Un film, anzi due, dalle parti di dio

di Daniele Barbieri, ripreso da «A rivista anarchica»; a seguire il sommario del numero 409, moooooooooolto interessante (*)

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Se il dio dei cristiani esiste e se assomiglia almeno un pochino a quello che la maggioranza dei “suoi” rappresentanti in Terra ci ha mostrato in secoli di orrori e oppressioni, certamente è sadico, vigliacco, meschino come quello del film del belga Jaco Van Dormael, «Dio esiste e vive a Bruxelles». Quel “dio” potrebbe abitare in molti altri posti del “suo” Occidente – preferisco chiamarlo Uccidente per ragioni che spero saranno chiare a chi sta leggendo – ma Bruxelles è una città particolarmente adatta per lui. Perché la capitale del Belgio è costruita (come altre metropoli ma più di altre) sulle ricchezze rubate e sul sangue degli sfruttati e dei saccheggiati. I congolesi sono morti a milioni per costruire i bei palazzi di Bruxelles dove oggi le istituzioni europee continuano a pianificare il saccheggio delle ricchezze altrui, nonostante occasionali attentati dei fascisti a marchio Isis. Le infamie di re Leopoldo e dei suoi tanti eredi, seguaci, complici non le troverete in questo film ma forse il titolo – «Dio esiste e vive a Bruxelles» (in originale era «Le Tout Nouveau Testament») – non suona solo come sberleffo ma come una consapevolezza storica magari timida.
Nel film un orribile dio, che si diverte a inventare regole crudeli per angosciare le sue creature, viene messo in scacco dalla figlia Ea, la quale entra nell’onnipotente computer paterno e rivela – via sms, il massimo della “modernità” – agli esseri umani la data esatta della loro morte, il che ovviamente provoca un bel po’ di casini. Fra voi qualcuna/o penserà: ma il dio dei cristiani non aveva anche un “maschio”? Sapremo che quel figlio era fuggito pure lui da casa, forse per liberarsi del padre, di certo per conoscere meglio gli umani, e poi – questa storia è abbondantemente raccontata, travisata e strumentalizzata – morire per loro ma lasciando incautamente 12 apostoli a fare nuovi danni.

Nei momenti migliori – molti – il film sembra diretto da un Luis Bunuel (anarchico e spregiatore della morale borghese) che abbia preso una quantità esagerata di acido lisergico. Quando Ea evade dall’oblò della lavatrice a esempio. O recluta apostoli atipici che più strambi non sembra possibile. Dio preso a botte. L’incontro di Catherine Deneuve con il gorilla. Anche il finale ha punte da peyote con l’ascesa della moglie, fino ad allora sciatta e oppressa, di quel dio ormai ex.

Dal punto di vista estetico ci sono almeno due sequenze – le quali volendo c’entrano pochino con il film – indimenticabili, una gioia per gli occhi; a ricordarci che il mondo è già un effetto speciale, anche senza trucchi e tecnologie a go-go.

C’è chi ha criticato il film per non portare avanti con coerenza la sua “pazzia”. A me pare già sorprendente quel che è uscito. Dopo 10 minuti mi chiedevo: «ce la farà ‘sto regista a volare così alto?». La mia risposta è sì: per 70/80 minuti spiazza, fa spanciare dalle risate, costringe a pensare. Se volete di più da un solo film francamente penso che siate incontentabili.

Troppi ritratti? Qua e là frammentato? Musica “facile”? Può darsi ma chiedo a chi fa queste critiche: voi normalmente che film vedete? Solo quei 200 (o forse 50) capolavori nella storia del cinema oppure qualcosa di ciò che esce nelle sale? Di film nuovi io ne vedo abbastanza: di così belli ne conto forse un paio all’anno. E se per caso vi state chiedendo qual è un altro così bello, uscito nel 2015 ve lo posso dire ed è diversissimo da questo: «Timbuktu» del regista mauritano Abderrahmane Sissako che (ovviamente?) è subito scomparso dalle sale.

Da quale cilindro esce Jaco Van Dormael? Non so bene che dirvi: io ho visto un paio dei suoi film precedenti e mi erano parsi interessanti ma con tanti limiti. Per esempio «L’ottavo giorno» era sdolcinato; qui abbonda il peperoncino che si sa… meglio fa: insomma non metterò «Dio esiste e vive a Bruxelles» fra i 100 migliori film della storia del cinema (bah, le classifiche) ma appena posso lo rivedo; e se voi lo perdete vi fate del male e meritate un cinepanettone.

