V-4: veti, voti, vuoti più Vauro

un dossier con i contributi di Franco Astengo, Piero Bernocchi, Giovanni Sarubbi e Wu Ming

Dopo l’analisi a caldo di Alessandra Daniele (*) ecco alcune analisi. La “bottega” le riprende… in ordine d’arrivo. Tutte le vignette sono di Vauro Senesi.

Come da previsioni, nelle elezioni europee: trionfa la Lega, tracollano i Cinque Stelle, il PD respira

di Piero Bernocchi

Fenomenologia del “popolaccio” salviniano

Una premessa sull’Europa. Mi sa che aveva visto giusto Altan con la sua vignetta “L’Europa è come la mamma”: può essere cattiva, severa, ingrata, ingiusta, anaffettiva, ma si può sempre sperare che migliori, che ci tratti un po’ meglio ed in ogni caso è peggio non averla o essere orfani. E cioè, fuor di metafora: nonostante il malcontento e le critiche forti nei confronti della politica dell’Unione Europea, alla resa dei conti i partiti nazional-populisti e/o fascistoidi, che predicano la disgregazione della UE, non hanno sfondato né cambiato significativamente gli equilibri parlamentari europei perché la larga maggioranza dei cittadini/e, andati al voto molto più che in precedenza (tranne che in Italia, un paio di punti in meno), ha detto che vuole una Europa più democratica, giusta, solidale ed egualitaria ma non tornare alle sovranità nazionali, con il ripristino delle frontiere, delle cento monete, dei separatismi e dei conflitti – fino alle grandi tragedie belliche – tra Stati modellati come nell’Ottocento o nel Novecento. E in questo neanche la Francia e l’Italia costituiscono delle vere eccezioni: in Francia Le Pen ha dismesso il tema “uscire dall’Europa” da tempo e ha propagandato un nazionalismo à la carte che peraltro non è stato poi così premiato, perché il suo 23% è inferiore di due punti rispetto alle precedenti Europee ed è più giusto dire che ha perso Macron (al 22%) più che ha vinto lei. E neanche la Lega ha più battuto il tasto dell’uscita dalla UE e dall’euro che per la verità la maggioranza dei suoi elettori/trici (cosa che del resto vale per la maggioranza abbondante degli italiani/e) non desidera affatto.

Però, l’Italia costituisce davvero un caso eclatante, rispetto agli altri paesi dell’Europa occidentale, per la misura del trionfo della Lega – che dall’arrivo al governo ha accentuato sempre più i caratteri reazionari – che, addizionato al successo dei Fratelli d’Italia di Meloni, porta da noi la destra estrema al 41%, mentre ad esempio in Spagna Vox si ferma al 6% e l’Afd in Germania all’11%. E per giunta lo fa al termine di una campagna elettorale che ha stuzzicato tutti gli stilemi delle culture e delle ideologie simil-fasciste e riportato a galla, potenziato, ingigantito e compattato un popolaccio che affonda le sue radici in plurisecolari, negative pulsioni italiche, più forti che altrove, già emerse con evidenza durante il Ventennio mussoliniano. Certo, lo avevamo detto e messo per iscritto fin dal giugno 2018, subito dopo la formazione del governo Salvini-Di Maio (anche se faticammo non poco all’inizio a far capire la natura massimamente reazionaria e senza precedenti di questo governo), che i Cinque Stelle avrebbero portato verso il trionfo la Lega e ne sarebbero stati dissanguati. L’ignoranza, la spocchia e l’arroganza del gruppo fondatore – che ha costruito i propri successi sulle tesi del “non siamo né di destra né di sinistra, ma oltre” o del “non siamo antifascisti perché il fascismo è scomparso”, nonché sull’odio verso i politici tout court in nome di una autoproclamata purezza antropologica e millantata onestà-tà-tà – ha impedito loro, tanto più in presenza di una gestione padronale e di un infimo tasso di democrazia interna, di evitare la disfatta, arrivata peraltro in tempi asai brevi.

Scrivemmo alcuni mesi fa, parafrasando i dialoghi dei western di Sergio Leone, che “quando un partito senza ideologia ne incontra uno che invece ne ha tanta, il primo fa una pessima fine“. E la Casaleggio Associati e Giggino Di Maio avevano sottovalutato il profondo cambio di pelle della Lega salviniana, il cui lungo e certosino lavoro negli ultimi anni ha mirato non già a rappresentare il vecchio indipendentismo della Lega dei Bossi e dei Maroni, bensì a costruire un blocco sociale ideologico e culturale (sub-cultura, si dirà, però funzionale) prima ancora che economico e strutturale, forgiando quel popolaccio salviniano, del tutto interclassista e trasversale, di cui in conclusione proverò a tratteggiare i caratteri patologici. I Cinque Stelle hanno impiegato quasi un anno a capire che le armi usate a piene mani dalla Lega (razzismo, xenofobia, ossessione identitaria, paranoia securitaria, odio verso l’ultimo arrivato, verso i diversi, i più deboli, l’ostentazione dell’omofobia, del machismo e della misoginia, la religiosità bigotta, il culto del Capo e dell’Uomo Forte da seguire e venerare ecc.) non solo erano più potenti ma costavano assai meno (anzi, praticamente niente) rispetto agli obiettivi propagandistici dei Cinque Stelle. I quali, con il sedicente reddito di cittadinanza, pensavano di rieditare una sorta di assistenzialismo neodemocristiano, che però, in assenza delle risorse economiche della DC e della sua capillare presenza territoriale, aveva funzionato solo nella campagna elettorale del 2018, e per giunta solo al Sud in maniera clamorosa, ma aveva rivelato il bluff e la cialtroneria conseguente una volta avviato il progetto con scarse risorse, competenza miserrima e assenza di quella diffusione reale nel territorio in grado di aggregare e consolidare le clientele.

Però, la Lega aveva un punto debole micidiale: era stata già al governo ben tre volte e non aveva realizzato nessuna delle promesse riproposte in campagna elettorale, presentava un ceto politico di lunghissimo corso (la Lega è il più vecchio partito presente in Parlamento), con Salvini stesso che in vita sua non ha mai fatto altro che il politico (in consiglio comunale già a 21 anni come leader dei “comunisti padani”), e non avrebbe mai potuto risultare credibile come “il governo del Cambiamento” tornando a gestire il potere con Berlusconi, Meloni e tutta la vecchia compagnia di giro, già crollata ben tre volte alla prova del governo. La Lega abbisognava di un paravento, di qualcuno che cancellasse con la sua presenza i tanti anni governativi della Lega, che la ridipingesse come nuova con la sua compartecipazione; e i Cinque Stelle, con un cretinismo parlamentare e una sete di potere da parvenu, si sono offerti come cavallo di Troia per l’ingresso nella “fortezza” governativa: solo che. a differenza della mitica guerra narrata da Omero, qui ed ora il legno del “cavallo” è stato bruciato dai leghisti per riscaldare e potenziare la propria avanzata.

Appare non facile spiegare tale sciagurata incapacità di leggere quello che stava accadendo, così come la subitanea resipiscenza arrivata solo nelle ultime settimane elettorali: che ha provocato però un tale rovesciamento nei rapporti tra Lega e Cinque Stelle da convincere milioni di persone che le responsabilità nei fallimenti governativi andassero addebitate in toto al M5S e non alla Lega, che andava premiata perché potesse assumere il pieno comando governativo o sbarazzarsi del tutto dei Five Stars. Nelle ultime settimane, Di Maio è apparso una falena impazzita che continuava a sbattere inutilmente contro la “lampada” imperforabile di Salvini, virando la campagna elettorale sulla aggressione all’alleato e sul tentativo di dimostrarne l’incapacità e la pericolosità, ma finendo per picconare e squalificare il proprio governo e il proprio ruolo in esso. Di Maio ha strombazzato urbi et orbi che Salvini, e di conseguenza il governo, non aveva fatto nulla sui rimpatri, che i porti erano apertissimi, che il decreto-sicurezza bis era incostituzionale e impresentabile, che l’economia peggiorava perché, con le sue dichiarazioni, Salvini aveva fatto alzare lo spread, che Boccia, capo della Confindustria, aveva ragione nel dire che per sistemate l’economia il governo doveva buttare nel cestino il “contratto” costitutivo; e, per giunta, che Salvini aizzava la piazza, provocava scontri, stava riportando il clima degli anni ’70, doveva piantarsela di strumentalizzare la polizia, di usare i nazifascisti di Casa Pound e Forza Nuova (a proposito: malgrado tutta la pubblicità diretta e indiretta ricevuta in questi mesi, le due formazioni nazi-fasciste hanno raccattato lo 0.6% la prima e lo 0.3% la seconda), di riproporre l’armamentario verbale mussoliniano e disprezzare il 25 Aprile, i partigiani e la Resistenza.

Solo che tutto questo strepitare e aggredire (e Salvini da par suo ha replicato sottolineando la totale inconsistenza e cialtroneria della gestione economica dei Di Maio, Toninelli, Castelli e compagnia) si è rivelato un clamoroso autogol sia verso sinistra sia verso destra, come è dimostrato dalla discrasia tra i sondaggi di un paio di mesi fa (prima che iniziasse la conversione “antifascista” e antisalviniana dei 5 Stelle) che davano i Five Stars in calo ma comunque intorno al 23%, e i risultati elettorali che li schiacciano addirittura su un 17% che significa il dimezzamento rispetto alle politiche del marzo 2018. A sinistra, in senso general-generico, una buona percentuale di quelli da lì provenienti, che in qualche modo avevano assorbito la botta dell’alleanza con la Lega, di fronte allo squadernare tutte le bassezze dell’alleato leghista contraddetto dal ribadito “governeremo ancora con la Lega fino alla fine della legislatura”, hanno pensato più igienico tornare a votare un PD “derenzizzato”, o magari astenersi, piuttosto che ri-votare una tale banda di scappati di casa. E a destra, tanti di quelli che pencolavano tra le due forze di governo, hanno infine optato per la Lega o addirittura per Fratelli d’Italia, più credibili e coerenti nella loro politica reazionaria.

Da tale clamoroso posizionamento suicida della Casaleggio Associati e dei suoi subordinati, ha tratto vantaggio persino il PD. Zingaretti, colui che sembra non dire niente anche quando parla, ha dovuto fare ben poco per far tornare a casa quattro punti percentuali di voti nelle Europee e per ottenere alcuni non trascurabili exploit in alcune grandi città, dove risulta il primo partito, come il 43% di Firenze, il 40% di Bologna, il 36% di Milano, il 33% di Torino e il 30% di Roma, nonché altri successi nelle elezioni amministrative ove con il centrosinistra vince al primo turno in vari capoluoghi di provincia (Firenze, Bari, Bergamo, Pesaro, Modena, Lecce) e in altri (Reggio Emilia, Cesena, Foggia e Livorno) va al ballottaggio come prima forza. Tutto ciò, malgrado il PD non abbia presentato programmi veri né obiettivi e proposte stringenti e fattuali ma solo un elenco di generici propositi di vecchio stampo socialdemocratico, o social- liberista “temperato” come sarebbe più corretto dire, vista comunque la grande disponibilità alle Grandi opere e verso l’imprenditoria, il rispetto delle regole del gioco europeo, la “moderazione” salariale ecc. E’ bastato mettere in ombra Renzi, recuperare i transfughi dalemian-bersaniani e un po’ di intellettualità pentita, fare dichiarazioni buoniste, solidali e “francescane” (nel senso di papa Francesco), condire di generiche promesse di “ritorno in mezzo al popolo” (vedi riapertura sede di Casalbruciato et similia) e, pur gravato da un eloquio che manco ai banchetti di matrimonio lo prenderebbero, Zingaretti sta facendo credere a parecchi commentatori che quel corpaccione del PD, che fino a ieri sembrava uno zombie irrecuperabile, si è rianimato e almeno respira regolarmente.

C’è da aggiungere però che – pur di fronte ad una destra estrema, Lega più Fratelli d’Italia, al 41% (e al 42% se ci aggiungiamo le frattaglie di casa Pound e Forza Nuova) che, con l’aggiunta di Forza Italia, arriverebbe al 50% – il gruppo dirigente del PD pensa, e non senza alcune ragioni, di poter contare sullo sfaldamento, o su un brusco cambio di direzione, dei Cinque Stelle, verso una possibile futura alleanza (non a caso le ultime dichiarazioni sono state: “non ci alleeremo mai con il M5S di Di Maio”; ma con un altro leader?). A favore di questa prospettiva, gioca anche la penosa situazione che deve ora fronteggiare la Casaleggio Associati. Per rimanere al governo, caduto il quale la gran parte del personale politico raccogliticcio dei Cinque Stelle dovrebbe tornare a casa senza possibilità di ritorno ai fasti istituzionali, Di Maio e soci dovrebbero accettare apertamente la condizioni di personale di servizio a disposizione di Salvini. Che ha già descritto le prossime, micidiali forche caudine politiche: accelerazione delle Grandi opere, a partire dalla TAV (tanto più dopo la vittoria leghista in Piemonte); approvazione rapida della “autonomia differenziata”, cioè della regionalizzazione spinta, la “secessione dei ricchi”; lancio della flat tax nella prossima Legge di bilancio; chiusura dei porti e respingimento dei migranti, da far sottoscrivere anche al Parlamento europeo. Come i Five Stars possano accettare di rimanere al governo in una posizione apertamente servile appare difficile immaginare, visto il rischio di rapida estinzione, pur se anche una ravvicinata prospettiva elettorale, che taglierebbe fuori quasi tutto l’attuale gruppo dirigente, sembta non meno raggelante per la attuale leadership.

D’altra parte il PD può cantare vittoria anche per il pesante (oltre le più pessimistiche previsioni dei promotori/trici) fallimento della lista La Sinistra, malgrado i sondaggi non sfavorevoli e alcune sponsorizzazioni “di grido”. L’1,7% raccolto è davvero poca cosa, appena un po’ meglio del precedente 1,1% alle Politiche di Potere al Popolo, creatura soffocata nella culla, malgrado i salti mortali del buon Cremaschi, da stalinoidi vecchi e nuovi. Ancora una volta Rifondazione Comunista ha ripetuto l’autolesionistico rituale praticato dal fallimento del secondo governo Prodi in poi. Dopo aver strenuamente rivendicato nell’attività quotidiana consueta il proprio “essere comunista”, con tanto di attrezzatura novecentesca di falci e martelli e pur senza aver spiegato, dopo quasi trenta anni dalla nascita, che relazione ci sia con il comunismo novecentesco del “socialismo reale”, al momento dell’appuntamento elettorale ha riproposto per la quarta volta consecutiva, a partire dalla catastrofica Lista Arcobaleno, la sua mimetizzazione dietro un presunto salvatore della patria o “federatore”. L’altro ieri si trattò di Ingroia, ieri di Tsipras, oggi sarebbe dovuto essere il vanesio De Magistris, passato da magistrato manettaro simil-Di Pietro ad una sorta di Napoleone de’Forcella, generale però senza esercito che immaginava la candidatura alle Europee come primo passo per arrivare addirittura alla Presidenza del Consiglio, come aveva confidato, in una delirante intervista all’Espresso, alla giornalista Stefania Rossini, basandosi sulla certezza di “piacere molto non solo alle donne ma anche a tanti uomini”.

Salvo poi fare precipitosa marcia indietro in extremis, accortosi dell’inconsistenza delle proprie pretese e del proprio rilievo nazionale, lasciando in braghe di tela il PRC che non ha potuto fare altro che rimettersi insieme a quel Fratoianni che aveva guidato, come braccio destro di Vendola, la più vistosa tra le tante scissioni del travagliato partito, sollevato piuttosto in alto e poi fatto precipitare a terra da un altro grande vanesio con la erre moscia. E pur tenendo conto di questo percorso tortuoso e per nulla attraente, quell’1,7% appare comunque una miseria. Come per altri versi non sono neanche trascurabili i cali vistosi che le principali forze della “sinistra radicale” (o sinistre a sinistra del centrosinistra, se mi si passa lo scioglilingua) hanno registrato un po’ dappertutto, da Die Linke che in Germania è arretrata al 5%, alla France Insoumise di Melenchon che scende vertiginosamente al 6%, fino a Podemos in Spagna, attestatosi intorno ad un 10% che è meno di un terzo rispetto al trionfale 33% del socialista Sanchez, per non parlare delle liste sponsorizzate da Varoufakis in giro per l’Europa e annegate dappertutto nel calderone delle “altre liste” che non superano manco la soglia dei prefissi telefonici. Il tutto, poi, mentre i Verdi si rilanciano alla grande quasi dappertutto, risultano il secondo partito in Germania, il terzo in Francia e superano il 10% in vari paesi e persino in Italia scavalcano il 2%, pur restando fuori della soglia del 4% che avrebbero raggiunto molto probabilmente se avessero accettato la proposta di apparentamento con la lista della Sinistra.

E le strutture di base? E le forze che, pur a volte esagerando, si definiscono movimenti? Le realtà più conflittuali, antagoniste, autorganizzate, senza tessera ma con precise identità e fisionomia politica e sociale? More solito, come è accaduto fin dal ’68 con pochissime eccezioni, anche stavolta di fronte a passaggi istituzionali pur molto rilevanti come questo, si estraniano, si fanno da parte. Per carità, non sottovalutiamo quello che anche noi come COBAS abbiamo fatto in questi mesi e di cui in molti casi siamo stati corretti co-protagonisti, le mobilitazioni antirazziste e contro le politiche reazionarie del governo messe in campo dagli Indivisibili, le manifestazioni ambientaliste e contro le Grandi opere, quelle del movimento femminista, le forti contestazioni a Verona ai reazionari familisti e a Salvini un po’ ovunque, le lenzuolate contro il ministro degli Interni, lo sciopero della scuola contro la regionalizzazione, la campagna di solidarietà per Rosa Maria Dell’Aria, sospesa dall’insegnamento per reato di “lesa maestà” nei confronti di Salvini e così via. Ottime iniziative nell’insieme, ma con sconnessione tra una mobilitazione e l’altra, senza alcun convinto tentativo di arrivare ad una intersezione, ad alleanze aperte e paritarie e che durino più dell’éspace d’un matin, in senso egualitario, solidale, antiliberista, in difesa dei diritti sociali e democratici, e che sappiano anche dire qualcosa di fronte ai passaggi istituzionali, come peraltro avvenuto in quasi tutti gli altri paesi d’Europa in questi anni.

Cosicché, tutto questo mondo conflittuale anche stavolta ha praticato un generale mutismo rispetto ad un passaggio elettorale comunque di dimensioni epocali per le sorti dell’Europa e dell’Unione Europea: e, peraltro, stavolta con un tasso di schizofrenia persino superiore al solito. Perché, di fronte all’imminente e annunciato trionfo delle ideologie fascistoidi salviniane, gli stessi che, come organizzazione, movimento, centro sociale o collettivo ambientalista, avevano evitato di prendere una qualche posizione, poi in gran parte – questo ho potuto ampiamente verificare di persona negli ultimi giorni – non si sono personalmente astenuti/e ma a livello individuale una scelta elettorale l’hanno fatta, dimostrando che alla fin fine non considerano tutti i partiti equidistanti da loro, anche se magari, con altrettanta scissione politica, sono passati in poco tempo dal voto ai Cinque Stelle a quello a La Sinistra o ai Verdi, se non addirittura, in qualche caso, al PD.

