Violenza, so di cosa parlo

di Maria G. Di Rienzo

Care giornaliste, cari giornalisti, oggi ho letto i vostri pezzi, trafiletti, considerazioni e quant’altro sulla più recente vittima della violenza contro le donne in Italia, una giovane di 22 anni assassinata a coltellate dall’uomo con cui aveva avuto una bimba. Il dolore dovuto alla notizia si mischia alla stanchezza e all’angoscia che sorgono in me a causa del modo in cui la notizia stessa viene riportata. Vorrei dirvi alcune cose.

La violenza contro le donne è un problema sistemico e sociale che ha le sue radici in una persistente diseguaglianza di genere.

La rappresentazione della violenza contro le donne è infarcita di miti e false credenze.

La narrazione giornalistica della violenza contro le donne, nella maggioranza dei casi, non tiene in alcun conto i due assunti precedenti ed è quindi raramente accurata proprio dal punto di vista professionale. Inoltre, contribuisce a perpetuare lo status quo:

1) Se non identifica la violenza come violenza di genere diffonde l’idea che i crimini contro le donne siano incidenti casuali, commessi da individui “con problemi” mentre il resto della società è assolutamente onesto e leale e amichevole e rispettoso verso le donne… be’, forse no, vero? Riportando gli “incidenti” nel contesto della più ampia questione della violenza di genere, si fornisce ai lettori/alle lettrici la possibilità di avere un quadro che si avvicina di più alla realtà.

2) Se non indaga sulla relazione fra vittima della violenza e perpetratore, e qualora vi sia non la menziona, tende a rinforzare l’idea che i rischi maggiori per le donne vengano dagli sconosciuti: e tutte le ricerche sul campo continuano a dirci che non è così. Questo difetto della narrazione giornalistica può non essere intenzionale, e persino dovuto a restrizioni di legge su quanto si può riportare nell’articolo, ma in un gran numero di casi tradisce solo l’inaccuratezza e la superficialità che circondano questo tipo di reportage.

3) Se continua a chiedere commenti e spiegazioni a “esperti” che non sono tali offre della questione una visione assai parziale e spesso distorta. La polizia e i magistrati – fra le “fonti” più usate – potranno offrire ragguagli sulle leggi vigenti e qualche percentuale, ma difficilmente potranno spiegare la violenza o inquadrarla nel contesto più ampio. Le fonti più gettonate, gli psicologi, sono ancora meno in grado di farlo: la loro laurea non li rende immuni dall’impatto dell’assunto n. 2, miti e false credenze, e alcune delle teorie psicologiche sulla violenza contro le donne sono semplicemente abominevoli. Per sapere qualcosa della violenza sulle donne si deve far riferimento a chi la maneggia, la studia, la contrasta, per attivismo e/o professione: e non da ieri per farsi pubblicità o costruirsi una carriera.

Tranquilli, giornalisti, non sto dicendo che dovete telefonare a me (anche se, a differenza di molti di voi, io a esempio so che le Nazioni Unite, a seguito del rapporto sulla violenza di genere in Italia, hanno raccomandato al governo italiano di creare un corpo specifico per combattere efficacemente la violenza contro le donne e di istruire i magistrati affinché possano far meglio il loro lavoro. Dov’è tutto questo? Non è lavoro di un giornalista chiederlo?).

Partite dagli assistenti sociali: maneggiano un’enorme quantità di casi di abuso, soprattutto su minori. Proseguite con le associazioni antiviolenza delle donne, grazie alle quali esiste nel nostro Paese un minimo di sostegno per le vittime, di gran lunga inferiore a quel che sarebbe necessario ma i finanziamenti ai rifugi e alle case per non subire violenza, già inadeguati, sono drammaticamente stati decurtati o addirittura aboliti da due anni in qua. Perché i governi italiani continuano a firmare trattati e impegni internazionali contro la violenza di genere e poi li disattendono? Un giornalista, secondo me, dovrebbe chiederlo.

Rivolgetevi a chi ha fatto la scelta della nonviolenza o agli uomini che hanno pubblicamente e attivamente rifiutato un modello di mascolinità che li vuole brutali e sadici ignoranti. Come si sceglie un’alternativa, come la si vive?

Se avete bisogno di nomi noti per alzare l’attenzione, fate un giro sui siti femministi nazionali prima di cascare sull’attrice in cerca di riflettori o sulla donna “politica” arrivata alla seggiola grazie a intercessione maschile e dubbi favori. Ci sono donne italiane che hanno una lunga storia di studio, di impegno, di attivismo politico alle spalle e sono lucidamente in grado di dire qualcosa di meglio del «diamogli l’ergastolo» o di «questa è una reazione alla crescente indipendenza delle donne blah blah blah». Provate con Giancarla Codrignani e Lidia Menapace, per cominciare.

Ma questa sa di cosa parla?” vi state chiedendo. Dite di giornalismo? Sì. Ho tenuto rubriche su riviste a tiratura nazionale per 22 anni e, libri a parte, ho pubblicato un bel po’ di articoli in giro per il mondo (anche in inglese, su giornali stranieri). Dite se so della violenza di genere? Sì. Sono un’attivista femminista da quasi quarant’anni. O forse dite di violenza in generale? Sì. Sono una formatrice alla nonviolenza che ha studiato con maestre riconosciute a livello internazionale.

So di cosa parlo. Può non piacervi quello che dico, e posso non sapere niente di mille altre questioni, ma di scrittura e violenza, sì, sono una maledetta esperta.

Ah, e per favore basta con i «più che va avanti» e i «non accettava la fine della loro separazione» (!!!): tenete alti gli standard per grammatica, sintassi e senso. Vi pagano poco, ma vi pagano, per produrre articoli accurati e informativi, non i “pensierini” delle scuole elementari. Fate uno sforzo.

 

Redazione
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2 commenti

  • Straordinario post. Non soltanto per la sottolineatura del problema (“di genere”,si’,ma anche piaga sociale in senso piu’ampio secondo me),ma anche per la bacchettata a giornalisti e in generale i professionisti dei media. Ci vuole piu’rispetto e soprattutto piu’attenzione VERA,non estemporanea.
    Cordialmente

  • La ringrazio davvero per questa battaglia che conduce con passione e la necessaria ” rabbia” verso le semplificazioni.
    Tempo fa ho cercato di raccontarne provando a descrivere qualcosa di simile

    http://www.sestusera.it/?s=Per++Katia++Riva

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