con Erdem Gul e Can Dundar, due giornalisti come si deve

1

di Francesco Masala

secondo Freedomhouse (qui) la Turchia è un paese dove la libertà di stampa (e non solo) soffre più che in Ucraina e Colombia, per fare dei paragoni (qui e qui un paio di articoli non recenti, quando non si andava in galera così facilmente come oggi).

e come è naturale il governo italiano offre il pieno sostegno al governo turco (qui).

 

La volontà di risolvere la crisi dei migranti non pregiudichi il vostro impegno per i diritti umani, per la libertà di stampa e di espressione, che sono valori fondamentali del mondo occidentale”: questo l’appello lanciato ai leader dell’Unione europea, alla vigilia del vertice Ue-Turchia, dai due giornalisti del quotidiano turco Cumhuriyet detenuti nel carcere di Silivri con l’accusa di “spionaggio” e “divulgazione di segreti di Stato”, per aver pubblicato lo scorso maggio un articolo sulla possibile consegna di armi da parte dei servizi segreti turchi (MIT) ai ribelli islamisti siriani.
In quanto giornalisti noi crediamo che la Turchia faccia parte della famiglia europea e che dovrebbe essere un membro dell’Unione – hanno scritto il direttore Can Dundar e il caporedattore Erdem Gul – la libertà di pensiero e di espressione sono valori imprescindibili della nostra civiltà. Noi siamo stati arrestati e detenuti in attesa di giudizio per aver esercitato queste libertà e per aver difeso il diritto dei cittadini a essere informati”.
Il premier turco, che voi incontrerete questo fine settimana, e il regime che rappresenta sono noti per le loro politiche e pratiche che ignorano completamente la libertà di stampa e i diritti umani – hanno ricordato – i vostri governi stanno negoziando con Ankara sulla crisi dei migranti, una crisi che preoccupa e spezza il cuore a tutti. Ci auguriamo veramente che questo vertice porti a una soluzione duratura per questo problema. Ma auspichiamo anche che la vostra volontà di mettere fine alla crisi non pregiudichi il vostro impegno per i diritti umani, per la libertà di stampa e di espressione, che sono valori fondamentali del mondo occidentale”.
Ricordiamo che i nostri valori condivisi possono essere protetti solo facendo fronte comune e con la solidarietà, e questa solidarietà è oggi più importante e urgente che mai.
«Il prossimo sono io, siamo pronti a vedere succedere qualcosa in qualsiasi momento». Lo aveva detto poco prima delle elezioni del primo novembre scorso, quando le redazioni di due televisioni e due quotidiani erano state commissariate dalla magistratura e la loro linea editoriale era cambiata, diventando più filo governativa. E infatti ieri il direttore di Cuhmuriyet, Can Dundar, è stato arrestato dalla polizia, poche ore dopo la sua incriminazione. Con lui, in manette anche il capo della redazione di Ankara, Erdem Gul.
L’accusa: spionaggio 
Dundar, da anni una delle firme più autorevoli del giornalismo turco, e Gul sono accusati di spionaggio. Il presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, ha addirittura parlato di tradimento. Il direttore è nell’occhio del ciclone dallo scorso giugno, quando in pochi giorni prima delle elezioni, Cumhuriyet aveva pubblicato foto e video compromettenti che provenivano dall’esercito turco e che mostravano membri dell’intelligence e dello Stato Islamico mentre aprivano camion nei quali erano contenute armi. I due reporter sono stati anche accusati di fare parte della Feto, una sedicente organizzazione segreta che sarebbe stata fondata da Fetullah Gulen, filosofo islamico avverso a Erdogan e che vive in auto esilio negli Usa. Nonostante non vi siano prove dell’esistenza di questa organizzazione, chiamata anche Stato Parallelo, in molti giornalisti, intellettuali e dirigenti di polizia sono stati accusati di farne parte, tanto che la stampa di opposizione la considera un mezzo per togliere di torno chi si mette troppo di traverso rispetto al governo e al Capo dello Stato.
No alla paura 
Dundar è stato arrestato subito dopo la sua deposizione davanti al giudice. «Ci hanno accusati di spionaggio, addirittura per il presidente saremmo dei traditori – ha detto Dundar ai giornalisti al momento dell’arresto – Non siamo traditori, né eroi. Abbiamo fatto solo il nostro lavoro di giornalisti». «Questo processo e queste inchieste – ha detto Dundar – avranno la funzione di far parlare dell’accaduto, anziché far dimenticare quello che è successo». A novembre, Dundar ci aveva detto che la pressione sui media in Turchia era diventata sempre più insistente. «Sentiamo il fiato sul collo – aveva spiegato Dundar – ormai le testate che possono lavorare in autonomia sono sempre meno. Sappiamo che i prossimi a poter essere colpiti siamo proprio noi, ma non per questo bisogna cedere alla paura». Il direttore aveva poi escluso che Erdogan potesse riconquistare la maggioranza assoluta, persa proprio a giugno, spiegando «Tutti i sondaggi danno ancora il partito di Erdogan in difficoltà. La Turchia ha bisogno di un governo di coalizione e di un periodo di pace. Se dovesse vincere ancora lui ci sarebbe spazio solo per l’autoritarismo assoluto».
L’ira di Erdogan 
Intanto il presidente della Repubblica sembra piuttosto soddisfatto su come si sta evolvendo la situazione giudiziaria. Era stato proprio lui in giugno a denunciare Dundar, arrivando a chiedere alla magistratura di condannarlo a due ergastoli. Nella denuncia si leggeva che “con la pubblicazione di materiale manipolato e le informazioni che gli sono arrivate dallo Stato Parallelo, Dundar si è reso complice delle azioni dell’organizzazione di Gulen, il più acerrimo nemico di Erdogan, i cui seguaci hanno accusati di aver infiltrato la polizia, la magistratura e la burocrazia”.
Intanto il presidente della Repubblica ha fatto sapere che i camion stavano trasportando aiuti umanitari alle popolazioni turkmene oltre confine e che i video erano stati diffusi appositamente per cercare di infangare il suo nome e quello dell’Akp, il Partito islamico-moderato per la Giustizia e lo Sviluppo, alla guida nel Paese dal 2002.

(qui e qui la premessa e l’amore del governo turco per i giornalisti)

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *