Palestina: un altro mondo è possibile e…

… e un’altra Resistenza è necessaria. Un dossier del collettivo Palestina rossa 

 

 

PROLOGO

Cento anni fa, il 25 aprile 1920, i rappresentanti di poche grandi potenze si incontrarono a Sanremo, una tranquilla cittadina italiana sulla riviera ligure. Insieme, segnarono il destino dei vasti territori sottratti all’Impero ottomano in seguito alla sua sconfitta durante la prima guerra mondiale.

La Risoluzione della Conferenza di Sanremo venne approvata dal Consiglio Supremo degli Alleati dopo la Grande guerra. Furono istituiti dei protettorati occidentali in Palestina, Siria e “Mesopotamia” – Iraq. Gli ultimi due furono teoricamente stabiliti in vista di una provvisoria autonomia, mentre la Palestina fu concessa al movimento sionista perché vi realizzasse una patria per gli ebrei.

Si legge nella risoluzione: “Il Protettorato sarà responsabile dell’attuazione della dichiarazione (Balfour), redatta originariamente l’8 novembre 1917 dal governo britannico e condivisa dalle altre potenze alleate, a favore dell’istituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”.

Come nella Dichiarazione Balfour britannica, fu fatto uno sbrigativo accenno agli “sfortunati” abitanti della Palestina, la cui storica patria veniva ingiustamente confiscata e consegnata ai coloni.

PRIMA FASE

L’occupazione della Palestina, che ufficialmente viene ricordata dal 1948, anno della proclamazione dello stato di Israele e che i sionisti indicano come anno dell’Indipendenza (a significare il tentativo innato dei sionisti di cancellare la memoria e riscrivere la Storia) in realtà ha molti decenni in più: ufficialmente nel 1880.

La Storia infatti narra che già dal 29 al 31 agosto 1897, Herzl (il primo a teorizzare l’idea di uno stato ebraico in Palestina) organizzò il 1° Congresso Sionista a Basilea (Svizzera), dove istituì l’Organizzazione Sionista, il massimo organismo politico ebraico fino alla proclamazione illegale dello Stato d’Israele.

Al termine del congresso, Herzl scrisse nel suo diario: «Dovessi riassumere il Congresso di Basilea in una parola – che mi guarderò bene dal pronunciare pubblicamente – sarebbe questa: A Basilea, io fondai lo Stato Ebraico. Se lo dicessi ad alta voce oggi, mi risponderebbe una risata universale. Se non fra 5 anni, certamente fra 50 ciascuno lo riconoscerà».

Il progetto, che qui viene esplicitamente dichiarato evidentemente era stato progettato qualche anno prima, quasi certamente appunto, a partire dal 1880.

Dunque, fin qui si mostra chiaramente come il progetto sionista affiora e man mano si concretizza su due elementi importanti: un forte sostegno dei paesi capitalisti (e a dire il vero non solo) e sulla riscrizione della Storia con l’applicazione di un vocabolario tanto nuovo quanto falso.

L’esempio più evidente è quando l’occupazione della Palestina viene dichiarata “guerra d’Indipendenza”, oppure modifica dei nomi, dei paesi e villaggi palestinesi, o la completa distruzione di questi per ricostruire città e colonie sioniste, fino ad arrivare ad oggi in un crescendo di usurpazione quando i sionisti provano a rubare perfino i piatti tradizionali palestinesi. Qualche giorno fa venne pubblicato su un sito sionista questa notizia: “il 13 maggio si festeggia in Israele la Giornata dell’Hummus: prelibatezza della cucina israeliana”.

Sono davvero infinite le prove che il progetto sionista sulla Palestina non prevede fin dall’inizio la presenza dei palestinesi in terra palestinese, questa avverrà solo grazie all’eroica resistenza del popolo: uomini, donne e bambini che mai si sono arresi.

Il 29 novembre del 1947 le Nazioni Unite approvarono la risoluzione 181, stabilendo che la Palestina avrebbe dovuto essere divisa in due Stati, uno per gli arabi e uno per gli ebrei.

