Una polemica su fantascienza e politica

di Giuliano Spagnul

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«Fantascienza e politica» di Remo Guerrini1 fu pubblicato su «Robot» numero 12 nel lontano 1977. Galeotto fu quell’articolo, causa di un avvenimento che fu causa di altri avvenimenti, tutti funesti per la placida tranquillità in cui era calata la fantascienza italiana di quegli anni, per altri versi assai turbolenti. Il sasso nello stagno, oltre a smuovere le acque del piccolo fandom italiota, ebbe un imprevedibile effetto collaterale, mise nella testa di alcuni compagni, militanti di estrema sinistra, l’insana idea di fondare una rivista di fantascienza politicamente schierata, «Un’ambigua utopia» (la cui storia è stata ampiamente sviscerata)2.

Un'ambiguaUtopia

Tanta acqua è passata sotto i ponti e la fantascienza è potuta tornare a dormire sonni tranquilli, soprattutto da quando anche Antonio Caronia ha cessato di percorrere i sentieri di questo mondo. Nessuno penserà più di distruggere la fantascienza o parlerà di morte della stessa; che infine il genere fantascientifico tale non è perché si è scoperto eterno, astorico e quindi, possiamo dirlo, apolitico. E ancora infine, che Remo Guerrini avesse torto marcio, qualche sospetto ce l’avevamo fin da allora. Che senso avrebbe avuto altrimenti gridare alla distruzione della fantascienza, sia pure per travasarla nel quotidiano, come ancora utopicamente fantasticavamo; meglio sarebbe stato riscattarne la valenza progressista, spurgandone i residui fascistoidi. Un sano lavoro culturale di sinistra. Ma sul filo di un’utopia ambigua abbiamo percorso un’altra strada, affatto diversa. E ora possiamo, e voglio dire ancora possiamo, anche se Antonio non c’è più, riconsiderare quel punto di partenza, quell’input polemico. Ebbene sì, fantascienza e politica è un connubio che non sta in piedi. La fantascienza è un genere che nasce e sta dentro la società industriale del XX° secolo, è la macchina propagandistica di un progresso asservito all’idea di un consumo illimitato. È ideologica? Certo, quanto lo è la pubblicità di una merendina per bambini. Destra, sinistra, fascista, perché quest’ansia di demarcazione? Anche noi dell’«Ambigua» eravamo all’inizio caduti nella trappola, ne è testimonianza la riproposizione sul secondo numero della famosa lista pro e contro la guerra in Viet Nam (NELL’IMMAGINE); ma anche da questo abbiamo capito che se c’era bisogno di dividere i buoni dai cattivi in base alle loro prese di posizione politiche questa era la prova che dalle loro opere viceversa era difficile ricavarne una differenziazione netta e precisa. Tutto si confonde in questo genere letterario che parte dal presupposto di un «…e se?» che ribalta le categorie, i modi di vedere e di pensare consueti. Chi è l’alieno nel racconto di Fredric Brown che apre la storica antologia «Le meraviglie del possibile»? Esiste un’utopia di destra e una di sinistra? Domande che non rendono di per sé obsoleta una distinzione così decisiva per la storia della modernità ma che ci permettono di capire che porre la questione della politica tout court per un genere di per sé eminentemente politico come è quello fantascientifico, equivale a una solenne banalizzazione. Antonio Caronia scrivendo della morte della fantascienza3 aveva posto il problema in ben altri termini. Il silenzio, che in gran parte lo ha circondato, dimostra che aveva colto nel segno. Buonanotte fantascienza!

1 http://www.labottegadelbarbieri.org/oggi-e-ancora-marte-di-sento-odore-di-fritto-misto/

2 http://www.intercom.publinet.it/2001/uau0.htm , http://www.intercom.publinet.it/2001/uau4.htm

http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2014/12/antonio-caronia-quando-i-marziani.html

3 https://www.academia.edu/298069/La_fantascienza_%C3%A8_morta_viva_la_fs_

 

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4 commenti

  • Daniele Barbieri

    grazie a Giuliano Spagnul per questa utile e intelligente polemica (la prima di una serie, spero).
    Sono molto d’accordo sul ruolo positivo giocato dalla rivista «Un’ambigua utopia» – ricordo, a beneficio delle persone più giovani, che il titolo è ripreso da uno straordinario romanzo di Ursula Le Guin – e dai contributi di Antonio Caronia (una persona con la quale era bello… persino litigare). E ovviamente sono d’accordo sulla miseria di certi ambienti italiani dove, tanto per dirne una, si va a braccetto con un fascista come De Turris dicendo “abbiamo una passione comune e poi lui è così competente”… Ancora sono d’accordo che in parte, ma solo in parte secondo me, la fantascienza sia stata in una fase anche «macchina propagandistica di un progresso asservito all’idea di un consumo illimitato». Qui però, dove il discorso si fa ancora più complicato e interessante, inizio a dissentire. Come varie volte ho spiegato (o solo cercato, chissà) – anche in «Di futuri ce n’è tanti» (scritto con Riccardo Mancini) e poi in «Quando c’era il futuro» (scritto con Raffaele Mantegazza) – la fantascienza è stata ed è terreno di lotta, anche politica, per le sue molte contraddizioni feconde. Perciò non è morta o alme non più del mondo quasi agonizzante in cui viviamo. Da qui l’idea che una parte del Marte-dì in “bottega” ospiti le fantascienze e i suoi dintorni. Ed è qui che spero, anzi ne sono certo, continueremo a discuterne.

