Zodiac e Omar Sediq Mateen

Brevi riflessioni (di db) sulla strage di Orlando con rimando a un vecchio post (di Valerio Evangelisti) che spero leggerete per intero

 

db-StrageOrlando

   Sono sconvolto – come molte altre persone – dalla strage di Orlando: così ascolto, leggo, cerco di capire. Mi piacerebbe sapere di più sulla psicologia degli assassini “di massa” e che esistesse davvero una Julia Kendall (la criminologa inventata da Giancarlo Berardi per i fumetti della Bonelli) da intervistare. E penso pure che bisognerebbe comprendere quanto è “americana” – cioè statunitense – questa strage, dunque differente rispetto a massacri in apparenza simili. Conoscere meglio gli Usa, fuori dai tanti stereotipi, aiuterebbe… Mentre così provo a ragionare, mi capita di accendere la radio e di ascoltare le solite banalità proprio sul massacro di Orlando: interviene un ascoltatore e parla di «mancata integrazione». Ci rifletto e mi viene in mente una tesi in apparenza paradossale: Omar Sediq Mateen, lo stragista, non era poco inserito ma al contrario era diventato un perfetto “americano”… o se preferite «amerikano», cioè integrato nella faccia peggiore degli Stati Uniti. Infatti i serial killer – perlopiù maschi bianchi, ma qualche eccezione c’è – come fenomeno di massa sono tipici della storia Usa, non di altri Paesi dove costituiscono l’eccezione. E nella memoria mi affiora un’analisi su «Zodiac» e il suo contesto, scritta molti anni fa da Valerio Evangelisti. La cerco e la trovo – Zodiac: AMERICAN PSYCOSIS – ovviamente su «Carmilla online», è datata 20 settembre 2006. Qui sotto “un assaggio” che spero vi invogli a leggere tutto il saggio, lungo ma di affascinante lettura.

Dopo aver riletto Evangelisti, rifletto ancora sugli Usa dei killer in serie e ne traggo una prima conclusione: nel paradosso c’è del vero, Omar Sediq Mateen è stato perfettamente educato ai peggiori valori statunitensi, quelli di Trump (che vuole più armi in casa) e della Clinton (che preme per maggiori interventi militari ovunque nel mondo). Lo so bene: esiste un’altra America, di Sanders e non solo, con altri valori; ma quelli che comandano cioè gli “amerikani” definiscono quegli altri… “anti-americani”. Paradossi a catena: che forse ci aiutano ad andare oltre i muri delle menzogne consolidate. Per una triste verità controcorrente: i valori dei due che si contenderanno la presidenza Usa non sono migliori da quelli dello stragista di Orlando. Del resto sia il presidente degli Usa che l’Isis dichiarano già di agire – cioè di uccidere – “in  nome di Dio”. (db)

 

AMERICAN PSYCOSIS

di Valerio Evangelisti

E’ stato finalmente pubblicato in italiano, con il titolo Zodiac Killer (True Crime Mondadori n. 19, agosto 2006), il libro di Robert Graysmith “Zodiac”, del 1986. E’ un lieto evento. Peccato che uno degli studi migliori mai apparsi su un serial killer sia finito in una collana da edicola di livello finora mediocre, e condannato a un solo mese di vita precaria. Per non parlare dell’indecorosa prefazione, tale da far pensare che chi l’ha scritta non abbia letto il testo che introduce. In ogni caso, la presentazione del libro di Graysmith al pubblico italiano (già meditata da Daniele Brolli, mi pare di ricordare), è un piccolo evento. Per celebrarlo ripropongo un saggio, un po’ datato, largamente ispirato a Graysmith. E’ già apparso sulla defunta Carmilla cartacea e nel mio Alla periferia di Alphaville, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2000.

