé il diritto di giudicare al di fuori delle garanzie previste per uno stato di diritto e secondo criteri di assoluta eccezionalità; quindi, nei fatti, con piena arbitrarietà.

La denuncia della difesa della mortificazione del contraddittorio in primo grado, con l’espunzione di testimoni e il rifiuto del primo giudice di permettere l’interrogatorio dei poliziotti, è stata liquidata con toni sprezzanti nei confronti della difesa. Il decreto parla di “reati” sebbene non ve ne siano e, ammette in modo inquietante, Eddi è soltanto “formalmente” incensurata, Che cosa significa? Forse per il tribunale di Torino il cittadino non è presunto innocente se non “formalmente”? I principi costituzionali o del diritto internazionale umanitario non valgono a Torino nella sostanza? Affermazioni scandalose discendono da questa concezione poliziesca della giustizia, e devono essere denunciate all’opinione pubblica.

«Non si vede come possa rilevare», scrive il collegio, che un agente Digos intervenuto a impedire a una serie di ragazze di assistere a un’assemblea accademica nel 2016 «abbia minacciato in una fase ancora concitata una delle presenti, diversa dalla Marcucci, di reagire con schiaffi» (p. 15). Le testimonianze oculari di cariche effettuate a freddo e senza ragione alla manifestazione del primo maggio (dove pure Eddi non ha usato alcuna violenza) sono come tali «inverosimili» poiché «non si può supporre» nelle forze dell’ordine schierate in piazza una «ingiustificata aggressività» (pp. 19-20). Se la carica parte, la carica è motivata.

Pur di far passare Eddi come una squilibrata il giudice si spinge ad affermare che il divieto di avvicinarsi a bar e locali pubblici tra le 18 e le 21 ogni giorno, prima di rientrare obbligatoriamente a casa, è dovuta alle probabili aggressioni che metterebbe in atto contro avventori «non in sintonia con i suoi orientamenti» (p. 23). Questa illazione non è suffragata da nulla se non dal decreto stesso, né da segnalazioni di polizia. Come indizio dell’attitudine intrinsecamente violenta di Eddi si cita la sua opposizione, nel 2016, a una manifestazione neo-fascista all’università. Essa avrebbe dimostrato la sua incapacità a tollerare «il libero confronto delle idee». Un nesso ispirato forse dalle fatiche letterarie di Bruno Vespa.

La proibizione più grave, e maggiormente contraria ai diritti umani e costituzionali – quella di manifestare e anche parlare in pubblico – viene giustificata in base a questi «paradigmi di pericolosità soggettiva». Eddi potrebbe, in altre parole, esercitare violenza anche in quelle circostanze. Stiamo parlando dell’uditorio di una sua conferenza. Chiunque può farsi da sé un’opinione di simili affermazioni e della loro natura. Se qualcuno ancora avesse dubbi su cosa è oggi il tribunale di Torino, si consideri la provocazione conclusiva del decreto. Eddi ha chiesto che le venga restituita almeno in parte la somma di 1.000 euro che ha dovuto versare allo stato come “cauzione” per essere sorvegliata, facendo presente che, per una lavoratrice della ristorazione, questo non è un periodo facile; e che chi è sottoposto a sorveglianza speciale perde automaticamente il diritto a qualsiasi sussidio corrisposto dallo stato. Il collegio risponde a p. 24: «Tra il 2018 e il 2019 la proposta ha affrontato le spese di un lungo viaggio in zona di belligeranza, per poi rientrare per via aerea, così palesando capacità reddituale non minimale».

Comitati torinesi in sostegno all’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est

(*) La vicenda di Edgarda Marcucci è stata raccontata in “Bottega”; cfr Se ha combattuto l’Isis, lo Stato italiano le proibisce di parlare

APPELLO (in più lingue) DI Anti-Imperialist Front PER INIZIATIVE SOLIDALI CON GRUP YORUM E GLI AVVOCATI PERSEGUITATI IN TURCHIA

Cari compagni,

vogliamo prima di tutto inviarvi i nostri migliori auguri per il nuovo anno nella lotta e nella resistenza del nostro popolo, che sarà anche una nuova sfida per tutti noi.

Da quando la crisi del capitalismo è cresciuta negli anni, le guerre e gli interventi per i nuovi mercati imperialisti da Sud a Est continuano a pieno ritmo…
I regimi fantoccio neoliberali che fanno da guardia ai grandi monopoli, hanno potenziato e liberato le loro forze reazionarie per opprimere le reazioni di massa e la resistenza dei lavoratori alle nuove politiche restrittive, di austerità e antidemocratiche.