Andrà così anche nei prossimi tempi? Di fronte a questa schiacciante egemonia della destra più radicale e reazionaria, ognuno – movimento, rete sociale, collettivo territoriale, sindacato alternativo, partito “antagonista” – continuerà ad operare in una presunta autosufficienza e ad una distanza sdegnosa e siderale dagli appuntamenti politici istituzionali, contraddetta poi dal tacito voto individuale a questo o a quello, con la logica del “turarsi il naso”? Non ho risposte precise ma un’avvertenza, questa sì, da rivolgere alle aree e alle strutture conflittuali, antagoniste, alternative, antiliberiste o anticapitaliste. E cioè: non vi fate facili illusioni sulle caratteristiche del successo folgorante della Lega, del salvinismo e della destra fascistoide. Non crediate che dipenda solo dalle politiche liberiste della sinistra, dall’avere essa abbandonato il suo retroterra sociale storico, le classi o ceti di riferimento. Non sottovalutate il peso e la profondità del blocco sociale, culturale, ideologico, religioso e morale che ho chiamato il popolaccio di Salvini., definizione volutamente spregiativa che, arrivando alla conclusione, è mio dovere spiegare in modo esauriente.

Parto dal presupposto, su cui spero ci sia condivisione diffusa, che il popolo, in quanto entità unitaria, omogenea e a-storica, non esista, così come, contrariamente a quanto credevo nella mia gioventù marxista e leninista, la categoria di proletariato e finanche di classe operaia. Certo, esistono i popolani, i proletari e gli operai. Ma essi/e, intesi in senso puramente sociologico, possono collocarsi su posizioni politiche, ideologiche, culturali, religiose e morali assai diverse o anche diametralmente opposte. Ciò che dà compattezza, relativa unità e omogeneità a queste categorie, classi e ceti, almeno in certe circostanze e per periodi non eterni, è un insieme di fattori che travalicano la pura somiglianza di redditi, condizioni di lavoro e stato socio-economico. I fattori cosiddetti sovrastrutturali – una relativa visione del mondo e della vita, una ideologia, una cultura, alta o bassa che sia, una religiosità o meno, una morale, degli ideali e così via – determinano la formazione di uno schieramento politico-elettorale dotato di una qualche identità almeno quanto la collocazione economica e, soprattutto nei momenti di crisi o di grandi trasformazioni sociali, strutturali e di valori, persino con influenza superiore.

Ebbene, se osserviamo l’operazione culturale ed ideologica operata dalla Lega di Salvini per riunire, addensare e inquadrare il suo popolaccio, non è difficile notare che l’aspetto economico, l’identità di classe e di ceto, il reddito o le condizioni di lavoro non sono stati affatto gli elementi determinanti per provocare una fusione, certo relativo a questa fase e sempre transeunte, così rapida e potente. Lo zoccolo duro della Lega aveva un’identità di classe e di ceto abbastanza definita, era costituito dai protagonisti delle piccole e medie imprese del Nord, lavoratori autonomi o dipendenti che volevano svincolarsi dalla stretta soffocante dello Stato fiscale e di quella che consideravano la “zavorra” sudista e ministeriale, che vedevano corrotta e fondata sull’assistenzialismo e su un parassitismo burocratico e parastatale. Ma quella Lega non è mai arrivata alle due cifre elettorali e i suoi sogni, l’indipendentismo e la secessione, non sono mai andati oltre il livello di favole per adulti. Ben altra forza e diffusione ha assunto il progetto salviniano, un nazionalpopulismo che si è fondato su elementi trasversali che hanno messo insieme ricchi e poveri, nordisti e sudisti, ceti e classi e categorie assai lontane se esaminate con criteri economici e reddituali. I collanti che hanno consentito un blocco da 34% (pur se i votanti sono stati poco più del 56% degli aventi diritto) sono stati ben diversi da quelli dei proto leghisti: in generale, e innanzitutto, quella che ho chiamato sindrome da Impero romano in decadenza, allora l’alleanza dei patrizi e plebei contro i barbari che premevano alle porte, e oggi contro l’ondata migrante. E di conseguenza il razzismo e la xenofobia più manifesti e sfacciati, contro i migranti in generale ma con particolare accanimento nei riguardi dei neri e dei rom/sinti, l’ossessione identitaria anti islamica ma anche sottilmente antisemita, la paranoia securitaria contro un dilagare malavitoso pur smentito dai dati reali, l’esaltazione dei corpi armati con le varie divise ostentate da Salvini in un anno di governo, l’odio non solo verso l’ultimo arrivato, verso i diversi e i più deboli economicamente, ma anche il corollario di omofobia e machismo/misoginia, il culto del capo e dell’Uomo Forte. Fino poi alla religiosità più bigotta e superstiziosa, esaltata a poche ore dal voto in una sorta di apparente delirio mistico di Salvini che dal palco del Duomo ha invocato la protezione dei 6 santi patroni dell’Europa (peraltro ideologicamente agli antipodi del ducetto devoto) e si è appellato, rosario in mano sbaciucchiato ripetutamente, al “cuore immacolato di Maria” affinché sponsorizzasse la vittoria leghista, con lo sguardo e il dito rivolto al cielo e in aperto conflitto, quasi novello Lutero, con il papa dell’accoglienza ai migranti, fischiato entusiasticamente dalla piazza.

Al di là del trionfo generale, ci sono dettagli inequivocabili in tal senso, leggibili in tanti numeri del voto scorporato: a Roma la Lega raggiunge il 25% ma a Torre Maura, ove è esplosa la furia anti-rom, arriva al 37%; a Riace, fulcro dell’esperienza più celebre di accoglienza positiva dei migranti, la Lega è il primo partito con il 30%; e altrettanto a Macerata, dove il potenziale assassino Traini sparò a sei migranti per “vendicare” Pamela Mastropietro, e stavolta la Lega è andata ben oltre il già lusinghiero risultato delle Politiche con addirittura il 41%, esattamente come a Mirandola dove è avvenuto durante la campagna elettorale l’incendio, ad opera di un migrante (così pare), della sede della polizia locale; a Lampedusa, centro permanente di sbarchi, la Lega è andata persino oltre, raggiungendo circa il 45%, seppur con un alto tasso di astensioni; e a Verona, città della contestazione ai bigotti e omofobi familisti, ha raccolto il 37%; e si potrebbe continuare a lungo.

Un tale impasto sciagurato sta avendo un certo successo anche altrove in Europa, ma non nella misura italiana, Ungheria a parte. E’ che l’Italia ha decine di storici precedenti, perché a tale modello ideologico e culturale si aggiunge il familismo amorale, lo scarsissimo senso civico diffuso tra ampi strati della popolazione, il farsi i cazzi propri come regola-chave di vita, l’egoismo proprietario, il camaleontismo, il saltare rapido sul carro del vincitore, il culto del Capo che decide e comanda per tutti e toglie a tutti/e la responsabilità sul proprio agire e sul proprio eventuale malaffare. E il suddetto impasto ha radici profonde in un’Italia priva, fino a un secolo e mezzo fa, di una struttura statuale unitaria che agevolasse il senso della collettività nazionale, con la presenza soffocante ed egemone di una Chiesa cattolica che ha usato la religione e il potere temporale durante una quindicina di secoli per dissuadere i cittadini dall’andare oltre l’interesse per la propria famiglia e per la pratica religiosa, disinteressandosi del bene comune sociale.

Se uso il termine popolaccio per caratterizzare questo micidiale melting pot e se mi sento di definirla una vera e propria patologia sociale, morale e culturale, provocata e fomentata scientemente dall’alto, è perché vorrei sottolineare che sovente – e tanto più nelle fasi di grande crisi economica e di trasformazioni produttive, tecniche, sociali, spirituali, ideali e morali di dimensioni planetarie – tali fusioni avvengono utilizzando le parti peggiori dell’animo e del comportamento umano, sollecitando tutto ciò che provoca odio, conflitto, ricerca di capri espiatori, lotta a coltello tra ultimi e penultimi, rinuncia alla libertà in nome di una presunta maggior sicurezza, costruzione di identità fittizie e rassicuranti e così via. Il razzismo esisteva anche nel Nord Italia degli anni ’50 del secolo scorso e non era, potenzialmente, molto meno aggressivo di quello odierno: ma allora le principali forze politiche, sindacali, culturali e istituzionali lavoravano per sopprimere o perlomeno marginalizzare questi miasmi nefasti, avendo bisogno di tutti nell’opera di ricostruzione post-bellica; oggi succede l’esatto contrario, le pulsioni peggiori, antiegualitarie e antisolidali, vengono incoraggiate, fomentate e potenziate fino al livello di patologia morbosa, costituendo la base del nuovo potere reazionario.

Il termine spregiativo credo dunque sia utile, esattamente come lo rivolgerei al popolaccio di ricchi e poveri, potenti e senza potere, che ha eletto Bolsonaro in Brasile o Orban in Ungheria o a quello che costituì a suo tempo la base del potere hitleriano e mussoliniano. Ma al di là della terminologia e delle analisi, alle aree conflittuali e libertarie, sinceramente democratiche e antagoniste, solidali e accoglienti, vorrei dire: non illudiamoci che per cambiare di segno a questo tremendo andazzo basti trovare un obiettivo economico più efficace, un discorso più “di classe” o radicale, tutte cose certo necessarie e inevitabili ma di per sé non sufficienti perché in realtà serve assai di più, bisogna ricostruire un pensiero globale, una visione del mondo e dell’organizzazione sociale in termini positivi, centrata su un “noi” solidale invece che su tanti “io” chiusi solo nella difesa, presunta o reale, dei propri piccoli o grandi averi.

Insomma, ci aspetta un lavoro complesso e di lunga lena, che si giocherà su molti piani, politici, sindacali, culturali, filosofici, morali e ideali, cercando di rifondare un pensiero (che ho definito benicomunista) egualitario, profondamente democratico, solidale, basato sulla giustizia sociale, economica, ambientale, sull’accoglienza paritaria, contro ogni discriminazione di carattere etnico o religioso o di orientamento sessuale. E in tale processo, dovremmo riannodare i fili delle varie componenti che in questo lavoro faticoso si stanno impegnando, per mettere in campo un’alleanza positivamente popolare, che al momento non appare maggioranza ma che può aggregare comunque una rilevante porzione della società in tempi ragionevoli, forse più ampia di quanto si possa pensare leggendo freddamente il voto di domenica. Anche perché, mentre si svolgeva la sovente ignobile campagna elettorale, l’OCSE segnalava che nel 2019 in Italia caleranno i consumi, saliranno ancora debito pubblico e deficit; e l’ISTAT ha previsto una disoccupazione all’11%, un vistoso calo degli investimenti, mentre Conte ha ammesso che sarà molto difficile non aumentare l’Iva nella prossima Legge di Stabilità. Cosicché appare fantascienza l’impegno di Salvini a sforare ulteriormente il rapporto deficit/Pil, a aumentare ancora il debito pubblico e ad avviare una vera flat tax contando su una benevolenza della futura governance della UE e della Bce o sulla indulgenza di chi dovrebbe continuare a prestare soldi allo Stato italiano a tassi sostenibili. Dal che sembrano possibili due sviluppi: una clamorosa ritirata leghista, qualsiasi siano le sorti dell’attuale governo, o una crisi economica dirompente, di fronte ai quali scenari forse il collante del popolaccio salviniano potrebbe allentarsi in tempi più ravvicinati del previsto.

Sui veri risultati delle Europee

di Wu Ming

Un solo esempio per far capire quanto l’astensione al 44% distorca la “fotografia” e renda i ragionamenti sulle percentuali dei votanti – anziché del corpo elettorale – del tutto sballati: alle politiche del 4 marzo 2018 il PD prese 6.161.896 voti. Alle Europee di ieri, 6.045.723. Non c’è nessun «recupero», sono oltre 116.000 voti in meno rispetto all’anno scorso. L’iperattivismo polemico di Carlo Calenda e la retorica da Madre di Tutte le Battaglie non hanno ottenuto nulla salvo un effimero superare una «soglia psicologica» che non ha corrispondenza nel reale. Per chi dice che non vanno comparate elezioni diverse, ecco il dato delle precedenti Europee: 11.203.231. In cinque anni il PD ha perso oltre cinque milioni di voti, eppure, in preda all’effetto allucinatorio da percentuali “drogate” dall’astensione, la narrazione è quella del «recupero», della «rimonta», del «cambio di passo».

Se proprio si vuole ragionare in termini di percentuali, ragionando sul 100% reale vediamo che la Lega ha il 19%, il PD il 12%, il M5S il 9,5%. Sono tutti largamente minoritari nel Paese. Rimuovere l’astensione rende ciechi e sordi a quel che si muove davvero nel corpo sociale. In Italia più di venti milioni di aventi diritto al voto ritengono l’attuale offerta politica inaccettabile, quando non disperante e/o nauseabonda. Dentro l’astensione ci sono riserve di energia politica che, quando tornerà in circolazione, scompaginerà il quadro fittizio che alimenta la chiacchiera politica quotidiana, mostrando che questi rapporti di forza tra partiti sono interni a un mondo del tutto autoreferenziale.

Ora facciamo un esempio concreto di come rimuovere l’astensione abbia prodotto un effetto abbagliante e condotto a sfracellarsi chi si era fatto abbagliare. Alle precedenti Europee il PD di Renzi prese il 40,81% del 57,22%, cioè il 23,3% reale. Ma tutti (s)ragionarono e discussero come se quello fosse «il 40% degli italiani». Renzi si convinse di avere quel consenso nel Paese, anche perché glielo ripetevano tutti gli yes-men e le yes-women di cui si era circondato. La sua politica consistette nello sfidare tutto e tutti, nel tentare ogni genere di forzatura, disse che avrebbe usato il «lanciafiamme» e quant’altro. Si rese talmente inviso nel corpo sociale reale del Paese che a un certo punto non fu più in grado di parlare in nessuna piazza, dovette annullare frotte di comizi, scappare dal retro ecc. Era la stagione di #Renziscappa.

La mappa di #Renziscappa, 2014-2016. Clicca per vedere la storymap.

Vi fu chi fece notare che quelle contestazioni erano un sintomo di qualcosa, che bisognava porvi attenzione. La risposta, invariabile, era: «Sono episodi che non dicono niente, Renzi ha il 40%, resterà al governo per 20 anni». Intanto, però, il dissenso montava e convinceva milioni di persone a tornare a votare per votargli contro nel referendum costituzionale del 2016. A quel referendum votarono oltre cinque milioni di persone in più rispetto alle Europee, e il Sì fu sconfitto con sei milioni di voti di distacco, tondi tondi.

Vale anche in senso inverso, e un esempio lo abbiamo avuto proprio ieri: l’astensione ha causato un vero e proprio tracollo del M5S. Cinque milioni in meno rispetto alle politiche dell’anno scorso. Il M5S aveva intercettato una parte dell’astensione e anche di spinta dal basso di movimenti sociali, ma ha ben presto dimostrato la propria inconsistenza, deludendo oltremisura, e molti che l’avevano votato se ne sono andati, plausibilmente senza dare il voto a nessun altro.

Questo per dire che:

1. Qualunque discorso sul consenso politico nel Paese che non tenga conto della «variabile impazzita» – nel senso di imprevedibile – rappresentata dalle energie “congelate” nell’astensione, e dunque dal flusso alternato voto/non-voto, è un discorso campato in aria.

2. Le piazze, le contestazioni, le manifestazioni di dissenso contano eccome, sovente sono più reali dell’allucinazione da percentuale di percentuale. Per questo ha senso continuare a monitorare #Salviniscappa. Teniamo conto che soltanto a maggio ci sono stati 21 episodi significativi.

3. Ripetere il cliché «chi non vota sceglie di non contare» è lunare, per due ragioni:
■ a. non-voto non equivale per forza a passività, milioni di persone non votano più ma fanno lotte sociali, vertenze sindacali, volontariato, stanno nell’associazionismo, sono cittadine e cittadini attivi, molto più attivi di chi magari non fa nulla se non mettere una croce su una scheda ogni tanto per poi impartire lezioncine;
■ b. da un momento all’altro costoro potrebbero tornare a usare anche il voto per scompigliare il quadro.

Salvini ha il 19% reale. Sono nove milioni di persone. In Italia siamo sessanta milioni. Il corpo elettorale attuale conta circa 51 milioni di persone. Salvini non ha con sé «gli italiani». Anche se guadagna voti e ha il consenso di un elettore su cinque, rimane largamente minoritario. Ma se guardiamo a quel 34% – ancora: è la percentuale di una percentuale – rischiamo di non capirlo.

[Un inciso: guardando troppo a Salvini che festeggia rischiamo di non capire nemmeno cosa stia succedendo in Europa, dove, al netto di singoli exploit come quello di Le Pen e Orban, la tanto paventata «ondata nera» non c’è stata e la sorpresa principale è, sulla scia delle mobilitazioni giovanili contro il disastro climatico, l’aumento del voto a forze percepite come più battagliere sul piano delle lotte ambientali e di difesa dei territori. Ora a Strasburgo i Verdi hanno dodici seggi in più delle estreme destre, 70 contro 58.]

#Salviniscappa può essere un buon sismografo nei prossimi mesi. L’effetto-shock (ingiustificato) del «34%» finirà, il conflitto sociale no. Figuredisfondo ha quasi pronta la nuova mappa, per ora in versione beta.

Cercare alternative nelle urne senza costruire alternative sociali è insensato, è il classico voler costruire la casa dal tetto. Anzi, dal tettuccio del comignolo. Per costruire alternative sociali bisogna guardare alle lotte e, come diceva quel tale, «saperci fare col sintomo».

Il primo partito è quello degli astenuti

Un’analisi controcorrente del voto europeo. Al lavoro, alla lotta. Non è tempo di piangere su noi stessi.

di Giovanni Sarubbi

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La tabella che qui pubblichiamo dice con chiarezza chi ha vinto e chi ha perso nelle elezioni europee tenutesi nella giornata del 26 maggio 2019.

Ha vinto inequivocabilmente il partito degli astenuti, di quelle persone che o non sono andati proprio a votare o hanno annullato la propria scheda o l’hanno lasciata in bianco. Questi ultimi sono quasi un milione di persone pari al 2% degli elettori. Il totale del partito degli astenuti ammonta a 22.466.643 persone, un numero altissimo mai raggiunto prima. Rispetto alle ultime elezioni politiche del 2018 di appena un anno fa, questo partito è cresciuto di oltre il 10% degli elettori passando dal 35% dello scorso anno al 45,73% di oggi.

Nei resoconti giornalistici e nei dati pubblicati dal ministero dell’interno, la quantità di astenuti è scritta piccolo piccolo che quasi non si vede. Vengono messi invece in risalto le percentuali e i voti presi dai singoli partiti rispetto al totale dei voti validi. Queste percentuali servono a calcolare i seggi che spettano a ciascuna lista ma non danno il peso reale dei singoli partiti rispetto all’intero corpo elettorale. Mentre il primo dato, le percentuali rispetto ai voti validi, servono a definire il numero dei deputati spettanti a ciascun partito, l’altro dato, quello rispetto al totale degli elettori, serve sul piano politico per capire quale sia il peso reale del singolo partito e dei partiti nel loro complesso. Questo è il dato che noi abbiamo calcolato e che potete leggere nell’ultima colonna della tabella. Questo è un dato su cui mai si riflette e il perché è semplice da capire.

Se leggiamo questi dati possiamo dire che tutti i partiti nel loro complesso rappresentano appena il 54,27% degli elettori. Quasi la metà degli elettori, il 45,73%, sono disinteressati alla politica e non trovano in alcuno dei molti partiti esistenti nessuno che li possa rappresentare o talmente credibile da poter essere votato. Se volessimo paragonare i partiti ad una merce qualsiasi da acquistare, potremmo dire che l’offerta politica non risponde alle aspettative degli elettori che non credono più a nessuno dei partiti in lizza. La mercanzia che gli attuali partiti propongono agli elettori, nonostante la potenza dei mass-media che li sponsorizzano ad ogni ora del giorno, non interessa a poco meno di mezza Italia.