I massacri contro i palestinesi furono centinaia e centinaia, alcuni più crudeli di altri. Uno tra i più feroci fu quello di Deir Yassin avvenuto il 9 aprile 1948, quando 120 combattenti dei gruppi paramilitari sionisti Irgun (organizzazione ebraica terrorista) e Haganah attaccarono il villaggio assassinando oltre 200 abitanti. Questi massacri contribuirono a scatenare l’esodo palestinese del 1948. Venivano progettati ed eseguiti dai sionisti con lo scopo di terrorizzare i palestinesi, esattamente come facevano nazisti e fascisti nell’Italia di Mussolini contro ebrei e antifascisti.

La viltà dei sionisti delle brigate ebraiche viene mostrata anche durante la rivolta araba del 1936-1939 avvenuta in Palestina per protestare contro l’immigrazione ebraica di massa nel paese. Le tattiche di Irgun includevano i bombardamenti di autobus e mercati.

Abbiamo raccolto la seguente testimonianza da parte di un palestinese: «Quando entravano nei villaggi palestinesi tra gli anni ‘30 e ’40, alle donne incinte venivano aperte le pance con i coltelli. Mio nonno mi raccontava che a Cesarea quando trovavano donne che allattavano i neonati tagliavano prima il seno alle mamme e poi sgozzavano i bambini. Quindi per loro neanche il diritto di nascere dovevano avere i bambini palestinesi. Nel 1999 ero ancora in Palestina e mi ricordo che in più di una scuola, soprattutto alle femminili gestite da suore, veniva somministrata una medicina che sterilizzava le ragazze e che, ovviamente, non potevano e non potranno avere mai la possibilità di avere figli. La zona più colpita fu la martoriata Jenin».

Quindi fin dall’inizio i sionisti progettarono ed attuarono l’occupazione della Palestina non solo con stragi nei confronti di tutto il popolo palestinese, con stupri, svisceramenti di donne incinte, bambini fucilati ed ogni altro tipo di atrocità…ma contemporaneamente applicando falsità come quella racchiusa nella frase: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”.

SOLIDARIETÀ

La solidarietà italiana verso il popolo palestinese non è stata sempre molto forte, anzi. Soprattutto negli anni ’50-’60 visse e si diffuse la narrazione sionista. Molti guardavano ad Israele come ad un “focolaio” di democrazia socialista. In particolare ad attrarre la sinistra fu “l’esperimento” dei kibbutz.

Tra il 1936 e il 1956 furono oltre 500 i villaggi palestinesi ad essere sterminati e distrutti, per poi passare negli anni successivi alla cancellazione di molti altri. Lì sono stati costruiti i kibbutz che, appunto, anche la sinistra ha incoscientemente considerato “idea socialista”.

Anche in questo caso si tratta di un furto, perché “l’associazionismo in forma di kibbutz risale all’inizio del XX secolo con la fondazione di Degania a sud del lago di Tiberiade, avvenuta nel 1909”, quando Israele era solo nella testa di qualche sionista.

Il kibbutz, dunque, veniva fatto passare dai media occidentali come ideale socialista e fù ripreso in quegli anni dalla sinistra, persino da certa sinistra extraparlamentare dove qualche “rivoluzionario” lo considera tale tutt’oggi, tanto che ogni anno ci torna in pellegrinaggio.

Nessuno faceva notare che quelle fattorie nascevano su terra palestinese, su villaggi palestinesi con una feroce “Pulizia Etnica”…e che su quelle terre bagnate di sangue palestinese, di dolore e lacrime, in quella realtà, nessuna forma di socialismo poteva nascere.

Ignoranza, mancanza di informazioni, manipolazioni dei media, opportunismo, sono alcuni degli ingredienti che hanno contribuito ad una lettura distorta di quanto stava accadendo da decenni in Palestina.

