«United business of Benetton»

di Alexik

Il meglio del blog-bottega /226…. andando a ritroso nel tempo (*)

Personalmente vedo complicato che le imprese comincino a preoccuparsi se le Leggi Nazionali di un Paese permettano una vita dignitosa ai lavoratori che lo abitano”.  Carlo Landi, direttore della pubblicità del Gruppo Benetton (1999).

Carmelita è morta l’8 marzo 1997, Giornata Internazionale della Donna, all’Andres Bonifacio Memorial Hospital di Cavite, nelle Filippine, dopo 11 giorni di agonia. Secondo le dichiarazioni rilasciate dalle sue compagne di lavoro della V.T. Fashion, “Carmelita è stata uccisa dalle 14 ore di lavoro che doveva svolgere ogni giorno e dalle 8 ore di straordinario che le venivano imposte ogni domenica.” (“Philippine News Features”, March 19, 1997).  Le lavoratrici denunciarono il sistema a numero di capi da completare istituito dalla fabbrica che le costringeva a turni di lavoro non inferiori alle 12 ore giornaliere. Anche secondo il Workers Assistance Centre di Rosario, Carmelita è morta perché sottoposta al regime lavorativo troppo intenso in vigore presso la V.T. Fashion e presso la fabbrica “sorella” All Asia Garment Industries, dove le lavoratrici erano obbligate a turni di 14 ore. Prima che la fabbrica venisse distrutta da un incendio il primo aprile del 1997, alla V.T. Fashion lavoravano 1046 persone, il 90% delle quali erano donne di età compresa tra i 17 e i 30 anni. Il salario giornaliero era di 155 pesos (5,96 dollari) del tutto insufficienti per far fronte alle esigenze di base. I turni di lavoro iniziavano alle 7 di mattina e terminavano alle 9 di sera, dal lunedì al  venerdì, dalle 7 di mattina alle 7 di sera il sabato e dalle 6 di mattina alle 2 del pomeriggio la domenica, con una pausa di un’ora per il pranzo e di mezz’ora nel pomeriggio. Meno della metà dei lavoratori era regolarmente assunta, mentre la maggior parte di loro aveva un contratto di apprendistato di 3 o 4 mesi o di lavoratore occasionale con durata non maggiore ai 5 o 6 mesi…. I lavoratori in regola non avevano le malattie pagate, e il management licenziava immediatamente le lavoratrici in gravidanza. Quando la fabbrica bruciò per un incendio accidentale, tutti i lavoratori furono facilmente licenziati” (1).

La V.T.Fashion era una fabbrica di abbigliamento a capitale taiwanese dislocata nella Cavite Export Processing Zone di Rosario, nelle Filippine. Produceva per i marchi Gap, Guess, Jones New York, Eddie Bauer, May Co, Macy, Liz Clairborne, Ellen Tracy, Head, Ruff Hewn, LeQ, Chachi, Ralph Lauren, Banana Republic. E per Benetton.

A scorrere le pagine del libro di Pericle Camuffo, United business of Benetton, Sviluppo insostenibile dal Veneto alla Patagonia,   non si può certo dire che il gruppo trevigiano pecchi di coerenza.

Con coerenza ha indotto la creazione di un sistema di sub-sub-subappalti dove i contoterzisti vengono tenuti strettamente per gli zebedei, e scaricano i costi delle condizioni imposte da committente sulla pelle delle proprie operaie.

Con coerenza ha esportato sempre più lontano il modello di sfruttamento sperimentato all’inizio sui suoi fornitori veneti: prima nel meridione d’Italia, poi nell’Europa del Sud e dell’Est, in Nord Africa e infine in Estremo Oriente.

Con coerenza si è ostinato a negare qualsiasi coinvolgimento tutte le volte che venivano a galla le reali condizioni di lavoro nelle sue subforniture, sia che si trattasse di sottosalario a Bronte che di lavoro minorile in Turchia .  Negare tutto ! Stesso copione dai soprusi sui Mapuche in Patagonia ai rapporti con la New Wave, una delle ditte della strage di Dacca.

Con coerenza ha abbandonato un territorio quando non gli serviva più, o lo considerava troppo oneroso (come la fabbrica di Chalons en Champagne, in Francia, perché erano state introdotte le 35 ore lavorative settimanali).

Con coerenza ha intascato finanziamenti pubblici.

E soprattutto, con coerenza ci ha preso, per anni, ampiamente per il culo, con le sue mielose campagne pubblicitarie all’insegna del buonismo e dell’impegno sociale.

Camuffo ci descrive tutto questo, dagli esordi del gruppo fino al 2008. Manca solo l’epilogo: gli ordini di acquisto e le camicie griffate Benetton emerse dalle macerie del Rana Plaza. Un finale del tutto coerente con la storia degli United Colors.

Il libro: Pericle Camuffo, United business of Benetton, Sviluppo insostenibile dal Veneto alla Patagonia, Stampa Alternativa, 2008, 221 p.  Si scarica da qui.

(1)   Codes of Conduct and Carmelita: The Real Gap

ripreso da http://illavorodebilita.wordpress.com

Sul più recente libro di Monica Zornetta e Pericle Camuffo vedi Il colonialismo camaleontico dei Benetton in Patagonia

(*) Anche quest’anno la “bottega” ha recuperato alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché oltre 17mila e 700 articoli (avete letto bene: 17 mila e 700) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque; recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – lo speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. [db]

La Bottega del Barbieri

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