100 anni fa nasceva Laura Conti

testi di Chiara Zamboni e Renata Borgato, un film di Gianni Serra, citazioni e persino vie mentre esce un libro di Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi

 

 

ecco il film di Gianni Serra ispirato al romanzo di Laura Conti

 

qualche comune dedica una strada a Laura Conti

Udine  –  via Laura Conti

Bolzano – Via Laura Conti

Corsico – Via Laura Conti

Ravenna Via Laura Conti

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dice Laura Conti:

L’ecologia si serve delle scienze sperimentali ma non è una scienza sperimentale: è una scienza di esperienza e non di esperimento, perché non può lavorare su modelli della realtà ma può soltanto osservare la realtà. […] Ciò la induce ad affidarsi, spesso, ai pregiudizi. Per gli scienziati sperimentali i pregiudizi sono cose orride e nefaste, da liquidare senza pietà. Invece, nella cultura dei movimenti ecologisti il “pregiudizio” è la convinzione a priori che le soluzioni affermatesi nel corso dell’evoluzione biologica, essendo state collaudate per tempi lunghissimi, abbiano maggiori probabilità di essere affidabili di quante ne abbiano le soluzioni escogitate dagli scienziati, collaudate solo per tempi brevissimi. (da l’Unità, 13 giugno 1992; citato in Laura Centemeri, Ritorno a Seveso: il danno ambientale, il suo riconoscimento e la sua riparazione, Bruno Mondadori, 2006, cap. 3.2.3, p. 121)

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Laura Conti: una scienziata ecologista – Chiara Zamboni

Vorrei parlare di Laura Conti, perché la penso come la figura più importante dell’ecologia in Italia dagli anni Ottanta del Novecento. Considero essenziale riconoscere il sapere, l’impegno politico ed esistenziale di quella che potremmo chiamare una “madre di tutti noi”. Studiandola, leggendola, considerando la sua passione politica, si può comprendere ora dove ci collochiamo e qual è l’insegnamento che possiamo riprendere da ciò che ci ha lasciato in eredità.

Non è stata femminista in senso stretto in un periodo in cui il femminismo era diffuso, seguendo la sua seconda ondata. Ma ha avuto, come medica e scienziata, grande attenzione per la salute delle donne e la vita delle donne essendo una donna. E di questo aveva grande consapevolezza. Per me questo basta. Essere una donna e assumerlo orientandosi nella realtà, è il primo e più importante passo politico, se si parla di politica delle donne.

Prima però di parlare direttamente di lei, ricostruendo una genealogia che ci è necessaria, vorrei riprendere alcuni elementi della differenza sessuale. Potrebbe sembrare inutile e ripetitivo, ma altrimenti, mi sembra, perdiamo la misura di fronte alla miriade frammentata di temi, di questioni, di conoscenze, di informazioni, che la questione della natura e il dibattito ecologico portano con sé. È come camminare su sabbie mobili, tanto le posizioni si uniscono o si contrappongono, o si modificano. Quindi tenere ben stretto il filo della differenza sessuale ci aiuta a non sperderci. Ad orientarci nel grande mare di temi, informazioni, conoscenze, questioni che l’inquietudine per la natura, e l’attenzione all’ecologia suscitano.

In prima battuta quello che propongo è un’ermeneutica sessuata di queste questioni. Il che significa che noi leggiamo e patiamo questi temi a partire da una incarnazione sessuata. Ho visto quanto questa posizione sia facilmente travisata e ridotta ad una semplice simmetria tra il femminile e il maschile, le donne e gli uomini, un genere e l’altro. In definitiva, parlare di genere femminile e maschile riduce il tutto ad uno sguardo neutro e di sorvolo che da fuori e dall’alto vede la simmetria dei due generi distendersi nel mondo sotto di sé. Come ogni sguardo neutro, anche questo facilita un ragionare scorrevole e senza intoppi e l’azione politica diviene come pattinare su di una superficie liscia, su cui si può agire come su di una scacchiera, muovendo le pedine. Allo stesso tempo si ritiene che con leggi, decreti, consigli istituzionali, si possa cambiare la realtà dei generi o cancellarli.