Zodiac: AMERICAN PSYCOSIS

Nella moderna letteratura horror (e nel cinema, nella televisione) la figura del serial killer sembra avere completamente soppiantato i mostri metafisici del buon tempo che fu. Un intero filone, solo in parte coincidente con il cosiddetto splatterpunk, propone assassini psicotici di fronte ai quali lo stesso Hannibal Lector impallidisce. Non si tratta, a ben guardare, di una rivisitazione delle tematiche esplorate decenni fa da Robert Bloch, in romanzi a giusto titolo memorabili. Per lo più i risvolti psicologici sono scomparsi o si sono fatti marginali: al centro delle storie stanno ora le inenarrabili atrocità compiute dal mostro, che è tanto più mostro quanto più le sue azioni appaiono insensate. Una sorta di grottesco insetto omicida acquattato nelle pieghe della società, e destinato a essere, più che neutralizzato, schiacciato (quando il romanzo o il film hanno un “lieto fine”).
Non avrei eccessive obiezioni a questo genere di narrativa e di cinematografia, che talora ha persino pretese di critica sociale, se non vi ravvisassi un rischio di oggettiva sintonia con alcune delle tendenze più odiose scaturite dalla pensée unique (per dirla con Ramonet) oggi dominante: la rinuncia a ricercare le cause dei comportamenti, la rivalutazione della biologia con parallela svalutazione della psicologia, l’individuazione del deviante quale gratuita anomalia segnata da colpe misteriose e unicamente proprie (come la povertà nell’ideologia protestante).
L’eliminazione sanguinosa del “mostro” che spesso conclude quel genere di storie mi sembra allora collegarsi assai bene ai meschini trionfi del cognitivismo e del comportamentismo (uniche scuole psicoterapeutiche ancora considerate a livello accademico), al ritorno in grande stile della psichiatria scientista, alla reintroduzione dell’elettroshock nelle cliniche, alle disquisizioni su supposte origini chimiche o genetiche della schizofrenia. Se così fosse ci troveremmo di fronte a una letteratura e a una cinematografia spaventosamente reazionarie, che solo la confusione intellettuale degli anni ’90 permette di scambiare per progressiste.
Perché risulti più chiaro ciò che certe semplificazioni rischiano di oscurare, ripercorrerò la vicenda autentica di uno dei più allucinanti assassini psicopatici dei nostri tempi. Nella speranza che il lettore si chieda, alla fine della lettura, se la nozione di “mostruosità” possa davvero essere usata con leggerezza, nella fiction come nella realtà.

[SPERO CHE QUESTO “ASSAGGIO” VI INVOGLI A PROSEGUIRE, IL LINK LO AVETE – E’ INTERESSANTE ANCHE LA NOTA 22 CHE INCOLLO QUI SOTTO]


22) Non sono mancati, ovviamente, esempi di
serial killers operanti in paesi con tradizione culturale diversa da quella capitalistico-protestante (si pensi, per l’Italia, a Girolimoni, alla Cianciulli, al “mostro di Firenze”). La frequenza con cui l’omicidio seriale si manifestava nei paesi latini era però, fino a qualche anno fa, decisamente inferiore a quella rilevabile nel mondo anglosassone o in quello germanico. Si consideri, tra l’altro, che non esistono in italiano, francese o spagnolo termini che traducano con efficacia le espressioni inglesi serial killer o mass murderer. O l’equivalente tedesco massenmörderer, che in una vecchia collana di romanzetti popolari fu tradotto, in mancanza di meglio, con un bizzarro “distruttore di masse” (cfr. Monk Eastman, distruttore di masse, in “Petrosino, il grande poliziotto italo-americano”, Firenze, 1934, n. 2).

 

SEGNALO UN CURIOSO ERRORE, QUI IN NOTA, DI EVANGELISTI: nella fretta ha mescolato la Cianciulli con un generico “mostro di Firenze” e con un innocente, cioè Gino Girolimoni. Non era lui il colpevole di stupri e omicidi contro alcune bambine romane nel periodo 1924-1928; la stampa e soprattutto il regime fascista volevano un colpevole e lo costruirono “su misura” salvo poi tacere sulla scarcerazione di Girolimoni, obbligatoria… quando i delitti continuarono mentre lui era in cella. Ne abbiamo parlato in “bottega”: a esempio qui Scor-date: il mostro di Roma. Così nella memoria collettiva, quasi 100 anni dopo, “il mostro di Roma” è ancora «Girolimoni».