Oggi la solidarietà e l’unità dei popoli sono diventate più necessarie che mai.
La privazione sociale e culturale ha regnato con le misure di Covid-19, oltre alla crescente miseria e povertà di gran parte della popolazione mondiale…

Non perderemo la speranza, non cederemo alla paura dettata dal Sistema capitalistico e non assisteremo all’ingiustizia in atto attraverso la quale il divario tra ricchi e poveri si allarga e la minoranza ricca approfitta della recente situazione.

Quest’anno, anche in condizioni difficili e particolari, l’esempio della resistenza in Turchia ci ha dimostrato che la solidarietà non conosce confini, che chi resiste per una giusta causa è in grado di vincere, perché le sue armi sono i cuori, le mani e le convinzioni si uniscono all’anelito dell’eterno popolo!
L’avvocato del popolo Ebru, i membri del Grup Yorum Ibo e Helin, il combattente per la giustizia Mustafa, sono stati immortalati in una resistenza che ha sfondato le mura della prigione, i confini dei paesi e i mari.
La giustizia è stata la loro ultima richiesta per continuare a difendere e a praticare l’arte al fianco dei popoli oppressi.

L’avvocato Aytaç Ünsal, che era in punto di morte e che è stato rilasciato dal carcere con una decisione del tribunale per ottenere un trattamento medico sanitario, è stato arbitrariamente arrestato di nuovo qualche settimana fa su richiesta del Ministero degli Interni. È stato arrestato e torturato dalla polizia, dopo aver lasciato Istanbul con un amico per respirare aria diversa.
Non c’è alcuna base legale per la sua detenzione e il suo arresto, nonostante le false accuse e le menzogne propagandistiche contenute nei media della polizia che dichiarano che Aytaç stava per lasciare il Paese. Né questa accusa era vera, né l’ordine del tribunale gli proibiva di lasciare la città.
Aytaç Ünsal è di nuovo in prigione, il suo ordine di rilascio è stato arbitrariamente annullato ed è stato privato del diritto alle cure mediche, anche se non ha avuto abbastanza tempo per riprendersi dopo 215 giorni di sciopero della fame. La polizia antiterrorismo ha applicato i suoi crimini di tortura su un avvocato davanti alle telecamere.

Vogliamo la libertà immediata, prima di tutto per Aytaç Ünsal e poi per tutti gli avvocati del popolo che sono stati arrestati senza un giusto processo e il cui caso, che non era altro che una punizione politica, era stato testimoniato dagli studi legali, dagli ordini degli avvocati e dalle istituzioni legali di tutto il mondo.

Quando entreremo in un nuovo anno di lotta, daremo anche nuovi impulsi di speranza con la nostra unità e solidarietà internazionale.

Così, in ultima istanza, il nostro appello a voi sarebbe quello di PREPARARE UN BREVE VIDEO CON UNA SEMPLICE DOMANDA FORMULATA IN UNA O DUE FRASI:
“Chiedo l’immediato rilascio dell’avvocato Aytaç Ünsal! Libertà per gli avvocati del popolo in Turchia!”

Pur volendo già ora esprimere la nostra gratitudine per il vostro modesto sostegno, vi inviamo anche gli indirizzi delle carceri degli avvocati del CHD/Ufficio Legale del Popolo in Turchia.
Se trovate ancora un po’ di tempo, vi preghiamo di dire anche ad Aytaç e/o agli altri avvocati personalmente che volete la loro libertà e che sostenete gli avvocati che difendono i diritti del popolo oppresso. Ad esempio scrivendo una cartolina/lettera con questa frase:
Caro XX, ci aspettiamo che tu sia libero nel 2021. La nostra lotta continua con te.”
“Sevgili XX, 2021’de özgür olmanızı bekliyoruz. Mücadelemiz sizinle devam ediyor.”

Aytaç Ünsal
Edirne F Tipi Hapishane
Edirne
Turkey

Aycan ÇİÇEK
Düzce T Tipi Kapali Ceza Infaz Kurumu
Düzce
Turkey

Selçuk KOZAĞAÇLI
Silivri 1 Nolu Kapali Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Behiç AŞÇI
Silivri 1 Nolu Kapali Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Barkin Timtik
Silivri 1 Nolu Kapali Kadin Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Oya Aslan
Silivri 1 Nolu Kapali Kadin Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Yaprak Türkmen
Silivri 1 Nolu Kapali Kadin Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Engin Gökoglu
Tekirdag 2 Nolu T Tipi Ceza Infaz Kurumu
Tekirdag
Turkey

Özgür Yilmaz
Tekirdag 2 Nolu F Tipi Ceza Infaz Kurumu
Tekirdag
Turkey

Süleyman Gökten
Tekirdag 2 Nolu F Tipi Ceza Infaz Kurumu
Tekirdag
Turkey

Dear comrades,

we first of all want to send you our best wishes for the New Year in our people’s struggle and resistance, which will be also a New Challenge for all of us.

