Una tesi su Magico Vento

di Jan Barbieri (*)

1 – Il fumetto «Magico Vento»

Mensile e poi bimestrale (non per calo delle vendite ma per una scelta dell’autore) il fumetto «Magico Vento» scritto da Gianfranco Manfredi per la Bonelli è nato nel luglio 1997 e si è concluso nel 2011 con il numero 130 e poi con un ultimo numero speciale.

Molti i disegnatori ma sempre fedeli al bianco e nero (tranne nel numero 100). Se esteriormente Mv ricorda abbastanza Tex e simili, il protagonista e le trame hanno ben poco in comune con i fumetti western classici.

Le tecniche dell’illustrazione e in parte le rappresentazioni dei personaggi cambiano quasi ogni numero visto che mutano gli autori dei disegni. In generale le tecniche sono abbastanza tradizionali, i classici 5 o 6 quadrati per pagina con relativi fumetti e/o didascalie. Fra i molti disegnatori che si sono alternati su Mv c’è anche Ivo Milazzo considerato fra i più innovativi illustratori italiani.

2 – Il protagonista

Il protagonista è un «uomo strano» come i Sioux definiscono chi unisce le doti di sciamano e di guerriero. Un tempo Magico Vento si chiamava Ned Ellis ed era una Giacca Blu, un soldato.

Nel primo episodio lo vediamo che sfugge all’esplosione di un treno blindato ma rimane gravemente ferito e perde la memoria. Viene raccolto da Cavallo Zoppo, un anziano sciamano dei Lakota – cioè di uno dei popoli Sioux – che vede in lui le doti per «nascere di nuovo» (fra i pellerossa) ma anche poteri magici grazie ai quali può essergli in qualche modo erede. E’ per gli indiani dunque, anzi con loro, che Magico Vento si batte, per la difesa di una cultura (ma senza reticenze su ciò che non va nel suo “nuovo” popolo) che sta per essere assassinata da una conquista sanguinosa e dall’arroganza di una civilizzazione che non accetta il dialogo.

Il primo episodio, come alcuni dei successivi, è ambientato nello Stato del Dakota che – spiega l’autore – è oggi «l’appartamento sfitto d’America», cioè pochissimo popolato: da un lato «riserva naturale, ripopolata dai bisonti» e dall’altro «il grande immondezzaio d’America» per la discarica delle scorie radioattive.

In questo fumetto i giusti e i mascalzoni non sono tutti dalla stessa parte. E spesso la definizione è incerta. Come scrive Monica (lettera pubblicata nel numero 17): «La cosa che mi affascina in Mv è la non separazione fra buoni e cattivi: nelle storie esistono solo esseri umani che si muovono all’interno di un mondo inesplorato come quello della psiche».

Al fianco dell’uomo che fu Ned Ellis si trova spesso un bravo giornalista e ubriacone redento, Willy Richards che tutti chiamano Poe per la sua somiglianza con il famoso scrittore.

I ricordi perduti di Ned vengono recuperati un po’ alla volta ma qualche mistero sarà svelato solo nel numero 130. E forse non del tutto: qualche dubbio rimane anche a leggere (e rileggere) l’intera serie. Nell’affollata rubrica delle lettere c’è chi di questo si è lamentato: non è sempre chiaro se Ned ha visioni o se sta recuperando la memoria (questa ambiguità è un pregio, a mio giudizio). Lettori e lettrici gradiscono invece l’approfondimento psicologico dei personaggi, la complessità delle storie, lo scavo nella storia dei bianchi e in quella dei nativi: nella pagina intitolata «Blizzard Gazete, notizie dalla frontiera» Manfredi ha approfondito molti argomenti storici e culturali, consigliando una marea di saggi, romanzi e film, purtroppo in alcuni casi introvabili da noi. A proposito il nome Blizzard deriva da una città ma ha una sua storia particolare e un tocco ironico: infatti all’origine il termine indica un “cazzottone” che fa vedere le stelle e poi, per similitudine, un vento violento o una accecante tempesta di neve.

