Utopie e distopie nel mondo cosiddetto reale fra…

… fra dittature e democrazie

Recensione di db a «Il futuro in bilico» di Elisabetta Di Minico (*)

Se pure l’utopia è irraggiungibile, è per lei secondo Eduardo Galeano che ci si mette in viaggio: «Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare».

Il contrario di utopia è distopia, ovvero il luogo “cattivo” che (ancora) non c’è ma è possibile, forse vicinissimo. Elisabetta Di Minico ha scritto con «Il futuro in bilico», sottotitolo «Il mondo contemporaneo tra controllo, utopia e distopia» – Meltemi: 420 pagine per 28 euri – un libro importante, usando la fantascienza come grimaldello per scardinare il presente e i futuri (ravvicinati) possibili.

Il primo capitolo ci introduce ai temi saltellando fra i secoli per mostrarci come la coppia utopia/distopia abbia genitori illustri.

Utopici? I primi nomi che vengono in mente sono Bacone e Voltaire. Passando per i seguaci di Charles Fourier e per Edward Bellamy arriviamo all’immeritatamente dimenticato «L’anno 2440» scritto (nel 1771) dall’illuminista Louis Sébastien Mercier.

Variamente distopici «Erewhon» di Samuel Butler, molti passaggi de «I viaggi di Gulliver», alcune opere di Verne, «La macchina si ferma», «Rur» di Karel Capek e «Metropolis» (l’autrice cita solo il film dimenticando il romanzo del 1925 di Thea Von Harbou da cui fu tratto) per arrivare alla fantascienza propriamente detta letteraria, cinematografica e fumettara. Chiariamo subito che quasi solo in Italia, per un antico pregiudizio, romanzi come «1984» o «Il mondo nuovo» non sono considerati fantascienza.

Il secondo capitolo – «distopia e controllo» – esamina in dettaglio 20 opere. E ci sono recuperi assai interessanti. Per esempio il romanzo «La notte della svastica» (del 1937) scritto dall’inglese Katharine Burdekin. O «Antifona» (1938) della scrittrice e filosofa Ayn Rand. Oppure «Kallocaina» (1940) della svedese Karin Boye. Tre donne “rimosse” dunque: sarà un caso?

Fra i libri citati di sfuggita – sarebbe stato impossibile analizzarli tutti – anche «Qui non è possibile» (1935) di Sinclair Lewis che immagina gli Usa sotto dittatura: quel titolo a me ricorda i tanti che recentemente di fronte ai primi segni di ri-fascistizzazione in Polonia, Ungheria o Turchia avevano sentenziato “indietro non si torna”… E infatti.

Siamo così arrivati a metà libro. E adesso Elisabetta Di Minico ci propone i due capitoli finali (risultano più intrecciati che paralleli) ovvero «Distopia e poteri dominanti» – cioè le dittature, più o meno mascherate – e «Distopia e poteri suadenti» insomma i governi che vengono definiti come democratici. Politicamente sono i due capitoli più interessanti, è ovvio. Il reale e l’immaginazione a confronto: e il risultato può spaventare anche le persone più coraggiose. Pur con tutti i distinguo storici, teorici e pratici, l’autrice giustamente annota: «la “cancrena” che divora i poteri suadenti è poco differente da quella delle peggiori dittature». E’ una osservazione che si può estendere dal caso particolare al generale. Verso la fine (pag 199) Elisabetta Di Minico chiarisce: «il presente studio non vuole screditare i sistemi democratici […] almeno non del tutto». Ma citando Herbert Marcuse ricorda che comunque «questa società cambia tutto ciò che tocca in una fonte potenziale di progresso e di sfruttamento, di fatica memorabile e di soddisfazione, di libertà e di oppressione». E più avanti aveva riportato una delle frasi più famose (e difficilmente contestabili) di Marcuse: «una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico». Beninteso è «levigata» in questa parte del mondo perchè altrove (nelle vecchie/nuove colonie) il capitalismo può togliersi la maschera e mostrarsi – perfino vantarsi- capace di ogni infamia. Qui è un Occidente che si finge tollerante, lì cambia una sola vocale e diventa Uccidente.

Un libro che merita dunque. Difetti? Non potendo dire tutto in 400 pagine, alcune sezioni storico-politiche sono tagliate con l’accetta e frettolose; questo forse spiega anche perchè tra le fonti si citino opere più propagandistiche («Il libro nero del comunismo» o «Lo scontro delle civiltà» di Samuel Huntingron) che ricche di documentazione.

Auspicabile che, in prossimi lavori, il gruppo di ricerca HISTOPIA (bellissimo nome) del quale l’autrice fa parte recuperi anche testi utopici/distopici di area anarchica, qui un po’ trascurati. Si potrebbe partire dall’antologia (del 1948 ma ripubblicata nel 1981) «Viaggio attraverso l’utopia» di Maria Luisa Berneri.

Intanto i più ottimisti fra noi continuano a camminare verso le utopie e a pensare che le rivoluzioni possano sovvertire in meglio lo stato presente. Ognuna/o interpretando a suo modo la frase del bolscevico (poi dissidente) e romanziere Evgenij Zamjatin: «l’ultima rivoluzione è come l’ultimo numero: non esiste».

(*) questa recensione è uscita sul mensile «A rivista anarchica» dello scorso mese. In “bottega” non è stata messa di Marte-dì (il giorno che in parte è dedicato al fantastico e dintorni) perchè, con ogni evidenza, l’autrice ha voluto scrivere un libro a cavallo fra letteratura, analisi del presente e immaginazione.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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