Covid: il primo compleanno

articoli di Lanfranco Caminiti, Olivier Turquet, Charlotte Bez, Thomas Fazi, Giovanni Tonutti,

 

L’Italia cinica che maltratta i morti – Lanfranco Caminiti

Si lavora tanto nei cimiteri – non si ha idea di quanto febbrile possa essere il lavoro – per i nuovi morti, per sistemare quella cappella che filtra acqua, e a cui l’umidità sta scrostando tutto l’intonaco, per fare spazio: dopo trent’anni, le tombe si possono riaprire, i morti raccogliere in un ossario più piccolo, e mettere assieme mogli e mariti, o padri e figli o parenti; c’è bisogno di loculi per i nuovi arrivati, e lo spazio vitale, se così si può dire, va ridotto al minimo.

Non si smette mai di morire. Una volta, al Cimitero monumentale di Messina vidi un cartello dell’Amministrazione comunale affisso a una cappella che doveva essere stata bella nei suoi tratti liberty ma che ora veniva giù a pezzi, letteralmente, perché priva di qualunque manutenzione chissà da quanto tempo: si avvisavano i familiari – laddove ce ne fossero ancora vivi o qualcuno fosse in grado di contattarli – che si sarebbe intervenuto di ufficio per rimuovere i sepolcri e spostarli in altro luogo, e per affidare quello spazio a un bando pubblico. Non era tanto il pericolo di un crollo quanto l’avidità di uno spazio: se quei morti non interessano più a nessuno, o se non c’è più nessuno in grado di badare a quei morti – che senso ha lasciare ai morti, e a morti dimenticati da tutti, quello spazio?

Chi frequenta i cimiteri queste cose le sa, il silenzio è interrotto dalla betoniera che impasta il cemento, o dai manovali che sistemano un’impalcatura di tubi innocenti o trapanano qualcosa. Non è l’irruzione della vita nella morte, ma della morte nella morte, della nuova morte nella morte di prima.

La cronaca di questi giorni racconta di tre addetti al cimitero di Tropea che sono stati arrestati dopo un’indagine della Guardia di Finanza e accusati di violazione di sepolcro, distruzione di cadavere, illecito smaltimento di rifiuti speciali cimiteriali e peculato, in sostanza di avere svuotato in maniera illecita vari loculi per fare posto ad altri defunti. «I tre, senza alcuna autorizzazione e in totale spregio di qualsiasi disposizione contenuta nel regolamento di polizia mortuaria comunale, hanno eseguito numerose estumulazioni illegali, al fine di conseguire, con ogni probabilità, illeciti profitti, assicurando ai congiunti di persone defunte l’utilizzo di loculi per la sepoltura, resi improvvisamente disponibili, eliminando, senza averne titolo, i poveri resti mortali rimasti di altre persone già sepolte da anni, approfittando della situazione di grave carenza di posti liberi che da molto tempo esiste presso il cimitero di Tropea. I tre soggetti, in un’area interna e riparata del cimitero, senza il minimo scrupolo, hanno proceduto, in molte occasioni, a estrarre i cadaveri di persone decedute da molti anni, a volte non ancora decomposti, distruggendoli e smaltendo illecitamente i resti mediante incenerimento sul posto o gettandoli nei contenitori riservati alla raccolta dei rifiuti urbani (da: «la Stampa»)».

È una cronaca raccapricciante, ovviamente da verificare in sede giudiziaria. Ma è una crudele rappresentazione di un principio semplice: il cimitero è uno spazio edificabile. Il cimitero è un business. I morti sono un business.

Non è una storia di adesso. I medici avevano bisogno di cadaveri per i loro studi, per capire sempre meglio l’anatomia del nostro corpo e il funzionamento degli organi – erano i becchini a procuraglieli, tanto sarebbero finiti in fosse comuni. Il dottor Frankenstein di Mary Shelley, per “creare” il suo mostro mette assieme vari pezzi di vari cadaveri. Nella sua Prefazione del 1831, Mary Shelley menzionò l’influenza del “galvanismo” sulla sua storia. Erano stati condotti tentativi di rianimazione di criminali impiccati, facendo uso del Murder Act del 1752 che aggiungeva la pena della dissezione all’impiccagione. Tutte le facoltà di Medicina e Chirurgia del mondo “addestrano” i giovani studenti universitari su pezzi di cadaveri. C’è sempre stato scempio dei morti, accanto al culto dei morti. Le cronache di sempre hanno raccontato di sepolture violate alla ricerca di oggetti di valore rimasti addosso al morto, un anello, una collana, una spilla, un bracciale.

Eppure, le immagini delle bare portate via dai camion militari mentre il contagio infuriava a Bergamo e non c’era più spazio per seppellirli, e si avviavano verso la cremazione, senza che i parenti avessero potuto salutarli, prendere commiato – ci straziarono il cuore. Avemmo paura – il contagio era fuori controllo, la morte faceva la sua messe a piene mani – ma anche tanta pietas, tanta compassione. Poi, i morti del contagio, le immagini dei morti del contagio sono scomparse. I morti sono diventati una cifra, un numero che viene snocciolato quotidianamente, accanto quelli dei contagiati, dei guariti, di quelli in terapia intensiva, e ora dei vaccinati. Un dato, oggi sono un tot più o meno di ieri, come l’indice di trasmissibilità che oggi ha una percentuale un po’ più o un po’ meno di ieri. La morte dei contagiati è diventata una esperienza personale, se hai un parente, un amico, un vicino. O si sa pubblicamente se muore qualcuno noto, uno scrittore, un sindacalista, un politico, un attore. Ma non è più un “fatto collettivo”, un fatto sociale – non c’è più la pietas che ci aveva straziato nelle immagini di Bergamo.