Ma la prospettiva da cui si muove il pensiero della differenza è che essere una donna significa avere consapevolezza costitutiva dell’altro, che è l’uomo, e questo si accompagna allora alla consapevolezza degli altri esseri, del mondo.

Un’ermeneutica sessuata dell’altro, degli altri, del mondo implica un esserci, un patire la propria presenza in rapporto all’altro, indicarla a chi ci ascolta, sentirla, dargli parola senza uscire dal cerchio della relazione. Una donna trova in questo il proprio modo di fare teoria nel cerchio della relazione e così fa vedere cose che altrimenti non potremmo vedere. Senza uscirne. Esattamente qui e ora.

Il pensiero della differenza dà una impronta, che mi sembra inaggirabile, all’ecologia. Non si tratta infatti semplicemente di dire che il mondo è relazionale. L’ecologia mostra che tutto il cosmo è relazione. Questo è ancora uno sguardo neutro che si pone fuori dal cosmo e guarda dall’alto che tutto è relazione. Io parlo, piuttosto, a partire da una relazione incarnata e da lì posso dire qualcosa di vero che riguarda anche altri, il cosmo. Ma non posso mettermi dall’alto e guardare come se ne fossi all’esterno. Come se fossi sulla Luna a guardare la Terra. Sono qui e ora, sono una donna che parla all’interno di relazioni. Ciò che caratterizza questo gesto è una dimensione asimmetrica, squilibrata. Non sono un soggetto onnisciente. La posizione neutra è la posizione di chi si pone al posto di Dio, non dal punto di vista di chi patisce dall’interno una certa situazione.

Dove Laura Conti ha mostrato l’incarnazione della differenza sessuale, questo essere in una relazione incarnata? Asimmetrica. Dove e come ha mostrato di fare un discorso teorico mettendosi in gioco personalmente e non semplicemente di dare una conoscenza oggettiva, per cui lei dunque supera l’opposizione soggetto-oggetto? Lo ha mostrato quando ha parlato dell’amore per la Terra come leva fondamentale che l’ha portata all’ecologia. Ad occuparsi politicamente del nostro pianeta. È il suo punto incandescente in cui si nota più fortemente l’asimmetria. Non necessariamente per tutte è questa la via della differenza, ma questa donna offre qualcosa di vivente al processo di verità quando tocca questo punto asimmetrico vivente, fertile, generatore.

Vorrei spiegarmi, riprendendo alcune linee del pensiero di Laura Conti, per mostrare il modo di darsi di questo punto di incandescenza sessuato, che è nel suo percorso l’amore per la Terra. La sua affermazione, che si sente impegnata soggettivamente per la salute e il benessere di tutte le creature umane e non umane e per il pianeta e che fonda questo impegno nella conoscenza scientifica, rende la conoscenza scientifica non neutra. È non neutra perché inserisce i processi di sapere all’interno del campo più vasto del sentire soggettivo che impegnano più di qualsiasi scelta etica. Ed è anche non neutra perché dire che è l’amore che la spinge verso il conoscere il pianeta per renderne migliori le condizioni è qualcosa che per lo più sono le donne a dire nella nostra contemporaneità.

Molte sono le testimonianze di giovani scienziate, che dichiarano di aver iniziato studi lenti e faticosi di biologia, medicina, fisica ecc., in quanto guidate da amore per il mondo e la natura. Succede che poi non sanno esprimerlo all’interno della loro disciplina, prese dallo studio così come viene veicolato in paradigmi disciplinari. In questo senso c’è una loro differenza femminile che si esprime in questo e che viene avvertita come fuori posto dallo sguardo degli altri; loro stesse finiscono per autocensurarsi su questo tema con l’andare del tempo.

