Una realtà estranea e familiare allo stesso tempo

Recensione di db a «La chiocciola sul pendio» dei fratelli Strugackij

Una nuova, imprevedibile foresta. «Una profusione di colore verde e olezzante. Una profusione di colori, di odori. E di vita. E tutto è estraneo. A prima vista sembra qualcosa di familiare, di somigliante a cose già viste ma in realtà non la conosciamo, Certo, la cosa più complicata è scendere a patti con l’idea che sia estranea e familiare allo stesso tempo. Con l’idea che sia un prodotto del nostro mondo, carne della nostra carne, che però si è staccato da noi e non vuole riconoscerci. Senza dubbio è quello che un pitecantropo avrebbe potuto pensare di noi, i suoi discedenti, con amarezza e paura».

Più pitecantropi che della specie “homo sapiens” i fratelli Arkadij e Boris Strugackij – o Strugatzki se preferite un altro modo di trascrivere; o “straniantij” se mi passate la battuta – ci conducono in un viaggio che davvero non ha pari. Fantascienza certo ma non in galassie lontane o in tempi “fuor di sesto”.

Il romanzo «La chiocciola sul pendio» esce da Carbonio – 268 pagine per 16,50 euri – nella traduzione di Daniela Liberti ed è un bellissimo leggere. Non facile: siamo più dalle parti di Kafka o di Beckett (o di «Stalker» per citare un film famoso ispirato a un romanzo dei due fratelli) che delle scoppiettanti trame del pur profondo Dick. Non facile… ma lo straniamento ripaga l’impegno.

Quante vale (e inquieta) avere un paio di occhi nuovi?

E quanto scombussola (ma può servire) ricevere queste istruzioni per decifrare i messaggi del Potere, p maiuscola: «Disponi il discorso del Direttore su una sola riga, senza preoccuparti dei segni di interpunzione, o scegli le parole in ordine sparso, gettando mentalmente a caso le tessere del domino. Allora, se le metà delle tessere combacia, ottieni una parola che devi annotare su un foglio a parte. Se non combaciano la parola viene subito scartata ma rimane sulla riga. Ci sono ancora sottigliezze legate alla ricorrenza delle consonanti e delle vocali ma è già un effetto di ordine secondario».

In sintesi? «Vedere e non capire è la stessa cosa che immaginare». Con la speranza (o è incubo?) che un giorno «tutto sarà pieno di un senso profondo»… anzi no: «sarà strano e di conseguenza insensato per noi; in ogni caso per coloro di noi che in nessun modo riescono ad abituarsi all’assurdità e ad accettarla come norma».

Taccio sulla trama – come mio solito – ma il consiglio è: non perdetelo. Se lo leggete al momento giusto sarà un’illuminazione.

Nell’età d’oro della fantascienza anglo-americana girava l’idea che la fantascienza sovietica (e dell’Est Europa) fosse ottimista, banalotta e di regime. Certo esisteva anche quella ma basta aver letto i fratelli Strugackij o il polacco Lem per capire che la fantascienza “venuta dal freddo” era di grandissima qualità e spesso serviva ad aggirare la censura (come del resto accade nelle “democra-ture di mercato” o nelle teocrazie dette islamiche). Qui anche chi legge in modo più superficiale intende subito che si ridicolizza il potere, che il grigio o gli uomini senza faccia sono metafore del socialismo “versione formicaio” e/o di futuri incomprensibili. Ma allora perchè i censori lo hanno fatto passare? Forse perchè non lo avevano capito? Per un burocrate il maggior pericolo è proprio quel che non capisce… E comunque – come spiega nella postfazione Boris Strugackij – gli autori dovettero tagliare e poterono pubblicare la versione originale solo con la Perestrojka «quando divenne possibile pubblicare tutto». Risultato? In Russia andò “male” (solo un milione e 200mila copie; non è una battuta) ma all’estero ci furono 27 edizioni in 15 Paesi.

L’editore Carbonio annuncia che presto dei fratelli “straniantij” tradurrà «La città condannata». Evviva. Ma gli altri editori dormono?

In “bottega” cfr anche L’universo omeostatico ma anche… (sul romanzo «Un miliardo di anni prima della fine del mondo») e È difficile essere un dio – Arkadi e Boris Strugatzki. Invece manca – vergogna su di noi – un’analisi di «Picnic sul ciglio della strada» che ispirò il film «Stalker» (del 1979, attenzione) di Andrej Tarkovskij.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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