Ce n’è un risvolto in una consapevolezza che si è fatta progressivamente strada da un anno in qua – e che per la verità ci è stata detta fin da subito: muoiono gli anziani, l’età media è sopra gli ottant’anni. Certo, ci sono casi di contagiati più giovani, ma sono rari. Muoiono i vecchi – nelle Rsa e nelle case di riposo è stata un’ecatombe: dai dati Inps risulta che l’istituto ha cancellato nel 2020, per avvenuto decesso, il 16,1% in più di pensioni (+121.697) di quelle cancellate nel 2019.

Ma noi fremiamo: di andare al ristorante, di fare shopping, di viaggiare. I ragazzi, i giovani poi non ne parliamo: ma a vent’anni ti senti immortale.
A me sembra perciò, sia invalsa una sorta di insofferenza alla morte, di indifferenza ai morti. La morte è un fatto squisitamente privato – se nei sei colpito – ma non è più un “sentimento collettivo” di lutto. È paradossale che questo accada al tempo del contagio.

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Difficilissimo infettarsi in teatri e musei”. Lo studio dell’Università di Berlino

 

Il lockdown è un metodo di chiusura “a tappeto” che non tiene conto di dove il rischio di infezione è effettivamente più alto. Un nuovo studio della TU di Berlino mostra quanto siano ingiuste le misure attuali e quanto rischioso potrebbe essere il prossimo allentamento

I saloni dei parrucchieri stanno per riaprire in Germania e molte persone si chiedono quale sia il rischio che si può correre per farsi tagliare i capelli. Un nuovo studio della Technische Universität (TU) di Berlino mostra che il rischio di contrarre il Covid-19 in questi luoghi è molto basso. Questo vale anche per altre strutture attualmente chiuse. I risultati dello studio mostrano quanto sia ingiusto il lockdown totale, perché l’obiettivo principale è sempre stato quello di limitare la mobilità delle persone ma lo studio della TU tralascia questo aspetto. Tutto si basa sul rischio di infezione dovuto alle goccioline respiratorie negli spazi chiusi. Per redigere lo studio, Anne Hartmann e Martin Kriegel hanno ipotizzato che maggiore è la dose di goccioline inalate, maggiore è la probabilità di contrarre l’infezione. Ciò dipende dalla forza del tasso di emissione, dalla concentrazione di aerosol nella stanza e dalla durata della permanenza. Inoltre, nello studio si è presupposto che le raccomandazioni AHA + L dell’Agenzia federale dell’ambiente e dell’Istituto federale per la sicurezza e la salute sul lavoro, ovvero Abstand (distanza interpersonale), Hygiene (igiene delle mani), Alltag Maske (mascherina indossata quotidianamente) e lüften (ricambio dell’aria) fossero sempre rispettate. Per determinare il rischio, gli scienziati hanno calcolato un valore di riproduzione (Rt), che indica quante persone sane una persona infetta potrebbe contagiare in una stanza.

 

Rischio più basso in teatro e dal parrucchiere

Secondo lo studio, nei saloni dei parrucchieri, ipotizzando una permanenza massima di due ore, c’è il secondo rischio più basso di infezione con un valore Rt di 0,6. Gli scienziati hanno riscontrato un rischio ancora più basso solo nei musei e nei teatri (0,5) quando sono pieni al 30% e tutti i visitatori indossano la mascherina. Se la capienza fosse ridotta al 40%, gli istituti culturali sarebbero comunque ancora sicuri, come i parrucchieri. Molti preferiscono spostarsi con un’auto o una bicicletta perché pensano che sul trasporto pubblico locale sia più facile contagiarsi. Lo studio TU lo smentisce del tutto. Con un valore Rt di 0,8, mezz’ora in autobus o in treno non è certo più rischiosa di un taglio di capelli, a condizione che la ventilazione sia corretta e tutti indossino correttamente una mascherina. Nel traffico a lunga percorrenza, il rischio aumenta a 1,5 per viaggi di 3 ore in scompartimenti semi pieni. Inoltre, sia passare un’ora intera per fare la spesa al supermercato che vedere un film di due ore in un cinema pieno al 30%, comporta il medesimo rischio, in entrambe le strutture con Rt=1.