Laura Conti invece lo esprime, lo scrive. Come lo scrive anche Evelyn Fox Keller quando riporta la posizione di Barbara McClintoch, la genetista che parlava di amore per la singolarità del gene del grano che stava studiando. È il passaggio da un’episteme fondata sulla contrapposizione soggetto-oggetto ad una nuova episteme legata alla relazione amorosa nella ricerca scientifica. Un’area di discorso che viene censurata accuratamente negli studi di allora. Come di oggi. Considerata superflua…

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Laura Conti – Renata Borgato

«Obiettività scientifica e partecipazione affettuosa, lucidità di analisi e impegno militante»[1].La storia di Laura Conti racconta con la molteplicità del suo impegno l’unità di una visione attenta e partecipe in cui non hanno molto significato le separazioni tra privato e politico, poesia e scienza, individuo e ambiente, natura e cultura. La concretezza con cui ha lavorato ne fanno un riferimento politico ed etico utile e necessario ai nostri tempi.
Laura Conti da piccola visse a Trieste, poi a Verona e infine a Milano, che considerò sempre la sua città. I suoi genitori erano stati costretti ad abbandonare Trieste in seguito all’impegno antifascista dei genitori, che avevano perso la propria azienda commerciale. A Milano la famiglia avrebbe avuto una vita dura, isolata, senza contatti: «la mia divenne una famiglia che si opponeva al mondo, disperata e molto sola» [2].
Sulla sua educazione resta una sua testimonianza diretta: «in casa non si occupavano di spiegarmi le cose: avevo tutti i libri a mia disposizione, non avevo che da attingere agli scaffali, liberamente, prima ancora di andare a scuola». Ma probabilmente fu proprio questa modalità ad abituarla alla ricerca autonoma, alla riflessione, alla libertà.
Come molte donne, nella prima giovinezza Laura costruì la propria immagine per differenza, ripensando alle scelte di sua madre: «mia madre era maestra e rinunciò al suo lavoro adattandosi al modello di mio padre che, coraggioso e onesto intellettualmente, era tuttavia un tiranno della peggior specie. Lei era una meridionale succuba del modo tradizionale di concepire la famiglia. Però soffriva e io lo avvertivo…»
Proprio per questo Laura si rese molto presto conto che i ragazzi avevano diversi modelli cui ispirarsi, ma che quello proposto alle donne era prevalentemente quello della casalinga-madre, che a lei risultava estraneo. Forse per questo ebbe una vita ricca di amicizie, intellettualmente, professionalmente e affettivamente importanti, ma non costruì una famiglia, probabilmente anche per il dolore seguito alla perdita di Armando Sacchetta, divenuto suo compagno nel lager di Bolzano e morto pochi giorni dopo la Liberazione in seguito all’emorragia seguita a un intervento chirurgico effettuato nel tentativo di arrestare una cancrena.
D’altra parte lei stessa aveva scritto: «pensavo che mi sarei fatta una vita mia, eventualmente con dei figli, ma priva dei legami coniugali che mi facevano orrore. Così è stato e se i figli non sono venuti, non si è trattato di una mia scelta».
Quando a scuola le regalarono una biografia di Maria Curie, pensò di aver trovato un modello che le si adattava meglio: «non è escluso che anche di qui sia nata la mia passione per le scienze».
Laura si iscrisse alla facoltà di medicina e nel 1944 entrò nelle file della Resistenza, aderendo al Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà. Ebbe il rischioso incarico di fare propaganda presso le caserme. «Avevo molta paura ma al contempo avevo la sensazione che il mondo fosse troppo piccolo per albergare i nazisti e me, che fosse persino necessario morire, perché se i nazisti avessero trionfato, il mondo non avrebbe più avuto attrattive». Venne arrestata già nello stesso 1944 e, dopo una breve detenzione nel carcere di San Vittore a Milano, fu trasferita nel Campo di transito di Bolzano, dove rimase fino alla fine della guerra.
Questa esperienza le avrebbe suggerito un’opera narrativa, La condizione sperimentale, scritta nel 1965 in cui ripercorre la sua esperienza nella Resistenza e nel Campo di transito di Bolzano.
L’esperienza fatta l’avrebbe indotta anche a riprendere la riflessione sul ruolo femminile, dopo aver constatato la subalternità al modello tradizionale di molte delle donne che avevano condiviso la sua esperienza di detenzione. Donne che avevano scelto di lottare per un mondo nel quale gli uomini vivessero un rapporto democratico, senza che ciò trasformasse la subalternità delle donne.
La scrittura sarà un altro dei tratti costanti della vita di Laura Conti. Prima di La condizione sperimentale aveva già scritto Cecilia e le streghe, sua opera prima, con cui nel 1963 aveva vinto il premio Pozzale. Il romanzo, quasi un thriller scritto con grande finezza per le ambientazione e gli stati d’animo di cui restituisce la potenza, soprattutto nei vuoti impossibili da descrivere, prende le mosse da un misterioso incontro fra due donne, nelle strade deserte di Milano in una sera di mezz’agosto e affronta con toni poetici i temi della malattia, della morte, del dolore, della fede e dell’eutanasia, affrontando pienamente le pieghe del rapporto fra medico e paziente…

