24 ore per Julian Assange: pianeta Terra, 15 ottobre

(Foto di archivio Pressenza)

articoli, video e canzoni di Lorenzo Guadagnucci, Fidel Narváez, Patrick Boylan, Lorena Corrias, Linda Maggiori, Fabio Sarzi Amadè, Simone Santi, Jorit, Julian Assange, Germano Boniveri, David Rovics,

Appello per Julian Assange

Julian Assange è un uomo, un giornalista che ha rivelato i crimini e i criminali delle guerre in Afghanistan e in Iraq degli Stati Uniti.

Julian Assange per questo è stato punito, è stato ingiustamente incarcerato e imbavagliato, gli è stato impedito di fare informazione. Mentre i crimini e i criminali sono impuniti e assolti.

Julian Assange rischia di essere  estradato negli Stati Uniti e condannato a morte con 175 anni di carcere.

Julian Assange ha due figli  piccoli e ha accanto una compagna e avvocata, Stella Assange, che continua a lottare.

Julian Assange è il simbolo di tutti i giornalisti, le giornaliste, le voci libere che con lui possono essere messe a tacere.

Julian Assange rappresenta un modello di mondo nuovo e migliore dove l’ingiustizia va condannata e i diritti umani difesi.

Sono sempre più numerose le iniziative per la libertà di Assange e per impedirne la pericolosa estradizione negli USA.

Ti invitiamo a partecipare a un’iniziativa grandiosa che possa far conoscere il suo caso in tutto il pianeta: 24 ore non stop dove giornalisti, attivisti, artisti, persone di cultura manifesteranno in tutto il pianeta per la libertà di Julian. Il 15 Ottobre sul Pianeta Terra.

Aderisci  a: 24hAssange@proton.me

https://www.24hassange.org/it/appello/

 

24 ore per Assange, un programma variegato e ricchissimo

 

Mancano pochi giorni alla 24 ore per Julian Assange del 15 ottobre e la risposta arrivata da attivisti, poeti, registi, musicisti, pittori, giornalisti, film-makers e politici è entusiasmante. Un chiaro segno che tanta gente in tutto il mondo ha capito che la posta in gioco non è solo la liberazione di un giornalista coraggioso e perseguitato, ma la libertà di stampa e i diritti di ognuno di noi, primo tra tutti quello a essere informati.

Il programma si preannuncia variegato e ricchissimo: sono previsti eventi – presidi, flash mob, concerti, proiezione di film e documentari di approfondimento e denuncia, dibattiti – interviste – tra cui spiccano quella a Noam Chomskya Stella Assange, Fidel Narváez, l’ex console dell’Ecuador che ha accolto Assange nell’ambasciata a Londra e a John Rees, organizzatore della catena umana che l’8 ottobre a Londra ha circondato il Parlamento per chiedere la liberazione del fondatore di Wikileaks – e moltissimi video con canzoni, poesie e performance artistiche. Tutte queste attività avranno uno spazio nella diretta – necessariamente breve, per lasciare posto a tutti – con un collegamento emozionante che mostrerà quel mondo solidale e generoso di cui Julian Assange è un simbolo.

Eventi si svolgeranno in oltre 50 città del mondo. Ecco alcuni esempi. Nel Regno Unito gruppi di attivisti manifesteranno a Piccadilly Circus, a Londra e davanti alla prigione di Belmarsh, dove Julian Assange, appena risultato positivo al covid, è rinchiuso da oltre tre anni, mentre a Manchester si organizzerà un evento artistico. In Australia è previsto un presidio a Sydney, davanti all’ufficio del primo ministro e collegamenti con l’amico di Julian Niraj Lal da Melbourne e con il regista e poeta Kym Staton da Byron Bay. Gli studenti della National Chengchi University di Taipei, a Taiwan, organizzeranno una marcia dal titolo Free Julian Assange. In Spagna sono previsti la proiezione di un film a Barcellona e un presidio nel centro di Madrid. La Francia si unirà con un’iniziativa a Tolosa e il Belgio con un evento a Namur. In Canada un gruppo di attivisti manifesterà davanti al Municipio di Regina, nel Saskatchewan. Dalla Germania arriverà un video della deputata di Die Linke Żaklin Nastić e dal Cile interverrà il deputato umanista Tomás Hirsch, intervistato da Pia Figueroacondirettrice di Pressenza.

A tutto questo si aggiungeranno moltissime città italiane: parteciperanno attivisti di base, giornalisti come Stefania Maurizi del Fatto Quotidiano, Simona Maggiorelli di Left, Francesca Fornario, Dale Zaccaria, Giuseppe Giulietti della FNSI e Vincenzo Vita di Articolo 21, il vignettista Vauro, l’attore Moni Ovadia, il comico Alessandro Bergonzoni, il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury, il sindaco di Pinerolo, che ha concesso la cittadinanza ad Assange e il medico e attivista Vittorio Agnoletto.

Lanciamo un appello a tutti quelli che hanno contribuito a costruire con entusiasmo e creatività questa maratona per concentrarsi nei prossimi giorni nella sua diffusione, informando e coinvolgendo il maggior numero di persone. Come abbiamo ripetuto fin dall’inizio, solo la pressione dell’opinione pubblica mondiale potrà salvare Julian Assange dall’estradizione negli Stati Uniti, dove lo attendono un processo iniquo e una condanna a vita. Non possiamo permetterlo!

La diretta del 15 ottobre si potrà seguire a partire dalle ore 9 CET sulle piattaforme: Pressenza ItaliaTerra Nuova Edizioni su YouTube e Ottolina TV su Twich.

Comitato promotore della 24 ore per Julian Assange

Organizzazioni e testate in ordine alfabetico…

continua qui

 

24 ore per Julian Assange, la pagina facebook: https://www.facebook.com/julianassangelibero/

 

trova le città dove si manifesta la solidarietà a Julian Assange

https://www.24hassange.org/it/calendario-mappa/

 

 

 

 

24 ORE PER JULIAN ASSANGE. IL 15 OTTOBRE LA GIORNATA INTERNAZIONALE PER LA SUA LIBERAZIONE – Lorenzo Guadagnucci

Dicono che Assange non è un giornalista. Che è una spia. Che ha messo a repentaglio la sicurezza di molti agenti dell’intelligence. Che ha favorito la Russia. Che è antipatico, incontrollabile, irragionevole; forse anche uno stupratore. Dicono che è un criminale e così lo trattano. Lo hanno distrutto. Julian Assange è in carcere in Inghilterra da tre anni, dopo sette anni trascorsi segregato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra;    aspetta d’essere estradato negli Stati Uniti, dove gli apriranno le porte del carcere: dicono che    non andrà sulla sedia elettrica, ma che subirà una pesante condanna, forse addirittura 175 anni di carcere: una pena surreale, degna – anzi indegna – di un caso che non ha nulla di ordinario.