Nel 1969 Pietro Secchia, durante il suo viaggio in Siria e in Egitto scrisse: «Il sionismo e la sua resistenza è una parte dell’imperialismo mondiale così come la resistenza palestinese è una parte della rivoluzione mondiale. […] Vi sono dei doveri di atteggiamento di principio, il marxismo-leninismo che noi comprendiamo è quello di chi lotta contro l’ingiustizia senza chiedere chi soffra dell’ingiustizia. Il marxismo ci ha insegnato ad essere oggettivi e pragmatici, questo ci chiede di comprendere la realtà per trovare il modo effettivo di trovare la soluzione dei problemi. […] Noi lottiamo contro il sionismo che è una specie di nazismo sviluppato. Noi lottiamo contro il sionismo che significa una specie di segregazione religiosa che ci fa ricordare altri tempi. Lottando contro il sionismo noi lottiamo contro l’imperialismo. La rivoluzione palestinese non lotta solo per la liberazione del popolo palestinese, ma per l’interesse di tutti i popoli che lottano contro l’imperialismo».

Successivamente, negli anni ’70, nonostante ci fosse ancora molta superficialità e mancanza di informazioni, qualcosa iniziò a cambiare e alcune organizzazioni, partiti e collettivi dichiararono solidarietà alla Resistenza palestinese. Infatti, quello che fece conoscere la realtà dell’occupazione palestinese furono principalmente le attività di gruppi armati palestinesi che, dentro e fuori la Palestina, imposero con azioni di forza che se ne parlasse, che si mostrasse la realtà nascosta, che finalmente emergesse la complicità di molti Stati europei col sionismo.

In particolare furono i gruppi della sinistra palestinese, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), che decisero di porre la questione palestinese anche con l’uso della forza, dando finalmente vigore e voce alle migliaia di palestinesi che erano arrivati in Italia per studiare o lavorare. Queste relazioni iniziarono a costruire contatti con gruppi e organizzazioni della sinistra rivoluzionaria in Italia e nel resto dell’Europa.

Gli anni ’70 hanno mostrato una forte solidarietà con la resistenza palestinese, non solo con denunce contro l’occupazione, ma effettiva solidarietà attiva, anche nel sostenere concretamente e praticamente la Resistenza armata contro l’occupazione. Sono tanti gli episodi che testimoniano questo fatto, uno per tutti l’esperienza di Daniele Pifano, che l‘8 novembre del 1979 fu fermato poi arrestato insieme ad altri compagni mentre trasportavano due missili terra-aria spalleggiabili Strela-2, dotati di sistema di guida autocercante a ricerca infrarossa di calore (destinati alla resistenza palestinese). Gli anni ’70 sono stati certamente il culmine della solidarietà militante verso la resistenza del popolo palestinese.

Con gli anni ’80 e poi ’90 questa solidarietà si trasformò in altro: la questione palestinese divenne, di fatto, una questione umanitaria e non più politica.

IL PRESENTE

Gli accordi di Oslo, la parola d’ordine “due popoli due stati” e il tradimento della gran parte della dirigenza palestinese posero un macigno e crearono divisioni all’interno dei partiti politici palestinesi e di conseguenza anche nella solidarietà internazionale.

Nella sinistra italiana negli anni ’90 si andarono a sviluppare due grandi movimenti a sostegno della Palestina: uno legato ai partiti della sinistra, e l’altro più legato ai movimenti.

Il primo si coagulava attorno alla parola d’ordine “due popoli due stati” e legato alle istituzioni palestinesi ed italiane, l’altro più legato alla sinistra palestinese ed attorno alla parola d’ordine “uno stato per due popoli”.

Chi ha vissuto quegli anni si ricorderà bene della competizione tra queste due aree. Competizione che è andata a misurarsi su due manifestazioni indette nello stesso giorno, alla stessa ora, anche se in città diverse (Roma e Milano).

Mentre quella indetta dalla sinistra di movimento a Roma risultò essere strapiena con migliaia e migliaia di persone, l’altra a Milano, fu un tonfo memorabile.

La grande occasione per la sinistra italiana di sostenere quella palestinese risultò anch’essa un flop, perché l’analisi della situazione palestinese era molto carente e soprattutto si dimostrò, da parte dei dirigenti di questo coordinamento, un grave e forte opportunismo.