Che sia così è dimostrato anche da un confronto fra i risultati del 2018 e quelli del 2019 per le coalizioni di destra e sinistra. Ecco i dati relativi ai voti e non alle percentuali.

Destra

Totale destra 2019 (Lega+FI+FDL) voti: 13.221.331
Destra elezioni politiche 2018 voti 12.152.345
Differenza 1.068.986

PD e centro sinistra

Voti PD 2019 6.050.351
Voti PD 2018 6.161.896
Differenza -111.545
Voti PD + bonino 2019 6.873.115
Voti PD 2018 + centro sinistra 7.506.723
Differenza -633.608

La tanto sbandierata vittoria della Lega in realtà consiste di uno spostamento di voti da Forza Italia verso la Lega. Si tratta di voti che in larga parte erano già nella destra e tutta la “vittoria” della Lega consiste nell’aver spostato un milione circa di voti (per la precisione 1068986 voti) dal Movimento 5 Stelle verso la Lega di quegli elettori che erano già di destra e che nel 2018 erano andati verso il M5S e che oggi sono tornati a casa. La destra non ha convinto nessuno che non fosse già di destra.

Diversa è la realtà del PD che rispetto al 2018 perde da solo 111.545 voti mentre considerando la colazione di centro sinistra (oggi PD e +Europa) perde ben 633.608 voti. Ma il PD grida alla vittoria perché essendo diminuiti di oltre sei milioni i voti validi rispetto al 2018, la percentuale rispetto ai voti validi del 2019 risulta superiore a quella del 2018. Ma il PD in realtà perde ancora e Zingaretti non è riuscito in alcun modo a fermare l’emorragia di voti che in gran parte è andato nell’astensione.

I numeri dunque vanno letti e interpretati con attenzione e prima di cadere in depressione rispetto a quello che sembra il trionfo della peggiore destra che ci sia mai stata in Italia occorre capire cosa è successo realmente.

Da un lato vi è un rimescolamento di voti all’interno della stessa area politica, quella della destra, costituita da un ceto sociale fatto in gran parte di piccola borghesia parassitaria o di padroncini interessata ai condoni e all’evasione fiscale.

Dall’altro lato vi è una classe povera, costituita in gran parte dagli astenuti, che non trova più alcuna rappresentanza alle proprie rivendicazioni sociali nei partiti della cosiddetta sinistra e neppure in quelli che si dicono comunisti o di estrema sinistra. Classe povera che è rimasta delusa e ferita da tutto ciò che il PD renziano ha fatto contro di essa e che alle ultime politiche in parte si era spostata sui 5S e che ora è tornata ad astenersi. Il PD non ha recuperato nulla di quei voti e così è capitato alle altre liste dell’area di sinistra.

Mentre l’offerta politica dei partiti di destra ha soddisfatto gli interessi e le aspettative delle classi piccolo borghesi, l’offerta politica dei vari partiti della cosiddetta sinistra non è stata in grado di intercettare gli astenuti che sono così diventati il primo partito ad un livello numerico mai raggiunto prima.

La destra, che apparentemente è divisa ma che in realtà è molto coesa, non aveva interesse alcuno a rendere chiare le vere questioni su cui si andava a votare perché sull’imbroglio essa costruisce la propria fortuna. A lei serve far credere che la crisi dipenda dai migranti su cui si scaricano tutte le responsabilità, come facevano i nazisti con gli ebrei nel 1933. Che lo abbia fatto anche la sinistra, anche quella più estrema o che si è definita comunista, è alle origini della vera e propria crisi del sistema politico che fin qui abbiamo cercato di mettere in luce e che colpisce in primo luogo i partiti di sinistra.

Come ho scritto proprio il 26(vedi link), «il problema all’ordine del giorno dell’umanità oggi è l’enorme concentrazione di ricchezze nelle mani di pochissime persone a livello mondiale. 18 persone, secondo OXFAM, possiedono la ricchezza di oltre tre miliardi di persone. Questa enorme concentrazione di ricchezze produce guerre, inquinamento globale del pianeta (mari. Fiumi, laghi, aria, suolo), distruzione di suoli e miseria, disoccupazione, blocco della vita e possibile estinzione dell’umanità. All’enorme sviluppo delle forze produttive non è corrisposto il superamento di rapporti di produzione, quelli capitalistici, fermi alla fine del medioevo. Gli unici esseri antiquati e archeologici sono i capitalisti che continuano a gestire immense ricchezze di cui essi si sono appropriati ingiustamente e che utilizzano non per il bene comune ma per la loro esclusiva ricchezza. Occorre socializzare tutte le ricchezze delle multinazionali e opporsi a qualsiasi privatizzazione di beni e servizi pubblici a cominciare dall’acqua. Su questo si vota domenica ma nessuno ve lo dice chiaramente. Chi vota per i partiti del governo e per la destra fascista variamente connotata, vota per continuare a mantenere il potere di questi 18 mega miliardari di cui dobbiamo assolutamente liberarci».

Nessun partito della cosiddetta sinistra ha messo chiaramente in discussione il potere economico dei 18 mega miliardari e nessuno mette in discussione il sistema sociale capitalistico che, dalla caduta del muro di Berlino nel 1989, sembra intoccabile.

Nessuno ha rivendicato la socializzazione dei mezzi di produzione, neppure il partito che si è definito comunista che su questo ha balbettato qualcosa di incomprensibile ai più. Nessuno ha detto con chiarezza chi sono i veri responsabili della crisi economica che sta immiserendo sempre più chi lavora e arricchendo sempre più pochissime persone a livello mondiale.

È una questione che è all’ordine del giorno fin dalla prima guerra mondiale, la prima guerra imperialista scatenata dal sistema capitalistico, che già allora aveva sviluppato potenti conglomerati industriali e finanziari mondiali che oggi hanno raggiunto livelli di ricchezze immense e assolutamente insostenibili per l’intera umanità. La ricchezza che hanno raggiunto oggi i 18 uomini che controllano tutta l’economa mondiale è fonte di tutti i mali del mondo. Perché non lo si dice chiaro e tondo?

Ed è per questo che assistiamo oggi al ripetersi di fenomeni sociali e politici quali il fascismo e il nazismo con tutto il loro corredo ideologico e con tutto il loro razzismo. “il grembo da cui nacque è ancora fecondo”, scriveva Bertold BRECHT riferendosi al nazismo[1]. I capitalisti fanno di tutto pur di allontanare da se stessi le responsabilità della miseria e dell’inquinamento attuale. Appoggiano anche i fascisti e i nazisti pur di raggiungere lo scopo. Anzi li pagano.

La crisi economica con le conseguenze sui poveri è evidente e drammatica. Chi sono i responsabili? Con tutta evidenza sono coloro che gestiscono le aziende gli stati e l’economia mondiale. E non bisogna essere comunisti per fare questa affermazione. I comunisti, oltre ad indicare le responsabilità ovvie della crisi, avrebbero dovuto dire che la responsabilità dei capitalisti oggi è quella di impedire il superamento dei rapporti di produzione esistenti, quelli appunto capitalistici, che sono fermi alla fine del medioevo, quando il sistema capitalistico subentrò alle società feudali. Sistema economico basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sull’appropriazione della ricchezza prodotta dai lavoratori dai singoli capitalisti. Un vero e proprio furto sociale.

L’enorme massa di ricchezza che oggi viene prodotta a livello mondiale non può più essere proprietà privata di qualcuno. È una cosa troppo grande e coinvolge le vite ed il destino di tutta l’umanità e di tutto il pianeta Terra per essere gestita con criteri privatistici che, per definizione, sono egoistici perché basati sulla ricerca del massimo profitto. La vicenda FCA di questi giorni è l’ennesima riprova di quanto affermo oramai da tempo. La concentrazione di ricchezza è talmente tanto grande che è inconcepibile che essa continui a rimanere proprietà di poche famiglie sulla pelle dei popoli.

La ricchezza prodotta dai lavoratori non può più diventare ricchezza privata di singoli capitalisti. Questa la verità che va gridata ovunque. Dobbiamo uscire da questo immondo gioco del Monopoli che stiamo vivendo a livello mondiale.

È prevalsa invece l’idea, e i mezzi di comunicazione di massa hanno la loro responsabilità, che la crisi economica che affama i lavoratori dipenda da una entità astratta e geografica quale l’Europa. I singoli capitalisti e l’intero sistema non sono mai stati chiamati a rispondere della loro ingordigia e dei loro errori, ma anzi sono sempre li con la mano tesa a chiedere aiuti perché creerebbero “lavoro”. Il lavoro e la ricchezza la creano i lavoratori (il vecchio plusvalore di Marx) e si tratta di ricchezza sociale che deve essere gestita a favore di tutta la società. L’ennesima crisi aziendale di questi giorni, quello della Mercatone Uno, sta li a dimostrare quello che stiamo affermando in queste note.

L’idea che sia l’Europa la responsabile della crisi fa felice le classi piccolo borghesi che non si mettono mai contro la grande borghesia, perché i piccolo borghesi aspirano a diventare grandi borghesi. Sono piccoli ladri che vogliono diventare grandi ladri. Ladri delle ricchezze che i lavoratori producono per la società.

E così ci troviamo di fronte al fenomeno della Lega, così come ieri ci siamo trovati di fronte al fenomeno del Movimento 5Stelle, che sono due facce della stessa medaglia, e 80 anni fa ci siamo trovati di fronte al fascismo e al nazismo.

