Berlino lotta contro il TTIP (e noi?)

1

Stop TTIP

La settimana di mobilitazione internazionale contro il TTIP e gli altri accordi di liberalizzazione economica prosegue dopo lo stupefacente successo di sabato scorso, quando 250 mila persone provenienti da tutta Europa hanno sfilato per le strade di Berlino. Durante il week end cittadini e organizzazioni hanno organizzato altre manifestazioni di protesta in diverse città europee: migliaia di dimostranti sono scesi in piazza ad Amsterdam, ma raduni delocalizzati si sono svolti anche a Londra, in Lussemburgo e a Milano. Nel capoluogo lombardo, centinaia di persone hanno manifestato alla Darsena, liberando nel cielo una mongolfiera con lo slogan “Stop TTIP”.

Fino a sabato gli attivisti presidieranno centinaia di città europee, decine in Italia. I momenti cruciali saranno due: il tweetstorm internazionale in occasione del Consiglio europeo di giovedì 15 ottobre e la giornata di chiusura, sabato 17 ottobre, quando nel pomeriggio a Bruxelles si raduneranno tutte le reti internazionali in un presidio contro il Trattato transatlantico (TTIP), quello fra Ue e Canada (CETA) e l’accordo TiSA per la liberalizzazione dei servizi. Una data dalla grande importanza simbolica, in quanto giornata mondiale della lotta contro la povertà. L’Italia parteciperà con un flashmob a Roma, nei pressi dei Fori Imperiali, che coinvolgerà diverse organizzazioni.

«Siamo solo all’inizio – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della campagna Stop TTIP Italia – La straordinaria risposta dell’opinione pubblica dimostra che le politiche di austerità e liberalizzazione sfrenata predilette dall’Unione europea sono al capolinea. Le persone chiedono una completa inversione di rotta e una reale trasparenza sui contenuti del TTIP, un accordo dai potenziali effetti catastrofici sulle nostre piccole e medie imprese, gli standard alimentari e i servizi pubblici».

«La mobilitazione di Berlino – aggiunge Marco Bersani, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – dimostra che un’altra Europa è scesa in campo: quella dei diritti, dei beni comuni, della democrazia. Le grandi lobby vogliono consegnare l’intera vita delle persone agli interessi finanziari, saranno le mobilitazioni sociali a impedirglielo».

«La grande crescita delle mobilitazioni è frutto del costante lavoro delle campagne Stop TTIP di tutto il continente – afferma

, coordinatrice della Campagna Stop TTIP Italia – Lo dimostrano i 3,2 milioni di firme consegnati il 7 ottobre alla Commissione europea. Nonostante il silenzio della maggior parte dei media italiani, anche nel nostro Paese i rischi del trattato hanno fatto breccia nell’opinione pubblica e nelle amministrazioni locali. Il governo non potrà evitare il confronto pubblico ancora per molto. Il tweetstorm di giovedì 15 in occasione del Consiglio europeo e l’evento in programma a Roma sabato 17 serviranno a ribadire con forza che le nostre istanze non possono essere ignorate».

Campagna Stop TTIP Italia

da qui

 

Sabato a Berlino: almeno 300 mila persone si sono riversate nella capitale tedesca per protestare contro il Ttip, ma i media mainstream hanno fatto di tutto per ignorala: notiziole, una foto tagliata ad hoc nel Corriere perché si vedesse meno gente possibile, nemmeno una parola o un’immagine nelle televisioni. Perciò rimedio: tenendo conto che la Die Welt, giornale del centro destra estremo, accredita un numero di 250 mila partecipanti possiamo essere sicuri che erano un bel po’ di più, cosa che del resto risulta evidente a chi conosce i luoghi e sa che tra la “Grande Stella” e la porta di Brandeburgo ci stanno  almeno un milione di persone.

da qui

 

manifestazioni in Italia:

A Lucca, il 14 ottobre alle ore 17,30, presso la Croce Verde, viale Castracani 468/D, dibattito pubblico “Doppio attacco alla sanità”

Ad Abbiategrasso, il 16 ottobre alle ore 20.45, ex Convento Annunciata, “Agricoltura e piccola impresa: quale futuro con il TTIP?

A Udine, il 16 ottobre dalle 17 alle 19.30, gazebo e volantinaggio in via Cavour nei pressi di piazza della Libertà

A Udine, il 16 ottobre alle ore 20.30, al Circolo Cas’Aupa in via Val D’Aupa, gazebo e volantinaggio Stop TTIP

A Montanino (Fi), il 17 ottobre alle ore 20,  al circolo ARCI di Montanino, cena di autofinanziamento Stop TTIP

A Roma, il 17 ottobre alle 11 in via Alessandrina 22 (zona Fori Imperiali), flash mob Stop TTIP

A Torino, il 17 e il 18 ottobre dalle ore 10 alle ore 20,  all’interno della fiera FA’ LA COSA GIUSTA presso Lingotto Fiere, il Comitato Stop TTIP sarà presente con materiali informativi e raccolta firme presso gli stand delle associazioni Etinomia e GAStorino

A Udine, il 17 ottobre, volantinaggio al mercato di viale Vat

A Verona, il 17 ottobre dalle 17.30 alle 19.30 via Roma presso Palazzo Carli, presidio Stop TTIP

A Torino, il 18 ottobre alle ore 18.00, all’interno della fiera FA’ LA COSA GIUSTA presso Lingotto Fiere,- Sala Utopica
Incontro/dibattito: STOP AL TTIP PER FAVORIRE LO SVILUPPO ECONOMICO LOCALE
Ne parliamo con: Alessandro Mostaccio (Segretario Generale del Movimento Consumatori) e Mauro D’Aveni (Responsabile servizio qualità e sicurezza alimentare di Coldiretti Torino)

A Bologna, il 21 ottobre dalle 16.30 presso Dynamo, la velostazione di Bologna, via Indipendenza 71/Z, incontro Stop TTIP

A Firenze, il 23 ottobre dalle 10.40 a Novomodo, Sant’Appollonia in sala Poccetti, via San Gallo 25/A, incontro Stop TTIP

A Oderzo, il 23 ottobre dalle 20.45 presso Palazzo Foscolo in Via Garibaldi 65, incontro Stop TTIP

da qui

 

In un articolo su The Independent, John Hilary racconta del suo incontro con Cecilia Malmström, che occupa una posizione di forza negli apparati dell’UE. La Malmström dirige la Direzione commercio della Commissione europea. Questo la mette a capo della politica di investimento e commercio per tutti i 28 Stati membri dell’UE, e sono i suoi funzionari che stanno attualmente cercando di finalizzare l’accordo TTIP con gli USA.

Nel loro incontro, il giornalista ha chiesto alla Malmström un commento sull’enorme opposizione al TTIP in tutta Europa. Nell’ultimo anno, oltre tre milioni di cittadini europei hanno firmato una petizione contro l’accordo. Migliaia di incontri e proteste si sono tenute in tutti i 28 Stati membri dell’UE, culminati con la spettacolare manifestazione di 250 mila persone a Berlino questo fine settimana.
La Malmström ha riconosciuto che un accordo commerciale non ha mai ispirato tale opposizione appassionata e diffusa. Eppure, quando il giornalista ha chiesto al Commissario per il commercio come poteva continuare a promuoverlo a fronte della massiccia opposizione pubblica, la sua risposta è stata: “Il mio mandato non arriva dal popolo europeo.” 