Fu praticamente il crollo che di fatto lasciava lo spazio a quella parte di palestinesi schierati con l’Autorità Nazionale Palestinese o con Hamas. Ma quel vuoto avrebbe potuto essere riempito anche da parte della sinistra che si diceva rivoluzionaria, con un sostegno aperto e chiaro alla resistenza palestinese, in particolare alla sinistra rivoluzionaria palestinese, ovvero nello specifico il FPLP.

In quegli anni e per i successivi le divisioni aumentarono e la disgregazione la fece da padrone, permettendo ai sionisti nostrani di alzare la testa non avendo trovato una adeguata risposta critica.

Di fatto la solidarietà italiana si divise in quella che fu la divisione in Palestina: Hamas a Gaza, l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania e la sinistra che si dibatteva tra l’una e l’altra senza una proposta concreta che fosse di indirizzo per il popolo palestinese e dunque anche nella area della solidarietà.

A partire dal 2006 i prigionieri furono costretti a prendere l’iniziativa con importanti scioperi della fame all’interno delle prigioni sioniste, per far interrompere la divisione tra Hamas e ANP. Divisione sfociata in una vera guerra civile a Gaza dopo le elezioni vinte da Hamas e boicottate dall’ANP; quest’ultimo spalleggiato da un concreto sostegno da parte di Israele e degli Stati Uniti che finanziarono con armi e con soldi il tentativo di impedire ad Hamas di governare.

Comunicato dai firmatari del documento della concordia nazionale (documento dei prigionieri):

«Dalle nostre celle richiamiamo i nostri fratelli e sorelle affinché ricordino l’importanza dell’unità, alla luce della crescente divisione nel seno del popolo.

Chiamiamo ogni palestinese a mettere da parte le differenze e a mettere fine agli scontri in corso. Per questo, noi condanniamo unanimemente gli atti di assassinio, di sequestro e l’abuso di vandalismi verbali. Queste sono le scintille che portano alla catastrofe e che dobbiamo prevenire a tutti i costi.

O nostro grande popolo, noi chiediamo ai nostri fratelli, agli eroi della lotta armata, di mantenere la purezza delle loro armi, a non diventare strumento per atti di combattimenti interni. Queste armi sono strumenti per la salvaguardia del paese e della sua gente, e devono essere, oggi più che mai, puntate contro l’occupante israeliano. E chi punta la sua arma contro il petto del suo fratello palestinese dimentica il patto d’onore secondo il quale queste armi devono essere usate per resistere all’occupazione. Ogni pallottola sparata da un palestinese che ferisce un altro palestinese è un passo indietro nella strada indicata dai nostri grandi martiri, in particolare Yasser Arafat, Ahmad Yassin, Fathi Shiqaqi, e Abu Ali Mustafa. Ed è anche un passo indietro per quelli che soffrono dentro le carceri dell’occupante israeliano.

O nostro grande popolo, oggi ci appelliamo a te, affinché ti unisca a noi nella giornata dello sciopero della fame che sarà domenica 14 gennaio prossimo, al fine di fermare la catastrofe che sta per cadere su di noi con la conseguente fine di tutti i combattimenti. Questa dovrebbe essere la giornata dell’unità nazionale, che attraversa tutta la nostra terra per arrivare alla nostra diaspora.

Scriviamo questo appello con la speranza che in futuro questa giornata possa diventare un atto catalizzante per la formazione di un governo d’unità basato sul documento della concordia nazionale dei prigionieri, e che diventi uno spunto per un fruttuoso dialogo fra le diverse fazioni.

Lunga vita all’unità dei palestinesi.

Firmatari
Fatah: Marwan Barghouti, Hamas: Abdul Khalek el-Natche, Fplp: Ahmad Sa’adat, Jihad islamica: Bassam el-Saadi, Fronte Democratico: Mustafa Badarni».

Proprio queste volute divisioni portarono ad una generica solidarietà, a denunce e parziali mobilitazioni solo in occasioni di feroci crimini da parte dei sionisti contro il popolo palestinese.

Le responsabilità individuali e collettive possono essere in parte mitigate dalla realtà entro cui stiamo vivendo: tutti i partiti politici italiani, amministratori regionali, provinciali, comunali (salvo rare eccezioni), tutti con i sionisti, rettori delle università (salvo rare eccezioni), giornali (salvo rare eccezioni), televisioni e radio sono schierati dalla parte dei sionisti.