Si tratta di movimenti che servono a far gestire l’opposizione al sistema capitalistico, che nasce dai risultati che questo sistema produce contro i lavoratori e le classi povere, dal sistema stesso come è stato per fascismo e nazismo all’inizio del secolo scorso. Questi movimenti non mettono in discussione il sistema e anzi lo rafforzano ancora di più e sempre a danno dei lavoratori, come stanno sperimentando i lavoratori sia con la cosiddetta “quota 100”, sia con il cosiddetto “reddito di cittadinanza”.

È mancata la radicalità anti-sistema che era propria della sinistra e dei comunisti, cioè la richiesta della socializzazione dei mezzi di produzione, la giustizia sociale, la difesa dell’ambiente, la difesa dei diritti dei lavoratori stracciati e vilipesi proprio dai partiti di sinistra.

È inutile quindi disperarsi o chiedersi con angoscia in quale paese viviamo o che cosa sta succedendo in Italia se pure nei punti simbolo, come sono i comuni di Riace e Lampedusa, vince la Lega Nord alle elezioni. A Lampedusa ha votato il 26,62% degli elettori cioè una infima minoranza degli aventi diritti. A Riace la stessa cosa, dove ha votato il 53,4 percento di elettori. Anche qui ha vinto una infima minoranza dei cittadini. Sono gli effetti perversi della legge elettorale maggioritaria che, come ripetiamo oramai da anni, ha stravolto la politica in Italia e ha cancellato la democrazia.

La Lega quindi non ha vinto un bel nulla sia perché in Europa i suoi allegati hanno fatto fetecchia, scusate il mio napoletano, sia perché in Italia dovrà ora fare i conti con i 5S che hanno subito un tracollo e, dalle loro prime dichiarazioni, sembrano indisponibili a continuare a fare da scendiletto al segretario della Lega.

Anche queste elezioni confermano quello che noi su queste colonne andiamo dicendo da tempo. È ora che la sinistra riprenda a ragionare in termini di “classe”, come dicevamo noi vecchi nel ‘68, e a buttare a mare tutte le dottrine interclassiste che hanno fatto arricchire sempre più una classe di capitalisti che sono le vere mummie della storia moderna, i veri zombi che stanno distruggendo il futuro dell’umanità. Gli scontri sociali ci sono sempre stati e continueranno ad esserci. Quella che è mancata e la capacità di dirigere questi scontri verso quella trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici in rapporti di produzione socialisti che è l’unica speranza per l’umanità.

Un ultima cosa va detta sui simboli religiosi, croce e rosario, sbandierati da Salvini in continuazione. Non gli hanno portato un bel nulla. Rimane il problema di una gerarchia cattolica fatta di uomini vestiti di nero che hanno l’animo più nero dell’abito che indossano. Uomini che, nella loro maggioranza, sono la negazione del Vangelo di Gesù di Nazareth. Poi ci sono le eccezioni, e per fortuna oggi sono tanti,  preti e religiosi che si impegnano a testimoniare con la loro vita il Vangelo di Gesù . E noi su loro facciamo affidamento e loro sosteniamo per dare un futuro a questa umanità. Proprio non invidio Papa Francesco che sta mantenendo fede alle cose positive che stanno caratterizzando il suo pontificato.

Al lavoro, alla lotta. Non è tempo di piangere su noi stessi.

Poesia incisa su un monolite davanti al Museo Monumento al deportato di Carpi(Mo):

E voi, imparate che occorre vedere /e non guardare in aria; occorre agire / e non parlare. Questo mostro stava / una volta per governare il mondo! / I popoli lo spensero, ma ora non / cantiam vittoria troppo presto / il grembo da cui nacque è ancora fecondo. Bertolt Brecht

ELEZIONI EUROPEE 2019: ANALISI DEL VOTO A LIVELLO REGIONALE

di Franco Astengo

Crescita dell’astensionismo forse oltre la fisiologicità del fenomeno in occasione delle elezioni europee, nuova espressione di fortissima volatilità elettorale, esaurimento del “centro” e della “sinistra” con un chiaro spostamento a destra come segno dei tempi; forte dispersione di voti a causa di una soglia di sbarramento molto alta.

Sono questi principali fattori che emergono dall’analisi del voto italiano al riguardo del Parlamento Europeo svoltesi il 29 maggio 2019 e che richiamano la necessità di un’analisi disomogenea comprendendo in questa i dati sia delle due tornate europee sia di quella politica del 2018.

Ne è uscita un’Italia spaccata in due: con la Lega egemone fino a Campobasso e il M5S che cerca di reggere da Caserta in giù; in mezzo a questa geografia dai termini bipolari ribaltati rispetto alle politiche 2018 qualche minuscola “enclave” segna, in Emilia e in Toscana, la precaria presenza del Partito Democratico.

Si evidenzia un passaggio diretto di voti tra Forza Italia e Fratelli d’Italia (con la seconda che si rafforza evidentemente). Quindi non appare automatico un passaggio diretto tra Forza Italia e la Lega. La Lega in diverse situazioni attinge dal serbatoio M5S che sicuramente ha approvvigionato l’astensione.

Lega e M5S risultano protagonisti della volatilità elettorale in entrata e in uscita di proporzioni molto spesso superiori al 50%.

Non sono esaminati in questa sede gli sconfortanti dati della lista della Sinistra che mi riprometto di studiare a parte.

Tutto il resto sembra di contorno.

Per capire meglio però la dislocazione del voto ho lavorato su i dati regione per regione presentando alcuni raffronti che possono aiutare un’analisi maggiormente compiuta.

Piemonte

In Piemonte si svolgevano anche le elezioni regionali che hanno registrato il successo della coalizione di centro destra.

Dal punto di vista della partecipazione al voto hanno espresso un suffragio valido 2.188.183 piemontesi.

Il dato risulta in flessione sia rispetto al 2014 ( meno 60.674) sia rispetto alle Politiche 2018 ( meno 259.705).  Di grande rilievo l’incremento della Lega passata da 171.119 voti nel 2014 a 553.336 nel 2018 fino ai 813.001 del 2019.  Vale la pena esaminare l’incremento avuto dalla Lega con la flessione accusata da Forza Italia, verificatasi soprattutto tra le politiche 2018 e le europee 2019. Questo il trend di Forza Italia: 2014: 354.401, 2018: 328.202, 2019 198.721. Tra il 2018 e il 2019 Forza Italia cala di 129.481 unità. La Lega sale di 259.667, Considerato l’incremento di Fratelli d’Italia ( da 95.342 a 98.690 fino a 198.721) è evidente che l’incremento della Lega, in Piemonte, vada ricercato anche fuori dal perimetro del centro destra. Così è necessario esaminare la flessione del M5S avvenuta tra il 2018 e il 2019. Il M5S aveva ottenuto nel 2014 486.613 voti salendo nel 2018 a 648.710 suffragi e scendendo nel 2019 a 290.141 con una caduta tra il 2018 e il 2019 di 358.565 unità. In questi voti debbono essere ricercate una parte dell’incremento della Lega, la crescita dell’astensione e anche il piccolo incremento del PD che sicuramente aveva ceduto ai 5 stelle parte del proprio patrimonio accumulato nel 2014. PD: 2014, 916.571, 2018. 501.113, 2019. 524.078 (tra il 2014  e il 2019 una caduta di 392.493 voti).

Valle d’Aosta

Dal punto di vista della partecipazione al voto la Valle d’Aosta ha fatto registrare un forte decremento tra il 2018 e il 2019 e un dato sostanzialmente in linea tra 2014 e 2019. Totale voti validi: 2014, 46.426, 2018 66.370, 2019 49.844.

Anche in questo caso il balzo in avanti della Lega appare di notevole portata: dai 3.17° voti del 2014 agli 11.588 del 2018 fino ai 18.525 voti del 2019.

Il travaso a favore della Lega in questo caso, considerata la limitata flessione di Forza Italia (4755 nel 2014, 2.684 nel 2019) può essere ricercata nel voto sia di M5S, sia di PD. Il M5S aveva avuto nel 2014 9.096 voti per salire nel 2018 fino a 15.999 e scendere nel 2019 a 4.830 (più di 11.000 voti in meno). Ancor peggio il PD tra il 2014, 21.854 e il 2019 8.084 (con un intermedio nel 2018 di 14.429 voti). Si può dire che in Valle d’Aosta la Lega potrebbe aver pescato sia dal M5S sia dal PD.

Liguria

In Liguria flessione nei voti validi sia rispetto al 2014, erano stati 776.812 e al 2018, 860.592. Nel 2019 i voti validi in Liguria sono stati 742.915.

Il successo della Lega molto vistoso se il riferimento è al 2014 appare meno eclatante se i voti si comparano tra il 2018 e il 2019. Si passa, infatti, da 43.211 a 171.352 per approdare a 251.696.

Molto netta la flessione di Forza Italia: 2014 107.908 voti, saliti nel 2018 a 108.907 e calati bruscamente nel 2019 a 57.887 (circa 50.000 voti in meno). La flessione di Forza Italia, particolarità ligure,è accompagnata da una robusta crescita di Fratelli d’Italia: 22.905 nel 2014, 32.517 nel 2018, 42.118 nel 2019.

Dopo il crollo registrato tra il 2014 e il 2018 il PD (perse Regione e i comuni capoluogo) con una discesa da 323.728 voti a 169.755, il PD ha sicuramente fatto registrare un  incremento tra il 2018 e il 2019 salendo a 185.260 voti.

Caduta verticale per il M5S (una parte di questi voti sono sicuramente confluiti nella crescita del non voto): 2014 201.617, 2018 259.264, 2019 122.536. Tra il 2018 e il 2019 ceduti circa 137.000 voti.

Lombardia

Dal punto di vista della partecipazione al voto il totale dei suffragi validi appare in linea tra il 2014 e il 2019 con una flessione rilevante tra il 2018 e il 2019. 2014: 4.890.123; 2018 5.582.469; 2019 4.857.151 (quindi oltre 500.000 voti validi ceduti tra il 2018 e il 2019).

In Lombardia la Lega compie un vero e proprio balzo in avanti affermando una sicura egemonia : si pensi che il secondo partito, il PD, risulta quasi doppiato.