Il dialogo con lettori (e molte lettrici, a conferma che il fumetto western oggi non appassiona solo gli uomini) è talmente intenso che, strada facendo, Mv dovrà raddoppiare le pagine delle lettere. Molto spesso chi scrive racconta a Manfredi storie dei nativi o delle giacche blu ma anche cronache dell’oggi, la difficile vita nelle riserve. La rubrica è sempre chiusa da Manfredi con un saluto in lingua sioux: «Mitakuye oyasin» cioè «siamo tutti fratelli».

Di certo Mv appassiona diverse generazioni, come risulta appunto dalle lettere. Non unanimi invece il gradimento sui vari sottogeneri nei quali questo fumetto si muove: infatti storie magiche-horror (della tradizione indiana e non solo, persino i vampiri cinesi) si alternano con numeri che ricostruiscono – a volte con precisione maniacale – le vicende vere dello scontro fra pellerossa e bianchi. Ma il pubblico si divide: c’è chi gradirebbe più realismo e chi invoca più fantastico. Io sono fra quelli che apprezza entrambi.

3 – Ombre rosse e la doppia identità di Ellis/Magico Vento

Mi è capitato recentemente di scoprire in biblioteca «Il ritorno del pellerossa» di uno studioso statunitense, Leslie Fiedler: pubblicato nel 1968 e ristampato da pochi mesi questo saggio (che vorrei leggere questa estate) aveva un titolo originale molto suggestivo, «The Return of the Vanishing American». Quel termine «Vanishing» non significa scomparso ma che sta scomparendo. Esaminando la letteratura americana antica e recente, Fiedler conclude che gli Stati Uniti neanche in futuro si sarebbero liberati dell’americano “originario”. Ed è così: le “ombre rosse” periodicamente tornano, ossessionando la cronaca come l’immaginario degli Usa. A me sembra che il fumetto di Manfredi rientri in questa idea. Il personaggio con una doppia identità (prima Ned Ellis poi Magico Vento e alla fine entrambi in un solo corpo) è un ponte fra due culture ma anche il simbolo di quel meticciato, di quell’incrocio che avrebbe potuto essere ma nella realtà storica non si è verificato.

In molti modi l’immaginario americano influenza anche il nostro: in una lettera (sul numero 101 di Mv) un lettore ricorda che di recente a Roma una piazza è stata ribattezzata Tashunka Witko, il nome indiano di Cavallo Pazzo; il nome precedente rimandava al 12 ottobre 1492, data ufficiale della scoperta di Colombo. Battaglie pacifiche e simboliche ma anche sulle targhe si combattono battaglie che rimandano a diverse concezioni del mondo.

Nel fumetto Magico Vento/Ned Ellis deve decidere se stare con i bianchi o con i pellerossa: nell’ultimo episodio conferma che sceglierà il suo nuovo popolo ma deporrà, per sempre, le armi. E di lui altro non sapremo. Di fronte alle proteste dei fans, Manfredi ha ribadito che la serie è conclusa.

Nel numero 93 della serie Magico Vento si rivolgeva così a qualcuno che gli chiedeva chi fosse: «Ti sembro strano? Lo sono. Ma i Sioux mi hanno insegnato a vivere libero e io non posso e non voglio rinunciarvi».

4 – L’autore (Manfredi) e l’ispiratore (Poe)

Gianfranco Manfredi è nato a Milano nel 1948. Il suo primo album musicale è del 1972, altri 7 seguiranno. Dopo gli studi lavora per l’Istituto di Storia della Filosofia e poi all’università di Torino. La sua attività discografica si dirada ma scrive comunque, fra il 1978 e il 1982, 6 saggi di critica musicale. E’ poi attivo come sceneggiatore e compositore per film ma anche attore cinematografico. Pubblica 12 romanzi, perlopiù del genere fantastico: l’unico che lo fa balzare nelle classifiche dei più venduti è «Ultimi vampiri» (del 1987 ma da poco ristampato). Negli anni ’90 inizia un’intensa attività come sceneggiatore di fumetti, collaborando alle serie di altri autori e inventando nuovi personaggi come Gordon Link, Magico Vento e poi (sempre per Bonelli, l’editore più importante in questo campo) Volto Nascosto e Shangai Devil.