La realtà ci dice che il popolo italiano non è dalla parte dei sionisti. Laddove si riesce a proporre iniziative chiare, unitarie e motivate si ottengono risultati concreti. Un esempio è il movimento che propone il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), contro Israele e il sionismo.

La realtà in Palestina sta spingendo verso una sorta di “resa dei conti”, finalmente il quadro è sempre più chiaro e porta quanti ancora vogliono occuparsi della solidarietà verso la Resistenza palestinese ad interrompere il silenzio, l’accettazione della realtà come immodificabile. Gli attivisti più onesti e non collusi col potere della borghesia palestinese cominciano a prendere parola e fare scelte chiare.

Questo ci porta verso il futuro perché ricordiamo che la giustizia è figlia della memoria.

Dalla serena rabbia che arriva dal ricordo e dalla memoria, dalle ragioni per le quali è accompagnata la giustizia, nutriamo la nostra speranza. Una speranza attiva che non riposa, che non riposerà fino a quando il disastro (Nakba) non sarà annullato, fino a quando per i palestinesi non si realizzerà il Diritto a tornare nella loro patria.

IL FUTURO

Questi decenni comunque non sono passati invano, una certezza assodata è che la Liberazione della Palestina non arriverà certo per grazia dei governanti, dalle istituzioni nazionali o internazionali, europee o arabe.

Questa certezza ci arriva dalla considerazione che le decine e decine di risoluzioni ONU che Israele ha violato nel corso degli anni, non hanno portato a nulla, proprio a nulla. I sionisti denigrano, insultano, se ne infischiano delle istituzioni internazionali ma la risposta da parte di queste è un sistematico, vile silenzio. Inoltre quotidianamente assistiamo a strette relazioni tra i governanti arabi ed Israele.

In questi ultimi mesi la talpa che ha scavato negli anni precedenti comincia ad emergere ed in Europa torna ad aggirarsi un altro spettro, quello della solidarietà alla Resistenza per la Liberazione della Palestina.

Movimenti, associazioni, intellettuali portano proposte chiare e comprensibili, ad esempio quella di chiedere, imporre le dimissioni dell’attuale dirigenza palestinese, in particolare quella dell’ANP, della cerchia di Abu Mazen.

Una delle associazioni più vive è sicuramente Samidoun (Rete di Solidarietà coi prigionieri palestinesi). Uno degli intellettuali ed attivista più lucido è sicuramente Khaled Barakat, che recentemente ha scritto: «chi entra nella Giunta di Abu Mazen esce sicuramente dalla classe nazionale palestinese, perché partecipa a lucidare i dispositivi di tradimento e di vergogna, partecipa alla copertura dei traditori e annunciano la sconfitta. Cade nel fango e nella palude del coordinamento della sicurezza. Tutti coloro che entrano nella Giunta della vergogna di Ramallah, non hanno posto tra i militanti e i combattenti, e il nostro popolo li denuncerà, essi rappresentano solo se stessi».

Ma non ci sono solo Samidoun ed il compagno Khaled Barakat. Sulla necessità di un’unità nazionale il compagno ed intellettuale libanese Samah Idriss ha scritto:

«L’Unità Nazionale palestinese è spesso una scatola vuota.

Se questa si declina in “seguire Mahmoud Abbas qualunque cosa faccia”, dobbiamo essere contrari.

Se significa “coordinare la sicurezza con Israele e l’arresto dei militanti” è nostro dovere essere contrari.

Se significa “accettare circa il 22% della Palestina, quindi sena né libera né tantomeno indipendenza”, è ovvio che saremo contrari.

Se significa “rinunciate al Diritto di tornare perché è un sogno irrealistico” è normale essere contrari.

Se significa “accettate l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina così come è, altrimenti non ci saranno aiuti e sostegno a voi né alle famiglie dei vostri martiri”, la nostra dignità personale e nazionale richiede essere contro di lei.

