Vittore Bocchetta, un ribelle sardo senza patria

 Alla fine della serata chiedono a Vittore Bocchetta cosa pensa delle folle che si fanno trascinare. Per un novantenne come lui, cresciuto sotto il fascismo ma vissuto anche nell’Argentina di Peron, la risposta potrebbe sembrare facile. Non lo è invece: «è evidente che in molti c’è un istinto gregario ma detto questo, il problema non è risolto. Io ci sto ancora pensando. Di una sola cosa sono certo: bisogna stare attenti anche oggi».

E’ un passaggio importante del dibattito seguito alla presentazione – all’Università di Cagliari – del libro «Vittore Bocchetta, una vita contro» (uscito pochi mesi fa: Cuec editrice, 216 pagine per 16 euri) di Giuliana Adamo con una appassionata post-fazione di Paolo Cherchi, una breve prefazione di Oliviero Diliberto e l’elenco degli scritti di/su Vittore Bocchetta. La presenza di molte persone, soprattutto giovani, poteva sorprendere: non si tratta solo della legittima curiosità di ascoltare il protagonista di una vita straordinaria ma anche l’urgenza di chiedergli – ora con dolcezza e ora quasi con sfacciataggine – se la memoria della Resistenza, di chi è sopravvissuto ai campi di sterminio, serve ancora e può essere trasmessa.

Sardo e poi veronese, antifascista ma soprattutto ribelle per indole, deportato, poi in esilio (per scelta) da un’Italia che non gli piace: Bocchetta va in Argentina, Venezuela e Stati Uniti dove vive di mille mestieri ma si scopre anche scrittore, pittore e soprattutto scultore. Inventa fornaci, tecniche, materiali. Tanti lo apprezzano, lui con disarmante semplicità spiega: «la mia abilità artistica non è venuta da me, mi è solo caduta addosso».

L’auto-esilio alla lunga pesa. Negli anni ’70 si riavvicina, attraverso un nipote, sia alla natia Sardegna che a Verona dove tornerà a vivere. Ed è negli anni ’90 che Bocchetta assume un ruolo di primo piano come testimone dei lager: nelle scuole e persino «nei luoghi dell’antica pena» in Germania.

Perchè solo allora? Probabilmente se Bocchetta nel dopoguerra avesse raccontato solo gli orrori nazisti, la vita da schiavi nei lager, la sua testimonianza sarebbe stata accettata almeno negli ambienti che si professano antifascisti. Ma lui che ha sempre odiato i compromessi e le ambiguità, non si riconosce in un’Italia piena di trasformisti o per essere più precisi di «voltagabbana». Diventa un testimone scomodo se racconta che nel veronese i partigiani erano 300 e dopo il 25 aprile si riscoprono in migliaia. Nel comitato per l’epurazione (dei criminali fascisti) si scontra con quelli che vogliono assolvere tutti ma anche con coloro venuti a regolare conti privati. Secondo lui già con la caduta del governo Parri la spinta della Resistenza è finita, forse anche prima. Lo scrive con parole durissime: «Dopo il 26 aprile ’45 i resistenti veri e legittimi furono letteralmente emarginati. E, cosa che più indigna l’uomo giusto, furono sommersi dalla grande platea degli impostori e degli arrivisti». A uno spirito libero, come lui, non resta che andar via.

Questa sua indipendenza affascina Paolo Cherchi quando lo conosce (confessa che avrebbe voluto lui scrivere la biografia di Bocchetta) negli Usa come Giuliana Adamo – che insegna a Dublino ed è dunque un’altra sarda migrata – e il pubblico che, alla presentazione del libro, lo incalza di quesiti. Gli domandano perchè in Germania così pochi si ribellarono al nazismo e lui ricorda che alcuni lo fecero, come il gruppo della Rosa Bianca. Una ragazza gli chiede: «come può avvenire il passaggio di testimone fra le generazioni?». Risponde che per imparare a sopravvivere in condizioni difficili o tragiche quel che più conta è la spinta verso la libertà individuale.

BREVE NOTA

Questo mio articolo è stato pubblicato – al solito: parola più, parola meno – il 15 aprile 2013 sul quotidiano «L’unione sarda». (db)

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