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è appena uscito – ne riparleremo presto – per Fandangolibri, “Laura non c’è di Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi. Ecco la presentazione.

Laura Conti non c’è. È morta il 25 maggio 1993, ma se fosse ancora viva avrebbe 100 anni, ed è così che la immaginano le autrici Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi.

Una donna pungente, divertente e con ancora tante cose da dire al mondo. Perché nonostante Laura Conti sia scomparsa dai grandi discorsi ambientalisti ed ecologisti della sinistra italiana degli ultimi trent’anni, le sue parole, il suo pensiero e le sue riflessioni sono ancora qui, a disposizione di tutte e tutti.

Un libro fatto di dialoghi impossibili che diventano reali grazie alla forza della narrativa e dell’immaginazione.

Sette incontri con altrettante donne con le quali affrontare i temi a lei cari: la pandemia e il lavoro, i disastri ambientali, la vita e la salute delle donne, l’ecologia, la caccia e l’aborto.

Un libro che ci permette di conoscere una delle pensatrici più importanti del nostro paese, considerata a ragione la fondatrice dell’ambientalismo scientifico in Italia che per ragioni incomprensibili non ha trovato posto nei libri di storia e nel nostro patrimonio culturale.

Laura Conti in bottega

Il “montaggio” di questa scor/data è di Francesco Masala. Torneremo presto sul libro, sulla straordinaria vita di Laura Conti e su alcuni fra i temi qui toccati.

La Bottega del Barbieri

4 commenti

  • Cosa mi ha dato (e lasciato) Laura Conti? Innanzitutto, non certo in ordine di importanza ma come testimonianza esemplare della sua immensa generosità e apertura, un assegno di 100.000 lire. Anzi, l’assegno è fra le cose che mi ha dato ma non “lasciato”, perché lo dovetti rimandare indietro.
    Era il 1981 o 82, ed ero in carcere a Lucca, in attesa di processo per associazione sovversiva, banda armata e altri reati collegati e derivati dai primi. E non ci era consentito incassare assegni.
    Con Laura avevo iniziato una corrispondenza nata dai miei primi interessi ambientalisti (mi ero laureato in architettura alcuni anni prima con una tesi che utilizzava i pannelli solari per riscaldare una scuola materna, e prima dell’arresto avevo lavorato con un comitato contro il nucleare nel mio paese alle porte di Cagliari, organizzando una mostra e un convegno che segnarono una tappa importante nel movimento antinucleare e antimilitare nella zona); e dalla mia ammirazione per le sue battaglie su Seveso, per la sua figura così controcorrente, pur dall’interno di un partito da cui io ero uscito tanti anni prima. Ero (sono) convinto avesse una lucidità di comprensione della questione globale (planetaria, appunto) rara e purtroppo non colta (sicuramente non nel suo partito); che il suo sapere e il suo approccio sia stato un patrimonio sprecato in maniera disastrosa con i ritardi, le cecità e le conseguenze che riscontriamo ancora oggi.
    Infine, Laura figura fra i miei rimpianti per “incontro mancato”, incontro che con un piccolo sforzo da parte mia ci sarebbe potuto essere, quando andai a sentirla vicino a Firenze dopo la mia scarcerazione, poco prima della sua morte, e per vari motivi, sicuramente superabili, non mi avvicinai. Magari sarebbe stato frettoloso o inopportuno, ma mi è sempre rimasto un senso di colpa per un grazie detto a voce che non ci fu.

