Le gradinate antirazziste di Montevideo

Divisi sugli spalti, ma uniti contro le logiche del profitto nel mondo del calcio e a fianco nel rivendicare i diritti sociali, i tifosi antifa di Peñarol e Nacional conducono in Uruguay battaglie comuni nelle strade e nelle piazze.

di David Lifodi

 

Peñarol e Nacional sono le due squadre di calcio più titolate dell’Uruguay, il palmares parla per loro. Spesso il campionato uruguayano si risolve con la sfida tra i due club di Montevideo. Da un lato i carboneros, in maglia giallo nera, così denominati per sottolineare le loro origini ferroviarie (il carbonero era il fuochista che alimentava i treni), dall’altro, i bolsos bianco blu, il cui soprannome deriva da una piccola tasca che un tempo figurava sullo scudetto della casacca.

La rivalità sugli spalti, però, è stata superata, almeno finché le due squadre non si giocano la vittoria del campionato, nel segno dell’antirazzismo e dell’antifascismo da parte di due piccoli gruppi di hinchas che, pur non rappresentando per intero le due tifoserie, si sono ritrovati sulle gradinate degli stadi dopo essersi conosciuti per le loro attività di militanza politica.

A voler cambiare le dinamiche che spesso caratterizzano il mondo del calcio, machismo, xenofobia, omofobia, lucro, sono le hinchadas Carbonero Antifascista (Peñarol) e Bolso Antifascista (Nacional). La nascita della tifoseria antifa del Peñarol risale al settembre 2017, quando molti giovani militanti sociali iniziarono a scendere in strada per chiedere verità e giustizia sulla morte di Anthony da Silva, un ragazzo ucciso in circostanze poco chiare da un vigilante privato del centro Shopping Costa Urbana. Dalle piazze agli stadi il passo è stato breve anche per Bolso Antifascista, in prima fila nel contestare la riforma “Vivir sin Miedo”, un progetto securitario che è servito, alla fine, per sostenere Luis Lacalle Pou, l’attuale presidente uruguayano che riportato la destra radicale al governo del paese dopo 15 anni di frenteamplismo.

Le campagne d’odio contro i migranti e le diversità che caratterizzano la vita quotidiana trovano poi amplificazione nel mondo del calcio, concordano le due tifoserie: omofobia, patriarcato, misoginia rappresentano aspetti diversi di un sistema di oppressione e repressione che va combattuto, a partire dalle tribune di uno stadio. Nel segno della battaglia contro un nemico comune, il capitalismo, le gradinate si trasformano così in un laboratorio da cui inviare messaggi e combattere le logiche escludenti sia del mondo del calcio sia della politica tradizionale, entrambe caratterizzate dalla stessa sete di profitto.

I militanti di Carbonero e Bolso Antifascista seguono con lo stesso trasporto sia la loro squadra del cuore sia le vicende politiche del loro paese impegnandosi in prima fila per la tutela e la difesa dei diritti sociali. In Uruguay, per il momento, non ci sono altri gruppi antifascisti al seguito delle squadre di calcio presenti sia nelle piazze sia negli stadi, come ad esempio avviene in Cile con una parte della tifoserie del Colo Colo o dell’Universidad del Chile o in Brasile con il Gremio, tutte politicamente impegnate, ma alcuni settori della tifoseria del Peñarol, pur non strettamente legati a Carbonero Antifascista, hanno partecipato ad iniziative in ricordo dei desaparecidos soprattutto dopo la nascita del gruppo, inizialmente denominato Militancia Carbonera.

A livello delle rivendicazioni da stadio, entrambi i gruppi hanno condotto campagne per acquistare i biglietti d’ingresso agli impianti a prezzi popolari, contro gli eccessivi controlli e gli abusi delle forze dell’ordine in servizio in occasione delle partite. Durante le proteste contro la riforma “Vivir Sin Miedo”, la tifoseria antifascista del Peñarol scese in piazza con lo striscione “Peñarol es pueblo y no quiere milicos en la calle”. La capacità di entrambe le tifoserie è quella di saper distinguere la rivalità sportiva in occasione del clasico dalle battaglie politiche.

Ci piace pensare che la presenza di Carboneros e Bolso Antifascista rappresenti un piccolo, ma battagliero granello di sabbia all’interno delle logiche mercantilistiche del mondo del calcio, all’insegna del profitto e, più in generale, una speranza nelle mobilitazioni contro la repressione.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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