    • Giuliano Spagnul

      È giusto chiarire alcuni punti. Se io dico che la fantascienza è morta, lo dico condividendo con Antonio Caronia i presupposti di una definizione del genere fantascientifico come genere nato entro una società (in specie quella americana) votata all’idea di uno stretto connubio tra progresso e consumo. Se il mondo cambia, se questo tipo di società si modifica in modo sostanziale, nel caso specifico da industriale a post-industriale, per semplificare, allora necessariamente i dispositivi culturali che le erano precipui decadono, muoiono e si trasformano in altro. La fantascienza ha rotto gli argini del ghetto e si è espansa ovunque, non è più un’eccezione, uno “straordinario”, è diventata la quotidianità. La larva è divenuta farfalla. Non era quello che si auguravano tutti i fan? O forse ora si scandalizzano perché non possono più sentirsi vittime?! Un altro punto ancora: non è qui in questione la fantascienza come macchina ideologica, di propaganda; non è questo quello che più ci può interessare oggi. Vedere la storicità di un genere non significa vederne il lato puramente ideologico; un genere culturale mantiene comunque in sé una potenzialità di sviluppo indipendentemente dal segno ideologico da cui è partito; una serie di crisi e di evoluzioni che possono addirittura capovolgere il dato di partenza. Per fare un esempio oltre la fantascienza, possiamo ricordare la commedia americana degli anni ’30, apogeo della fabbrica di propaganda hollywoodiana e contemporaneamente la più spietata analisi critica della società americana del New Deal. Ma qui mi fermo… anche se occorrerà tornarci sopra, se mai partendo proprio dalle considerazioni di un non esperto di fantascienza, un dilettante di nome Antonio Caronia.

  • “una definizione del genere fantascientifico come genere nato entro una società (in specie quella americana) votata all’idea di uno stretto connubio tra progresso e consumo”. Va bene (forse… anzi mentre lo scrivo mi accorgo che non va piu’ bene…Astolfo che cerca il senno di Orlando sulla Luna non e’ fantascienza? Non è fantascienza la narrativa che gioca sulle possibilità e i limiti delle conquiste scientifiche e del loro connubio con le forze produttive in una determinata epoca?).Ma facciamolo andare bene. Ma anche così…se la fantascienza è nata lì e in quel modo, cosa le impedisce di crescere, diventare adulta e rinnegare luogo di nascita e genitori? Mica un genere letterario deve essere legato mani e piedi alle sue origini. L’innovazione in letteratura non consiste forse nel forzare i generi al di là delle loro possibilità e dei loro limiti? Una cosa del genere è stata fatta con il noir, nato in un certo modo e in un certo clima e utilizzato da intelligenti autori (anche italiani) a scopo di denuncia sociale e di critica politica. Le forme sono vive, per fortuna, perchè le rendono vive gli uomini e le donne che le usano e le distorcono a seconda delle loro sensibilità e, perchè no, delle loro ideologie. Su De Turris, però, il fatto che sia bravo pone un problema serio…come era bravo il pittore nazista che ne “Le parole” di Vercors dipinge un quadro mentre i suoi uomini massacrano la popolazione di Ouradour-sur-Glane. L’arte di un nazista può essere “bella”? Ho scritto di getto, non cercare un filo logico perché non c’è

    • Giuliano Spagnul

      Scrivo anch’io di getto (tutti comunque cerchiamo di aggrapparci a un filo logico); certo, si può risalire anche a Luciano di Samosata. Il problema però è che più si annacqua il brodo più… cioè si fa un discorso più sul fantastico in generale che su un genere storicamente caratterizzato. E se siamo d’accordo che una cosa storica ha una nascita (è ovviamente un punto di vista non una verità assoluta) cioè decidiamo che lì nasce perché proprio da lì si configura in un certo modo, allora si può decidere che a un certo punto muoia, nel senso che si trasforma in altro. Oggi un libro o un film può parlare di dischi volanti senza necessariamente essere etichettato di fantascienza. La difesa della fantascienza in quanto tale mi sembra una paura di perdere un orticello protetto. Su De Turris proporrei un condono totale altrimenti tra poco rischia la fucilazione!

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