Allora, da chi Cecilia Malmström ha ricevuto il suo mandato? Ufficialmente, i commissari europei sono tenuti a rappresentare i governi eletti dell’Europa. Eppure la Commissione europea sta portando avanti i negoziati sul TTIP a porte chiuse, senza un adeguato coinvolgimento dei governi europei

In realtà, come un nuovo rapporto di War on Want ha appena rivelato, la Malmström riceve i suoi ordini direttamente dai lobbisti che pullulano nei dintorni di Bruxelles. La Commissione europea non fa mistero del fatto che prende ordini dalle lobby del settore come BusinessEurope e European Services Forum . Non c’è da meravigliarsi che i negoziati sul TTIP siano impostati per servire gli interessi delle multinazionali, piuttosto che le esigenze del pubblico.

Un grido da Berlino: c’è vita oltre il T-tip – Marco Bersani

Sabato 10 ottobre 250mila persone provenienti da tutta Europa hanno dato vita a Berlino a una grande manifestazione aprendo così la settimana di mobilitazione internazionale contro il T-tip, il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti, che Usa e Ue stanno negoziando dal luglio 2013.

Nei prossimi giorni centinaia di iniziative si svolgeranno in tutte le città d’Europa, mentre sono oltre 3,2 milioni le firme di cittadini consegnate alla Commissione Europea.

Si apre una fase decisiva per quello che si profila come il più grande trattato di libero scambio del pianeta, nonché il nuovo quadro legislativo globale, cui tutti, volenti o nolenti, dovranno conformarsi. La pressione delle multinazionali e dei governi spinge perché si arrivi ad una bozza di accordo prima che negli Stati Uniti inizi la campagna elettorale delle presidenziali (previste nel novembre 2016), e la recente approvazione dell’omologo negoziato sul versante Pacifico (Tpp) ha galvanizzato le truppe di quanti vogliono trasformare lo stato di diritto in stato di mercato e realizzare l’utopia delle multinazionali: unico faro della vita economica, politica e sociale devono essere i profitti, cui vanno sacrificati tutti i diritti del lavoro e sociali, i servizi pubblici, i beni comuni e la democrazia.

 

Il T-tip è solo l’ultimo di una serie di processi messi in moto dagli anni ’90 del secolo scorso, quando la caduta del muro di Berlino e la nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio diedero un forte impulso alla globalizzazione neoliberale e resero stringente l’esigenza da parte delle grandi multinazionali e dei governi dei Paesi più ricchi del pianeta di costruire un accordo globale per la liberalizzazione assoluta degli investimenti in tutti i settori economici, consentendo alle multinazionali di dispiegare la loro azione a piacimento sull’intero pianeta, senza lasciare a governi e popolazioni alcuno strumento per condizionarne lo strapotere. Nacquero così in successione: il negoziato per l’Accordo Multilaterale sugli Investimenti (Mai) e l’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi all’interno della Wto (World Trade Organization), come pure, a livello europeo, la direttiva Bolkestein; tutti tentativi falliti, grazie alla forte mobilitazione dei movimenti sociali globali, capaci di mettere in stallo l’intero sistema di grandi eventi per produrre grandi accordi. Da allora il quadro si è modificato e, nel tentativo di far rientrare dalla finestra quello che era stato buttato fuori dalla porta, governi e multinazionali hanno iniziato a produrre una miriade di accordi bilaterali o su piccola scala regionale.

Ed ora, approfittando della crisi economico-finanziaria globale, ritentano la scala più ampia: il T-tip, infatti, per la dimensione geopolitica – due continenti – ed economica – quasi il 60 per cento del Pil mondiale- vuole diventare l’accordo quadro, cui tutto il pianeta, volente o nolente, dovrà conformarsi. Il negoziato, che, nelle intenzioni di Usa e Ue, avrebbe dovuto concludersi nella più assoluta segretezza nel dicembre 2014, è in realtà ancora lontano dalla meta: il prossimo round, fissato nei giorni 19-23 ottobre a Miami, parte da un empasse su quasi tutti i tavoli di lavoro (dall’Isds, ovvero lo strumento di risoluzione delle controversie tra imprese e Stati, che darebbe alle prime un potere assoluto, ai capitoli sull’agricoltura; dai servizi pubblici alle normative sugli appalti), mentre di qua e di là dall’Atlantico cresce ogni giorno di più la mobilitazione sociale per il ritiro senza se e senza ma del trattato. E tuttavia il tentativo di regalare l’intero pianeta alle multinazionali è serio e verrà perseguito fino in fondo, perché è su di esso che si gioca la battaglia tra la prosecuzione di un modello in piena crisi sistemica e una drastica inversione di rotta. Infatti, le enormi masse di denaro accumulate sui mercati finanziari in questi decenni hanno stringente necessità di essere investite in nuovi mercati: da qui la drastica riduzione dei diritti sul lavoro e la necessità di trasformare in merci i beni comuni, costruendo business ideali, perché regolati da tariffe e flussi di cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, con titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi. Un banchetto perfetto.