Assange non è un giornalista nel senso classico della professione, ma è l’autore del più importante “colpo” giornalistico dell’ultimo secolo. Con la sua organizzazione, Wikileaks, ha svelato segreti inconfessabili, in testa (ma non solo) i crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Afghanistan e Iraq da Stati Uniti e paesi alleati. Dapprincipio è stato sostenuto dalla grande stampa internazionale, alla quale si rivolse per pubblicare i documenti più clamorosi, poi è stato abbandonato e isolato. I media più influenti, le “grandi” firme del giornalismo italiano e internazionale lo hanno disconosciuto con mille scuse, oltretutto inconsistenti, come documentato in un importante libro (“Il potere segreto”, editore Chiarelettere) dalla giornalista italiana Stefania Maurizi. Assange è un perseguitato politico e la sua vicenda mostra in controluce le debolezze e le ipocrisie di un Occidente che afferma valori irrinunciabili e grandiosi princìpi – la supremazia dei diritti umani, la democrazia sostanziale, la piena libertà d’espressione, l’inviolabile stato di diritto – ma sempre meno li pratica.

Assange e Wikileaks hanno messo a nudo la cruda realtà della guerra (infinita) al terrorismo, cominciata con slancio retorico da liberatori, ma portata avanti con la brutalità di ogni guerra moderna, che è sempre – sempre – guerra primariamente contro le popolazioni civili. Le immagini, i file audio, i documenti rivelati da Wikileaks hanno strappato il velo protettivo che ha reso opache le imprese belliche occidentali degli anni Duemila. Oggi sappiamo che non c’è stata alcuna liberazione, alcuna esportazione della democrazia, bensì guerre punitive e di occupazione condotte senza porsi limiti: né la tortura, né gli omicidi mirati, né le rappresaglie, né l’eliminazione fisica senza motivo di persone comuni. Tutto provato. Assange paga per questo, così come stanno pagando altri “traditori” della narrazione occidentale, quali Chelsea Manning e Edward Snowden, a loro volta cittadini e attivisti che non hanno osservato la consegna del silenzio e dell’acquiescenza.

E c’è dell’altro. Julian Assange, nonostante sia stato messo a tacere, è tuttora un faro puntato, con la sua stessa esistenza, sulle miserie del giornalismo contemporaneo. La mancata difesa delle sue ragioni e del suo ruolo storico è un imperdonabile atto di omissione. Non importa se Wikileaks è entrata in conflitto con le testate d’informazione ufficiali, se Assange a un certo punto non è parso più affidabile ai cronisti: la sua azione in favore della libertà d’informazione e    del diritto dei cittadini di sapere resta un punto fermo nella storia del giornalismo e nella storia politica del nostro tempo e perciò il fondatore di Wikileaks andava difeso in tutte le sedi, tempestivamente. Niente del genere è avvenuto e ora Assange è in attesa dell’estradizione negli Stati Uniti, dove sarà processato per    le ragioni più sbagliate di questo mondo, in un paese che un tempo si vantava d’essere la patria del giornalismo indipendente e ora perseguita chi svela scomode verità sul potere: è una nemesi storica che molto dice sui tempi che viviamo. Julian Assange è trattato come un nemico e questo deve darci da pensare: vuol dire che stiamo vivendo una stagione di guerra permanente, combattuta dal potere anche senz’armi, usando altre subdole forme: nella società civile, nel mondo dell’informazione, ovunque si manifestino germi di rifiuto e contestazione. Perciò siamo tutte e tutti in pericolo. Il 15 ottobre si terrà una ventiquattr’ore di lotta in favore di Julian Assange e per la sua liberazione. Anche noi, nel nostro piccolo, grideremo: #freeAssange.

da qui

 

 

La libertà di Julian Assange è la libertà di tutti – Fidel Narváez

La redazione di Pressenza ha chiesto questo articolo a Fidel Narváez, ex console dell’Ecuador a Londra per il libro su Julian Assange pubblicato dalla rivista Left in collaborazione con Pressenza. Fidel Narváez parteciperà alla 24 ore per la libertà di Julian Assange del prossimo 15 Ottobre.

Nell’estate del 2012 ho aperto la porta dell’ambasciata ecuadoriana a Londra per proteggere Julian Assange dalla persecuzione del più grande impero economico e militare della storia. Gli Stati Uniti e, più specificamente, il cosiddetto “complesso militare industriale” che è il vero potere, vogliono la testa di Julian come trofeo di guerra. Lo vogliono perché è la persona che più li ha messi in imbarazzo con le rivelazioni dei loro crimini di guerra, della tortura sistematica come pratica di Stato e dei panni sporchi della loro diplomazia nel mondo. Non è possibile avere un nemico più potente, né più vendicativo. Per questo motivo, da quando Julian Assange, attraverso WikiLeaks, ha osato pubblicare ciò che la stampa corporativa ha paura di pubblicare, il suo destino era segnato. I criminali di guerra che Julian ha smascherato lo perseguiteranno fino alla fine dei suoi giorni.

Quando Julian ha bussato alla porta dell’Ecuador, tutte le altre porte gli erano già state chiuse. Il suo stesso Paese, l’Australia, lo aveva abbandonato. E il Regno Unito, l’alleato più remissivo degli americani, ha agito chiaramente per compiacere la grande potenza. Qual è il dovere degli uomini di buona volontà quando un giornalista viene minacciato di ergastolo e di morte, torturato psicologicamente, diffamato e perseguitato per aver pubblicato la verità? Qual è il dovere delle nazioni che affermano di difendere i diritti umani e la giustizia, quando un innocente ha un disperato bisogno di protezione? Perché nessun altro paese ha osato proteggere Julian Assange?

Julian non ha scelto a caso la porta dell’ambasciata ecuadoriana. Nel 2012, il mio Paese aveva il governo più progressista della sua storia. La nostra politica internazionale aveva mostrato solidi segni di sovranità. Il governo del presidente Rafael Correa aveva già rimosso la più grande base militare statunitense in Sudamerica; aveva espulso diversi diplomatici americani per il loro diretto coinvolgimento con i nostri servizi di polizia e di intelligence; ci eravamo opposti con fermezza alle imprese transnazionali. L’Ecuador aveva espulso l’ambasciatore americano dal Paese, in seguito alle rivelazioni di WikiLeaks che hanno rivelato la sua mancanza di rispetto per il nostro Paese.