La Lega, infatti, nel 2019 totalizza 2.107.080 voti (2014: 714.835, 2018 1.180.909) mentre il PD si ferma a 1.120.933 voti (2014:1.971.915; 2018 1.180.909: dunque una flessione costante).

Cede Forza Italia,dimezzando o quasi rispetto al 2014 e al 2018: 2014 826.601, 2018 776.007, 2019 430.141 mentre registra un robusto incremento Fratelli d’Italia da 134.939 (2014) a 226.159 (2018) a 268.414 (2019).

La chiave dello scombussolamento elettorale in Lombardia però sta tutto nelle oscillazioni del M5S che dai 769.862 voti del 2014 era salito a 1.195.814 voti nel 2018 (maggioranza relativa) per scendere nel 2019 a 453.863 suffragi, con una perdita del 60% circa del proprio elettorato.

Trentino Alto Adige

In questa situazione la Lega fa registrare un exploit assolutamente notevole strappando la maggioranza relativa all’SVP. La Lega infatti ottiene 137.739 voti (2014 31.1170, 2018 106.982) mentre i trentino-sudtirolesi si fermano a 129.795 voti (134.651 nel 2018 e 118.138 nel 2014).

Crollo verticale di Forza Italia: 2014 31.288, 2018 38.938, 2019 17.587 accompagnato, come pare costante a livello nazionale, dalla crescita di Fratelli d’Italia saliti dai 7.593 voti del 2014, ai 14.660 del 2018 fino ai 16.695 del 2019.

Il calo dei 5 stelle in Trentino  tra il 2018 e il 2019 appare sicuramente tra i più considerevoli sul piano percentuale in tutto il territorio nazionale: da 50.783 voti nel 2014 a 108.686 nel 2018 fino a 31.167 nel 2019. Persi in 12 mesi 77.519 voti pari al 71,32% del proprio (umbroso) elettorato.

Il PD dopo il calo tra il 2014 e il 2018: da 122.982 a 81.679 tiene le posizioni scendendo a 79.329 nel 2019.

Veneto

Come in Lombardia l’egemonia leghista appare assolutamente preponderante. La Lega infatti assomma nel 2019 1.234.610 voti (2014 384.477, 2018 920.638) mentre il secondo partito in regione è il PD con 468.789 voti, quindi meno della metà dei voti della Lega (PD 2014 899.723, 2018 478.206).

Accade in Veneto un altro fenomeno di sicuro rilievo: Il sorpasso di Fratelli d’Italia su Forza Italia. Fratelli d’Italia registrano 167.394 voti ( 2014 79.503, 2018 119.970) mentre Forza Italia scende a quota 149.636 dopo aver toccato i 352.788 nel 2014 e aver resistito fino a 301.496 nel 2018.

M5S in calo netto sia rispetto al 2014 (476.305) sia al riguardo del 2018 (695.561).Il M5S nel 2019 ha ottenuto 220.429 voti (altra perdita del 60% dell’elettorato delle politiche).

La partecipazione al voto in Veneto registra un incremento tra il 2014 e il 2019, da 2.397.744 voti validi a 2.475.148 (in calo ma contenuto rispetto al 2018 dove si erano espressi validamente 2.856.590 elettrici ed elettori).

Friuli Venezia Giulia

Aumento dei voti validi tra il 2014 e il 2019 (flessione invece come d’uso tra il 2018 e il 2019). Questo il responso dell’analisi della partecipazione al voto in Friuli Venezia Giulia. Totale dei voti valdi: 2014 573.152, 2018 689.048, 2019 577.192.

La Lega si afferma come primo partito passando dai 53.337 voti del 2014 ai 178.194 del 2018 fino ai 245.636 del2019 .

Anche in Friuli Venezia Giulia Fratelli d’Italia scavalcano Forza Italia: Nel 2014 Fratelli d’Italia raccolse 25.457 voti saliti a 36.598 nel 2018 per arrivare a 43.898 nel 2019. La discesa di Forza Italia invece si è composta di questi numeri: 81.756 voti nel 2014, 73.958 nel 2018, 38.593 nel 2019: quindi meno della metà di cinque anni prima.

Il PD mantiene la quota del dopo – crollo 2014/2018: da 241.970 a 129.261 fino a 128.302 nel 2019.

IL M5S cala seccamente anche tra il 2014 e il 2019 da 108.163 a 55.259. In mezzo il risultato del 2018 che era stato addirittura di 169.299 voti. Tra il 2018 e il 2019 il M5S cede il 68% dell’elettorato acquisito dodici mesi prima.

Emilia Romagna

Quadro di flessione nei voti validi: da 2.308.559 nel 2014 fino a 2.535.184 nel 2018 per scendere a 2.250.389 nel 2019 con una diminuzione anche tra il 2014 e il 2019.

La Lega si afferma come il primo partito anche se la distanza con il PD è ridotta.

La Lega è salita, infatti, dai 116.394 voti del 2014 ai 486.997 del 2018 fino ai 759.948 del 2019, mentre il PD è prima calato tra il 2014 e il 2018 da 1.212.392 voti a 668.837 per risalire a 703.131 nel 2019.L’Emilia _ Romagna rappresenta quindi una di quelle regioni nelle quali il PD fa registrare un incremento reale in cifra assoluta.

Mentre Forza Italia cala, da 271.951 voti nel 2014, a 251.732 nel 2018 fino a 131.992 nel 2019 crescono ancora Fratelli d’Italia da 62.217 nel 2014, a 84.785 nel 2018 a 104.861 nel 2019.

La disponibilità per la crescita dell’astensione e l’incremento per altre forze politiche arriva, come appare costante in quasi tutte le situazioni regionali, dal calo del M5S: 443.936 voti nel 2014 saliti fino a 698.204 nel 2018 (maggioranza relativa) e scesi a 290.019 nel 2019.

Toscana

Tra i voti validi espressi nel 2014 e quelli del 2019 si registra una flessione moderata: da 1.897.292 a 1.870.391. Secco invece il calo rispetto al 2018 dove i voti validi in Toscana erano stati 2.134.586.

Il PD mantiene, anche se con margini ridotti, la maggioranza relativa. Il calo dei democratici tra il 2014, il 2018 e il 2019 è particolarmente netto. 2014: 1.069.179, 2018: 632.507, 2019: 622.934.

Di converso appare costante l’ascesa della Lega che, appunto, incalza il PD nel primato regionale: da 48.639 nel 2014 a 371.396 nel 2018 fino a 588.277 nel 2019.

Anche in Toscana si accorciano le distanze tra Forza Italia e Fratelli d’Italia che dimostrano in sostanza di disporre di elettorati assolutamente contigui. Forza Italia si trova a quota 222.988 nel 2014, scende di poco a 212.281 nel 2018 e flette decisamente nel 2019 fino a 108.793. Nel contempo Fratelli d’Italia sale da 61.229 nel 2014, a 89.093 nel 2018 e a 92.233 nel 2019.

L’altalena del M5S si è concretizzata in Toscana in questa dimensione: 316.492 voti nel 2014, 527.01e nel 2018,, 237.109 nel 2019. Anche in questo caso tra il 2018 e il 2019 una perdita superiore alla metà dell’elettorato acquisito 12 mesi prima.

Marche

Di particolare rilievo, nel quadro marchigiano, la flessione nell’espressione di voti validi tra il 2014 e il 2019, da 795.238 a 766.303 (nel 2018 se ne erano espressi 889.837).

La Lega assume la maggioranza relativa nelle Marche attraverso un incremento di voti molto forte, distanziando nettamente il PD.

La Lega sale dai 21.471 voti del 2014 ai 153.742 del 2018 per arrivare ai 291.061 del 2019: laddove il PD si ferma a 170.596 suffragi, in calo sia rispetto al 2018 (189.847) oltre che, ovviamente, all’irripetibile 2014 (361.463).

Anche in questo caso il M5S flette di oltre la metà dell’elettorato conquistato nel 2018 quando fece registrare un attivo di 316.417 voti (all’incirca quelli che erano stati assegnati al PD nel 2014). Il M5S nel 2014 aveva avuto 194.927 voti ridotti nel 2019 a 141.239.

Nelle Marche Forza Italia ha sicuramente ceduto direttamente suffragi alla Lega: 2014, 104.654, 2018, 88.305, 2019 42.381.

Non si registra infatti una crescita sostenuta di Fratelli d’Italia che passa da 32.630 voti nel 2014 a 43.289 nel 2018 fino a 44.644 nel 2019

Umbria

Flessione nel totale dei voti validi sia rispetto al 2014, sia al 2018: 2014 464.550, 2018 511.279, 2019 449.074

Quanto avrà pesato la vicenda della questione morale al vertice del PD regionale sarà dato valutare in futuro.

Rimane il fatto che la Lega diventa il primo partito anche in Umbria con 171.458 voti, dopo essere salita dagli 11.673 del 2014 fino ai 103.056 del 2018.

Discesa secca per il PD: 228.329 nel 2014, 126.856 nel 2018, 107.687 nel 2019: più di 120.000 voti ceduti in cinque anni in quella che era una regione tradizionalmente “rossa”.

Anche in Umbria si registra il sorpasso di Fratelli d’Italia su Forza Italia: sorpasso che si verifica per una discesa veramente rilevante nei consensi di Forza Italia: 66.017 voti nel 2014, 57.368 nel 2018, 28.828 nel 2019. Fratelli d’Italia tocca i 29.551 suffragi nel 2019 dopo averne avuti già 29.146 nel 2018 partendo dauna quota rilevante, 25.163 nel 2014.

Il M5S era passato dai 90.492 voti del 2014 a 140.731 nel 2018 per scendere a 65.718 nel 2019.

Lazio

La flessione nei voti validi tra il 2018 e il 2019 nel Lazio appare di grandi dimensioni: nel 2018 si erano espressi 3.643.287 suffragi validi, scesi a 2.431.086 nel 2019 (1.200.000 voti in calo). Nel 2014 erano stati 2.536.572 quindi una quota ancora superiore a quella del 2019.