 

Ma con un problema: l’applicazione delle politiche di austerity, paese per paese e  governo per governo, suscita ribellioni e mobilitazioni destinate ad aumentare nel tempo e a determinare possibili cambiamenti nel quadro politico, rendendo instabile l’intero continente europeo. Il T-tip serve esattamente a questo scopo: a de-storicizzare le politiche liberiste, trasformandole nel nuovo quadro giuridico oggettivo, all’interno del quale possono senz’altro convivere tutte le opzioni politiche possibili, a patto che non lo rimettano in discussione.

Per questo la battaglia per fermare il T-tip deve diventare prioritaria per tutti i movimenti: vincerla significherebbe infatti assestare un colpo mortale a questo disegno e iniziare a prefigurare la possibilità di un altro modello sociale. In Italia e in Europa.“O la borsa o la vita!” intimavano secoli or sono i briganti ai passanti che per sventura incappavano nella medesima direzione di marcia. “O la Borsa o la vita!” intimano oggi  meno romantici e ben più feroci filibustieri del capitale finanziario internazionale. Si tratta semplicemente di scegliere la vita. Tutti assieme, la vita.

da qui

 

da un’intervista de Il Manifesto con Lora Verheecke, del Cor­po­rate Europe Obser­va­tory  (tutta l’intervista è molto interessante):

 

L’Italia si regge sulle Pmi, ma l’opinione pub­blica è a favore del Ttip.
In Ita­lia non c’è con­sa­pe­vo­lezza pub­blica. E poi il “com­mer­cio” non è sexy: non fai ascolti tv con il Ttip. Anche il Medef, la Con­fin­du­stria fran­cese, ha chie­sto alla Com­mis­sione euro­pea come possa garan­tire che 19 milioni di Pmi rie­scano a reg­gere la concorrenza.

Eppure com­mer­cio e con­cor­renza sono stati il pro­pul­sore della cre­scita delle nazioni…
Nes­suno vuole fer­mare il com­mer­cio. Gli inve­sti­menti diretti tra Ue e Usa ammon­tano già a diverse migliaia di miliardi di euro. La crisi ucraina, il mer­cato interno che non fun­ziona e le debo­lezze dell’Euro dovreb­bero essere le nostre prio­rità. Il Ttip allar­gherà ancora di più gli squi­li­bri nel nostro continente.

I numeri della Com­mis­sione: 120 miliardi di cre­scita per l’Ue e 545 euro a fami­glia. Non vale la pena?
Anche se la stima totale fosse cor­retta, è sba­gliato divi­derla per il numero di fami­glie. Solo una parte dell’economia euro­pea gua­da­gnerà dal Ttip: non sarà un buon accordo per Ita­lia, Est Europa e Litua­nia, per esempio…

da qui

 

Disperdere il potere delle multinazionali – Júlia Martí

La Campagna Globale per Smantellare il Potere delle Multinazionali e Porre Fine all’Impunità è una coalizione di 190 movimenti sociali, reti e organizzazioni di tutto il mondo creata per dare risposta al potere e all’impatto delle multinazionali. Riunisce altre piattaforme e reti di diversi paesi, oltre a iniziative contro imprese o settori specifici. È stata creata nel giugno del 2012 con il fine di facilitare l’elaborazione comune di strategie e lo scambio di informazioni ed esperienze, nonché per dare maggiore visibilità, solidarietà ed appoggio alle lotte contro le grandi imprese.

