Un inedito irripetuto, non irripetibile

Un inedito irripetuto, non irripetibile
Di Mauro Antonio Miglieruolo

(da un trafiletto di Giovanna Gabrielli su Il Fatto Quotidiano del 12 gennaio 2012)

Ve lo racconto perché fa bene al cuore. E meglio al fegato maltrattato da anni di B & B (il primo puro veleno; il secondo inefficace antidoto, quasi un rinforzo); e ora di M, che prima di pugnalare (e pure dopo) sorride, accarezza, infilza e si ricompone.





La scena: Roma, Stazione Termini.
Il giorno, il mese, l’anno: 12 gennaio 1952.
Il protagonista: il poeta Pablo Neruda, fuoriuscito dal Cile di Gonzàlez Videla.
L’antagonista: la polizia.
E poi il coro degli intellettuali amici del poeta, del quale conoscono le vicissitudini e popolo, un sacco di popolo. Quello di allora e quello di adesso, che si beerà di queste mie poche parole.

Tra le persone presenti alcuni hanno ospitato Neruda nelle loro case, tutti hanno letto le sue poesie, le hanno apprezzate, se ne sono serviti per illuminare con un raggio di luce l’interno grigio delle loro vite; o per farle ancor più risplendere. Sono lì perché sanno che tutelando Neruda tuteleranno la stessa poesia, alla quale tengono; e tuteleranno se stessi, la loro libertà di esprimersi e di pensare diversamente. Sono anche decisi a tutelare l’uomo, al quale, dopo tutto quello che ha subito per aver dovuto lasciare il proprio paese, tocca ora trasformarsi anche in deportato.
Pablo Neruda infatti, proveniente da Napoli, sta per essere costretto su un treno che lo condurrà oltre frontiera. Il decreto che lo stabilisce è a firma di Scelba, il reazionario ministro manganellatore che ha inventato i celerini (nei quali aveva fatto arruolare tantissimi ex: ex fascisti che, non troppo segretamente, erano rimasti fascisti). Gli amici di Pablo naturalmente non sono d’accordo con quel decreto; e sono anche decisi a contrastarlo.
È presente il gotha dell’intellettualità italiana. Politici comunisti, artisti, scrittori… tra i tanti Alicata e Trombadori (che da famoso diventerà poi famigerato nemico della sinistra comunista), Moravia, Guttuso, Levi, Debenedetti e altri. Tra di loro una certa Elsa Morante, che acquisirà notorietà anche per “aver colpito con il suo ombrellino di seta la testa di un poliziotto”. Radical chic? Forse. Ma si trattava di sciccheria che, stante certe situazioni, non esitava a menare. Di intellettualità stanca di essere presa a pesci in faccia, prima dal fascismo e poi dal buonismo censorio e corrompente della Democrazia Cristiana.
Non appena gli amici di Neruda e la polizia vengono a contatto nasce subito il parapiglia. In capo a “mezz’ora di pugilato” racconterà più tardi il poeta, arriva il contrordine. Gli è concesso di restare in Italia. Il governo De Gasperi, temendo uno scandalo internazionale, ha fatto dietrofront!
Scene così oggi sono impensabili. A questi “NO” tondi tondi all’arroganza padronale, al perbenismo e ai sibemolli dell’opposizione di sua maestà (i D’Alema, i Veltroni, i Bersani, i Fassino, i Renzi), non siamo più abituati.
Una bella lezione per il domani. Che viene da un ceto ondivago, debole e opportunista, ma che è vitale conquistare, se si hanno traguardi ambiziosi. La lezione che la lotta, quando è condotta con determinazione e sa scegliere gli obiettivi e le forme di lotta giuste, paga. Che tutti possono contribuire a farla fruttare. Ognuno nel proprio, con la propria inventiva e i propri mezzi.
Quel che non paga (paga pegno invece) sono gli inciuci, i tatticismi e le illusioni parlamentariste di chi sta lì per fare tutt’altro che la denuncia dell’oppressione e dello sfruttamento da parte del capitale.

Redazione
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  • Questo episodio è raccontato con tanta ironia e leggerezza nel libro di Pablo Neruda “Confesso che ho vissuto” in cui lui rammenta che addirittura Elsa Morante “suonò” in testa a un poliziotto la sua borsetta alla Stazione Termini.
    Un grande libro, da leggere perché scritto con molta grazia, ironia e gentilezza, anche quando descrive i momenti più difficili della sua vita. Doveva essere un uomo proprio straordinario.

  • C’erano un’etica, un modo di sentire e vivere, una convinzione nei valori, una capacita’ di “indignarsi” (ma per davvero) che ormai sono scomparsi, ben dimenticati, e all’occasione sbeffeggiati, vaporizzati nella bolgia di una vita vissuta consumisticamente, tevisionemente (o se preferite televisivamente) e virtualmente. Il gruppuscolo degli “intellettuali” aveva un suo peso, nonostante gli snobismi di alcuni. Oggi anzitutto non ci sono più intellettuali. E non per nulla ci teniamo ancora un Berlusconi. Roba, a quei tempi (peraltro non felicissimi) del tutto inimmaginabile.

  • grazie “Tigrotto” per l’esplicitazione tuo gradimento… grazie anche a Vikkor e a Claudia, che non mi aspettavo di leggere ivi…

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