  • Giorgio Chelidonio

    Ho avuto la fortuna di conoscerla ad una sua conferenza nel 1980 e mi ha doppiamente affascinato, sia per la chiarezza della sua esposizione sia perché era la prima volte che semtico usare (anche “a sinistra”) la parola ambiente: prima d’allora la si usava (in dialetto veronese) solo per definire una buona trattoria …

  • Angelo Ruggeri

    E’ davvero molto singolare e chi ha scritto questi ricordi di Laura Conti dimentichi del tutto di dire che Laura non era soltanto una scienziata ed ecologista ma era una grande straordinaria marxista e che proprio per questo suo essere marxista e per la sua lettura e analisi dei problemi ambientali ed ecologici alla luce dell’analisi marxiana dei rapporti di produzione capitalistici e della suo indicare la teoria della prassi marxista e la lotta contro il capitalismo come elementi ineludibili e costitutivi di ogni lotta o battaglia ecologia, per la difesa dell’ambiente e salvare QUESTO PIANETA , ha subito attacchi da tanti “piccoli quaqquaraqà” ecologisti anche quando era presidente dell’Arci. Il fatto che si ometta quella che fu la caratteristica fondamentale e per questo eccezionale della sua culturale e teoria marxiana che diversamente dai sedicenti ambientalisti di cui sopra e di cui oggi si distribuiscono su tutto l’arco politico e sociale finanche aderendo a formazioni partitiche e al governo che fanno dell’ambiente una bandierina da sventolare agli occhi degli sciocchi senza in realtà impegnarsi ne fare alcun che per rimuovere le cause della degenerazione ambientale che risiedono nell’economia capitalista volta e negare i fini d’uso e finalizzata esclusivamente a realizzare valori di scambio cioè esclusivamente al profitto ad ogni costo e con ogni mezzo anche distruttivo della natura e dunque a non fare nulla per modificare i rapporti sociali e di produzione nonché le forme istituzionali e di potere della formazione storico-sociale capitalista, se si omette tutto ciò e si pretende di farlo in nome di Laura Conti nel mentre stesso che si dice di volere ricordare l’anniversario della sua nascita, significa CHE SI VUOLE USARE E SI STA USANDO LA BOTTEGA DEL BARBIERE PER FARE OPERA DI MISTIFICAZIONE SIA DELL’OPERA DI LAURA CONTI CHE DELLA QUESTIONE ECOLOGICA CHE COME DICEVA GIA’ LA STESSA LAURA BEN DIMOSTRA CHE E’ PARTE NON SEPARABILE E CHE ATTIENE INDISSOLUBILMENTE ALLA QUESTIONE SOCIALE, in quanto il CONCETTO DI ECOLOGIA PRESENTA RAPPORTI STRETTI COL CONCETTO DI AMBIENTE SOCIALE, DI CONDIZIONI SOCIALI D’ESISTENZA, QUINDI CON LA SOCIETA’ CHE E’ UNA CREAZIONE STORICA DELL’UOMO che nell’attua FASE STORICA CORRISPONDE AL GRADO DI SVILUPPO DEI RAPPORTI DI PRODUZIONE E SOCIALI CAPITALISTICI CHE NELLO STESSO TEMPO CHE OPERA CONTRO LA NATURA OPERA ANCHE NEI CONFRONTI DELL’UOMO SFRUTTATO COME SE FOSSE UN DATO DI FATTO, cioè come fosse una “natura”, come una cosa che esiste oggettivamente come una “natura” e quindi finendo col considerare una CREAZIONE DELL’UOMO QUALE E’ IL CAPITALISMO COME UNA COSA DATA E INSUPERABILE CON UNA SOCIETA’ NON