Il vero co-protagonista del fumetto è soprannominato Poe, con l’evidente omaggio a un autore molto importante nella nascente letteratura statunitense ma anche molto amato da Manfredi.

Lo stesso Manfredi, nella «Blizzard Gazette» sul numero 68, parla del ritorno del “vero” Edgar Allan Poe (1809-1849) in questi termini: «E’ in atto un fenomeno, magari ancora un po’ sotterraneo ma che va segnalato. Edgar Allan Poe, le cui opere hanno da sempre ispirato generazioni di poeti, scrittori, musicisti, registi e fumettisti, dopo una lunga fase di apparente “dormiveglia” è tornato ad alzare la testa non solo come autore e ispiratore ma anche come protagonista». Manfredi cita molti esempi. Sui rapporti fra Poe e il cinema, Manfredi rimanda a una sua ricerca per un convegno internazionale sullo scrittore (su www.gianfrancomanfredi.comè possibile leggerla).

Alcuni episodi di Mv sono ispirati a racconti di Edgar Allan Poe. Il numero 60 a esempio rimanda a «Il diavolo nel campanile», un racconto più umoristico che tragico dove un intero paese è costruito come il quadrante di un orologio “a cipolla” con i rintocchi del campanile a scandire la vita dei suoi abitanti… finchè il diavolo non ci mette la coda. La co-protagonista del numero 12 si chiama Ligeia come la donna dell’omonimo racconto horror di Edgar Allan Poe

Dopo l’uscita del numero 20 di Mv, in parte ambientato in un manicomio, Manfredi riceve molte lettere dove si chiede se anche questa trama è ispirato a Edgar Allan Poe ma l’autore precisa di essere invece debitore al racconto «La maledizione di Yig» di Lovecraft (1890-1937) cioè l’altro grande autore statunitense del fantastico e dell’horror.

Quando Poe – quello di Mv ovviamente – si trova a vivere fra i Sioux (ma solo occasionalmente; lui lì non è mai pienamente a suo agio) tutti lo chiamano con il suo nome da bianco… una sorta di ironia perché nella loro lingua Poe ha lo stesso suono della parola nebbia.

5 – Il contesto storico di «Mv»

Siamo nella seconda metà dell’800, e in particolare intorno al 1870, anche se a volte le date esatte non sempre sono precisate. Infatti uno degli episodi cruciali di Mv è la guerra di conquista delle Black Hills (1875-1877) con in mezzo la famosa battaglia del Little Big Horn (26 giugno 1876) dove viene ucciso il generale Custer.

Secondo Wikipedia «guerre indiane» è il nome usato dagli storici per descrivere i conflitti prima dei coloni e poi degli Usa con i popoli nativi, di solito definiti indiani o pellerossa. Le guerre spaziarono dalla colonizzazione vera e propria (dunque dal 1700) fino al massacro di Wounded Knee (nel 1890) che segna la definitiva sconfitta dei nativi e il loro confinamento – spesso con deportazioni forzate – nelle riserve. Si calcola oggi che fra i 50 e i 100 milioni di nativi americani persero la vita fra il 1492, l’arrivo di Colombo, e il 1890 (Wounded Knee appunto). Le vicende di Mv si svolgono perlopiù nelle Grandi Pianure cioè quel territorio di praterie e steppe che si estende a est delle Montagne Rocciose e comprende gli Stati del Montana, i due Dakota (del Nord e del Sud), Wyoming, Nebraska, Colorado, Kansas, Oklahoma (qui oggi sono le riserve dei Sioux), Nuovo Messico e Texas ma anche pezzi di Messico e Canada.

Il periodo storico che viene denominato “guerra di conquista delle Black Hills” si apre nel 1864 con il massacro di Sand Crek (al quale anche Fabrizio De Andrè dedicò una canzone). Il conflitto divampa però 11 anni dopo con la corsa all’oro delle Black Hills, un luogo sacro per i nativi. Il 25 giugno 1876, il generale George Custer (ma, da pignolo qual è, Gianfranco Manfredi ricorda su Mv che era stato retrocesso a colonnello) attacca i Sioux e i loro alleati vicino al fiume Little Big Horn. Le Giacche Blu subiscono una sanguinosa sconfitta. E’ l’ultima vittoria dei nativi. Da allora per i pellerossa solo sconfitte o rese. Anche perché – ricorda Wikipedia – «da tempo erano state eliminate le basi per la sussistenza sociale delle tribù delle Grandi Pianure, con lo sterminio quasi completo dei bisonti, dovuto a una caccia indiscriminata».

Da allora i nativi americani vivono nelle riserve: circa 300 quelle federali e 21 quelle statali, quasi tutte a ovest del Mississippi. E’ stimato che circa un terzo della popolazione indiana degli Stati Uniti abiti nelle città. Sia negli Usa che in Canada le condizioni di vita dei pellerossa sono generalmente precarie e la loro vita media è inferiore a quella del resto della popolazione.

Il primo degli episodi – numero 98 – che racconta Little Big Horn (la grande vittoria dei nativi contro il generale Custer) si apre con tre pagine significative della filosofia indiana, tanto più perché Manfredi mette le frasi in bocca a Toro Seduto.

«E’ primavera» sono le prime parole dell’episodio. Poi il capo parla così ai suoi guerrieri: «Il sole e la terra si amano e dal loro amore tutto prende vita: i fiori, gli animali, noi stessi. Ecco perché abbiamo il sacrosanto diritto di abitare qui». E prosegue: «adesso una stirpe di uomini, amanti del possesso, vuole scacciarci». Toro Seduto spiega come gli invasori bianchi stanno distruggendo «il volto della terra» e ora «minacciano di chiuderci in una riserva». Chiede ai suoi: «Possiamo fare solo due cose: arrenderci o combattere. Qual è la vostra scelta?». La risposta di tutti è «Hoka Hey» cioè «Andiamo uomini». Manfredi si permette qui una piccola imprecisione storica perché (ho verificato anche su Wikipedia e altrove) «Hoka Hey, oggi è un buon giorno per morire» è la frase che Cavallo pazzo, l’altro grande capo Sioux – lui anche combattè a Little Big Horn – rivolgeva ai suoi prima della battaglia.

In altri episodi compaiono italiani, irlandesi, cinesi ovvero le centinaia di migliaia di migranti che fra ‘800 e ‘900 contribuirono a rendere ricchi gli Usa ma che spesso furono vittime del razzismo. Sul numero 19 di Mv, ambientato in una zona carbonifera,si ricorda fra l’altro che furono i lavoratori italiani a costruire i forni ad arnia che permettevano di consumare meno legna e di produrre carbone di migliore qualità.

6 – Filoni narrativi e personaggi

Come già accennato, Manfredi in Mv incrocia 3 filoni: western quasi classico, horror e magico basati su miti pellerossa (gli antichi «padroni della terra» a esempio; «la donna bisonte»; o il Windingo che secondo alcuni è un crudele cannibale ma per altri solo un malato) e vampiri di derivazione “cinese”. Questi ultimi sono del tutto estranei al contesto ma, come l’autore spiega ai lettori (nella «Blizzard Gazete» del numero 107) lo affascinavano; la Cina evidentemente è molto amata da Manfredi visto che il suo più recente fumetto, «Shangai Devil», è ambientato proprio lì, nel passaggio fra 1800 e 1900.

Non poteva mancare l’amore. Alcune donne – sia pellerossa (Sette Frecce e soprattutto Rifiuta-di-smettere) che bianche (Norma e Rita) – sono importanti per Magico Vento. Ma lui stesso dice spesso: «sono un uomo solo». Sembra di capire che soltanto quando deporrà le armi potrà vivere una vera storia d’amore.

Molti gli antagonisti. In particolare il super-cattivo Hogan che capeggia «La volta nera», una setta segreta che da un lato opera a Washington per condizionare il governo e il presidente ma dall’altra cerca di carpire i segreti (e i grandi poteri) degli Antichi, un misterioso popolo che – secondo molti miti indiani – abitò la Terra nella notte dei tempi.

Sette segrete naturalmente sono davvero esistite ma (come lo stesso Manfredi precisa nella «Blizzard Gazete» del numero 106) ovviamente «La volta nera» e gli Antichi sono al 90 per cento una sua invenzione.