   HO RIPRESO LA VIGNETTA IN RETE: NE CIRCOLANO DIVERSE SULLO STESSO MOTIVO, FRA CUI QUELLA DI VAURO SU “IL FATTO QUOTIDIANO” DI IERI. (db)

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

5 commenti

  • Il tuo mi sembra un approccio interessante che va oltre lo scontato Isis e/o omofobia. Per carità, forse c’entrano anche questi ma, essendo in America e leggendo le caratteristiche dell’assassino, qualche dubbio è lecito che venga.
    Però poi, anche proprio rispetto all’America, mi piace l’approccio non scontato… che mi sembra di rilevare spesso anche sul blog. Io un tempo ero “anti-americano” e basta … diciamo alla Gaber “non c’è popolo più stupido degli americani”… poi ho cominciato ad affacciarmi al mondo reale che è sempre più complesso di quello che vediamo nelle letture in superficie (comprese quelle di sinistra) e ho visto che c’era (e c’è) un’altra America (come c’è un’altra Italia, un’altra Germania ecc. ecc.)… Beh, siccome nella vulgata spesso gli anti-americani sono di sinistra (+ un po’ di fascisti nostalgici) e i filo-americani di destra, è bene che che venga fuori anche questo aspetto, per esempio i lavori di Sandro Portelli sono sempre illuminanti e, assieme a tanti altri, hanno permesso anche a me di amare l’America come ogni altro posto al mondo. D’altra parte “Nostra Patria è il Mondo Intero”, no?
    Renato

  • Questa storia assomma una serie di criticità, alcune tipiche della società statunitense, altre più ‘globali’, ma c’è qualcosa di assolutamente chiaro nell’oscurità che, credo, ci avvolge tutti. La disponibilità di armi, e in particolare di armi d’assalto come quelle usate da questo assassino, è il fattore decisivo. Io partirei da questo per cercare spiegazioni, piuttosto che dalla psicologia di massa o dalle analisi delle diverse storie politiche e religiose dei paesi. Come è possibile vendere questo tipo di armi al dettaglio (quasi) come fossero attrezzi agricoli? Il tipo che ha venduto l’arsenale bellico usato dal Ameen si è detto ‘dispiaciuto’ che l’assassino abbia scelto il suo negozio, ma che lui ha la coscienza a posto perché ha fatto solo il suo lavoro. Possiamo discorrere a lungo sulle ragioni di questa follia, e credo che potremmo concordare che c’entri l’omofobia latente di qualcuno che non riusciva ad accettare la propria omosessualità (o identità sessuale fluida) come la campagna mediatica dell’Isis, penetrante soprattutto tra i giovani di seconda generazione, in Europa come in Nord America. Tuttavia, il problema fondamentale è il contesto che permette ai problemi individuali di trasformarsi in gesto distruttivo per un’intera collettività.
    Faccio un esempio piccolo, ma credo utile. Da anni, ogni volta che leggo al notizia relativa ad un uxoricidio commesso in Italia con un arma da fuoco, mi chiedo come l’autore sia entrato in possesso di un’arma. Non credo che uno studio specifico sia stato fatto, almeno non ne sono a conoscenza, ma spesso si tratta di persone che detengono un arma per il loro lavoro, forze dell’ordine o guardie giurate, o talvolta cacciatori. Le categorie sono limitate perché sono pochi coloro autorizzati a detenere armi. Questo non toglie il fatto che tragedie accadano, e che non ci siano altri mezzi per provocare distruzione di massa. Però, la disponibilità di armi, e in particolare armi così potenti come quelle usate nella strage di Orlando, creano una cornice che facilita. In Australia alcuni anni fa hanno introdotto limiti alla vendita di armi simili a quelli da più parti sollecitati negli USA (anche dal criticabile e criticato Obama). Ebbene, da allora non si sono registrati omicidi di massa come quelli che, purtroppo, accadono con frequenza impressionante negli Stati Uniti d’America.

    • Daniele Barbieri

      Giustamente scrive Max Mauro che questa storia è complessa. Il mio paradosso ne toccava solo un punto. La disponibilità di armi è ovviamente un altro punto ma anche qui i paradossi si sprecano: se Obama, Clinton e compagnia vogliono davvero – e ne dubito – limitare l’uso di certe armi “in casa” sarebbe il caso di ricordare quante ne usano per uccidere fuori dai loro confini. Troppo comodo dimenticarlo. Ma queste amnesie riguardano anche noi, qui. A proposito dei femminicidi in Italia, Max scrive «mi chiedo come l’autore sia entrato in possesso di un’arma» e aggiunge che in Italia «le categorie sono limitate». Non credo che sia più così. Qui in “bottega” nel dicembre 2011 scrissi un post intitolato «Armi al popolo» per raccontare che dal primo gennaio 2012 in Italia scattava una liberalizzazione: più armi per tutti. «E senza noiosi registri». Commentavo: «si tratta di un bel passo avanti dell’Italia verso l’americanizzazione (nel senso del film di Michael Moore “Bowling Columbine”)». Su questa liberalizzazione è caduto il silenzio: ovvio, visto che le industrie d’armi italiane condizionano la politica e i media, sono intoccabili. E le industrie italiane proprio in questi giorni hanno brindato per i buoni affari conclusi con l’Egitto. Ma come? – dirà qualche ingenua/o – proprio il Paese che ha ucciso Giulio Regeni? Proprio l’Italia che minacciava chissà quali azioni se il governo egiziano non avesse collaborato per “la verità”? Ecco il paradosso di un’azione concreta: più armi agli assassini. Il resto è fumo negli occhi.
      E a proposito di paradossi ne segnalo un altro interessante quanto drammatico. Riprendo dal sito di “Comune Info” queste parole di Enrico Euli: «agli Europei di calcio in Francia ci si era preparati per difenderci dagli attacchi terroristici. Ma non sono arrivati gli stranieri, gli islamici. Sono tornati i nemici interni, gli hooligans. Nazisti, sfascisti e razzisti. Sono parte di noi… Intanto riemerge prepotente un nazifascismo tecnocratico-finanziario, fatto di mercati e borse. Il vecchio nazifascismo non torna, è superato, è patrimonio di minoranze nostalgiche o patetiche. Non sarà Hitler a invaderci un’altra volta. Siamo già invasi, da un nemico interno, ma viviamo come se così non fosse. È il nuovo nazismo che dovrebbe preoccuparci, ma non sembra». Discorsi scomodi vero? Allora rimuoviamoli tutti: un colpo di scopa e via, sotto il tappeto.

  • Caro Daniele, sono d’accordo con te, come non esserlo? E’ davanti agli occhi di tutti (o di chi vuole vedere) il coinvolgimento militare degli USA in tutto il mondo. D’altra parte, dopo la seconda guerra mondiale hanno piazzato basi militari un po’ ovunque…e la maggior parte di esse sono salde e funzionanti. Ne sappiamo qualcosa noi a Nord-Est, con Aviano e Vicenza. E’ anche evidente che, in Europa soprattutto, sta montando una destabilizzazione di molti diritti conquistati nel secolo scorso grazie a lunghe lotte sociali e politiche. A questo si lega il fatto che gli interessi delle multinazionali stanno diventando (o lo sono già) la forza predominante nelle politiche nazionali e transnazionali, basti pensare al TTIP, che rappresenta un vero assalto alla democrazia, o a quello che è rimasto di essa. Tutto questo è evidente, ma il mio intervento in risposta alle domande poste dal tuo post aveva un altro obiettivo.
    Permettimi, Daniele, ma mi pare che la tue osservazioni siano fuori fuoco, in questo caso. Si cercavano delle risposte all’eccidio di Orlando e si finisce a parlare di ‘nazifascismo tecnocratico-finanziario’. Non è in principio sbagliato, la cornice in cui viviamo è quella, e negli USA lo è da molto tempo, non è una novità. Ma semplicemente non è di questo che si stava parlando. Io ho posto una questione, quello della disponibilità di armi. So bene che le redini per l’acquisto di armi si sono allentate anche a casa nostra, ma rimaniamo molto, molto distanti da quello che accade negli USA. Questo è un problema, e una soluzione c’è: introdurre limiti alla vendita di armi. Punto. Se poi vogliamo per ogni cosa tirare in ballo l’imperialismo USA e la deriva neoliberista, facciamolo ma rischiamo di perdere di vista i problemi immediati e le possibili soluzioni.

    • Daniele Barbieri

      grazie Mauro, il mio senso non era “parlar d’altro”. Infatti ricordavo, fra l’altro, che in Italia, gran produttore di armi, mentre magari si finge sdegno per la liberalizzazione totale negli Usa, dal primo gennaio 2012 è scattato un porto d’ami più facile e, al solito, quasi tutti zitti. E anzi la Lega lo vuole ancora più facile, parla di “legittima difesa” intendendo la pena di morte, senza processo, per ladruncoli o sospetti tali.
      Bum.
      Zitti e bum.
      Tanti discorsi approssimativi, magari anche i miei ogni tanto. Troppi silenzi. Un mare di bugie. E poi bum, bum, bum, bum, bum… In “casa” e “fuori”.

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