L’Unità nazionale palestinese o si basa su un progetto strategico che chiama alla liberazione di tutta la Palestina, per il ritorno e il risarcimento dei profughi e la fine del progetto sionista… o non è.

Chi tradisce e pugnala l’Unità nazionale palestinese non è quello che chiama alla Liberazione e al Ritorno, ma chi ha rinunciato alla Liberazione e Ritorno!».

EPPUR SI MUOVE

La Talpa di marxiana memoria gradualmente muove nuovi passi.

Il mese di Maggio 2020 non è stato solo un mese di mobilitazioni dedicato a Georges Ibrahim Abdellah, ai prigionieri palestinesi, alla denuncia della creazione dello stato sionista (14 maggio) o alla Nakba (15 Maggio), ma anche l’inizio di un progetto alternativo a quello dell’Autorità Nazionale Palestinese, ovvero alla normalizzazione con lo stato sionista.

Un documento molto chiaro dal titolo: “È tempo per l’addio della ‘leadership palestinese’” in pochi giorni ha raccolto centinaia di firme a sostegno di gruppi, partiti, associazioni e singole persone. Questa raccolta di adesioni cresce giorno per giorno. In pratica si chiede il rovesciamento del programma della cosiddetta “leadership palestinese” che ha confiscato l’OLP.

L’appello annuncia il lancio di un legame basato sui principi di cooperazione e lotta comune, per stabilire una piattaforma nazionale palestinese, anche nella diaspora, con la partecipazione delle organizzazioni di massa e popolari, gruppi della società civile e singoli individui, per partecipare e contribuire ad un rivoluzionario moto per il cambiamento, per rilanciare il movimento nazionale palestinese, per lasciarsi alle spalle le catene dell’era di Oslo e per ripristinare il percorso rivoluzionario per la liberazione e il ritorno.

Pertanto, oggi, chiamiamo il nostro popolo palestinese, specialmente le giovani generazioni palestinesi, di rifiutare e ripudiare le politiche e le posizioni rappresentate nell’approccio del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e la sua corte, e per affermare che la leadership dell’Autorità Palestinese non rappresenta la nostra gente ed è al di fuori dei ranghi della nostra lotta nazionale.

È giunto il momento per questi leader di scomparire dalla sede centrale della Muqata a Ramallah, isolare questi gruppi al servizio della entità sionista e della CIA, che partecipano alla punizione collettiva del nostro popolo a Gaza, privano le famiglie dei martiri e dei prigionieri dei loro diritti, sopprimono la resistenza e sono coordinati contro le forze giovanili e delle avanguardie studentesche.

Ci appelliamo a tutte le forze della resistenza palestinese, con le loro diverse correnti e percorsi politici e intellettuali, per porre fine allo stato di disgregazione e frammentazione formando un fronte nazionale unificato.

LA FINE CHE VUOLE ESSERE UN INIZIO

Un inizio quindi, un inizio che promette bene e che comunque è l’unica opzione credibile di alternativa all’occupazione sionista.

Una proposta che non garantisce niente, ma chiama alla lotta, alla resistenza per ritornare a prendere il futuro nelle proprie mani.

Questa proposta non nasce dal nulla, ma ha radici profonde nei grandi leader ed intellettuali della sinistra palestinese come George Habash, Ahmed SaadatAbu Ali Mustafa, ecc.

La Palestina ha partorito figli e figlie eroiche, combattenti ineguagliabili, ma anche poeti e poetesse.

Sarebbe difficile scegliere tra tutte e tutti e questa riflessione deve terminare…Chiudo con queste righe che sono poesia ed invito alla lotta per la Liberazione della Palestina storica dal mare al fiume.

«Noi, palestinesi, assomigliamo a dei papaveri rossi, dalla vita breve e fragile. La comunità internazionale non è impressionata dalla nostra bellezza e trascura di tutelarci. Al contrario, ci dice spesso che la nostra aspirazione alla liberazione è assurda e non può fiorire. Ciò nonostante, noi abbiamo fiducia nella nostra capacità collettiva di abbellire il versante brullo della montagna e di ispirare una primavera rivoluzionaria agli oppressi della terra»

Collettivo PalestinaRossa

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