All’epoca, il mio Paese aveva una solida stabilità politica e il suo presidente godeva di grande popolarità e legittimità democratica. L’Ecuador è stato l’unico Paese a chiedere a WikiLeaks di pubblicare tutti i cablogrammi diplomatici che lo riguardano, senza eccezioni, in una dimostrazione di trasparenza che ha sicuramente contribuito a far sì che Julian vedesse l’Ecuador come un alleato fidato.

Quando i sistemi giudiziari non funzionano per proteggere i diritti, l’ultima risorsa è quella di chiedere asilo politico, un diritto sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. L’Ecuador, fin dall’inizio, ha cercato di ottenere garanzie da Svezia e Regno Unito che Julian non sarebbe stato estradato negli Stati Uniti. Nessuno degli sforzi compiuti dall’Ecuador e dagli avvocati di Julian nei sette anni successivi ha avuto alcun effetto positivo, poiché nessuno di questi Paesi aveva il minimo interesse ad agire con giustizia.

L’ex relatore delle Nazioni Unite contro la tortura, Nils Melzer, dopo aver analizzato rigorosamente il caso di Julian Assange, ha dichiarato: “In 20 anni di lavoro con le vittime della guerra, della violenza e della persecuzione politica, non ho mai visto un gruppo di Stati democratici organizzarsi per isolare, demonizzare e abusare deliberatamente di una singola persona per così tanto tempo e con così poco riguardo per la dignità umana e lo stato di diritto”.

Mi permetto di parlare in prima persona del ruolo del mio Paese, che alla fine è diventato anche il Paese di Julian, che ha vissuto nella nostra ambasciata per quasi sette anni. L’ambasciata è un piccolo appartamento che non era stato progettato per essere abitato. Si tratta di non più di 200 metri quadrati in totale, di cui a Julian sono stati assegnati solo un paio di spazi ad uso esclusivo: una stanza che fungeva da camera da letto, un bagno che è stato dotato di doccia e un ambiente di lavoro che condivideva con altri diplomatici. Inoltre, Julian condivideva con tutto il personale dell’ambasciata un piccolo spazio adattato a cucina e un bagno di uso comune. Non c’è un cortile interno, né un luogo dove prendere aria fresca. La già scarsa luce solare di Londra era praticamente inesistente. Sempre sottoposto alla luce artificiale, Julian paragonava la sua permanenza in quell’appartamento alla vita all’interno di un’astronave. È difficile immaginare una reclusione così lunga in tali condizioni.

Per i primi tre anni, l’ambasciata è stata circondata dalla polizia all’esterno e nell’atrio dell’edificio. Per i quattro anni successivi, la sorveglianza è stata segreta, ma non meno invasiva. Gli inglesi avevano sempre telecamere e microfoni ad alta potenza dislocati negli edifici circostanti, cercando di cogliere il nostro minimo sussurro. I nostri telefoni erano sempre sotto controllo. La nostra ambasciata era, senza dubbio, il luogo più sorvegliato del mondo. In un primo momento siamo stati sorvegliati dagli inglesi e da altre agenzie di intelligence, ma nell’ultimo anno di asilo, quando è cambiato il governo dell’Ecuador, anche dai servizi segreti ecuadoriani che, oltre a proteggerci, hanno finito per diventare un meccanismo di spionaggio contro Julian.

Con il passare del tempo, per Julian cominciarono a manifestarsi problemi di salute. La mancanza di sole e delle vitamine che esso fornisce ha influito sul colore già pallido della sua pelle. Una delle sue spalle aveva bisogno di essere esaminata con apparecchiature mediche impossibili da ottenere in ambasciata. Né è stato possibile risolvere tutti i suoi problemi dentali. A causa della reclusione, Julian mostrò presto problemi di vista, non riuscendo più a distinguere facilmente i colori. Gli inglesi non ci hanno mai permesso di portarlo in un centro sanitario per un controllo adeguato. Uno dei medici che lo hanno visitato, Sondra Crosby, ha inviato una diagnosi al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, affermando che, in termini di assistenza sanitaria, la situazione di Julian nell’ambasciata era peggiore di quella di una prigione convenzionale e che il suo confinamento indefinito e incerto aumentava il rischio di stress cronico, nonché di rischi fisici e psicologici, compreso il suicidio. Il medico ha detto che alla fine del suo asilo Julian aveva “un trauma psicologico acuto, paragonabile a quello dei rifugiati che fuggono da zone di guerra… È ad altissimo rischio di suicidio se venisse estradato… È nello stesso stato psicologico di chi è stato inseguito da un uomo con un coltello e poi si chiude in una stanza e non ne esce”.

In queste condizioni, il livello di resistenza di Julian, sia fisica che psicologica, è incredibile, così come la sua forza di volontà di non arrendersi e consegnarsi alle grinfie della polizia britannica. Per i primi sei anni, quando l’Ecuador lo proteggeva davvero, il suo rapporto con il personale diplomatico e gli altri funzionari è sempre stato di reciproco rispetto. Insieme abbiamo condiviso innumerevoli feste, compleanni, addii, pasti o semplicemente un caffè per discutere di politica e delle ingiustizie di questo mondo. Julian è sempre stato grato all’Ecuador.

In tutti gli anni in cui l’Ecuador lo ha protetto, con le limitazioni della reclusione, Julian ha potuto esercitare il suo diritto al lavoro e ad esprimersi liberamente. Non ricordo una sola occasione in cui ho visto Julian annoiarsi o non sapere cosa fare. Era sempre occupato, sempre al lavoro. Durante il suo soggiorno, ha curato diversi libri e WikiLeaks ha continuato a pubblicare con la stessa veemenza di sempre. Ha ricevuto quasi mille visitatori da tutto il mondo, di tutti i profili possibili: intellettuali, artisti, dissidenti, giornalisti, politici, attivisti… Ha rilasciato centinaia di interviste e decine di conferenze via internet.

Nel 2015, il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria si è pronunciato contro il Regno Unito e la Svezia, definendo la situazione di Julian come detenzione arbitraria, chiedendo a questi due Paesi di consentire il suo rilascio e persino di risarcirlo per i danni causati.