A volte di sfuggita e talora come co-protagonisti compaiono in Mv uomini e donne che hanno fatto la storia e la leggenda del West: dal pistolero e giocatore Wild Bill Hickok a Calamity Jane o al generale Custer; e naturalmente i più celebri capi e guerrieri pellerossa da Cavallo Pazzo a Toro Seduto.

7 – Tecniche e temi ricorrenti

Quanto alle tecniche narrative Manfredi usa molto il flash back (salti all’indietro nel tempo)e il flash forward (anticipazioni del futuro)anche per via dei ricordi perduti che riaffiorano o delle sue “visioni”.

Spesso tornano i temi del “doppio” (addirittura Magico Vento dovrà scontrarsi con un altro se stesso), dei travestimenti (in particolare di un ex attore che ora è poliziotto) e delle maschere: tutta la serie gioca dunque sull’ambiguità. Del resto, secondo Manfredi, per i Sioux la convivenza di reale e magico non doveva essere rifiutata: «comprendere non significa spiegare ma accettare il mistero».

Fra i personaggi minori ma affascinanti c’è Uccide-Se-Stesso, un «heyoke» cioè un «contrario» che dice sempre l’opposto di quel che pensa: una specie di clown della tribù ma anche un “saggio folle” e in effetti si tratta di una figura tipica fra molte popolazioni pellerossa.

8 – Cavallo Zoppo e gli anziani

Nella rinascita di Ned Ellis e nella sua trasformazione in Magico Vento un ruolo decisivo lo gioca, come già detto, lo sciamano Cavallo Zoppo. Il vecchio è «un uomo sacro», che conosce «il valore delle erbe e dei sogni». Viene ucciso (nel numero 6 della serie) ma tornerà spesso – nelle visioni – per consigliare Magico Vento.

E’ questa una delle differenze con la società dei bianchi (di allora e ancor più di oggi): fra i vari popoli che noi definiamo indiani gli anziani erano ascoltati, anzi erano il cuore della comunità.

Per esempio nel numero 76 di Mv l’anziano Lunghe Trecce cerca, inascoltato, di avvisare i bianchi di un pericolo che corrono. Nel numero 50 viene narrata la storia di un villaggio dove i vecchi sono rimasti soli perché tutti gli altri stanno combattendo o hanno dovuto nascondersi in fretta; ma c’è un ragazzo che bada alla nonna malata e attraverso lei tenta di salvare tutti. Nel numero 33 gioca un ruolo decisivo un altro anziano dal significativo nome di Radice Profonda. Questo episodio si conclude con Magico Vento che, dopo la visione procuratagli da Radice Profonda, rinuncia alla caccia e dice al suo amico Poe: «Verrà un giorno in cui non raduneremo più i bisonti per cacciarli ma per proteggerli» e poi (nella vignetta finale) «Li nasconderemo per salvarli dallo sterminio e perché possano un giorno ripopolare la prateria».

9 – I bambini

In molti episodi di Mv i ragazzi indiani sono protagonisti. Sia pure di sfuggita si vede come la crescita dei più giovani era questione che riguardava tutta la tribù: esistevano tutori e consiglieri che non necessariamente erano della famiglia ma seguivano il ragazzo in aspetti particolari della sua formazione.

Vorrei aggiungere una citazione interessante (che confesso di avere incontrato casualmente mentre cercavo tutt’altro). L’ho trovata nel libro «Un genitore quasi perfetto» di Bruno Bettelheim a proposito di disciplina e autodisciplina: «L’antropologa americana Ruth Benedict descrive la sua meraviglia nel vedere con quanta pazienza gli indiani aspettano che i loro bambini si decidano a svolgere, prendendosi tutto il tempo necessario, gli incarichi loro assegnati. E ammette che lei stessa riusciva a stento a trattenersi dal fare loro fretta e, una volta che aveva fatto il gesto di spronare un bambino, si sentì addosso una tale disapprovazione da parte degli astanti che si vergognò di avere mostrato così poco rispetto per il bisogno del bambino di procedere lentamente, in modo da avere il tempo di convincersi che eseguiva l’incarico assegnatogli perché lo voleva lui e non perché così gli era stato ordinato». E subito dopo Bettelheim aggiunge: «Ma gli americani sono sempre di fretta: fa parte della nostra cultura. Purtroppo però l’autocontrollo non si impara con la fretta, richiede tempi lunghi e molta pazienza».

10- Medicina e spiritualità

Secondo Wikipedia «sciamanesimo» è un termine che – in antropologia culturale – indica l’insieme delle credenze e il modo di vivere/vedere il mondo di alcune società animiste. Si impernia intorno allo sciamano, una particolare figura di guaritore-saggio, e alla sua attività magico-religiosa.

Sempre Wikipedia spiega che lo sciamanesimo si riferisce a una vasta gamma di credenze e pratiche tradizionali che comprende la capacità di diagnosticare e curare malattie, nonché tutti i possibili problemi della comunità e del singolo, dal come procurarsi il cibo al come sbarazzarsi dei nemici. Ciò attraverso l’asserita capacità dello sciamano di “viaggiare” in stato di trance nel mondo degli spiriti e di utilizzare i loro poteri. È questa la principale caratteristica dello sciamano che lo distingue da altri guaritori. Dunque lo sciamanesimo è un’antichissima pratica transculturale che presenta caratteri precisi, capace di adattarsi a diverse culture e religioni.

11 – Due mondi

Ned Ellis-Magico Vento è sospeso fra due mondi. Nella società dei Sioux la natura è in primo piano come la spiritualità (che, sembra di capire in questo fumetto, è cosa assai diversa dalla nostra religione organizzata). Anche la medicina si basa su antichi saperi (come si combinano le erbe e una minuziosa conoscenza del corpo e della mente) ma anche su una approfondita conoscenza delle persone. Sono evidentemente grandi diversità con il mondo dei bianchi.

E le visioni? Dopo un lungo sonno fra la vita e la morte, Ned si risveglia, grazie alle cure di Cavallo Zoppo, con il potere della “visione” e con la facoltà di comunicare con il mondo degli spiriti. C’è chi – fra i bianchi che Ned (ora Magico Vento) incontra – non lo crede possibile, attribuendo i suoi svenimenti e le “allucinazioni” alle schegge di una pallottola che gli è rimasta nella testa. Manfredi non scioglie mai per intero il dubbio ma prende atto che fra i pellerossa la possibilità di avere visioni non era una tecnica ma un dono riservato a pochi. Una via – chiarisce Manfredi – «rischiosa, faticosa e piena di sorprese».

Nel numero 25 di Mv si parla della «ruota della medicina» e dei grandi cerchi di pietre che decoravano praterie e altopiani del Nord America “indiano”. Sono semplici riferimenti ai villaggi (sempre costruiti in cerchio), al ciclo della vita o delle stagioni o – secondo alcuni – antiche e misteriose mappe astrologiche. Non è da escludere che i cerchi rimandino alle stelle perché gli indiani – soprattutto quelli delle praterie – avevano una sorta di culto per le Pleiadi, forse perché si mostravano al principio dell’estate e scomparivano prima dell’inverno. Fra loro molti consideravano le Pleiadi il luogo d’origine di tutta l’umanità. Però, ad ascoltare i pellerossa di ieri e di oggi, il riferimento più importante di questi grandi cerchi è alla necessità di un’identità collettiva: ogni persona fa parte di un cerchio. «Per i Lakota» – scrive Manfredi sul numero 18 di Mv – «l’individuo non è separabile dal gruppo e dall’ambiente, neppure quando si ritrova solo. I nostri amici e i nostri nemici, il passato e il futuro, i posti dove siamo stati e dove andremo sono sempre con noi. Nessuno è un’isola».

Rispondendo a lettori e lettrici che gli chiedono spiegazioni, Manfredi (già nel numero 7 di Mv) sottolinea che «la parola chiave della filosofia Lakota è wakan, che significa sacro e mistero. Il mondo è wakan e il nostro spirito è wakan, parte del mondo».

12 – L’alcool come fattore di emarginazione

In molti episodi di Mv è l’alcool – «l’acqua di fuoco», per dirla con gli indiani – a essere protagonista. Vittime dell’alcool non furono solo i pellerossa. Forse per resistere a condizioni di vita durissime minatori e boscaioli, cowboy e soldati, bevevano di tutto. Più che il whisky si consumavano “beveroni” tremendi con dentro olio combustibile, ammoniaca, polvere da sparo, acido nitrico. Sembra incredibile ma fin dall’etichetta queste bevande chiarivano i loro effetti tremendi: «Tangle Lag» cioè attorciglia gambe, «Widow Maker» (il creatore di vedove) oppure «Hard Stuff» cioè Roba Pesante, la stessa definizione oggi in uso per le peggiori droghe. Non è dunque esatto, come spesso si scrive, che gli indiani non sopportavano l’alcool; se il whisky fa le sue vittime, quegli altri liquori erano veleno puro. Furono spesso regalati ai pellerossa per neutralizzarli. Ma certamente fecero moltissime vittime anche fra i bianchi.

E’ interessante notare che il giornalista Poe, co-protagonista di Mv, è un ex alcolista che solo a fatica si libera della dipendenza. Fra i protagonisti del numero 23 c’è un altro alcolista all’ultimo stadio, in preda ad allucinazioni. E nel numero 95 lo stesso Poe rivive, in una sequenza memorabile, i suoi incubi per uscire dalla dipendenza alcolica. «I ragni sono sempre in agguato» è l’ammonimento di Magico Vento quando il suo amico Poe sta per arrendersi davanti a una bottiglia.

Sin da allora (come si vede in un paio di episodi di Mv) esistevano associazioni per aiutare gli alcolisti, leghe anti-alcool ma anche gruppi che cercavano di imporre il proibizionismo totale, spesso con metodi violentissimi. Una costante nella storia degli Stati uniti e un paradosso: oggi gli Usa hanno politiche severissime contro le droghe ma restano il Paese al mondo che ne consuma, in percentuale, il maggior numero. A dimostrazione di come la questione non sia di facile soluzione.

13 – La nascita del jazz

Verso la fine del 1800, dunque nel periodo delle storie di Mv, inizia a diffondersi nel Sud degli Usa una nuova musica, il jazz che “esploderà” poi nel secolo successivo. E’ un genere che nasce dalle tradizioni musicali degli schiavi (ora ex schiavi) venuti dall’Africa che incontrano musiche e strumenti di origini europee. E’ un argomento che Gianfranco Manfredi, nonostante sia un musicista, in Mv sfiora solamente; forse perché, in quella nuova musica, nella confluenza cioè di suoni europei e africani, i nativi non riescono a trovare spazio.

Per comodità partiamo ancora da Wikipedia. Le caratteristiche più tipiche del jazz sono l’improvvisazione, il ritmo swing (è una parola che indica l’agitarsi o stare sull’ altalena), la poliritmia (cioè l’uso di più ritmi) e l’uso della blue note cioè di una particolare nota che viene suonata o cantata in maniera leggermente calante e questo viene associato di solito a un senso di nostalgia o tristezza (perché il colore blu si associ alla tristezza lo leggo da un sacco di parti ma fatico a capirlo).

Nel 1900 il jazz si evolverà e trasformerà: musica da chiesa e da funerali ma anche da ballo o da bordelli, suonata da grandi orchestre come da piccoli gruppi dove eccellono musicisti neri ma anche bianchi. Soprattutto dopo Duke Ellington (dagli anni ’30) e Charlie Parker (anni ’50) un certo jazz non è più considerato una musichetta di serie B ma conquista il pubblico più colto e influenza molti grandi compositori.

Molto amato dalla generazione di mio padre (che ha decine di cd di John Coltrane) oggi il jazz è senz’altro una musica di nicchia, schiacciata dal rock e dal pop.

In alcuni episodi di Mv la musica – dei bianchi o dei nativi – compare ma resta sullo sfondo. Anche se Wikipedia riporta una voce sulll’influenza di Edgar Allan Poe sulla musica e pur se esistono molti racconti su musiche diaboliche e su musicisti stregati, essa resta sostanzialmente assente nei 130 numeri di Mv. A mio giudizio un’occasione persa.

14- Il fumetto come narrazione moderna

Per comodità partiamo da Wikipedia secondo cui «Il fumetto è un linguaggio costituito da più codici, fra i quali si distinguono principalmente quelli d’immagine (illustrazione: colore, prospettiva, montaggio) e di temporalità (armonia, ritmo, narrazione)».