PIU’ CAPITALISTA E IN CUI PREVALGA LA SOCIALIZZAZIONE DEI MEZZI DI PRODUZIONE E LA SOCIALIZZAZIONE DELLE ISTITUZIONI E DEL POTERE CON FORME DI POTERE NON PIU’ DALL’ALTO QUALI SONO QUELLI VIGENTI NELLA FABBRICA E NELLO STATO CAPITALISTA, MA CON FORME DI POTERE DAL BASSO, cioè UN NUOVO POTERE E NUOVI POTERI SOCIALI CHE IN QUANTO COINVOLGENTI LA COLLETTIVITA’ E LE MASSE POSSONO SOSTITUIRE ALLE PAROLE SENZA CONCETTO CHE SI FANNO SULL’AMBIENTALISMO come pura e semplice propaganda, UNA AZIONE REALE DI TRASFORMAZIONE GUIDATA DALLA TEORIA che per LAURA CONTI era LA TEORIA MARXISTA. Anche per questo Laura CONTI si occupata Costituzione, istituzioni e politica in antitesi e in posizione del tutto opposta a quella di partiti e soggetti di oggi chi ABUSANO, MISTIFICANO E SI APPROPRIANO PER INTERESSI PERSONALI E ELETTORALI FACENDO DELL’ECOLOGIA UNA COSA DEL TUTTO SEPARATA DALLA QUESTIONE SOCIALE E DALLA QUESTIONE DELLE FORME DI PRODUZIONE E SOCIALI CAPITALISTE. Non si può essere ambientalisti se non si è sia teoricamente che praticamente contro gli attuali rapporti di produzione e contro la società capitalistico-borghese dominata dal denaro e dal profitto.
    Ho avuto la fortune a di conoscere Laura Conti quando ero segretario regionale del PCI della Lombardia quando la invitavamo a partecipare alle riunii della segreteria regionale, e di sostenerla quando nelle ELEZIONI PER IL SENATO, quando nonostante che l’indicazione di voto del PCI era Claudio Petruccioli “trombato” da direttore dell’Unità GLI ELETTORI E LA BASE PCI VOTO ED ELESSE LAURA CONTI anziché Petruccioli (segnato dal titolo di “leone d’Aquila: stava in spiaggia al mare mentre i fascista occupavano la federazione PCI dell’Aquila di cui era segretario…). E da senatrice Laura Conti fu l”unico senatore del PCI a battersi e votare contro l’abolizione del SISTEMA ELETTORALE PROPORZIONALE. E con Laura CONTI, SALVATORE D’ALBERGO E IL SOTTOSCRITTO, nel 1991, PER OPPORCI al Movimento di Segni e dei fautori dell’antiproporzionale, fondammo il “MOVIMENTO NAZIONALE ANTIFASCISTA PER LA DIFESA E IL RILANCIO DELLA COSTITUZIONE” di cui LAURA CONTE FU LA PRESIDENTE FINO ALLA SUA MORTE. E fino alla sua morte si batte e scrisse (anche per il nostro “CENTRO culturale e di iniziativa politica IL LAVORATORE”), CONTRO IL “MATTARELLUM” sistema maggioritario-uninominale di Mattarella e per IL RIPRISTINO DEL PROPORZIONALE “PURO”, cioè SENZA SBARRAMMENTI e senza alcuno dei limiti CON CUI OGGI SI MISTIFICANO COME PROPORZIONALE SISTEMI CON SBARRAMENTO e CHE PER UNA PARTE SONO INVECE MAGGIORITARI come ad esempio e similarmente al sistema tedesco. Bisogna essere proprio inintelligenti, incolti o manovratori sciocchi per ridurre Laura Conti ad una banale ambientalista, quando oltre che scienziata era in primo luogo una grande MARXISTA e CHE DALLA ANALISI della CRITICA MARXIANA DELL’ECONOMIA E DELLO STATO CAPITALISTA DERIVAVA COERENTEMENTE L’ESSERE ECOLOGISTA avendo compreso che il capitalismo e il tipo i sviluppo capitalistico portava alla distruzione dell’ambienta e del Pianeta.

