«Utopia del software libero»

Recensione di GIULIANO SPAGNUL al libro di Sébastien Broca

Quando Giorgio Griziotti (1) mi ha fatto avere il libro da lui curato Utopia del software libero. Dal bricolage informatico alla reinvenzione sociale di Sébastien Broca (Mimesis 2018) ho provato un momento di panico all’idea di dovermi sentire impegnato a leggere un testo per addetti ai lavori. Aride o, comunque per me, astruse disquisizioni tra informatici pro e contro la libertà di poter o meno disporre a proprio piacimento di un sapere che resta comunque interdetto (per la sua difficoltà intrinseca) alla stragrande maggioranza delle persone, sottoscritto compreso. Se adesso mi accingo a scriverne è la dimostrazione che gli eventi più felici della vita, piccoli o grandi, sono sempre quelli che ti colgono di sorpresa e, proprio per questo, risultano capaci di darti quella carica in più dovuta a un’emozione inaspettata. «Raccontare la storia del Libero», come recita l’incipit del primo capitolo, impegnerà l’autore a dispiegare davanti ai nostri occhi la complessa narrazione di un mondo che si è sviluppato dentro (nella venatura soggiacente, poco visibile ma comunque percepibile a un’attenta indagine) il mondo del nostro quotidiano lavorativo, affettivo e in ultima istanza nella nostra vita tout court.

«Era economicamente razionale che i software fossero forniti gratuitamente o a basso costo, attraverso una modalità che ne permettesse la modifica (a partire dal codice sorgente). (…) All’interno di una economia dell’informatica fondata sulla vendita di hardware e su un sistema di distribuzione centralizzato, i migliori software non potevano che contribuire a smerciare più macchine. IBM integrava in questo senso ai suoi software le modifiche più utili fatte dagli utenti, fidelizzando i clienti, prevenendo l’emergere di produttori di software indipendenti e consolidando la sua posizione quasi egemonica in un mercato dove i costi di entrata sono proibitivi».

La “Storia di una resistenza” – come recita il titolo del primo capitolo – iniziò così con una strategia commerciale che permetteva di sfruttare la libera condivisione e modificazione partendo dal cuore pulsante del programma informatico: il suo codice sorgente (2). L’evoluzione di un mondo sempre più dominato dall’informatica, a partire soprattutto dall’avvento del Pc, internet e compagnia, sarà un continuo profilarsi di battaglie pro e contro quella che per tutto il libro viene considerata la posta in gioco decisiva per il futuro dell’umanità: la libertà. Libertà non in senso astratto ma come concreta possibilità di intervenire e modificare quelle tecnologie che determinano la realtà in cui viviamo che si vorrebbe acquisita, suscettibile di perfezionamenti ma esente da alternative capaci di cambiarne il senso e la direzione. Il senso dell’umana avventura – e scusate se può sembrare poca cosa – è tutto qui e questo libro, con la sua pacata narrazione, riesce senza voli pindarici a dimostrarcelo parlandoci di cose con cui abbiamo a che fare tutti i giorni nella pratica quotidiana della vita. Nel lavoro, nella sua autonomia come nella sua costrizione, e nel tempo libero, nella sua progressiva ma inesorabile cancellazione e fusione col tempo lavorativo. È in questa cornice che disquisire sull’etica hacker non riguarda una pura discussione di nicchia fra appassionati informatici. Se questa etica «fondata sulla passione e l’interesse personale» soppianterà – come l’autore vuole dimostrare con un brillante incrocio di dati e analisi – «a poco a poco la vecchia etica protestante basata sul dovere e l’interesse finanziario» ciò significa che l’intero mondo, così come noi siamo abituati a vederlo e esperirlo, sta già subendo un rapido processo di trasformazione radicale rispetto al quale chiunque non disponga, o non si appresti a disporre, degli strumenti adeguati a fronteggiarlo verrà inesorabilmente messo da parte. Inevitabile – leggendo via via queste pagine – riflettere sulla situazione politica attuale del nostro Paese come di quella mondiale. Spiegare tirando in causa la pancia o l’irrazionalità (termini passe-partout per tutto ciò che non si riesce a comprendere) l’abominio del nostro governo Lega-5stelle oppure Trump o tanti altri esempi simili, vuol dire non aver capito ciò che questo libro con molta facilità e concretezza rende evidente. E cioè che l’enorme trasformazione in atto del mondo e del soggetto che lo abita comporta la necessità di un’altrettanta radicale trasformazione del nostro modo di pensare. In questo la nuova destra di Salvini-Di Maio nel loro assurdo, per noi, procedere è molto più in sintonia con questo vitale bisogno di quanto abbia dimostrato finora non solo la presunta sinistra di governo ma anche tutta la sinistra radicale del nostro come di altri Paesi. Fosse solo il modo populista di porre la questione del reddito di cittadinanza (anche solo per averlo posto nella sua nuda necessità) ciò li distacca nettamente da quella logica tutta difensiva dei soli diritti acquisiti ai quali siamo ancora strenuamente attaccati. Broca nell’ultimo capitolo, parlando di general intellect e reddito universale, mette in luce come le teorie di pensatori come André Gorz e Yan Mouler Boutang, con obiettivi opposti concordino nella necessità di «abolire la gabbia salariale, grazie al reddito universale» mettendo così «in luce, insieme ad altri, un nuovo orizzonte di conquista sociale». Vedere un altro orizzonte è quindi l’obiettivo indispensabile affinché all’umanità si possa aprire di nuovo a quello che i punk della fine degli anni Settanta avevano definito morto, cioè il il futuro. Questo possibile riaprirsi del futuro è la spinta di necessità che sottende tutto il libro di Broca parlandoci di cose che hanno un risvolto molto pratico: il copyright,le stampanti 3D o i dispositivi integrati (DRM) che impongono determinate restrizioni nell’uso degli oggetti tecnologici e tanto altro ancora. È in definitiva un manuale pratico che ci dimostra come il bricolage informatico stia completamente reinventando il sociale e ancora di più reinventando tutti noi portandoci «ad interiorizzare, sotto forma di speranza di realizzazione personale, richieste che sono in realtà esogene: essere creativi, essere motivati, essere performati, essere raggiungibili in qualsiasi momento etc». E alla fine non si può non concordare che esiste un «filo che lega la critica antigerarchica degli anni Sessanta, l’etica hacker e le nuove forme di management» le cui convergenze sono evidenti «sia per quanto riguarda la rivendicazione di un’organizzazione non burocratica del lavoro che per la volontà di trasformare il lavoro stesso in forma privilegiata di realizzazione di sé». Sempre però precisando che per quegli anni Sessanta (e per l’Italia anche i fondamentali anni Settanta) non si può parlare solo di una visione anticipatoria che legherebbe quel passato contestativo con le trasformazioni odierne, ma piuttosto occorrerebbe dire che quella «breve stagione di “movimento” che voleva anticipare il piano del capitale» come ricorda Primo Moroni (3) esprimeva, più o meno consciamente, «la tensione verso un altrove, verso nuovi spazi e luoghi».

«Un “divenire” senza un modello prefissato, immaginato e desiderato. Ed è ovvio che dentro questo percorso, si condensino e muoiano larga parte delle esperienze precedenti in modo, per così dire, “spontaneo” mentre il trovarsi sul crinale dell’intelligenza possibile della trasformazione in atto rende le soggettività fragili, attaccabili, indifese». Ripensare quel filo, che cuce sulla trama del passato i disegni che si vanno realizzando oggi, ha senso e assume un significato determinante per la nostra impellente necessità di dover modificare il nostro modo di pensare. Ma solo se si comprende che quel movimento ha fallito nel suo «compito forse troppo grande» per la sua «breve stagione» e che proprio da questa consapevolezza possiamo pensare «che una nuova rivoluzione sta per diventare possibile a partire dalla constatazione che abbiamo consumato qualche secolo di storia dei movimenti di rivolta, che tutto questo è una memoria, un giacimento minerario che ha in parte esaurito – come altre volte nella storia – il suo filone aurifero principale, e che forse nelle vene parallele vi sono molti materiali assai preziosi che sono stati trascurati e altri, chissà dove, impareggiabilmente ancora più preziosi». In questa prospettiva il libro di Broca presenta – al di là dell’indiscutibile bellezza ed efficacia della narrazione di cui abbiamo già, anche se troppo sinteticamente, scritto sopra – l’aspetto più discutibile. Il prologo e l’epilogo, brevi ma intensi, si offrono a un discorso prospetticamente più ampio che coinvolge l’idea di utopia, la sua odierna messa in crisi, se non addirittura scomparsa, e la sua possibilità di reinventarsi come imprescindibile necessità storica ancora in fieri. Personalmente credo che in quel «giacimento minerario» della nostra storia passata, in quel “filone aurifero principale” esaurito si trovi innanzitutto proprio l’idea di utopia.