C’è un altro film, uscito da poco, dalle parti di dio o meglio di chi se ne fa scudo: è assai efficace, politicamente e filmicamente, nonché premiato con “sorprendenti” Oscar. Sto ovviamente parlando di «Spotlight»: come dice il mio critico cinematografico preferito (mi sa che non lo conoscete, si chiama Francesco Masala) «degno erede del cinema “civile” degli anni ’70». Gli rubo un paio di frasi: «la piccola redazione di Spotlight (il titolo italiano non ha molto senso) riesce nell’impresa più difficile, un po’ come nella Lettera rubata di Edgar Allan Poe (è lì davanti, ma nessuno la vede) o come in un gioco della Settimana Enigmistica, unire i punti che esistono ma nessuno ci aveva pensato prima. Il disegno che appare è mostruoso». Saprete che si tratta di preti pedofili e della rete che li copriva, nonché della “brava gente” che tutto insabbiava. Grande scandalo negli Usa ma in Vaticano acque tranquille: e il cardinale Law – vedi titoli di coda – vive a Roma, non si capisce se punito o promosso e si gode la sua santa pensione. Dal punto di vista giornalistico-politico ci si aspetterebbe che in Italia qualcuno ponesse la domanda: da noi sono molti i preti pedofili? Anche qui c’è una rete che li protegge? Qualche reporter poteva partire da qui; http://www.askanews.it/cronaca/il-caso-spotlight-in-italia-le-vittime-200-casi-insabbiati_711749778.htm e vedere cosa c’era di vero in questa mappa degli abusi sessuali commessi in Italia dai membri del clero, «un raggruppamento di tutti i casi noti, quelli giunti al 3° grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla». Mi gioco un caffè contro una torta che in Italia una inchiesta i grandi media non la fanno. Il caffè lo prendo senza zucchero, grazie.

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(*) Questa mia recensione è uscita sul numero 409 di «A rivista anarchica», uno “speciale estate” di 196 pagine per 6 euri. Varie volte in “bottega” ho segnalato «A» come una delle poche cose leggibili in questa penisola… e non perché ogni tanto ci scrivo anche io. Eccovi, in sintesi, il sommario per farvi capire che sarebbero 6 eurini ben spesi e/o che vi conviene abbonarvi.

       «A» 209

Ci sono due ricchi dossier: uno sulle «ragioni di fondo del nostro perdurante anticlericalismo» e l’altro sull’«educazione libertaria» con il primo censimento delle scuole libertarie in Italia. Quasi 60 pagine ricche di fatti, indirizzi, idee.

Ma ovviamente c’è dell’altro. Molto e di qualità.

«I buoni consigli di chi non può più dare il cattivo esempio» è il sottotitolo deandreiano per «L’autunno delle matriarche» di Silvia Papi che attacca «alcune femministe della prima ora» per «il moralismo e l’astio» con cui hanno affrontato «la gestazione per altre».

Assai polemico anche «Referendum mania» di Andrea Papi sulla «ingenuità politica dei comitati che promuovono le consultazioni referendarie».

Feroce quanto documentato «Sangue, retorica e buoni affari» ovvero il ragionamento di Maria Matteo sulle «missioni di pace» e sul nuovo immaginario, costruito ad arte, che accompagna le guerre: «Trionfo dell’ipocrisia. Non si tratta di poche “mele marce” ma di un intero sistema basato sullo sfruttamento delle mille “emergenze” umanitarie». Accompagna l’articolo la foto di una scritta su un muro che ogni scrittore o giornalista controcorrente dovrebbe tenere in vista. E a proposito di fotografie belle le pagine intitolate «Disarmante» sulla mostra tenuta a Sassari «contro l’occupazione militare in Sardegna».

A proposito di “grandi opere” molte notizie e testimonianze interessanti nella quinta puntata di una inchiesta fatta come si deve: «Quei buchi nell’acqua» ci porta in mezzo al Comitato popolare contro le trivelle di Licata.

Ancora? Cent’anni di dadaismo, Jack Grancharoff (un anarchico bulgaro editore e agricoltore in Australia), Carmelo Musumeci, le contraddizioni («a dir poco») di Evo Morales, l’orrendo Ttip, «emigrati, immigrati e migranti», tre articoli sulle «maledette primavere» arabe, un’intervista a Raul Zibechi, musica, appuntamenti, libri e rubriche.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • GiorgIo Chelidonio

    Un film straordinario in molti sensi, a partire dagli interpreti, che non ti lascia un attimo di pausa e le cui riflessioni andrebbero affrontate rivedendolo, forse più volte.

  • Francesco Masala

    ottimi gusti e compagnie, quelle di Daniele, non c’è che dire 🙂

    per non sbagliare sono abbonato anch’io alla rivista anarchica, magari non sei sempre d’accordo, ma il livello è davvero alto, e non comanda la pubblicità.

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