Poiché – prosegue Wikipedia – il fumetto è in larga parte utilizzato a fini narrativi, viene spesso definito “letteratura disegnata”; in realtà, il fumetto può essere utilizzato anche a scopi non narrativi: a esempio, per una ricetta di cucina, o per realizzare il libretto di istruzioni di un apparecchio.

In ogni caso il fumetto – sto sempre citando Wikipedia – «appartiene a pieno titolo alla categoria delle più moderne arti visuali».

Nato per gli adulti, diventato poi “territorio per l’infanzia, da molti anni il fumetto è tornato a essere patrimonio di una fascia non esclusivamente giovanile.

Il termine fumetto si riferisce alle “nuvolette”, simili a sbuffi di fumo, utilizzate per riportare il dialogo tra i personaggi. Negli Usa e nei paesi anglofoni i fumetti sono indicati come comics, in Giappone vengono chiamati manga (immagini in movimento) mentre in Francia sono definiti bande dessinée (striscia disegnata).

Uno dei più noti studiosi italiani del fumetto e docente nelle università di Bologna e di Urbino si chiama Daniele Barbieri: non è mio parente anche se curiosamente ha lo stesso nome di mio babbo. Nel suo libro «Breve storia della letteratura a fumetti» fa risalire la nascita dei fumetti al 1896 con la pubblicazione di «The Yellow Kid» e subito dopo dei «The Katzenjammer Kids» (che in Italia sono noti come «Bibì e Bobò)». Daniele Barbieri presenta così l’argomento, ovvero i primi 110 anni di vita di questa moderna forma di narrazione: «Uscito dall’infanzia visionaria e a volte ingenua dei suoi primi 60 anni, la letteratura a fumetti ha raggiunto, nell’ultimo mezzo secolo, una maturità che a molti rimane ignota. La sua storia racconta come un modo di comunicare, nato per la società illetterata e multietnica degli Stati uniti di fine Ottocento, si sia progressivamente trasformato in un linguaggio raffinato e a volte difficile in cui si esprimono sia autori che si rivolgono al grande pubblico sia autori d’élite». Chi non è appassionato di fumetti rimarrà sorpreso nello scoprire che «Maus», il lungo racconto disegnato dallo statunitense Art Spiegelman, ha vinto nel 1992 il premio Pulitzer per la letteratura, cioè il massimo riconoscimento letterario negli Usa. «Maus» racconta la storia del padre di Spiegelman, ebreo tedesco che vive la persecuzione, la guerra e la deportazione ad Auschwitz.

Non è questo il luogo per approfondire la situazione del fumetto in Italia (né io sono così esperto) ma è forse bene accennare che questo particolare genere narrativo ha due distinti circuiti. Da una parte le librerie con prodotti molto raffinati (in particolare l’editore Becco Giallo) e costosi; dall’altra le edicole dove si trovano, a basso costo, sia emerite schifezze – questa è la mia opinione – che prodotti di qualità. Il principale editore dei fumetti “da edicola” in Italia resta Bonelli: le sue serie più vendute restano «Tex» (sempre lui, da oltre 60 anni) l’horror «Dylan Dog» e il poliziesco, molto virato sullo psicologico, «Julia» dove per la prima volta protagonista è una donna. Io però mi sono appassionato soprattutto a «Magico Vento» e, in misura minore, agli altri fumetti di Manfredi.

(*) Jan Barbieri è mio figlio. Questa è la sua tesina per la maturità, appena passata, paraponzi-ponzi-pò. All’ultimo minuto – capita sempre così, no? – Jan ha cambiato un bel po’ di cose, aggiungendo una parte di statistiche sulle discriminazioni contro i nativi americani di oggi e alcune considerazioni scientifiche (Piaget credo) sulla personalità multipla. Condivido con mio figlio l’ammirazione per Magico Vento e per Manfredi, dunque l’ho un po’ consigliato: non solo fra i Lakota ma anche qui –  intendo fra i bianchicci –  ci sono vecchi che in qualcosa sono utili. Mitakuye oyasin. (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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