Non è possibile qui disquisire sulla definizione e storia dell’utopia, occorrerebbe comporre almeno un piccolo saggio. Mi permetto solo di dissentire sulla distinzione che vedrebbe La città del sole di Campanella come un mito piuttosto che un’utopia, il che equivale alla negazione di tutta la storia dell’utopia come è ormai classicamente descritta. Certamente è lecito uscire dai binari prefissati, purché si motivi tale scelta. E ancora non si può scorporare dall’utopia quella che è proprio la sua più alta esemplificazione, la sua naturale meta, cioè la “fine della storia”. L’incubo da cui tutti noi cerchiamo da sempre di svegliarci. Ma a prescindere da queste lapidarie osservazioni quello che mi interessa stigmatizzare è l’idea centrale che qui è sottesa dell’utopia: cioè che «senza rappresentazione del futuro, trasformare il mondo diventa difficile». Concetto che va di pari passo con un’utopia definita «concreta» – di ispirazione blochiana (4) – «legata alle forme e ai contenuti già sviluppati all’interno della società attuale» che in questo modo «chiarisce le “possibilità reali” implicite nel presente, ed evita allo slancio utopico di perdersi in progetti sconsiderati». E per finire, nell’epilogo, nell’identificazione tra Libero e Utopia concreta si definisce questa nuova utopia come «dotata della capacità di mettere in discussione il mondo così com’è mentre prova a delineare alcune linee di fuga. Quest’utopia non è mai enunciata nella sua globalità e nemmeno presentata come un insieme di elementi già definiti che basterebbe assemblare. In conformità alla indeterminazione del free software, l’utopia concreta resta aperta a modifiche o addirittura a fork (5) se qualcuno giudica poco soddisfacenti le direzioni prese. Inoltre essa è costantemente ripresa, rinnovata e rivista da altri». Questo costantemente riprendere, rinnovare e rivedere è già realtà, la realtà del potere che non è mai solo negativo ma è sempre anche positivo nel suo dispensare libertà. È questo, e solo questo, che gli permette di sopravvivere e perpetuarsi. Credo che Foucault ce lo abbia dimostrato bene. Ma è una libertà che tende sempre a chiudersi in una sintesi, a non lasciare mai i conflitti aperti. L’utopia che sottende l’idea della pacifica condivisione conflittuale, scusate l’ossimoro, unita a quel «non perdersi in progetti sconsiderati» la dice tutta sul carattere distopico che ogni utopia porta inesorabilmente in grembo. Non che l’utopia non abbia avuto una funzione storica importantissima. È stata molto probabilmente la mancanza di questa a determinare la sconfitta di Spartaco, come di tutte le numerose rivolte servili avvenute prima di lui. Ma oggi l’utopia è stata definitivamente consumata e le nuove possibilità rivoluzionarie non possono che ripartire da un nuovo «divenire senza un modello prefissato, immaginato, desiderato», privo il più possibile di qualunque afflato utopico. Operazione difficilissima e semplice al tempo stesso: imparare a vivere senza un’utopia, prenderci sulle spalle quella responsabilità, indicata già da Nietzsche, di costruire l’uomo nuovo, essendo morto ormai quello vecchio. Una forma nuova che non può essere plasmata più da alcuna utopia, che non sia quella del potere oggi vincente, il capitale, concreta o meno che sia. Sta a noi lavorare, confliggendo e cercando di lasciare i conflitti aperti anche in tutta la loro drammaticità e pericolosità, per cercare di mettere in questa nuova forma di essere umano tutti gli elementi possibili di libertà, di resistenza, di non obbedienza, di spreco, di ribellione e quant’altro possa inceppare i meccanismi ben oliati del potere. Distruggere oggi, per quanto possa sembrare paradossale, è già un costruire perché è in sé apertura ad alternative possibili, ma non ancora immaginabili, alla inesorabile estinzione della nostra specie che il capitalismo si appresta a portare a termine, se nessuno lo ferma prima. Ma forse un altro elemento va colto alla fine di questo libro, qualcosa di disturbante che getta un’ulteriore ombra sulla necessità di una qualunque nuova utopia. In una manciata di righe, una specie di piccola digressione, si fa notare come «le donne non rappresentano più dell’1,5% dei collaboratori dei software liberi, contro un 28% dei software proprietari». Per quanto possa essere azzardato è proprio impossibile prendere questo come un possibile segno di rifiuto, o quanto meno, di diffidenza, da parte di quel mondo femminile, da sempre storicamente dirompente nei confronti dei sogni solipsistici maschili? Cosa stiamo sognando, o forse ancora meglio, chi sta sognando e cosa al posto nostro?

Nota 1: Su Giorgio Griziotti qui: http://www.labottegadelbarbieri.org/neurocapitalismo-e-cura/ e qui: http://www.labottegadelbarbieri.org/nel-nostro-mondo-di-ubik/

Nota 2: Sul codice sorgente si possono trovare varie spiegazioni con una semplice ricerca in internet, ma per fare un esempio terra terra è come avere accesso a un manuale che ti spiega come modificare un vecchio motore di automobile, puoi così truccarlo per farlo correre di più, o aggiustarlo da te o altro ancora. Oggi ovviamente, come anche questo libro ricorda, anche per i mezzi di trasporto non esiste più questa possibilità.

Nota 3: Intervista di Tiziana Villani a Primo Moroni in «Millepiani» n. 5, 1995 https://moroniecaronia.noblogs.org/territori-della-trasformazione-e-collasso-dellesperienza/

Nota 4: Ernst Bloch.

Nota 5: bivio, biforcazione.

 

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