 

La durata della permanenza è un fattore decisivo

Lo stesso rischio si corre quando si visita un ristorante pieno al 50%. Se si rimane lì per circa 1,5 ore, il valore sale a 2,3 poiché le mascherine non si possono indossare quando si mangia e molti non la portano quando si va in bagno. È altrettanto rischioso nuotare in piscina per due ore perché, come quando si mangia, non si può indossare una mascherina. La durata della permanenza è un punto centrale nella valutazione del rischio. Questo è il motivo per cui gli scienziati hanno calcolato i rischi più elevati per uffici e scuole superiori, dove le persone, secondo lo studio, trascorrono dalle 6 alle 8 ore. A scuola, il valore Rt per le classi dimezzate è 2,9. Se uno dei Länder consentisse a classi intere di tornare senza mascherine nelle scuole superiori, il valore sarebbe pari a 11,5. Lavorare senza mascherina negli uffici pieni a metà invece, porta il valore a 8,0. Ciò significa, conclude lo studio, che la pratica di indossare una mascherina solo quando ci si sposta dalla propria scrivania è una pratica potenzialmente rischiosa.

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Covid: cosa abbiamo imparato in un anno – Olivier Turquet

 

Oggi si ricorda il primo anniversario dell’inizio della pandemia in Italia quindi nell’occidente.

Fino a quel momento tutto il mondo guardava la Cina con scarsa preoccupazione o forse fregandosi segretamente le mani sperando in una veloce rovina del colosso asiatico.

Cosa abbiamo imparato in quest’anno? Cosa ci potrà servire per il futuro?

Una prima osservazione: non abbiamo visto, nel mondo delle istituzioni, in quello dei potenti, in quello delle grandi holding, una grande attitudine ad imparare, a porsi domande, a cercare nuove soluzioni; abbiamo visto piuttosto vecchie pulsioni e comportamenti, una certa saccenza che si sapeva trasformare in arroganza.

Invece nel mondo delle associazioni, dei movimenti, nelle singole persone, soprattutto quelle più direttamente coinvolte come i medici e gli infermieri, lì sì abbiamo trovato empatia, ricerca, messa in discussione, studio, soluzioni.

Ma proviamo a capire, chi voleva imparare, cosa ha imparato.

La sanità di buona qualità gratuita e per tutti

Gli umanisti, e non solo, sono cinquant’anni che dicono che la sanità deve essere di buona qualità, gratuita e per tutti. Ora è evidente, necessario e urgente perché da questa situazione si esce insieme o non si esce.

La battaglia immediata è quella sulla gratuità delle cure e dei vaccini e sulla sospensione del brevetto. Ma a lungo termine la battaglia è per la medicina capillarmente diffusa nel territorio, per la fine dei tagli e il ritorno alla medicina preventiva, ai piccoli ospedali.

Il Covid si può e si deve curare

Fin dall’inizio c’è stata gente che ha cercato una cura. Se c’è una malattia abbiamo bisogno di una cura. Più una malattia è incurabile, più si diffonde più genera panico. Ogni giorno ci arrivano nuove notizie su possibili cure, su possibilità di prevenzione, su promettenti sperimentazioni in corso. Alcune sono state oggetto di dibattito ma le più hanno statistiche promettenti, conferme e si stanno diffondendo sul pianeta. Perché ancora se ne parla così poco? E ci sono associazioni, come il Movimento Ippocrate di cui abbiamo già spesso parlato, che hanno organizzato medici e persone comuni nel salvare vite umane. Questo che la gente ha fatto spontaneamente e in modo completamente disinteressato lo dovevano fare le istituzioni, fin dall’inizio.

Emergenza climatica e ecologica 

Non è che ci volesse molto a capirlo ma la pandemia ha reso evidente la correlazione tra inquinamento, concentrazione industriale, cattiva qualità della vita e l’incidenza del virus. Più inquinamento, più morti. Eppure un intervento radicale sui fattori di inquinamento è tuttora coperto da una montagna di greenwashing. Come ricorda Extinction Rebellion “non c’è più tempo”: è urgentissimo un cambio completo di paradigma, di priorità, di interventi.

Chi e cosa orienta la ricerca

Si può produrre un vaccino in molto meno del tempo richiesto. Ma la mano del profitto è stata ben salda in tutta la faccenda; non è solo il tema delle truffe che stanno venendo fuori da tutte le parti, è il tema delle cure esistenti che sono state boicottate, libri di denuncia puntuale come “Senza Respiro” di Vittorio Agnoletto boicottati o ignorati. E cosa studiavano e analizzavano Agnoletto e Medicina Democratica in quel libro: una politica regionale della Lombardia sempre stata all’avanguardia dei tagli al pubblico in nome del profitto privato.

Ci sono paesi, come Cuba, in cui si è visto con chiarezza un sistema sanitario basato sulla cura delle persone, sulla serietà della ricerca scientifica; una sanità che prima cura i malati e poi somministrerà un vaccino testato su 160.000 persone, non su qualche migliaio. E se qualcuno ha dubbi sui risultati della medicina territoriale e della cura dei malati vada a guardarsi i numeri dell’isola.

E i risultati delle multinazionali più attente alla quotazione in borsa che alla puntualità delle consegne sono sotto gli occhi di tutti.

Narrazione mediatica

Molta stampa mainframe si è troppo spesso appiattita sulle narrazioni governativa, sponsorizzando scienziati mediatici, certe volte veri imbonitori; così facendo non solo ha dimenticato che dovrebbe essere controllo e critica del potere ma anche la sua vocazione educativa e informativa. Meno opinion makers e più divulgazione e informazione capillare. Abbiamo scoperto il valore dell’informazione alternativa. Al tempo stesso abbiamo capito quanto sia importante essere precisi, attenti, verificare le notizie per non cadere nello stesso errore di un pressappochismo, sensazionalismo a volte nauseante.

La scienza non è neutrale

Molti dei numerosi errori commessi sono legati a una mentalità scientifica basata non sulla ricerca, sullo studio, sulla critica ma su realtà dogmatiche e sulla convinzione di una pretesa neutralità della scienza: la scienza non è neutrale e la scienza medica in  particolare deve in primo luogo preoccuparsi di ciò che guarisce, definitivamente, l’Essere Umano; se invece si occupa di sviluppare sistemi palliativi autorigeneranti, come l’enorme quantità di psicofarmaci o tranquillanti, rende palese il suo interesse economico e non curativo. Abbiamo assistito a studi scientifici evidentemente sbagliati il cui unico scopo era quello di screditare una possibile linea di cura perché non consona ai dettami delle grandi aziende farmaceutiche, giusto per fare un esempio.

L’Essere Umano conta

Ci sono persone che hanno fatto la differenza; non gente famosa  e altisonante, piuttosto gente anonima, che ha curato, portato qualcosa da mangiare, che ha risposto al telefono a chi si sentiva solo, che ha continuato a manifestare, civile ma determinato, nonostante i divieti, per i diritti di tutti. Perché la devastazione più grande della pandemia è il colpo inferto alle relazioni umane che non si recupera in migliaia di riunioni virtuali né nella didattica a distanza. Che la tecnologia serva quando non è necessario abbracciarsi, che ci liberi dal lavoro inutile e ci permetta di reincontrarci.

Infine: un anno può essere più che sufficiente. Siamo perfettamente in grado di pretendere cambiamenti radicali, è ora di farlo con la dovuta determinazione. Sarà possibile se  le persone si uniscono verso obiettivi comuni.

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Cosa stiamo aspettando a requisire i brevetti vaccinali? – Thomas Fazi

 

L’ideologia dominante si evince tanto da quello che i detentori del potere dicono quanto, se non di più, da quello che non dicono.

L’indegna sceneggiata a cui stiamo assistendo in merito ai vaccini anti-COVID ne è una dimostrazione lampante. A fronte di colossali ritardi nelle consegne e gravissime inadempienze contrattuali da parte delle case farmaceutiche, che rischiano di comportare non solo un enorme costo economico, a causa del prolungamento delle misure di contenimento del virus, ma anche un’intollerabile perdita di vite umane – solo per l’Italia si stima che il ritardo nella fornitura dei vaccini riguarderà almeno 7 milioni di persone –, la Commissione europea e i governi europei (inclusa l’Italia) non hanno saputo fare di meglio che minacciare ridicole azioni legali contro le società coinvolte.

Parliamo di procedimenti che possono impiegare mesi, se non anni, per dare qualche risultato: tempi assolutamente incompatibili con la necessità di porre fine nel minor tempo possibile allo stillicidio quotidiano di morti, e impedire che la pandemia sanitaria si trasformi in una pandemia economica e sociale ancor più grave.

In questo contesto, sorprende che nessun governo – in Italia o in altri paesi europei, che io sappia – abbia pensato di proporre la soluzione più ovvia, a fronte dell’evidente incapacità delle case farmaceutiche di soddisfare la domanda: requisire i brevetti vaccinali per consentirne una produzione pubblica su larga scala per soddisfare la domanda nazionale – nel caso un singolo paese come l’Italia si muovesse autonomamente – o ancora meglio quella globale.

Si tratterebbe tra l’altro di una procedura prevista anche dalla stessa Organizzazione mondiale del commercio (OMC), che all’articolo 31 dei famigerati accordi TRIPs sulla proprietà intellettuale, prevede che in presenza di crisi sanitarie conclamate come quella che stiamo attraversando i governi possono autorizzare la produzione locale di un farmaco con una cosiddetta “licenza obbligatoria” che le case farmaceutiche sono obbligate a concedere su richiesta.

Una richiesta di applicazione generalizzata dell’articolo 31 è stata presentata all’OMC a dicembre da diversi paesi in via di sviluppo – che per ora sono completamente tagliati fuori dalla campagna vaccinale: il COVAX, «lo strumento mondiale volto a garantire un accesso equo e universale ai vaccini contro la COVID-19», per ora è riuscito ad assicurarsi solo 700,000 dosi per i paesi a basso reddito, a fronte di 6 miliardi di dosi prenotate dai paesi ad alto reddito attraverso accordi bilaterali con le case farmaceutiche –, ma la richiesta non è passata per l’opposizione di diversi paesi occidentali: Stati Uniti ed Unione europea in primis.

In quell’occasione un portavoce della UE ha persino avuto l’ardire di dichiarare: «Non ci sono prove che i diritti di proprietà intellettuale ostacolino in alcun modo l’accesso ai medicinali e alle tecnologie correlati al COVID-19».

Ricordatevelo la prossima volta che qualcuno vi racconterà che la UE ci ha protetto in questa pandemia: la verità è che la UE è in prima fila nel mettere i profitti delle multinazionali davanti alla salute dei cittadini. D’altronde difendere gli interessi del grande capitale è la sua stessa ragion d’essere, ci si stupirebbe del contrario.

Alla luce di ciò, fanno sorridere alcuni appelli e articoli che sono circolati in questi giorni, in cui si auspica «una nuova cultura sanitaria in chiave europea», emancipata dalla logica del profitto e dei brevetti privati. Se la UE è disposta ad abbandonare a se stesse centinaia di milioni di persone nei paesi a basso reddito, negandogli il diritto di potersi produrre il vaccino in casa, figurarsi quanto gliene possa importare del destino di qualche decina di migliaio di europei a basso reddito.

Come sempre, vale la regola per cui auspicare “soluzioni globali a problemi globali” è bene, ma agire autonomamente è meglio. Per questo il governo italiano, se avesse veramente a cuore la salute dei suoi cittadini, se ne infischierebbe della UE e del trattato di Lisbona (attraverso il quale ha ceduto alla UE le competenze in materia di commercio: altra bella c*****a), e si attiverebbe subito per attivare una procedura di “licenza obbligatoria” per produrre localmente tutti i vaccini di cui abbiamo bisogno.

Tra l’altro sarebbe legittimato a farlo anche in base al diritto interno, ai sensi dell’articolo 141, primo comma, che sancisce che la pubblica amministrazione può procedere all’espropriazione dei diritti inerenti a tutti i titoli di proprietà industriale (ad eccezione del marchio) per ragioni di interesse della difesa militare o di pubblica utilità.

D’altronde, non fanno che ripeterci che siamo in guerra. Cosa aspettiamo a comportarci di conseguenza?

(Va da sé che si tratterebbe di una soluzione emergenziale. La follia sta a monte, cioè nell’affidare la salute dei cittadini a multinazionali che hanno come unico faro il profitto. Da questo, in fondo, nasce lo scetticismo di molti cittadini nei confronti dei vaccini. Gli Stati dovrebbero avere un’industria farmaceutica pubblica, punto).

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Il caso vaccini mostra il fallimento del mercato – Charlotte Bez, Giovanni Tonutti

Il problema principale della più grande campagna vaccinale della storia non è la distribuzione ma la produzione delle fiale. I governi si sono fatti carico dei rischi economici ma il sistema del monopolio dei brevetti non ne garantisce la reperibilità

La scorsa settimana l’Italia e l’Europa tutta hanno ricevuto una doccia gelata sulla prospettiva di vaccinare l’intera popolazione entro la fine dell’anno. Le aziende farmaceutiche Pfizer e AstraZeneca hanno infatti annunciato dei tagli nelle forniture previste ai paesi Ue, fino al 60% nei prossimi tre mesi. AstraZeneca consegnerà solo 31 delle 80 milioni di dosi promesse entro la fine di marzo, e non ha ancora formulato un obiettivo di consegna per il periodo aprile-giugno. Sul vaccino Oxford-AstraZeneca sono riposte molte delle speranze perché è facile da conservare – a temperatura di frigorifero, al contrario di -20°C (Moderna) e -70°C (Pfizer-BioNtech) – e con un prezzo decisamente inferiore rispetto ai competitors (€1,78 a dose, contro i €18 di Moderna e i €22 di Pfizer-BioNtech). Pfizer-BioNtech, il cui vaccino è già in distribuzione in Europa, ha annunciato subito problemi di consegna e ritardi, tanto che in Italia e Germania siamo stati costretti a fermare la vaccinazione, con il nostro governo che ha già minacciato di intraprendere azioni legali.

Entrambi i colossi farmaceutici attribuiscono la causa dei ritardi alle difficoltà incontrate dai due (e unici) stabilimenti industriali che riforniscono l’intera Europa, entrambi in Belgio, nel far fronte alla domanda di centinaia di milioni di dosi. Come sostiene l’economista Andrea Roventini dunque, il problema principale della più grande campagna vaccinale della storia non sembra essere la distribuzione del vaccino quanto la produzione delle fiale, processo che si sta rivelando un vero e proprio collo di bottiglia. Nel gridare allo scandalo minacciando le vie legali, i nostri rappresentanti non dovrebbero indignarsi rispetto alle ovvie difficoltà di tipo operativo incontrate da due stabilimenti industriali nel far fronte alla domanda immediata di centinaia di milioni di vaccini. Il vero scandalo, invece, sta nel fatto che le fiale contenenti quella che a oggi sembra essere l’unica risposta alla profondissima crisi sanitaria, economica e sociale in cui versa l’intero continente, vengano prodotte esclusivamente in due stabilimenti industriali.

Dopo quasi un anno dallo scoppio della pandemia e oltre due milioni di morti in tutto il mondo, viviamo adesso un paradosso dal sapore amaro: la tecnologia per l’immunizzazione è stata sviluppata, la domanda c’è (i soldi stanziati dai governi per le fiale), ma l’offerta è insufficiente (le fiale non vengono prodotte in tempo). In un futuro libro di testo di economia, la situazione attuale verrà descritta come caso emblematico di fallimento del mercato, in cui l’incontro tra domanda e offerta avviene in modo sub-ottimale. Ci si chiede dunque com’è possibile che di fronte a un fabbisogno immediato e globale del vaccino la risposta arrivi da soli due stabilimenti produttivi con una produzione limitata e centralizzata? Per quale motivo non è possibile adibire la moltitudine di impianti farmaceutici in Europa e nel mondo alla produzione delle fiale, così da vaccinare il più persone possibili entro un anno? La risposta a queste domande va cercata nel principio fondante che ha permesso a industrie farmaceutiche di diventare veri e propri colossi: il sistema della proprietà intellettuale e dei brevetti.

Il monopolio dei brevetti e la centralizzazione della produzione dei vaccini

Gli attuali problemi di produzione sono la manifestazione di quello che l’economista Ugo Pagano aveva definito come il capitalismo monopolistico intellettuale, un sistema che permette ai detentori di brevetti, per esempio, di escludere gli altri dall’uso della loro proprietà intellettuale, evitando così la concorrenza. Quali sono le conseguenze? Una riduzione dell’offerta competitiva, aumento dei prezzi e abbassamento del welfare economico a causa dell’uso socialmente inefficiente della conoscenza.

Con l’obiettivo di immunizzare miliardi di persone in pochi mesi sarebbe auspicabile poter contare su una catena di fornitura delle fiale il quanto più localizzata possibile. Ciò significa minimizzare la distanza tra la produzione e distribuzione del vaccino, decentralizzando gli impianti farmaceutici per la fornitura delle fiale. Questa prospettiva è però in netto contrasto con i principi fondanti del modello Big Pharma, ovvero la massimizzazione dei profitti attraverso l’applicazione dei brevetti e della proprietà intellettuale. Dal momento che le royalties per i vaccini anti-Covid sono relativamente basse, le compagnie farmaceutiche hanno pochi incentivi di mercato per esternalizzare la propria produzione attraverso accordi con i concorrenti, o per iniziare a impegnarsi in un serio trasferimento di conoscenze e diritti di proprietà intellettuale, in modo che stabilimenti farmaceutici di tutto il mondo possano produrre vaccini. Ci si ritrova quindi, come nel caso dell’Europa, con due soli stabilimenti industriali addetti alla produzione di fiale per l’intero continente. In quest’ottica, l’industria farmaceutica incarna perfettamente due delle caratteristiche principali del capitalismo del XXI secolo, ovvero la finanziarizzazione e il potere monopolistico da un lato, e la centralità dell’economia della conoscenza dall’altro, che pone la massima importanza sul ruolo delle cosiddette risorse intangibili.

Non è sorprendente dunque, ma comunque difficile da accettare, che solo Moderna abbia dichiarato che non applicherà temporaneamente i brevetti relativi al vaccino per il Covid, mentre nessun detentore di diritti sui vaccini si è impegnato a condividere apertamente i suoi brevetti, dati e know-how. Pfizer, infatti, ha dichiarato che farà valere la sua proprietà intellettuale e ha sostenuto il proprio diritto a trarre profitto dai suoi investimenti nei trattamenti contro il Covid. Gli stessi governi occidentali (Stati uniti, Unione europea e il Regno Unito) hanno inoltre bloccato una proposta all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) da parte di un blocco di paesi in via di sviluppo per sospendere temporaneamente l’applicazione della proprietà intellettuale e dei segreti commerciali al fine di accelerare lo sviluppo e la distribuzione dei vaccini anti-Covid, soprattutto nei paesi a basso reddito. La proposta, presentata dall’India e dal Sudafrica in ottobre, e firmata da un totale di 100 paesi, chiedeva all’Omc di esentare i paesi membri dall’applicazione di alcuni brevetti, segreti commerciali o monopoli farmaceutici secondo l’accordo dell’organizzazione sui diritti di proprietà intellettuale legati al commercio. Ciò avrebbe permesso a paesi come l’India, con una grandissima presenza di industrie chimiche e farmaceutiche, di produrre i vaccini e di immunizzare in tempi rapidi e a basso costo l’intera popolazione.

Innovazione pubblica, profitti privati

Gli interessi Big Pharma non si sono fatti attendere nel cercare di legittimare il sistema di brevetti, sostenendo che la perdita della protezione della proprietà intellettuale minerebbe gli incentivi per le aziende di impegnarsi nella ricerca e sviluppo. Anche la stampa conservatrice si è lanciata in difesa dello status quo. Il quotidiano inglese conservatore The Telegraph ha commentato la sbalorditiva rapidità di sviluppo del vaccino anti-Covid sostenendo che «un mercato competitivo per i vaccini anti-Covid dimostra che il capitalismo vince sempre».

