Violenza di genere e femicidio: intervista a Jeanneth Cervantes di Vivas Nos Queremos Ecuador

di Enza Caputo (*)

Sono 136 le donne uccise nel 2016 in Ecuador secondo il Ministro dell’Interno Diego Fuentes. Il 2017, secondo i dati riportati dalle autorità ecuadoriane, segna un aumento delle morti: 15 donne assassinate in questi primi mesi, il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non si tratta di fatti isolati né di episodi singoli ma di donne vittime di violenza di genere. Il fenomeno del femminicidio o femmicidio, come viene definito in Ecuador, è di natura sociale. In una società patriarcale e maschilista, le donne sono strutturalmente relegate in una posizione di subalternità e di possesso da parte degli uomini. Si tratta di un fenomeno storico legato al perpetuarsi del potere maschile in un società diseguale.

Diana Russell nel 1992 inizia per la prima volta a parlare di femmicidio, cioè “assassinio di donne da parte di uomini motivato dall’odio, disprezzo, piacere o per un senso di possesso (…) ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine.”
Mentre il termine femminicidio fu usato nel 2004 dall’antropologa Marcela Lagarde in riferimento alla drammatica situazione di violenza in cui versavano le donne messicane di Ciudad Juarez. Concentrandosi sugli aspetti sociologi e sulle implicazioni sociali della violenza, il femminicidio, per Lagarde, esprime “la forma estrema della violenza di genere contro le donne, prodotto dalla violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato attraverso varie condotte misogine, quali i maltrattamenti, la violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale, che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una condizione indifesa e di rischio (…)”.
L’Ecuador è stato l’ultimo paese dell’America Latina ad introdurre il reato di femmicidio nel Codice Penale (articoli 141 e 142). Dal 2014, anno della sottoscrizione della legge, chi commette reato di femmicidio rischia dai 22 ai 26 anni di carcere.
A lottare con passione per i diritti delle donne in Ecuador è “Vivas Nos Queremos”, una piattaforma per la Marcia Nazionale contro il femmicidio e la violenza di genere.
Jeanneth Cervantes è parte della commissione comunicazione di questa piattaforma e ci aiuta a capire un po’ meglio la situazione ecuadoriana.

D – In Italia si parla molto della possibilità di codificare una legge ad hoc contro il femminicidio. In Ecuador, questa legge esiste ed è in vigore dal 2014. Le faccio una domanda provocatoria: pensa sia stato utile e positivo tipificare questo reato? È sufficiente lavorare dal punto di vista legale o bisogna fare un lavoro organico che coinvolga anche altri settori della società e della vita quotidiana?

R – In termine di legge, è necessario che si abbia un riconoscimento del femminicidio e che lo si sanzioni come un delitto, che si riconosca l’esistenza di una violenza specifica contro le donne. Ovviamente, questo non basta. Non bisogna fermarsi unicamente a questo, non basta solo sanzionare perché il sistema di giustizia può avere delle falle. Il sistema di giustizia è fatto di persone, la maggior parte delle quali, direi io, lavorano in un sistema patriarcale perché lo stato è patriarcale. Quella che dovrebbe essere una sanzione riparatoria nei confronti della vittima in realtà non lo è. Ci sono casi di giustizia lenta e tardiva e la giustizia che arriva tardi non è giustizia e molti altri casi che iniziano ad essere portati avanti come femminicidio e finiscono per concludersi come omicidio. Questo ci deve far capire di quanto non si tratti solamente di inserire il reato di femminicidio nel codice penale e tipificarlo. Sono fondamentali delle politiche pubbliche più ampie e lo Stato dovrebbe prevenire questa forma di violenza. Questo non succede unicamente perché il femminicidio è riconosciuto nel codice penale anzi passa attraverso altre misure messe in atto da alcune istituzioni dello Stato, a partire da quelle legate all’istruzione ed alla salute. Diffondere la conoscenza di tutti i diritti che permettono il funzionamento degli ingranaggi sociali che trasformano gli stereotipi culturali ed il modo di pensare e di relazionarsi della gente. Ripensare i ruoli e le divisioni di genere che sono alla base della società.
D – Quello di cui abbiamo bisogno tanto in Ecuador quanto in Italia è una rivoluzione culturale? Se la risposta è si, in che modo si attua?
R – In questo senso, è completamente indispensabile, non so se chiamarla una rivoluzione culturale, comunque un cambiamento che generi una trasformazione degli stereotipi e degli assunti culturali. Nonostante si sia parlato molto di rivoluzione culturale, in Ecuador, di fatto, non si sono visti grandi cambiamenti. Sono 45 le donne assassinate per mano di uomini ed i numeri aumentano. Sintomatico di come questa rivoluzione culturale sia più nelle parole che nei fatti è il modo in cui i mezzi di comunicazione si approcciano alla questione della violenza di genere. Sui giornali ecuadoriani, ad esempio, non si mostra mai il viso dell’aggressore, cosa molto utile, invece, si legge sempre della vittima; si parla del suo aspetto fisico, di come era vestita, si evidenziano alcuni particolari della sua vita, del fatto che si trattava di una “buona” donna. Questo tipo di discorso evidenzia l’esistenza di donne buone e donne cattive, quasi a voler dare un giudizio morale, come se le cattive donne si meritassero di essere uccise e le “povere e buone” donne, no. Non è importante: nessuna donna deve essere assassinata per il solo fatto di essere donna. Questo discorso non è cambiato anzi è peggiorato ed il tema della violenza ha raggiunto e si è diffuso anche attraverso le reti sociali. Il linguaggio ed i contenuti si sono inaspriti e molte donne, per il solo fatto di difendere i diritti delle altre donne, subiscono aggressioni verbali sui social network. Si genera intolleranza nei confronti di chi porta avanti i diritti delle donne. Mi sento di dire che la questione è molto complessa. Quando parliamo di una trasformazione culturale, dobbiamo cercare di coinvolgere tutti. Molto spesso si attendono risposte solamente dallo Stato che, in questo paese, è patriarcale. La lotta sociale è fondamentale. Un grazie a tutte le donne che hanno lottato contro tutto ciò ed in questo senso, il lavoro che facciamo come Vivas Nos Queremos è di fondamentale importanza.
Come si può attuare questa rivoluzione? Beh, la domanda è complicata e credo che non esista una ricetta definita. Ciascuno può e deve lavorare su sé stesso, partendo dalla propria coscienza critica e fare il meglio che può fare. Bisogna lavorare molto sul prendersi cura di sé, per evitare di perdersi, specie chi si occupa di portare avanti i diritti delle donne. È importate fissarsi in noi stesse e da questo iniziare a fare cose partendo dal sociale e da quello che sappiamo fare. Se ci si occupa di comunicazione partire dalla comunicazione, lo stesso vale per chi lavora attraverso l’arte, la pedagogia; in qualsiasi settore si stia lavorando, l’importante è apportare qualcosa alla lotta e quindi al cambiamento. Arrivare alla gente attraverso il lavoro sociale diventa indispensabile. Essere un piccolo granello di sabbia che crea il cambiamento. Oltre a questo, bisogna fare pressione sullo Stato affinché sia esso stesso fautore di una svolta, nel modo di strutturare le relazioni sociali e che ci riconosca come esseri umani con pari diritti. Ovviamente quello statale non è l’unico spazio di lotta possibile, bisogna organicamente e quotidianamente portare avanti un lavoro di base ed alla base della società.

 

D – Vivas Nos Queremos come sta lavorando per il raggiungimento di questi obiettivi? Ci sono alcune manifestazioni o eventi in programma?

R – Vivas è una piattaforma, non è un’organizzazione sociale, è uno spazio di mobilitazione e di lotta contro la violenza di genere ed in particolare contro il femminicidio che è una delle forme più estreme di violenza contro le donne. Al momento ci stiamo ridefinendo, stiamo pensando a mettere in atto azioni che possano avere un’incidenza maggiore sul contesto ecuadoriano. Sono state fatte alcune manifestazioni ed alcuni eventi, c’è stata molta partecipazione e questo ci ha indotto a lavorare sul potenziamento di questa partecipazione. Si sta diffondendo sempre di più la consapevolezza delle donne che dicono apertamente “che smettano di ucciderci solo perché siamo donne”. Ribadisco, stiamo lavorando sul potenziamento di questa coscienza.
Riguardo agli eventi, adesso non ti posso assicurare quello che faremo, ma di certo, ti posso assicurare che continueremo a lavorare, continueremo a fare il “lavoro femminista” di lottare per “rimanere vive”, in maniera irriverente e radicale – ci definiscono super radicali e femministe. Continueremo a lottare per non essere violentate, aggredite, violate nei nostri diritti solamente per il fatto di essere donne.

 

D – Il 26 novembre le strade di Quito erano piene di gente che gridava NO al femmicidio e alla violenza contro le donne. Qualcosa sta cambiando?

R – Vorrei dire si, che qualcosa sta cambiando però, realmente, non è così. Qualcosa nella coscienza delle persone si è posto in essere, se ne sta discutendo, però continuano ad ucciderci. Ogni due giorni, in questo paese, uccidono una donna e la uccidono per violenza femminicida. Spero che qualcosa cambi. Di certo, si è sviluppata una nuova coscienza e da questa nuova coscienza bisogna partire per arrivare ad altri settori, quei settori in cui le donne che subiscono violenza, anche volendo, non sanno come agire. Quei settori in cui le donne non conoscono i propri diritti, non sanno come denunciare, non sanno evitare la violenza e alle volte, nemmeno la riconoscono perché si tratta di una violenza quotidiana, quasi “normale”. Non posso dire se qualcosa sta cambiando ma di certo un granello di sabbia ha iniziato a muoversi così come tutta quella gente che si è mobilitata alla marcia del 26 novembre – ne siamo grati – forse 17 mila persone, non le abbiamo contente. Tutte queste persone sono la prova che questa violenza è presente ed presente nei luoghi più vicini a noi: non ti uccidono vedendoti per strada, ti uccidono in casa, negli ambienti familiari. Familiari che ti uccidono, ex coniugi ti assassinano perché pensano di avere il diritto di farlo. Tutte le forme di violenza estrema, ad esempio le torture sono specificatamente contro di noi. Questa grande mobilitazione svela, di fatto, la presenza degli aggressori e fa scattare un campanello d’allarme. 45 donne assassinate, due ogni due giorni e le cifre aumentano. Non sono diminuiti i casi di femminicidio, c’è un’attenzione maggiore a livello di paese e lo Stato deve dare una risposta.
Specificato questo, mi sento di dire che non basta solo marciare e dire no alla violenza. Quello che bisogna fare e non rimanere indifferenti se un uomo aggredisce una donna, pensando si tratti di questioni private e personali, di litigi di coppia; sappiamo benissimo che non è così, sappiamo che molto spesso questi litigi finiscono con la morte di una donna. Bisogna quindi intervenire e dare gli strumenti alle donne per uscire da questo circolo di violenza, perché altrimenti loro stesse iniziano a pensare che è qualcosa di normale, di naturale e lasciano correre e questo mette a repentaglio la nostra vita. È un lavoro sia sociale che statale, bisogna dare le giuste informazioni e le garanzie adeguate alle donne affinché non vengano più violentate e assassinate.
Speriamo che la marcia che abbiamo fatto, la mobilitazione che abbiamo messo in atto, la coscienza critica che abbiamo visto muoversi, possano essere tanti tasselli per iniziare un lavoro più grande. Sappiamo che tutto ciò non è sufficiente, che ancora moltissimo c’è da fare. Sappiamo che la lotta delle donne per “rimanere vive” è una lotta che non finisce con questa generazione, passeranno molte generazione affinché la violenza di genere possa finalmente essere sradicata e che tutte le donne siano viste come esseri umani in condizioni di uguaglianza.

(*) Enza Caputo, laureata in Scienze Internazionali all’Università di Torino. Attualmente sta svolgendo il suo anno di Servizio Civile a Quito con ENGIM Internazionale. Mediatrice interculturale, ha collaborato con il Cresm di Palermo e lavorato in progetti di cooperazione allo sviluppo presso l’Università di Genova. 

Le foto a corredo dell’articolo sono di Giovanna Marotta

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