Since the crisis of capitalism has grown over years, the wars and interventions for new imperialist markets from South to East continue with full speed…
The neo-liberal puppet regimes who act as the guards of the big monopolies, upgraded and released their reactionary forces to oppress mass reactions and resistance of employees to new restrictive, austerity and anti-democratic policies.

Nowadays, Solidarity and Unity of the Peoples have become more necessary than ever.
Social and cultural deprivation ruled with Covid-19 measures in addition to the growing misery and poverty of a major part of the world population…

We will not lose our hope, we will not give in to the dictated fear and we will not watch the ongoing injustice through which the gap between rich and poor is widening and the wealthy minority takes advantage of the recent situation.

This year, even under difficult and special conditions has shown us by the example of resistance in Turkey that solidarity doesn’t know borders, that the ones resisting for a just cause are in the power to win, since their weapons are the hearts, hands and convictions are united with the longing of the eternal people!
People’s Lawyer Ebru, Grup Yorum members Ibo and Helin, justice fighter Mustafa were immortalized in a resistance, which broke through prison walls, country borders and seas.
Justice was their last demand in order to continue to defend and perform arts at the side of the oppressed peoples.

Lawyer Aytaç Ünsal who was on death fast and has been released from prison by a court decision in order to get treatment, was arbitrarily re-arrested a few weeks ago by the demand of the Interior Ministry. He was detained and tortured by the police, after he left Istanbul with a friend in order to breathe different air.
There is no legal basis for his detention and arrest, despite of the false allegations and propaganda lies in the police media declaring that Aytaç was about to leave the country. Neither this allegation was true, nor did the court order prohibit him to leave the city.
Aytaç Ünsal is again in prison, his release order was arbitrarily rescinded and he was deprived from the right to medical treatment although he hasn’t had enough time to recover after 215 days of death fast. The anti-terror police applied its torture crimes on a lawyer in front of cameras.

We want immediate freedom, first of all for Aytaç Ünsal and then for all the people’s lawyers who were arrested without a fair trial and whose case which was nothing but political punishment, had been witnessed by the law firms, bar associations and legal institutions all over the world.

When we enter to a new year of struggle, we would give also new impulses of hope by our unity and international solidarity.

So, finally our call to you would be to PREPARE A SHORT VIDEO WITH A SIMPLE DEMAND FORMULATED IN ONE OR TWO SENTENCES:
“I demand the immediate release of lawyer Aytac Ünsal! Freedom for the People’s Lawyers in Turkey!”

While we would like to express already now our gratitude for your modest support, we also send you the prison addresses of the lawyers of CHD/People’s Law Office in Turkey.
If you find some more time, please also tell Aytaç and or the other lawyers personally that you want his freedom and that you support the lawyers who defend the rights of the oppressed people.
For example writing a postcard or a letter with this sentence:
“Dear XX, we expect you to be free in 2021. Our struggle continues with you.”
“Sevgili XX, 2021’de özgür olmanızı bekliyoruz. Mücadelemiz sizinle devam ediyor.”

Aytaç Ünsal
Edirne F Tipi Hapishane
Edirne
Turkey

Aycan ÇİÇEK
Düzce T Tipi Kapali Ceza Infaz Kurumu
Düzce
Turkey

Selçuk KOZAĞAÇLI
Silivri 1 Nolu Kapali Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Behiç AŞÇI
Silivri 1 Nolu Kapali Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Barkin Timtik
Silivri 1 Nolu Kapali Kadin Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Oya Aslan
Silivri 1 Nolu Kapali Kadin Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Yaprak Türkmen
Silivri 1 Nolu Kapali Kadin Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Engin Gökoglu
Tekirdag 2 Nolu T Tipi Ceza Infaz Kurumu
Tekirdag
Turkey

Özgür Yilmaz
Tekirdag 2 Nolu F Tipi Ceza Infaz Kurumu
Tekirdag
Turkey

Süleyman Gökten
Tekirdag 2 Nolu F Tipi Ceza Infaz Kurumu
Tekirdag
Turkey

 

Дорогие товарищи!

Прежде всего, мы хотим передать вам наши наилучшие пожелания в Новом году в борьбе и сопротивлении нашего народа, что также станет Новым Вызовом для всех нас.

Поскольку кризис капитализма с годами нарастает, войны и интервенции за новые империалистические рынки от юга до востока продолжаются полным ходом…

Неолиберальные марионеточные режимы, которые действуют как стражи крупных монополий, модернизировали и высвободили свои реакционные силы, чтобы подавить массовое противодействие и сопротивление трудящихся новой ограничительной, жесткой и антидемократической политике.