Nel dicembre 2017, l’Ecuador gli ha concesso la cittadinanza ecuadoriana, a cui aveva diritto dopo aver vissuto nella nostra giurisdizione per più di 5 anni come persona sotto protezione internazionale. Nel maggio 2018, la Corte Interamericana dei Diritti Umani (l’equivalente della Corte Europea dei Diritti Umani) ha istruito l’Ecuador sui suoi obblighi di asilo diplomatico, stabilendo che il mio Paese non può consentire l’estradizione di un rifugiato politico.

Ma l’Ecuador sovrano e progressista sotto la presidenza di Rafael Correa è cambiato radicalmente quando è stato tradito dal nuovo presidente, Lenin Moreno. Gradualmente, Moreno iniziò a distruggere tutto ciò che era stato costruito dal suo predecessore e cambiò la politica internazionale di 180 gradi, arrendendosi completamente agli Stati Uniti. Julian divenne così un “sassolino nella scarpa” e la sua testa oggetto di una squallida contrattazione.

La strategia di Moreno era tanto rozza quanto crudele. Per otto mesi, a partire da marzo 2018, Julian è stato in completo isolamento. Niente internet, niente telefono e niente visite, a parte i suoi avvocati. Lenin Moreno trasformò l’ambasciata in una prigione. Noi diplomatici siamo stati gradualmente cambiati, a partire da quelli di noi che erano incompatibili con la nuova politica del governo, e siamo stati sostituiti da nuovi funzionari che avevano l’incarico di molestare e provocare Julian, al fine di generare incidenti che sarebbero serviti al governo come pretesto per espellerlo dall’ambasciata.

L’ultimo anno di Julian all’ambasciata, sotto il governo di Lenin Moreno, fu un inferno. L’unica nazione che lo aveva protetto fino a quel momento divenne il suo persecutore. Poiché la strategia di spezzare Julian per costringerlo a partire di sua spontanea volontà è evidentemente fallita, il governo ha avviato segretamente trattative con gli americani e gli inglesi per la consegna del richiedente asilo. In uno dei capitoli più vergognosi della storia del mio Paese, l’11 aprile 2019 Lenin Moreno ha permesso a una forza straniera di entrare nella mia ambasciata per sequestrare, con la forza, il più importante rifugiato politico del mondo e consegnarlo ai suoi persecutori.

Se estradato, Julian verrebbe processato in base alla legge sullo spionaggio e diventerebbe il primo giornalista della storia a essere processato in base a tale legge. L’ufficio del procuratore generale degli Stati Uniti ha anche avvertito che, in quanto cittadino straniero, Julian Assange non può invocare il Primo Emendamento degli Stati Uniti. In altre parole, negli Stati Uniti a uno straniero si applicano le sanzioni, ma non le tutele della legge. Il processo si svolgerà presso la “Corte di Spionaggio”, in cui rientrano i casi di “sicurezza nazionale”. Si tratta dello stesso tribunale che nel 2010 ha aperto l’indagine “segreta” contro Julian, per la quale ha chiesto asilo politico in Ecuador. Il tribunale si trova nel distretto orientale della Virginia, dove hanno sede la CIA e i principali appaltatori della sicurezza nazionale. La giuria proviene quindi dal luogo con la più alta concentrazione di “comunità di intelligence” statunitense, dove Julian non avrà alcuna possibilità di avere un processo equo. In effetti, nessun imputato di spionaggio è mai stato assolto in quel tribunale.

Se accusato di spionaggio, Julian Assange verrebbe imprigionato in isolamento, sotto le cosiddette “misure amministrative speciali”, il che significa praticamente nessun contatto umano. Queste condizioni sono una condanna a morte vivente. Gli Stati Uniti chiedono una pena di 175 anni di carcere, non per un criminale, ma per chi ha smascherato i criminali.

Il famoso professore Noam Chomsky, nella sua testimonianza scritta, ha dichiarato alla corte di Londra: “Julian Assange… ha reso un enorme servizio a tutte le persone del mondo che hanno a cuore i valori della libertà e della democrazia e che quindi chiedono il diritto di sapere cosa fanno i loro rappresentanti eletti. Le sue azioni, a loro volta, lo hanno portato a essere perseguitato in modo crudele e intollerabile”.

Un mondo in cui i criminali restano impuniti e i coraggiosi che svelano i crimini vengono puniti è un mondo che va combattuto. E Julian ha sacrificato la sua libertà perché vuole che tutti noi possiamo vivere in un mondo diverso. Pertanto, la libertà di Julian è la libertà di tutti.

Ora che nessuna nazione protegge più Julian Assange, egli dipende soprattutto dalla nostra solidarietà.

Fidel Narváez, ex Console dell’ Ecuador a Londra

Tradotto dallo spagnolo da Thomas Schmid per équipe traduttori Pressenza

https://www.pressenza.com/it/2022/10/la-liberta-di-julian-assange-e-la-liberta-di-tutti/

 

 

Com’è nata l’idea di una “catena umana” per salvare Julian Assange? – Patrick Boylan

 

John Rees, coordinatore del comitato Don’t Extradite Assange e l’organizzatore della riuscitissima catena umana per Julian Assange che ha circondato il Parlamento britannico l’8 ottobre scorso, è stato intervistato sul posto dall’attivista Lorena Corrias di FREE ASSANGE Italia.

 

Segue la traduzione in italiano delle risposte di John Rees, organizzatore della catena umana, alle domande formulate da Lorena Corrias di FREE ASSANGE Italia. Per vedere il video dell’intervista, cliccare su: www.boylan.it/assange/rees.mp4.

Lorena: “Chi ha avuto l’idea geniale di una catena umana intorno al Parlamento?”

John: “Beh, a dire la verità, mi sembra che, all’origine, l’idea sia stata suggerita da un attivista della Nuova Zelanda. Ha proposto di farla intorno alla prigione di Belmarsh [dove Julian viene detenuto in isolamento da tre anni]. Solo che non era possibile farlo intorno a Belmarsh per motivi di sicurezza. Perciò noi [del comitato Don’t Extradite Assange] abbiamo deciso di farla qui, intorno al Parlamento, dove ha sede il potere politico che tiene imprigionato Julian. Una volta determinata il luogo, poi, ci siamo messi a lavorare ed eccoci.

Lorena: L’afflusso di partecipanti oggi corrisponde alla vostre aspettative?

John: Sì, l’afflusso è stato molto buono, riteniamo che siano venuti circa cinque mila persone e così abbiamo effettivamente ultimato l’accerchiamento completo del Parlamento: davanti al Parlamento, attraverso il ponte di Londra, lungo il Tamigi sulla sponda opposta e, infine, di ritorno attraversando il ponte di Lambeth. Ritengo che sia stata una forma di protesta molto innovativa e molto efficace. Quindi sì, siamo rimasti contenti.

Lorena: Sabato prossimo, il 15 di ottobre, l’agenzia di stampa Pressenza insieme a noi di FREE ASSANGE Italia e altri, terremmo una maratona di 24 ore per Julian, con collegamenti in diretta da oltre cinquanta città nel mondo. Potreste voi di Don’t Extradite Assange essere dei nostri e dire, in diretta da Londra, qualche parola sul caso Assange?

John: Sì, certamente.

Lorena: A che ora potremmo collegarci con voi il 15 ottobre?

John: Beh, se mi contattate lì per lì – avete il mio numero telefonico – potremo concordare un’ora.

Lorena: Bene, benissimo. Ultima domanda: se lei potesse parlare con Julian nella sua cella, cosa gli direbbe?

 

John: Beh, prima della pandemia Covid, ho effettivamente fatto visita a Julian a Belmarsh, diverse volte. Mi è sembrato un uomo straordinariamente ottimista, viste tutte le cose [nefandezze] che gli sono state inflitte. Ma, come egli dice sempre, dobbiamo preoccuparci non di lui ma piuttosto di tutti noi, delle nostre libertà e dei nostri diritti che rischiano di esserci tolti se gli Stati Uniti riescono nel loro intento di farlo condannare. Perciò, a pensarci bene, ciò che direi a Julian è “tieni duro e continua a lottare” e noi faremo uguale.

Lorena: Grazie molto.

John: Sono io che vi ringrazio.

https://www.peacelink.it/cybercultura/a/49256.html

 

 

 

24hxAssange, perché anche il mondo ambientalista dovrebbe aderire – Linda Maggiori

Julian Assange, creatore del sito WikiLeaks e attualmente detenuto nel carcere londinese di Belmarsh, deve essere liberato perché la sua incarcerazione scoraggia il giornalismo investigativo, anche nel campo ambientale, intimidendo giornalisti ed editori.

Fervono i preparativi per la giornata del 15 ottobre: 24 ore di eventi in tutto il mondo, per Julian Assange, il giornalista di Wikileaks che ha rivelato i crimini delle guerre in Afghanistan e in Iraq degli Stati Uniti, e ora è in carcere in Gran Bretagna, rischiando l’estradizione negli Stati Uniti. Una maratona di dibattiti, sit-in, eventi artistici. Ne parliamo con Olivier Turquet, giornalista di Pressenza, la testata giornalistica che ha lanciato l’evento e con Patrick Boylan, componente del gruppo Free Assange Italia e curatore del libro “Free Assange”, edizioni Left.

Patrick Boylan, perché questa campagna e perché la liberazione di Assange è importante anche per le cause ambientali?

Julian Assange è stato punito, ingiustamente incarcerato e imbavagliato, gli è stato impedito di fare informazione. Julian Assange rischia di essere estradato negli Stati Uniti e condannato a morte con 175 anni di carcere. Come per le guerre, la distruzione ambientale viene venduta alla gente con delle bugie. Assange ha detto: “Dal momento che le guerre vengono avviate dalle bugie, possono essere fermate dalla verità.” Ed è vero. Ma questo principio vale anche per gli scempi ecologici fatti passare per necessari o addirittura benefici. Per fermarli, serve una comunicazione ambientale seria, scientifica, indipendente e veritiera.

Come Wikileaks?

Certo, si tratta di un canale indipendente, in grado di raccogliere le denunce di illeciti, e garantire l’anonimato delle fonti che spesso e volentieri lavorano all’interno delle aziende incriminate (“whistleblower”). Pensate a quanta gente lavora dentro a multinazionali, banche, grande imprese. Se non garantiamo la loro sicurezza e il loro anonimato, se non diamo loro un modo sicuro di esprimersi, i reati ambientali di cui eventualmente verranno a conoscenza resteranno sempre nell’ombra.

Wikileaks sfrutta la forza democratica della rete, ma al contempo è una canale serio, perché tutti i documenti vengono analizzati e verificati, omessi i nomi delle persone a rischio. E’ un canale rivoluzionario, innovativo, efficace per far “trapelare” (leak appunto) e denunciare al mondo le informazioni su guerre, torture, reati ambientali. Io credo che, affinché l’ecologia possa disporre dell’arma della verità, ci vogliano 10-100-1.000 WikiLeaks nel pianeta. E bisogna che Julian sia liberato perché la sua incarcerazione scoraggia il giornalismo investigativo, anche nel campo ambientale, intimidendo gli editori. Ma solo una grande mobilitazione di opinione pubblica in tutto il mondo potrà salvare Julian Assange.

Olivier Turquet, cosa è previsto per il 15 ottobre?

Sono 24 ore non stop dove giornalisti, attivisti, artisti, persone di cultura manifesteranno in tutto il pianeta per la libertà di Julian. La manifestazione comincerà in un punto preciso a una certa ora del 15 ottobre e durerà 24 ore, durante le quali una diretta collegherà tutte le iniziative del pianeta.

Saranno organizzati eventi locali che si collegheranno con la 24 ore in un momento e per un tempo preciso. Puntiamo alla massima apertura, diversità e creatività possibili – un piccolo evento di quartiere, uno spettacolo, una manifestazione, un incontro tra amici, un video, un’intervista radiofonica, una dichiarazione. A Como e Reggio Emilia, già da mesi, gli attivisti si siedono a terra ogni sabato, dentro un rettangolo disegnato con i gessetti di tre metri per due, le dimensioni della cella di Assange, spiegando ai passanti perché è stato incarcerato Julian.

Abbiamo creato un sito https://www.24hassange.org/it/ in molte lingue, una pagina Facebook, un canale Telegram, https://t.me/Assange24h. Ovviamente la mobilitazione andrà avanti oltre il 15 ottobre.

Ad oggi chi partecipa?

Sono arrivate tantissime adesioni, moltissime anche le associazioni ambientaliste, proprio perché è chiaro il legame tra la lotta per i diritti umani nel mondo, la libera informazione e la tutela ambientale. Julian Assange è il simbolo di tutti i giornalisti, le giornaliste, le voci libere che con lui possono essere messe a tacere, rappresenta un modello di mondo nuovo e migliore dove l’ingiustizia va condannata e i diritti umani difesi.

Qui ci sono tutte le adesioni e chi vuole può aderire segnandosi nell’apposito form: https://www.24hassange.org/it/adesioni/

Fonte: https://www.wordnews.it/24hxassange-perche-anche-il-mondo-ambientalista-dovrebbe-aderire

https://www.pressenza.com/it/2022/10/24hxassange-perche-anche-il-mondo-ambientalista-dovrebbe-aderire/

 

L’Ordine dei giornalisti conferisce a Julian Assange la tessera ad honorem – Simone Santi

Mentre cresce l’attesa per la sentenza sull’estradizione negli Stati Uniti, Julian Assange è stato insignito di una tessera ad honorem dall’Ordine dei giornalisti italiano.

C’è un giornalista, iscritto all’Ordine italiano, che rischia fino a 175 anni di carcere negli Stati Uniti per spionaggio, per aver rivelato documenti secretati relativi a presunti crimini di guerra commessi dall’esercito americano. Il suo nome è Julian Assange.

Le sorti di Assange ci riguardano più da vicino

Il fondatore di Wikileaks, organizzazione in grado reperire documenti segreti e renderli di pubblico dominio, attualmente in carcere nel Regno Unito in attesa della sentenza di appello sull’estradizione negli Usa, è stato insignito della tessera ad honorem dell’Ordine dei giornalisti dal presidente Carlo Bartoli, come atto simbolico di vicinanza e sostegno a lui, e alla libertà di stampa, nel corso di una cerimonia mista – in presenza e virtuale – a Venezia.

Secondo Bartoli infatti “difendere Assange significa difendere il diritto di cronaca, la libertà di informazione e l’incolumità dei whistleblower [segnalatori di illeciti, ndr]. Per questo abbiamo deciso di iscrivere all’Ordine dei giornalisti Julian Assange. Se una corte inglese deciderà di estradarlo negli Usa, in Inghilterra – che è stata la culla del diritto di cronaca – si celebrerà il funerale della libertà di informazione”.

Dallo scorso lunedì 5 settembre, dunque, Julian Assange è iscritto all’Ordine dei giornalisti italiani. Il presidente Carlo Bartoli con la segretaria Paola Spadari, hanno ufficialmente consegnato a Venezia, la tessera ad honorem del giornalista australiano. La tessera è stata virtualmente consegnata a Stefania Maurizi, sua stretta collaboratrice collegata on line con la Casa degli Autori al Lido di Venezia, dove si è tenuta la manifestazione, promossa dall’Archivio audiovisivo del Movimento operaio e democratico e dall’associazione Articolo21, in collaborazione con la Federazione nazionale della Stampa italiana e l’Ordine dei giornalisti.

Una maratona mondiale di 24 ore 

E non si tratta dell’unica manifestazione a sostegno di Assange organizzata dalla stampa italiana: sulla base di un appello lanciato a fine luglio da Pressenza, una agenzia stampa internazionale che di definisce per la pace, la nonviolenza, l’umanesimo e la non discriminazione, il 15 ottobre si terrà la maratona 24 ore per Julian Assange, che vedrà andare in scena almeno 30 eventi in diverse parti del mondo, con l’adesione di organizzazioni sociali e testate giornalistiche.

Durante le 24 ore, una diretta collegherà tutte le iniziative del pianeta, con video esplicativi e interventi registrati. “Puntiamo alla massima apertura, diversità e creatività possibili – spiegano gli organizzatori di Pressenza – un piccolo evento di quartiere, uno spettacolo, una manifestazione, un incontro tra amici, un video, un’intervista radiofonica, una dichiarazione. Tutti sono benvenuti, non importa quanto “piccoli” o “grandi”: invitiamo attivisti di base, giornalisti, personaggi dello spettacolo, artisti, scrittori a partecipare secondo le loro possibilità, capacità e gusti”.

L’angoscia per la possibile estradizione 

Lo scorso 17 giugno l’allora ministra dell’Interno del Regno Unito, Priti Patel (non confermata nella nuova squadra di governo di Liz Truss) ha autorizzato l’estradizione di Julian Assange negli Usa per affrontare accuse relative alla legge sullo spionaggio. “Questa decisione pone Assange in grande pericolo e invia un messaggio agghiacciante ai giornalisti in ogni parte del mondo”, ha dichiarato Agnés Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “Se l’estradizione andrà avanti, Assange correrà il grande rischio di essere posto in isolamento prolungato, in violazione del divieto di maltrattamenti e torture. Le assicurazioni diplomatiche fornite dagli Usa, secondo le quali Assange non sarà tenuto in isolamento, non possono essere prese sul serio dati i precedenti”, ha aggiunto Callamard. “Chiediamo al Regno Unito di non estradare Assange e agli Usa di annullare le accuse affinché Assange sia liberato”.

Secondo Amnesty è comunque probabile che vi saranno ulteriori appelli contro l’estradizione, basati sulla violazione del diritto alla libertà d’espressione. L’ultimo rapporto di Reporter senza frontiere sulla libertà di stampa, risalente al maggio scorso, aveva sottolineato come l’apertura all’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti dopo oltre due anni di procedimenti giudiziari rischiasse di diventare “un pericoloso precedente per il giornalismo e la libertà di stampa in tutto il mondo”.

https://www.lifegate.it/julian-assange-tessera-giornalisti

 

 

Julian Assange a Londra, il 15 ottobre 2011

 

 

Viene a parlare nel padovano la grande giornalista investigativa Stefania Maurizi – Patrick Boylan

 

I padovani avranno l’occasione di sentire una delle più grandi giornaliste investigative oggi in Italia, Stefania Maurizi, in un incontro organizzato dal Comune di Ponte San Nicolò e da due gruppi di attivisti questo giovedì alle ore 20.45, presso la Sala Civica “Unione Europea”. Ingresso libero.

 

Nella grande sala del Municipio in Piazzale Altiero Spinelli, Maurizi parlerà del pericolo che corrono la libertà di stampa e i diritti umani con la persecuzione giudiziaria del noto giornalista australiano Julian Assange, da tre anni detenuto senza processo in una prigione londinese e in procinto di essere estradato negli Stati Uniti per finire i suoi giorni in detenzione oltre Atlantico.

Il capo d’accusa? Aver rivelato i crimini di guerre britannici e statunitensi commessi durante la loro occupazione dell’Afghanistan e dell’Iraq – crimini che dovevano restare segreti per lasciare impuniti i militari coinvolti ma soprattutto per consentire alla Casa Bianca e a Downing Street di continuare a presentare quelle occupazioni come semplici “operazioni di mantenimento della pace e di costruzione della democrazia.”

Invece le rivelazioni di Assange sulla brutalità delle due occupazioni hanno sfatato quella mistificazione e, imprimendo una svolta all’opinione pubblica, hanno contribuito al ritiro delle truppe USA e UK. Donde la celebre frase di Assange: “Se le bugie possono servire per iniziare una guerra, la verità può servire per porre fine a quella guerra.”

Ma tutto ciò è stato possibile soltanto perché esiste il diritto del giornalista investigativo di pubblicare documenti anche segretati, se ciò risulta nell’interesse pubblico, Maurizi dirà ai padovani accorsi per sentirla. Purtroppo, l’eventuale estradizione e condanna definitiva di Assange rischia di mettere una pietra tombale sul quel diritto, lei aggiungerà. Noi comuni cittadini non avremo più la possibilità di vedere, dietro le quinte, ciò che fanno i nostri governanti in nostro nome. Sarebbe un duro colpo alla democrazia.

Maurizi parlerà anche dei diritti umani di Julian Assange palesemente violati dalla sua sistematica persecuzione da parte dei servizi segreti angloamericani. Un pericoloso precedente che bisogna combattere, se non altro, per impedire simili abusi nel nostro paese.

Insieme a Maurizi parleranno anche Alessia Gasparin, Assessore alla Solidarietà internazionale, Diritti del Cittadino e della Pace del Comune di Ponte San Nicolò; Marco Mascia, docente di Relazioni internazionali e Presidente del Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università di Padova, Donatella Mardollo di Free Assange Italia e del Comitato Veneto per Assange (i co-organizzatori dell’evento); Giuseppe Mosconi, già docente di Sociologia del Diritto dell’Università di Padova; Catia Zoppello, Consigliere con incarico alla Cultura del Comune di Ponte San Nicolò.

Beppe Giulietti, giornalista e presidente della Federazione Nazionale della Stampa interverrà all’evento con un contributo video. Modererà Vincenzo Vita, Presidente della Fondazione Archivio del Movimento Operaio e Democratico, ex sottosegretario e parlamentare.

Maurizi sarà a disposizione dopo l’incontro per firmare copie del suo libro “Il potere segreto: perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks”.

Il Comune di Ponte San Nicolò, nel patrocinare l’evento, ha dimostrato una forte sensibilità su temi come la libertà di stampa ed i diritti umani, di cui Assange è divenuto simbolo. Vuole offrire ai padovani l’occasione di avere informazioni in merito di prima mano, da una celebre giornalista investigativa con anni di esperienza sul campo per conto di L’Espresso, Repubblica, ora il Fatto Quotidiano. Perché ciò che succederà a Julian Assange ci riguarda tutti.

https://www.peacelink.it/cybercultura/a/49257.html

 

Julian, sei il mio eroe

Ti sei messo contro i potenti della terra, hai svelato al mondo verità scomode: sulla corruzione internazionale, sui crimini di guerra e molto altro. Perchè tu hai rivelato la verità al mondo e le persone che dovrebbero stare in galera sono i potenti che ti tengono prigioniero.

 

Ciao Julian,

probabilmente non leggerai mai queste parole, ma le scrivo con la speranza che servano comunque a qualcosa.

Sei il mio eroe, ti sei messo contro i potenti della terra, hai svelato al mondo verità scomode: sulla corruzione internazionale, sui crimini di guerra e molto altro.

Hai aperto gli occhi delle persone e ci hai fatto vedere come i governi ci mentano sistematicamente.

Non hai mai fatto un passo indietro e ora stai pagando per il tuo coraggio con la privazione della libertà e la con tua stessa vita.

 

Ti stimo infinitamente ho provato a dipingere il tuo volto ma nessuno ha mai accettato questa proposta, a NY ho fatto un operazione di #GuerrilliaArt il massimo che si potesse fare, lì come sai il governo ti odia particolarmente.

L’unico paese che ti ha voluto è la Russia nonostante tu abbia rivelato verità scomode anche sul loro conto.

Spero che in qualche modo quest’opera faccia interessare più persone alla tua storia e che prima o poi tu possa tornare libero!

Perchè tu hai rivelato la verità al mondo e le persone che dovrebbero stare in galera sono i potenti che ti tengono prigioniero.

Con stima infinita,

Jorit

Note: Jorit, pseudonimo di Ciro Cerullo, è un artista italiano specializzato in street art.

https://www.peacelink.it/editoriale/a/49233.html

 

 

Gli USA e l’UK regimi autoritari? Per i sostenitori di Julian Assange, sì – Patrick Boylan

 

Una ragazza di Como rifiuta di essere complice del silenzio dei media sul trattamento disumano inflitto a Julian Assange da parte dell’UK e degli USA; mette in scena, in una piazza centrale della città, la sua protesta contro l’autoritarismo delle due se dicenti democrazie.

Cosa si prova a cercare di vivere – seppure all’aria aperta e solo per un tempo limitato – quello che sta subendo Julian Assange, incarcerato nella prigione londinese di Belmarsh dall’11 aprile del 2019 per aver rivelato, da buon giornalista investigativo, i crimini di guerra, i crimini ambientali e i crimini contro i diritti umani commessi dagli Stati Uniti e dal Regno Unito? Una ragazza di Como ha deciso di provarlo sulla propria pelle, sperando che i passanti si mettano anche loro nei panni di Julian e capiscano in quali condizioni egli è costretto a sopravvivere.

Sono oramai ben 1.220 giorni, infatti, che Assange è stato imprigionato in una cella di isolamento che misura tre metri per due:

  • con una sola ora di aria
  • con sole due visite parentali al mese, di 15 minuti ciascuna,
  • con a disposizione una sola telefonata di pochi minuti al mese e
  • con, in prospettiva, altri 175 anni di carcere duro negli Stati Uniti!

Tutto questo senza che ci sia mai stato un verdetto di condanna nei suoi confronti (se non per una mera infrazione, poi estinta). Un’incarcerazione, pertanto, del tutto arbitraria – come nei peggiori regimi autoritari da cui proprio l’UK e gli USA pretendono distanziarsi.

Si tratta di una mostruosità giuridica che grida vendetta. E per gridarla, la ragazza comasca ha deciso di far vedere pubblicamente ciò che significa stare in una cella come quella di Julian.