La Lega si impone nettamente come primo partito del Lazio dopo il boom del M5S nel 2018.

La Lega ha ottenuto infatti 793.889 voti nel 2019 (410.871 nel 2018 e 40.536 nel 2014, quando era ancora Lega Nord).

Il calo del M5S (che com’è noto governa Roma) è da segnalare: nel 2014 638.554 voti saliti a 1.025.178 nel 2018 e scesi bruscamente a 436.102 nel 2019 (64% in meno).

Il PD contiene perfettamente le perdite fatte registrare tra il 2014 e il 2018 allorquando era sceso da 993.539 voti a 578.828. Nel 2019 578.253.

Nel Lazio si registra ancora il sorpasso tra Fratelli d’Italia e Forza Italia. Forza Italia scende da 446.904 voti nel 2014 a 406.814 nel 2018 per arenarsi a quota 164.749 nel 2019.

Fratelli d’Italia, salita da 141.770 nel 2014 a 251.114 nel 2018, scende leggermente nel 2019 a 218.875 ma effettua l’operazione “sorpasso” in discesa.

Abruzzo

Le elezioni europee 2019 hanno fatto registrare in Abruzzo un forte calo nell’espressione dei voti validi sia rispetto al 2014 sia al confronto del 2018. 2014, 674.768, 2018 760.188, 2019 581.643.

La Lega è primo partito anche in Abruzzo con largo margine sul secondo, il M5S.

Nel 2014 la Lega aveva avuto 10.075 voti saliti a 105.449 nel 2018 e poi fino a 205.370 nel 2019.

Il M5S ha mantenuto in Abruzzo tra il 2018 e il 2019 un trend sfavorevole più contenuto nei numeri rispetto ad altre regioni d’Italia: dal 200.699 nel 2014, a 303.006 nel 2018 fino a 130.513 nel 2019.

Calo netto per il PD anche tra il 2018 e il 2019: 2014, 218.529, 2018 108.549, 2019 sotto quota centomila a 98.665.

Forza Italia ha mantenuto, in questo caso la supremazia su Fratelli d’Italia pur calando da 126.144 nel 2014 a 110.427 nel 2018 fino a 54.631 nel 2019.

Fratelli d’Italia salita da 31.397 a 37.605 fra il 201r4 e il 2018 è ancora crescita nel 2019 fino a 40.724 suffragi.

Molise

Il totale dei voti validi si è mantenuto stabile, in Molise, tra il 2014 e il 2019 anche se in flessione rispetto alle politiche 2018 con questi numeri: 2014. 150.066, 2018 174.329, 2019 150.646.

Il M5S mantiene la maggioranza relativa nella regione pur facendo registrare un calo sensibile: 41.043 nel 2014, 78.093 nel 2018 e 43.330 nel 2019.

La Lega però si dimostra in sicura crescita anche in questa situazione: 1.535 voti nel 2014 saliti a 15.129 nel 2018 e ancora a 36.544 nel 2019.

Forza Italia mantiene il terzo posto: 2014 35.167, 2018 28.079, 2019 23.060, mentre il PD prosegue il calo già fatto registrare (in dimensioni ben più massicce) tra il 2014 e il 2018: 2014, 46.838, 2018, 26.499, 2019, 22.058.

Fratelli d’Italia in questo caso non insidia la posizione di Forza Italia pur crescendo tra il 2018 e il 2019: 5.983 voti nel 2014, 5.390 nel 2018, 9.534 nel 2019.

Campania

Forte flessione nell’espressione di voti validi tra il 2018 e il 2019 (con un calo anche rispetto al 2014): 2014 2.303.894, 2018 3.010.297, 2019 2.184.604.

Il M5S dimezza praticamente i suffragi tra le politiche del 2018 e le europee del 2019 ma mantiene largamente il primato regionale doppiando le liste competitrici, con la Lega che supera di misura il PD.

In sostanza: M5S 2014, 528.371, 2018, 1.487.505, 2019 739.541. Lega 2014, 15.235, 2018 129.432, 2019 419.623. PD 2014 832.183, 2018 396.864, 2018 417.396. PD quindi in tenuta attiva.

Forza Italia dopo aver mantenuto i suffragi tra il 2014 e il 2018 ha fatto registrare in questa occasione un considerevole calo: 2014 551.729, 2018 549.063, 2019 298.254.

Nella situazione campana Fratelli d’Italia si mantiene lontana dalla quota di Forza Italia e anzi dimostra margini ridotti di miglioramento: 2014, 104.030, 2018 104.797, 2019 127.211.

La Campania appare rappresentare un’altra di quelle situazioni nelle quali il calo delM5S alimenta sia la Lega, sia l’astensionismo.

 

BASILICATA

Tenuta del totale dei voti validi tra il 2014 e il 2019 con flessione verso il 2018: 2014, 241.644, 2018 313.719, 2019 237.840

IL M5S mantiene il primato regionale anche se, pure in questo caso, dimezza i voti tra le politiche 2018 e le europee 2019: 2014 51.149, 2018, 139.158, 2019 70.559.

Al secondo posto la Lega supera il PD (coinvolto nella vicenda Pittella).

La Lega parte nel 2014 con 1.718 voti per salire nel 2018 19.704 e ascendere nel 2019 a 55.453.

Il calo del PD invece si concretizza in questo modo: 2014 102.007, 2018 50.653, 2019 41.307.

Nella Basilicata Fratelli d’Italia si avvicina molto a Forza Italia. Forza Italia 2014, 33.926, 2018 38.906, 2019 22.360. Fratelli d’Italia 2014 10.427, 2018 11.587, 2019 19.964. Si conferma anche in questo caso un passaggio diretto di voti tra Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Puglia

Significativo il calo dei voti validi in Puglia non solo tra il 2018 e il 2019 fisiologicamente accertato tra politiche e europee ma anche tra 2014 e 2019. 2014, 1.637.959; 2018 2.184.160; 2019 1.595.373

Il M5S mantiene il primato regionale ma a stretto contatto con la Lega.

Anche nel caso della Puglia i penta stellati dimezzano il risultato del 2018: 2014, 403.180, 2018 981.580, 2019 419.344

La Lega sale in Puglia dai 9.095 voti del 2014 ai 135.125 del 2018 fino ai 403.424 del 2019.

Il PD nel 2019 non tampona il buco creatosi tra il 2014 e il 2018 e cala ulteriormente: 2014, 550.086, 2018 298.772, 2019 265.412.

Anche Forza Italia nell’arco di tempo preso in esame da questa analisi dimezza: 2014 385.382, 2018 409.401 per scendere a 177.304 nel 2019

Fratelli d’Italia invece tra il 2014 e il 2019 raddoppia e oltre. 2014, 60.080, 2018 82.098, 2019 141.865

Calabria

Anche in Calabria calo nell’espressione dei voti validi tra il 2014 e il 2019 da 747.917 a 729.337. Nel 2018 impennata fino a 937.710 voti.

In Calabria il M5S mantiene il primo posto con 194.695 suffragi, pur subendo un calo superiore al dimezzamento: nel 2018 infatti i voti erano 406.684 (nel 2014 160.828, quindi tra il 2014 e il 2019 permane un margine in attivo).

La Lega fa registrare anche in questo caso una crescita esponenziale: da 5.526 voti nel 2014, a 52.676 nel 2018, a 164.915 nel 2019.

Il PD mantiene le posizioni dopo aver subito anch’esso tra il 2014 e il 2018 un salasso pari alla metà dei voti in allora conseguiti: 267.736 nel 2014, 134.511 nel 2018, 133.136 voti nel 2019.

Forza Italia scende dai 146.677 voti del 2014 poi risaliti a 188.667 nel 2018 fino a 97.135 nel 2019.

Sempre in crescita Fratelli d’Italia: 2014 27.076, 2018 42.733, 2019 74.885

Sicilia

Forte calo nell’espressione di voti validi anche nel raffronto tra elezioni omogenee: 2014 1.704.959, 2019 1.537.935 (nel 2018 2.423.262).

Da segnalare per quel che riguarda la situazione siciliana il dato nel rapporto tra M5S e Lega, primo e secondo partito in regione.

Nel 2014 il M5S ottiene 448.539 voti saliti a 1.181.357 nel 2018 e bruscamente ridiscesi a 479.562 (poco più della quota originaria).

La crescita della Lega parte da 14.848 voti nel 2014 (quindi oltre 400.000 voti di distacco dal M5S) sale a 123.911 voti nel 2018 per ottenere 319.439 voti nel 2019 con il distacco dal M5S ridotto a circa 160.000 voti.

Forza Italia era risalita dai 362.415 voti del 2014 ai 500.662 del 2018 ripiombando bruscamente a 261.340 nel 2019.

Sempre in ascesa il trend di Fratelli d’Italia: 2014 55.162, 2018 88.356, 2019 117.131.

Sardegna

Anche in Sardegna calo nell’espressione dei voti validi tra il 2014 e il 2019 da 564.449 a 491.454 (2018: 869.000)

Lega primo partito con 135.496 voti (7.892 nel 2014, 93.771 nel 2018).

Il M5S cala anche rispetto al 2014 8 e si riduce ad un terzo tra il 2018 e il 2019): 2014: 172.216, 2018 369.196, 2019 126.301.

Anche in Sardegna il PD contiene, anche se a stento, la botta presa tra il201r4 e il 2019: 2014 218.703, 2018 128.884, 2019 119.260.

Vero e proprio tracollo per Forza Italia: 2014 92.670 voti, poi crescita nel 2018 fino a 128.053 per scendere nel 2019 a 38.389.

Fratelli d’Italia fa registrare invece un calo tra il 2018 e il 2019: 19.867 nel 2014, 34.963 nel 2018, 30.681 nel 2019

(*) Eurepliche

Redazione
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