Entrambi gli argomenti ignorano il fatto che lo sviluppo di questi vaccini è in gran parte un prodotto dello stato, nel suo ruolo di stato innovatore (come teorizzato da Mariana Mazzucato), essendo frutto di una delle più grandi sovvenzioni di denaro pubblico alle imprese private nella storia del capitalismo. La start-up BioNTech ha ricevuto 375 milioni di euro dal governo tedesco e altri 100 milioni dalla Banca europea per gli investimenti. Il vaccino, sviluppato in collaborazione con Pfizer, avrà un prezzo di 39 dollari per un trattamento di 2 dosi, mentre i costi di produzione ammontano a 15 dollari. Le vendite globali dovrebbero ammontare a 13 miliardi di dollari con il loro vaccino, di cui il 50% andrà a BioNTech. Moderna ha ricevuto quasi 1 miliardo dollari dal governo americano per il finanziamento della ricerca, AstraZeneca 900 milioni e Sanofi 1,5 miliardi. Pfizer ha ricevuto quasi 2 miliardi di dollari dal governo americano in accordo di acquisto anticipato, l’equivalente dell’acquisto di 100 milioni di dosi di vaccino garantite dallo stato, prima che i risultati degli studi clinici fossero noti, fornendo così un esempio di assorbimento del rischio da parte del governo. L’Unione europea ha aggiunto altri 4 miliardi di dollari di impegno di acquisto. Se anche queste somme risultano inferiori a quelle poi sborsate da investitori privati per lo sviluppo dei vaccini, hanno comunque avuto il ruolo fondamentale di favorire questi investimenti, abbassando il rischio per gli investitori con i soldi pubblici.

Si è di fronte quindi a un modello in cui i governi si sono fatti carico dei rischi relativi allo sviluppo dei vaccini, per poi trovarsi di fronte all’irreperibilità delle fiale frutto del sistema di brevetti e proprietà intellettuale, su un bene che hanno contribuito a sviluppare. Questa vicenda sottolinea come da un lato ingenti investimenti pubblici nella ricerca e tecnologia diano risultati formidabili in termini di sviluppi innovativi, dall’altro, come la produzione e commercializzazione di un bene fondamentale lasciata nella sfera di un sistema capitalistico e monopolistico non possa far fronte all’emergenza in cui il mondo versa. I vaccini sono stati sviluppati con i soldi pubblici e pubblici devono rimanere. Il ritardo nella produzione e distribuzione dei vaccini rappresenta un sacrificio di vite umane per proteggere gli interessi miliardari delle aziende Big Pharma.

La pandemia e la crisi del capitalismo

I politici europei si stanno gioco-forza scontrando con la realtà dei fatti, realizzando che il modello di produzione e distribuzione attualmente in campo non può garantire l’obiettivo di immunizzare l’intera popolazione entro i tempi inizialmente previsti. Salvo una mozione presentata all’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa da parte di 38 eurodeputati, le risposte rispetto a questo problema sembrano però mancare il nocciolo della questione. Da un lato, governi come l’Italia e la Polonia minacciano le vie giudiziarie, come se una causa legale potesse in qualche modo risolvere i problemi operativi della produzione delle fiale. Dall’altro, la Germania e la Commissione europea hanno avanzato la proposta di bloccare l’export di vaccini prodotti all’interno dell’Ue (in uscita verso il Regno Unito), spostando la dialettica su un campo nazionalistico invece che sui rapporti tra pubblico e privato. Dalla Francia arrivano timidi segnali di un tentativo di rottura della produzione monopolistica e centralizzata dei vaccini. Il gruppo Sanofi, sotto pressione da parte del governo francese che controlla il 16% delle azioni dell’azienda, si è reso disponibile a produrre a partire dall’estate il vaccino Pfizer-BioNtech nel suo stabilimento di Francoforte. Nel nostro paese, purtroppo, la questione viene inserita in una sterile polemica sull’operato dei commissari pubblici nella gestione della pandemia, perdendo ancora una volta l’occasione di introdurre nel dibattito pubblico questioni fondamentali rispetto all’assetto del nostro sistema produttivo.

Ancora una volta, la pandemia ha messo a nudo le inefficienze e inadeguatezze del sistema economico capitalistico nel far fronte ai bisogni fondamentali della nostra società. I problemi emersi nella produzione di vaccini in Europa sono solo l’ultima manifestazione di tale inadeguatezza. A inizio emergenza, la domanda di materiale protettivo come mascherine e camici si è scontrata contro la mancanza di manifatture in grado di produrre questi beni, perché considerati di basso valore economico. Il processo di digitalizzazione delle attività lavorative e scolastiche, necessario a causa del distanziamento sociale, ha visto intere aree del nostro paese sprovviste di connessione alla rete, perché non costituiscono un’utenza sufficiente a garantire il profitto delle aziende private di telecomunicazioni. Questi sono solo alcuni degli esempi di come il paradigma del mercato libero e della legge del profitto abbiano fallito nel dare risposte adeguate alle esigenze emerse nella crisi sanitaria.

Di fronte a tale fallimento, è venuto il momento di aprire un dibattito serio e condiviso che metta in luce le criticità dell’attuale sistema economico e produttivo. Se è vero che la pandemia ha rimarcato la centralità delle istituzioni pubbliche nel far fronte ai bisogni della società, è allora necessario che chi le rappresenta si impegni nell’affrontare seriamente le cause di questa crisi sistemica, a partire dal ridefinire gli equilibri tra interessi pubblici e privati. È venuto il momento di dare ascolto a visioni alternative rispetto al dominio incontrastato di grandi interessi economici di attori privati, contrastando a parole e a fatti la diffusa percezione di ineluttabilità dello status quo. Le proposte per riequilibrare il rapporto tra pubblico e privato nella nostra economia non mancano e giungono dalle campagne di movimenti sociali e ambientalisti, dalle lotte intersezionali, e dalle numerose voci di accademici e studiosi che ormai da anni immaginano una realtà in grado di superare l’insostenibilità ambientale, economica e sociale del paradigma capitalista.