Ogni sabato pomeriggio per ben otto mesi, Lorena Corrias disegnerà sul pavimento di Piazza Verdi, di fronte al Teatro Sociale di Como, una cella di 3m x 2m – con un manifesto di Assange che ricopre uno spazio grande come il lettino di Belmarsh – e si siederà lì dalle ore 16 alle ore 18 (in estate), alzandosi solo per distribuire volantini ai passanti. Il Comune le ha concesso di occupare quei  6 metri quadrati di suolo pubblico fino al 25 marzo 2023 e lei ha già iniziato a fare questa sua protesta il 6 agosto scorso.  Ha indossato per l’occasione una tuta arancione che ricorda quella dei prigionieri di Guantanamo (la prigione di Belmarsh, infatti, viene anche designata come “la Guantanamo britannica”).

Lorena attribuisce l’ispirazione di questa sua insolita protesta ad una ragazza di Berlino, Raja Valeska, che già da oltre cento giorni si siede dentro una cella 3×2 che lei disegna sul pavimento davanti alla Porta di Brandenburgo o davanti ad altri luoghi molto frequentati della capitale tedesca. Anche il Comité Free Assange Belgium porta avanti un’iniziativa simile: gli attivisti belgi sono già alla loro 174a manifestazione a Bruxelles dove creano, usando barriere stradali, una cella 3×2 in cui rinchiudersi in segno di protesta.

E’ davvero tanto lo sdegno che prova la gente in tutto il mondo per la persecuzione giudiziaria di Julian Assange – una vendetta pura e semplice, travestita di legalità, da denunciare con ogni mezzo.

“Ma se la mia azione dimostrativa mira soprattutto a salvare la vita a Julian, davvero a rischio nella prigione di Belmarsh, essa ha anche altre finalità”, spiega Lorena. “Si tratta infatti di una battaglia per noi tutti, perché in gioco c’è la stessa nostra democrazia. Equiparare un giornalista investigativo ad uno spione, come vogliono fare gli Stati Uniti nel chiedere l’estradizione di Julian dal Regno Unito, significa porre fine al giornalismo investigativo, porre fine al giornalismo libero e, quindi, porre fine al nostro ciò che fanno i nostri governanti nel nostro nome – soprattutto le illegalità che compiono e che poi coprono con il Segreto di Stato per poter restare impuniti. Chiunque le sveli viene etichettato ‘spia’ e incarcercato, proprio come nei regimi autoritari.”

 

“Mi rendo conto,” conclude Lorena, “che non tutti hanno la vocazione o la disponibilità a fare una azione dimostrativa come quella che io mi sono proposta di fare qui a Como. Non tutti sentono la necessità che io ho sentito di fare davvero qualcosa di concreto per Julian. Ma ognuno può, nella propria città, sostenere la causa di Julian con gesti semplici ma efficaci. Per esempio, comprando e leggendo il libro di Stefania Maurizi, “Il potere segreto: perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks”, e anche, per chi sa l’inglese, il libro di Nils Melzer, “The Trial of Julian Assange”. E poi parlandone con parenti e amici. Oppure partecipando alle manifestazioni indette dai gruppi come Free Assange ItaliaItaliani per AssangeComitato per la Liberazione di Julian Assange o Free Assange Reggio Emilia.”

“Oppure partecipando a mega eventi come le “24hAssange”, una maratona in streaming che si terrà il 15 ottobre. Si può semplicemente ascoltarlo e farlo ascoltare oppure si può intervenire brevemente per esprimere il proprio punto di vista, scrivendo a 24hassange@proton.me per prenotare uno spazio nel palinsesto.”

“Se si vuole davvero difendere chi si è sacrificato per noi e, come dicevo, difendere nel contempo il nostro , ebbene le occasioni non mancano. Per esempio, Free Assange Italia, gruppo con il quale sono super attiva adesso, offre diverse iniziative alle quali partecipare, a seconda della propria indole e delle proprie disponibilità di tempo: http://freeassangeitalia.it/ciao ”.

https://www.peacelink.it/cybercultura/a/49217.html

 

 

 

 

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • Francesco Masala

    Premio Sacharov: la distanza tra i mondi —–19.10.22 – Olivier Turquet

    L’inizio del discorso della Presidente Metsola annunciando il premio Sacharov assegnato al popolo ucraino e, nello specifico, ad alcune associazioni umanitarie, suona francamente un po’ bellicoso:

    Questo premio è per gli ucraini che combattono sul campo. Per coloro che sono stati costretti a fuggire. Per coloro che hanno perso parenti e amici. Per tutti coloro che si alzano e combattono per ciò in cui credono. So che il coraggioso popolo ucraino non si arrenderà e non lo faremo nemmeno noi.

    Per fortuna pochi minuti dopo, su Twitter, risponde con una eleganza impagabile Stella Assange:

    Congratulazioni al popolo ucraino per aver ricevuto il #PremioSakharov.

    Grazie a tutti coloro che hanno sostenuto la candidatura di #Assange. Con la nomina di Julian tra i tre finalisti (insieme alla Commissione per la Verità della Colombia), il Parlamento europeo ha inviato un messaggio importante: #freeAssangeNOW

    Noi che abbiamo fatto il tifo esplicitamente perché il premio fosse assegnato a Julian siamo francamente delusi ma dobbiamo prendere la lezione di Stella e farne tesoro: il bicchiere mezzo pieno è che Assange sia stato finalista, un mattoncino in più nella grande costruzione che dice a chiare lettere FREEASSANGENOW.

    Certo con tutto il rispetto e l’empatia per la gente ucraina martoriata da una guerra insensata non pare che sia lì dove si possa parlare di libertà di pensiero, quando più volte gli oppositori dell’attuale governo sono stati messi in galera, dove gli obiettori nonviolenti alla guerra vengono perseguitati, dove non è più possibile dissentire dalla vulgata guerrafondaia senza essere tacciati di filorussi.

    Ci sono due mondi che si stanno sempre più allontanando e che le due frasi di Metsola e di Stella evidenziano bene: un mondo di certezze, violenza e imposizione e quel mondo di possibilità, di empatia, di critica e di collaborazione che la 24hAssange ha evidenziato sabato scorso e che continua nelle azioni di ognuno di noi.

  • Il 5 novembre scorso, alla manifestazione per la Pace, gli attivisti sono scesi in piazza per la libertà del fondatore di Wikileaks.
    https://www.wordnews.it/a-roma-si-e-marciato-anche-per-la-liberazione-di-assange
    di Alessio Di Florio

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