В наши дни Солидарность и Единство Народов стали более необходимыми, чем когда-либо.
К растущим страданиям и бедности большей части населения мира добавились социальные и культурные лишения благодаря мерам против Covid-19…

Мы не потеряем надежды, мы не поддадимся навязанному страху и не будем смотреть на продолжающуюся несправедливость, из-за которой увеличивается разрыв между богатыми и бедными, а богатое меньшинство пользуется преимуществами недавней ситуации.

Этот год даже в сложных и особых условиях показал нам на примере сопротивления в Турции, что солидарность не знает границ, что те, кто сопротивляется за правое дело, в силах победить, поскольку их оружие – это сердца, руки и убеждения, соединенные со страстным желанием вечного народа!

Народный адвокат Эбру, члены Grup Yorum Ибо и Хелин, борец за справедливость Мустафа были увековечены в сопротивлении, которое прорвалось через стены тюрьмы, границы страны и моря.

Их последним требованием была Справедливость для того, чтобы продолжать защищать искусство и заниматься им на стороне угнетенных народов.

Адвокат Айтач Юнсал, который находился на голодовке до смерти и был освобожден из тюрьмы по решению суда для прохождения лечения, был произвольно повторно арестован несколько недель назад по требованию Министерства внутренних дел. Он был задержан и подвергнут пыткам полицией после того, как уехал из Стамбула с другом, чтобы подышать другим воздухом.

Никаких юридических оснований для его задержания и ареста нет, несмотря на ложные утверждения и пропагандистскую ложь в полицейских СМИ, заявляющих, что Айтач собирался покинуть страну. Ни это утверждение не соответствовало действительности, ни постановление суда не запрещало ему покинуть город.

Айтач Юнсал снова находится в тюрьме, его приказ об освобождении был произвольно отменен, и он был лишен права на лечение, хотя у него не было достаточно времени, чтобы выздороветь после 215 дней голодовки. Полиция по борьбе с терроризмом применила пытки к адвокату перед камерами.

Мы хотим немедленной свободы, в первую очередь, для Айтача Юнсала, а затем для всех народных адвокатов, которые были арестованы без справедливого судебного разбирательства и чьи дела, бывшие не чем иным, как политическим наказанием, были засвидетельствованы юридическими фирмами, ассоциациями адвокатов и юридическими учреждениями по всему миру.

Когда мы вступим в новый год борьбы, мы дадим новые импульсы надежды нашим единством и международной солидарностью.

Итак, наконец, мы обращаемся к вам с призывом ПОДГОТОВИТЬ КОРОТКОЕ ВИДЕО С ПРОСТЫМ ТРЕБОВАНИЕМ, СФОРМУЛИРОВАННЫМ В ОДНОМ ИЛИ ДВУХ ПРЕДЛОЖЕНИЯХ:

«Я требую немедленного освобождения адвоката Айтача Юнсала! Свободу народным адвокатам в Турции!»

Хотя мы уже сейчас хотели бы выразить нашу благодарность за вашу скромную поддержку, мы также отправляем вам тюремные адреса юристов CHD / Бюро народных адвокатов в Турции.

Если у вас будет еще немного времени, пожалуйста, сообщите Айтачу и/или другим адвокатам лично, что вы хотите его/их свободы и что вы поддерживаете адвокатов, которые защищают права угнетенных людей. Например, в такой форме:

«Уважаемый ХХ, мы ожидаем, что Вы станете свободным в 2021 году. Наша борьба с Вами продолжается.
Sevgili XX, 2021’de özgür olmanızı bekliyoruz. Mücadelemiz sizinle devam ediyor».

Aytaç Ünsal
Edirne F Tipi Hapishane
Edirne
Turkey

Aycan ÇİÇEK
Düzce T Tipi Kapali Ceza Infaz Kurumu
Düzce
Turkey

Selçuk KOZAĞAÇLI
Silivri 1 Nolu Kapali Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Behiç AŞÇI
Silivri 1 Nolu Kapali Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Barkin Timtik
Silivri 1 Nolu Kapali Kadin Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Oya Aslan
Silivri 1 Nolu Kapali Kadin Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Yaprak Türkmen
Silivri 1 Nolu Kapali Kadin Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Engin Gökoglu
Tekirdag 2 Nolu T Tipi Ceza Infaz Kurumu
Tekirdag
Turkey

Özgür Yilmaz
Tekirdag 2 Nolu F Tipi Ceza Infaz Kurumu
Tekirdag
Turkey

Süleyman Gökten
Tekirdag 2 Nolu F Tipi Ceza Infaz Kurumu
Tekirdag
Turkey

La Bottega del Barbieri

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