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Nessuno si salva da solo. Ma l’Africa è senza vaccini – don Dante Carraro

 

L’Africa e i paesi più poveri restano i grandi esclusi. Tutti parlano del vaccino anti Covid ma l’Africa non c’è. È fuori dal radar. Al 28 gennaio, in Africa, le persone vaccinate erano venticinque, come ha ricordato domenica scorsa, intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa, il prof. Alberto Mantovani, immunologo di fama internazionale e direttore scientifico dell’Istituto Clinico Humanitas che collabora con il Cuamm e il Bambin Gesù in Centrafrica. Venticinque, non venticinquemila.

 

E su Avvenire ha ribadito: “Il più grande pericolo che l’umanità sta correndo è l’unico che passa sotto silenzio […], non mandare vaccini proprio nei Paesi poveri è scandaloso per due motivi: il primo etico, il secondo sanitario visto che le due varianti oggi più temute vengono proprio da lì, dal Sudafrica e dalla selva brasiliana’.

Contro la pandemia risposta globale

Davanti a un’emergenza globale, l’unica risposta possibile deve essere globale. Serve un piano vaccinale per l’Africa.
Servono più dosi. Il Covax, l’iniziativa per la distribuzione equa dei vaccini nel mondo, riuscirà a fornire il vaccino, entro la prima metà del 2021, solo al 5% della popolazione africana. Finora sono stati raccolti solo due miliardi di dollari dei dieci necessari per avere una immunità ‘comunitaria’. Bisogna fare di più! E poi è fondamentale produrre più vaccini consentendo ai diversi centri produttivi (India e Brasile in particolare) di aumentare le quantità smorzando così il mercato dei vaccini. È necessaria la sospensione temporanea del brevetto! Il rischio è quello di un’ulteriore ingiustizia: la disuguaglianza vaccinale.

Ma poi una dose deve “diventare vaccino”. Chi conosce l’Africa sa di che cosa parlo e quanto alta è la sfida. Le vaccinazioni mettono a nudo le debolezze di un sistema sanitario. Dietro ad una campagna vaccinale ci sono attività concrete. Per prima cosa il vaccino deve arrivare a destinazione e ben conservato. Dalla capitale va trasportato nei punti vaccinali, negli ospedali e poi da questi ai centri sanitari fino ai villaggi. Serve un sistema logistico che funzioni compresa la ‘catena del freddo’ che garantisca i -3/-4 gradi necessari.

Ma ci sono anche cose più elementari da garantire: le siringhe, il cotone, l’alcol; credetemi, non è scontato. Poi ci vuole il personale che somministra il vaccino e che deve essere formato. Infine c’è la sfida dell’accettabilità culturale da parte delle comunità, che si supera solo con campagne di informazione come sperimentiamo ogni giorno.

Un appello contro la diseguaglianza vaccinale

Abbiamo imparato a dirlo che ‘nessuno si salva da solo’, adesso dobbiamo farlo per davvero. Dobbiamo mobilitarci non con la bocca ma con mani operose, non aspettando dagli altri un gesto ma facendolo noi per primi, coinvolgendo e spronando tutti. Siamo piccoli rispetto ai grandi del mondo, abbiamo però una grande forza: possiamo essere in tanti. L’essere insieme, sempre di più e sempre più determinati, singoli, gruppi, associazioni, istituzioni e imprese.

È un appello che rivolgiamo a tutti, giovani e anziani, ricchi e poveri, credenti e non. È un invito pressante anche alla stampa, alle Tv e alle radio perché possano spingere l’opinione pubblica e le istituzioni lì dove da sole non andrebbero.

Il rischio è alto in tutta l’Africa

Ci rivolgiamo a chiunque sente sgorgare nel cuore il bisogno di una giustizia ‘più grande’, della solidarietà con i più poveri, dell’accesso alla salute e al vaccino per tutti, specie i più vulnerabili.
“Il Mozambico in questi giorni ha perso un anestesista, un gastroenterologo, un urologo e due giovani medici generalisti – riporta la rivista Science  – Molti altri sono gravemente malati. È una perdita molto grave per un paese che ha solo 8 medici ogni 100.000 persone”. Il rischio è alto in tutta l’Africa. Stiamo lavorando a un’iniziativa concreta, sostenuti anche dall’autorevolezza umana e professionale del prof. Mantovani, per portare un contributo tangibile e fattivo a questa grande sfida, focalizzandoci in particolare sui medici e infermieri locali.
Vi terremo aggiornati. Grazie di essere con noi!

* direttore della Ong-Onlus Medici con l’Africa Cuamm

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Redazione
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Un commento

  • Simonetta Strampelli

    Ho lavorato oltre 5 anni in uno studio legale specializzato in diritti di proprietà industriale. Anche se non sono un avvocato, ho masticato quotidianamente trattative, memorie difensive ed esposti in materia brevettuale. Sono sbalordita da come le industrie farmaceutiche si siano appropriate di “invenzioni” che sono state sviluppate anche – e forse soprattutto – grazie a finanziamenti pubblici, e le gestiscano in modo privato.

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