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La Bottega del Barbieri

Iran, suicidi ed autoimmolazioni.

articolo di Paolo Laforgia (su Diogene-Lotta alla povertà)

Un ragazzo in fiamme, circondato da agenti che prima lo lasciano bruciare e poi provano a caricarlo su un pick-up come un fermato qualsiasi. L’ultima immagine di Ahmad Baledi, 20 anni, studente di legge ad Ahvaz, è diventata il simbolo di un paese in cui la povertà, la repressione e l’assenza totale di vie di protesta stanno spingendo sempre più persone verso il suicidio come gesto politico o come unica via di fuga.

La mattina del 2 novembre 2025 gli agenti municipali della città sono arrivati nel parco Zeytoon per demolire il piccolo chiosco di cibo che da oltre vent’anni era l’unica fonte di reddito della famiglia Baledi. Il padre non era presente, la madre ha provato a opporsi sedendosi nella cabina del chiosco, è stata trascinata fuori a forza. Ahmad ha minacciato di darsi fuoco se avessero continuato.

Secondo i racconti della famiglia e dei testimoni, i funzionari lo hanno deriso, invitandolo a “farlo davvero”. Quando ha capito che le sue parole non valevano nulla, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco.

Le ustioni hanno coperto oltre il settanta per cento del corpo. Ahmad è rimasto nove giorni in ospedale, tra coma e dolori insopportabili, poi è morto l’11 novembre. A quel punto il padre ha rifiutato di prendere in consegna il cadavere del figlio, dichiarando che non lo avrebbe sepolto finché il sindaco e i massimi responsabili municipali non fossero stati rimossi.

La protesta, amplificata da video e testimonianze sui social, si è allargata. E per una volta la catena del potere si è mossa: il sindaco si è dimesso, il capo dei servizi municipali è stato licenziato, altri dirigenti di distretto sono stati rimossi, il presidente ha ordinato un’indagine, perfino il governatore della provincia è stato sostituito.

Per la Repubblica Islamica, che di solito nega o minimizza le responsabilità dello Stato nelle violenze contro i cittadini, questo è un fatto quasi senza precedenti. Ma la sequenza non va letta come segnale di cambiamento, bensì come la prova della pressione estrema accumulata nella società. Ahmad non è un caso isolato: il suo gesto cade dentro un’onda di autoimmolazioni e suicidi che attraversa il paese e che negli ultimi anni ha assunto un profilo nuovo.

Il giorno dopo la sua autoimmolazione, a Sanandaj, un lavoratore si è dato fuoco per i salari non pagati da mesi. Due giorni più tardi un giornalista si è tolto la vita. Negli ultimi mesi almeno sei medici e specializzandi hanno fatto la stessa scelta.

In pochi anni i suicidi tra i medici in formazione sono diventati una vera emergenza, riconosciuta perfino dalle riviste scientifiche internazionali: turni massacranti, stipendi bassi, ospedali allo stremo, possibilità di emigrare per chi può, e per chi resta un senso di schiacciamento totale.

I numeri che filtrano, nonostante il tentativo sistematico di nascondere i dati, parlano di un raddoppio dei suicidi nell’ultimo decennio e di almeno 150 mila tentativi in un anno, più di 7.500 dei quali mortali. La maggioranza delle vittime ha meno di trent’anni, l’ottanta per cento meno di cinquanta.

Le categorie più colpite sono lavoratori e studenti. Le donne tentano il suicidio più spesso degli uomini, ma questi ultimi muoiono in proporzione maggiore. Soprattutto, la quota di persone istruite, con un lavoro qualificato o in formazione avanzata, è in crescita: non è più solo il margine poverissimo a spezzarsi, ma il ceto che dovrebbe incarnare il “futuro del Paese”.

Dietro le statistiche ci sono cause materiali molto chiare. L’economia iraniana è schiacciata da inflazione alta, sanzioni, corruzione, una gestione opaca delle risorse. Il costo della vita è esploso, gli stipendi non tengono il passo.

Intere famiglie vivono di lavori informali come il chiosco dei Baledi: piccoli commerci, vendite ambulanti, lavoretti. Basta un controllo municipale, un’ordinanza arbitraria, l’arrivo di bulldozer e agenti senza preavviso perché quell’equilibrio precario salti e la povertà diventi immediatamente miseria.

Ma la dimensione economica da sola non basta a spiegare la scelta del fuoco o del gesto estremo. In un paese in cui scioperi, sindacati indipendenti, partiti, associazioni sono controllati o vietati, la protesta collettiva è ridotta a spiragli. Ogni manifestazione viene caricata, ogni coordinamento dal basso è trattato come minaccia alla sicurezza nazionale.

In questo vuoto, la rabbia non trova canali organizzati e si ripiega sul corpo individuale. L’autoimmolazione, in particolare, diventa una forma brutale di linguaggio politico: un modo di rendere visibile, in una sola immagine, la violenza subita, l’assenza di ascolto, la rottura totale del patto tra cittadini e Stato.

Che un ragazzo ventenne si dia fuoco per difendere un chiosco non è solo il racconto di una disperazione personale. È la metafora di un sistema in cui le istituzioni non solo non proteggono chi sta in basso, ma spesso ne distruggono l’unico mezzo di sostentamento con un’arroganza di routine. È la conferma che l’idea di “ordine” perseguita dal potere consiste nel togliere di mezzo le vite che disturbano il decoro urbano, la narrativa di successo, la facciata di normalità.

Il fatto che dopo la morte di Ahmad siano stati rimossi sindaco, funzionari e governatore dice che la paura di un’esplosione sociale è reale. Non basta più arrestare qualche manifestante o spegnere le proteste di quartiere: la combinazione di povertà, assenza di futuro, repressione, discriminazione etnica nelle regioni periferiche ha creato una massa critica. D’altra parte, se servono le fiamme su un corpo di vent’anni per ottenere le dimissioni di quattro dirigenti locali, significa che gli strumenti ordinari di giustizia sono stati svuotati.

Nelle ultime settimane, sui social persiani, l’eco della morte di Ahmad si è intrecciata con i racconti quotidiani di chi scrive di non farcela più: debiti impossibili, salari che non arrivano, umiliazioni sul lavoro, controlli di polizia, mancanza di prospettive.

In parallelo è trapelato il risultato di un sondaggio tenuto nascosto, secondo cui oltre il novanta per cento degli iraniani si dichiarerebbe insoddisfatto della situazione attuale e del comportamento del regime. Se la politica resta impermeabile a questo livello di rifiuto, il rischio è che il corpo resti l’unico terreno su cui incidere un “no”.

Il caso Baledi ha mostrato che l’opinione pubblica iraniana, anche sotto censura, ha ancora la forza di imporre almeno qualche responsabilità. Ma ha mostrato anche il prezzo che il sistema richiede per muovere un passo.

 

Enrico Semprini

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