Questa campagna si basa sulla precedente esperienza della rete bi-regionale [Europa-America Latina] Enlazando Alternativas ed è un processo vivo, che cerca di unire sempre più movimenti ed organizzazioni. Con lo slogan “Smantellare il potere delle imprese transnazionali”, si cerca di tessere reti di solidarietà internazionale in un contesto di globalizzazione neoliberale che ha intensificato e ampliato lo sfruttamento selvaggio del mondo da parte dei grandi poteri economici e finanziari. In questo contesto le multinazionali sono andate appropriandosi delle nostre vite e del pianeta, accumulando e distruggendo sempre più beni comuni, tutelate da un’ “architettura dell’impunità” che garantisce loro immunità legale, sia a livello nazionale che internazionale.

Questa lex mercatoria si caratterizza per la maggiore protezione dei diritti di investimento rispetto ai diritti umani, e si consolida attraverso trattati di “libero commercio” e investimento nonché attraverso l’asservimento di governi e istituzioni internazionali ai poteri imprenditoriali.

Per questo motivo, la campagna vuole denunciare e rendere visibile l’impunità con la quale i popoli hanno subito violenze, la Terra e le sue risorse distrutte e accaparrate, la vita mercificata, i servizi pubblici smantellati, i beni comuni distrutti, la sovranità alimentare minacciata e le resistenze criminalizzate: [questo] da parte di imprese che subordinano tutto alla massimizzazione dei profitti.
Lavoriamo, inoltre, per unire diverse esperienze e lotte e per imparare in modo collettivo dalle nostre vittorie e dai nostri fallimenti. Perché smantellare il sistema di potere delle multinazionali necessita dell’azione coordinata a livello mondiale, della lotta in molti ambiti, della mobilitazione nelle piazze e nei territori, l’educazione popolare e azioni nei parlamenti, presso i media, i forum e le organizzazioni internazionali.

Tra i suoi obiettivi più specifici c’è, anzitutto, il rafforzamento delle lotte delle comunità danneggiate che, attraverso la solidarietà internazionale, lottano contro gli impatti delle multinazionali. Insieme a questo, in secondo luogo, c’è lo smantellamento del potere politico, economico e giuridico delle multinazionali, la rivendicazione del controllo pubblico sulle loro attività e la responsabilizzazione delle élites politico-imprenditoriali per i crimini economici ed ecologici delle multinazionali, la denuncia della loro influenza sui governi e sulle istituzioni attraverso le lobbies, le “porte girevoli” e il ricatto.

Si tratta di dimostrare, come il Tribunale Permanente dei Popoli ha sentenziato in diverse occasioni, che le violazioni dei diritti umani da parte delle multinazionali hanno un carattere sistematico. [Si tratta] inoltre di denunciare la connivenza, “il cordone ombelicale” che esiste tra le multinazionali e gli Stati di origine e di ospitalità e le istituzioni economico-finanziarie internazionali, nella costruzione di questa armatura giuridica a favore degli interessi imprenditoriali.

Nell’ambito di questa campagna è stato dato impulso alla costruzione collettiva del Trattato Internazionale dei Popoli per il Controllo delle Imprese Transnazionali, con il fine di fare un ulteriore passo nel processo di giustizia “dal basso” e nella costruzione di alternative per la sovranità dei popoli. Perché, come afferma il trattato stesso, “di fronte all’architettura dell’impunità che favorisce le imprese transnazionali, bisogna costruire l’architettura dei diritti umani a favore delle maggioranze sociali”.

*del Collettivo RETS (Respuestas a las Empresas Transnacionales).

Fonte: Diagonal

da qui

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *