«Una volta eliminato l’impossibile…

ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità»

Breve recensione, in ritardo, a «Albergo Italia» di Carlo Lucarelli (*)

AlbergoItalia

La frase è nota e non solo agli sherlockiani-watsoniain. Suona all’incirca: «Una volta eliminato l’impossibile ciò che resta, per quanto improbabile deve essere la verità». A me però adesso questa “sentenza” – o se preferite questo metido – fa pensare, prima che alle nebbie di Londra, al sole dell’Eritrea per via di un breve, anti-conformista e divertente noir di Carlo Lucarelli, «Albergo Italia» (114 pagine per 11 euri) uscito da Einaudi nel 2014.

Il romanzo è ambientato sul finire del 1800 con al centro l’Italia delle ambizioni coloniali e degli scandali bancari ma il vero protagonista non è, come sembra dalle prime pagine, il capitano Colaprico, ma il suo “assistente” Ogbagabriel Ogbà che nelle ultime righe scrive addirittura un corollario al citato assioma di Holmes che si potrebbe sintetizzare così: «Se non so crede alle coincidenza forse Conan Doyle ha ricevuto una dritta dall’Eritrea». E più non vi dirò.

Però se passate spesso in “bottega” forse avete letto ieri che Valerio Calzolaio segnalava il seguito ovvero «Il tempo delle iene»: sempre Eritrea, 1899 con Piero Colaprico e Ogbagabriel Ogbà a giocare di nuovo alla coppia Holmes-Watson dove però solo qualche irriducibile razzista potrebbe dare per scontato che il saggio sia bianco e l’ingenuo nero. «Berghèz» che se non sapete il tigrigno vi traduco: «Ovvio».

(*) Questa recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi oppur banali e-venti, dal destino “cinico e baro”, dalla stanchezza, dal super-quasilavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più). Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Ah, alcuni libri li compro in ritardo magari sulle bancarelle, o li vado a prendere in biblioteca, visto che costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, se è fiction accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia o tema, personaggi o protagonisti, e stile o analisi mi hanno convinto o catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a s/parlare dei brutti?». (db)

 

redazione bottega
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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