Vastano e Wandrei non mi hanno convinto ma…

sugli ultimi Urania c’è altro da leggere

Se non tutte le ciambelle riescono col buco allora può capitare anche al Premio Urania: o almeno così la penso io db, sottoscritto me medesimo qui (o lì) agli atti con carta di identità, certificata dalle istituzioni, senza la quale non potrei esistere o almeno burocraticamente identificarmi. Non so dire ovviamente se questa era un’annata meno felice (può capitare) o se la giuria ha sbagliato scegliendo «Simbionti» di Claudio Vastano che trovate in edicola per tutto novembre: 304 pagine per 6,50 euri.

Le prime pagine mi avevano intrigato. Continui salti (Liberia e Sierra Leone, Argentina, Zambia, Londra, Bolivia, l’isola di Telasar che però non risulta all’onnipotente Wikipedia da me interpellata….) di scenari e di personaggi. Un’aria da thriller catastrofico. Formiche, licheni, funghi, «megasciami»… e tanti guai. Quanto agli ogm la domanda giusta arriva a pagina 80: «non pensate che un organismo geneticamente modificato, capace di andarsene a spasso per il mondo, possa rappresentare un potenziale rischio per l’ecosistema?». Tanto più se la multinazionale Biogen, protagonista del romanzo, utilizza «materiali scadenti», mostra «imperizia e ottusità»: in teoria lo scopo è nobile (risolvere il problema dell’inquinamento più nocivo) ma corre voce che l’Inferno sia lastricato di buone intenzioni quanto di avidità, rischi mal calcolati e assenza di verifiche; fa da cicerone in questa sezione infernale tale Alfred Nobel.

Dopo un inizio veloce e ben costruito, Claudio Vastano si incarta: la scrittura via via peggiora e diventa ripetitiva, quasi tutto è prevedibile con improbabili dialoghi hollywoodiani e un finale fiacco (vaghissimo: forse perchè l’autore ha in mente un seguito?).

Insomma: mi ha deluso assai. A mio avviso uno dei peggiori vincitori nella storia del premio Urania.

Qualcosa di interessante nelle ultime pagine: ci sono i tre racconti finalisti del «premio Urania Short 2018» con tanto di scheda per votare (va firmata e spedita per posta: evviva) e dunque il vincitore o vincitrice sarà democraticamente scelto; almeno in teoria perchè poi se qualcuna/o compra 500 copie di Urania il risultato sarà un po’ falsato con una spesa di “soli” 4500 euri. Chissenefrega direte – giustamente? – voi visto che non riusciamo a impedire i brogli elettorali in Sicilia e Lombardia. E allora mi taccio, annunciando però il mio voto: dopo mooooolte incertezze fra i racconti di Massimiliano Giri e di M. Caterina Mortillaro ho scelto la seconda. A febbraio si saprà chi dei tre ha vinto.

In edicola arriva anche (Urania collezione: 178 pagine per 6,90 euri) l’ennesima ristampa de «I giganti di pietra» – titolo originale «The webof easter Island», pubblicato nel 1948 ma scritto nel 1932 e si sente – di Donald Wandrei nella traduzione di Andreina Negretti. Se non avete letto Lovecraft e/o uno dei suoi 27.914 (ma stasera potrebbero essere 7 di più) cloni il romanzo vi può stupire; altrimenti appalla e strazia.

Invece nell’ultima trentina di pagine c’è un bel leggere con un saggio di Fabio Feminò: è la seconda parte – la prima era uscita in agosto; cfr Rudy Rucker: in edicola «Software, i nuovi robot» – di «C’è vita oltre a noi?», densa di notizie, spunti, stranezze e consigli di lettura fra scienze e letteratura di immaginazione con rapidi passaggi fra i delfini, dalle parti dello storico babilonese Beroso e persino all’Expo Milano. Mi raccomando (con Feminò): restate dubbiosi e curiosi ma attenti ai ciarlatani e a non cadere nella pareidolia… come nell’immagine (“rubata” in rete) che apre codesto post. In attesa della terza puntata, mi permetto di segnalare a Feminò un piccolo errore (o un refuso): il segnale «Wow!» fu rilevato dall’astronomo Jerry R. Ehman il 15 agosto 1977 e non il 19; come raccontato qui Il segnale «Wow» o della speranza dall’astrofilosofo Fabrizio Melodia.

Confermando una certa pigrizia, a dicembre Urania manderà in edicola – con una nuova traduzione – il più che classico «La nube purpurea» di M. P. Shiel. E io (noi?) qui a sperare in una scossa.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Non ho letto il romanzo, ma sinceramente sui racconti, che ho letto, ho qualche riserva. Se questo è il meglio dei racconti di fantascienza arrivati al premio Urania shorts (e qualche riserva su questo l’avanzo), chissà gli altri.
    Si prendano i finali dei primi due.
    In quello di Massimiliano Giri si dichiara esplicitamente di aver copiato l’idea da Olaf Stapledon (e il buon Ernesto, parte maschile della coppia protagonista, come lettore di Stapledon risulta pure pochissimo credibile).
    In quello di Caterina Mortillaro, appare nel finale una lettera della mamma del protagonista completamente fuori dal range della credibilità, messa lì al solo scopo di informare il lettore (una mamma non riassumerebbe mai in una lettera tutto il pregresso, al limite lo si dovrebbe intuire tra le righe, delle quali dovrebbe trasparire soprattutto l’emotività e l’angoscia).
    Entrambe le idee che reggono i due pezzi, poi, appaiono quanto di più già sentito si possa incontrare, nonostante lo stile, soprattutto in quello della Mortillaro, si faccia apprezzare.
    Confesso che quello di Valentino Poppi non sono riuscito a terminarlo, trattandosi di una cronaca dettagliata fino alla nausea – e svuotata di ogni contenuto emotivo – di una partita di scacchi spaziale.
    Si tratta di opinioni personali di un lettore anonimo, ovviamente, ma… Ma non sono proprio i lettori anonimi (i lettori e basta) coloro che dovrebbero giudicare e votare? Qui m’imbarazzo. Perché un voto proprio non saprei a chi darlo. Davvero questo è il meglio della SF breve italiana?

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