  • Angelo Ruggeri

    Post scriptum :L’essere ecologista di Laura Conti in quanto coerentemente marxista, oltre che dal fatto che aveva compreso, come ho detto prima, che il capitalismo e il suo tipo di sviluppo porta alla distruzione dell’ambienta per la sua brama di profitto che non si ferma e non si limita davanti nulla: non si limita ne di fronte alla natura ne di fronte all’uomo che sfrutta entrambi in misura esponenziale, derivava anche dalla convinzione che puntando marxianamente a contrastare le forme capitalistiche che determinano ideologicamente anche il modo di pensare e le coscienze, un numero sempre maggiore di uomini avrebbero potuto realizzeranno con libera decisione un altro tipo di sviluppo non capitalistico ma sociale e socializzante in cui finalmente l’uomo liberato dall’obbiettivo capitalistico della realizzazione di valori di scambio cioè di profitto, può dedicarsi al fine dei valori d’uso , avvalendosi di tale libertà per separare il capitale costante o fisso (mezzi di produzione), dal capitale variabile (forza lavoro) e dal plusvalore (che compone il profitto), cosi che la crescita della natura umanizzata non andrà più a ridurre quella umanizzabile e sopratutto potrà porre termine alla distruzione della primaria natura amica e vitale dell’uomo .
    La STORIA è un giudice inappuntabile CHE puntualmente PRESENTA IL CONTO e LO STA PRESENTANDO ALL’UOMO CAPITALISTICO che si è CULLATO per oltre 500 ANNI in un movimento storico forsennato che PRESO DALLA SUA BORIA DI GRANDEZZA E DI RICCHEZZA DI POCHI E MISERIA DEI POCHI E DELLA NATURA ha perso il controllo del CAPITALE COSTANTE (macchinario, ecc.)e sta producendo oltre che alla fin fine la distruzione della stessa NATURA UMANIZZATA anche la distruzione dello stesso corpo inorganico dell’uomo: la natura.
    Perché il capitalismo nel suo stadio più maturo, realizza uno sviluppo incontrollato e separato del capitale costante (capitale fisso: messi di lavoro e produzione. ecc.) e quindi l’incremento della fascia di natura umanizzata, ma non ne garantisce e NON PUO’ GARANTIRNE ( in quanto obbligatoriamente proteso al profitto e all’accumulazione), né LA PERPETUAZIONE né LO SVILUPPO CONTROLLATO, ANZI ne PROVOCA LA DISSIPAZIONE o la VANIFICAZIONE ricorrente e insieme la PROLIFERAZIONE INCONTROLLATA.
    E’ QUESTO ultimo TEMA, della proliferazione incontrollata, che ATTIENE più propriamente alla TEMATICA ECOLGICA del nostro tempo. IL NESSO TRA LOGICA DEL CAPITALISMO E DEGRADAZIONE DELL’AMBIENTE VITALE è UN NESSO PERVERSO E PERSINO  O QUASI INTUITIVO. E in questo vi sono pure coinvolti tutti, anche i più astratti PAROLAI E SEDICENTE AMBIENTALISTI che con puro e semplice parolaismo propagandistico e di interesse soggettivistico o politicistico coprono, avvallano e quindi favoriscono tale logica distruttiva e di degradazione da parte del capitalismo, del quale neanche pronunciano il nome, un nome “capitalismo”, pur se è un nome storico e oggettivo …

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