Zehra Doğan: «La mia guerra a colori…

per il Kurdistan»

db parla di un libro che bisogna assolutamente guardare con occhi attenti. E di una storia da far conoscere anche perchè i media italiani dicono poco o nulla del fascismo turco.

«Il fatto quotidiano» per la serie “Donne al fronte” ha mandato in edicola (120 pagine a 7,90 euri) «Zehra Dogan: la mia guerra a colori per il Kurdistan» curato da Francesca Nava con i disegni di Creative Nomades Studio.

C’è anche la lettera clandestina, mai pubblicata prima integralmente, di Zehra Dogan dalle carceri turche nell’agosto 2018 – 21 pagine fitte che il suo avvocato nascose – e un’intervista recentissima.

Messa in galera per un dipinto – «ne vado fiera» – e condannata a 2 anni, 9 mesi e 22 giorni fu scarcerata il 24 febbraio 2019. Da allora è in fuga. Zehra Dogan spiega: «ho disegnato l’orrore del governo turco e per questo sono stata punita».

Botte e torture non la piegano. «Dal carcere continuo a disegnare e mandare notizie… anche se è vietato. Sono in cella ma l’edera della mia anima arriverà dovunque finchè avrò matita e pennelli». E quando non le danno i colori li trova pestando il prezzemolo e spremendo le olive, la curcuma, il melograno, il caffè, il dentifricio… usando il sangue mestruale, sopracciglie, capelli. «Qualunque cosa è una tela: aciugamani, lenzuola, carta igienica». Riuscirà a fare uscire alcuni di questi “quadretti” dal carcere e diventeranno una mostra,

I colori – nel titolo del libro – sono i suoi ma anche quelli di un Paese: «turchi, curdi, armeni, yazidi. E’ su questo mosaico di etnie riunite sotto un’unica bandiera che è stata fondata la Turchia moderna. Chi è al potere oggi vuole mortificare i tanti colori di questo Paese e cancellare la nostra storia. Ma non vincerà».

Oggi Zehra Dogan è famosa ed espone ovunque. Anche gli Usa l’hanno invitata per una mostra… però le hanno negato il visto d’ingresso perchè resta sospetta di terrorismo. Forse qualcuno nel governo statunitense crede, come il fascista Erdogan, che la matita sia un’arma. In un certo senso ha ragione: la voglia di comunicare è un’arma invincibile.

L’immagine qui sopra è il muro di Banksy in sostegno di Zehra Dogan a New York nel 2018. Sopra il disegno Bansky proietta l’immagine del massacro di Nusaybin. E Zehra Dogan scrive: «sono in carcere per quel disegno perchè volevano che nessuno sapesse di quel massacro. Invece Bansky proiettandolo nel cuore di Manhattan ha fatto vedere a tutto il mondo che quel massacro non si può ignorare».

«Terroriste. Zehra e le altre» è un film documentario realizzato nel 2019 da Francesca Nava, Marica Casalinuovo, Vichie Chinaglia e Marella Bombini  (produzione: Creative Nomads), che racconta le storie di tre donne, incriminate in Turchia con l’accusa di terrorismo.

In “bottega” ne abbiamo scritto più volte, fin dal 2016. Cfr Zehra Dogan: «Avremo anche giorni migliori», Free Zehra Dogan, Appello alla Commissione Europea per Zehra Doğan, e non solo, Zehra Doğan in galera e un quadro che vale 2 anni più 9 mesi e 22 giorni…

db
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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