A «Presa Diretta»: verità per Giulio Regeni

di Monica Macchi (*)

Monica-xGiulio

«Tutto il vocabolario delle torture

abbiamo visto sul corpo di Giulio»

Paola Regeni

Nella trasmissione «Presa Diretta» in onda lunedì scorso viene innanzitutto delineata la situazione interna egiziana partendo dalle cifre fornite dal Coordinamento egiziano per i diritti e le libertà: dal 1 agosto 2015 al 31 marzo 2016 si contano 1670 casi di torture, 500 morti, 464 desaparecidos (tra cui Mustafa Massouny di cui ci siamo occupati qui http://www.peridirittiumani.com/2015/10/26/sisi-mustafa-e-gli-altri/) con moltissime testimonianze di arrestati e torturati per manifestazioni e post su Facebook (ad esempio gli attivisti che hanno protestato il 25 aprile http://www.peridirittiumani.com/2016/07/10/25-2-16-legitto-che-da-i-numeri/). Nel mirino del Governo finiscono indiscriminatamente lavoratori, sindacalisti, attivisti, oppositori politici e giornalisti (come Shawkan, a cui hanno recentemente assegnato il press freedom award http://www.peridirittiumani.com/2016/07/26/shawkan-international-press-freedom-awards-2016/) sotto il mantra della “lotta al terrorismo”. E il generale Sisi ha diverse carte da giocare su più tavoli a livello internazionale: è (considerato) un alleato indispensabile per il ruolo di freno all’immigrazione clandestina e per lo scacchiere libico ed anche per le relazioni economiche con l’Italia soprattutto per gli accordi di esplorazione e perforazione per il gas ed il greggio che tra poco il Parlamento egiziano dovrà approvare. Ruoli riconosciuti pubblicamente nell’intervista che Renzi ha concesso ad Al Jazeera in cui dice che «Sisi è un grande leader che ha un ruolo cruciale nel Mediterraneo e lo sosterrò nel suo percorso verso la pace»; in Egitto poi ha destato molto scalpore l’intervista del senatore Lucio Barani, capogruppo di Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (Ala) che ha parlato di complotto internazionale per delegittimare Sisi e minare i buoni rapporti con l’Italia sostenendo che il governo egiziano non ha alcuna responsabilità nell’uccisione di Giulio Regeni.

 

Qui potete ascoltare l’intervista completa

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/11/regeni-barani-recidivo-ai-media-egiziani-il-governo-al-sisi-e-vittima-del-caso/2970151/

Nella puntata di «Presa Diretta» invece oltre a ricostruire cronologicamente i vari depistaggi egiziani sempre più improbabili (incidente stradale, giro di droga, delitto legato all’orientamento sessuale – prima omosessuale e poi donnaiolo – rapina di una gang di criminali specializzati nel sequestro di stranieri, spionaggio… e chissà se si inventeranno qualcos’altro) si punta il dito su due domande (ancora) senza risposta: il 3 febbraio vicino ad una base degli apparati militari viene ritrovato il corpo di Giulio nudo dalla cintola in giù e senza documenti e le autorità egiziane ne hanno dato subito notizia alle autorità italiane… ma come lo hanno riconosciuto se la madre ha detto che lei stessa l’ha riconosciuto solo dalla punta del naso? E ancora: come è possibile che sia stato sequestrato il 25 gennaio in una Cairo blindata senza che nessuno se ne sia accorto?

Le parti più interessanti sono le interviste a Omar Afifi ex ufficiale della polizia egiziana, rifugiato negli Usa dal 2008, che mostrando la foto di Khaled Said parla del commissariato di Giza e di Madinat Nasr dove la prassi è molestie con cani, sigarette e abusi sessuali e fa i nomi: «Il capo di gabinetto di Al Sisi, Abbas Kamel, che lo ha fatto trasferire per farlo interrogare dai servizi segreti militari; il generale Mohamed Faraj Shehat, direttore dei servizi segreti militari. Naturalmente il ministro degli Interni Magdy Abdel Ghaffar e il presidente Al Sisi erano al corrente già dal trasferimento. Sono anni che nessun cittadino straniero può essere interrogato senza che il ministro degli Interni lo sappia: è il regolamento
 ed è sempre stato rispettato» e ad Ahmed Harrag un dirigente dei Fratelli Musulmani che racconta di Regeni nel mirino per la sua ricerca sui movimenti dei lavoratori e per i contatti con il sindacato dei venditori ambulanti (i più poveri ed emarginati e sotto il continuo ricatto della polizia che sequestra loro la merce: si fa anche il nome di Mohamed Abdallah capo del sindacato degli ambulanti che potrebbe aver “venduto” Giulio come una spia) e nel mezzo di una faida e resa dei conti tra servizi segreti civili e militari.

Un’inchiesta giornalistica che ha dato molti contributi a «VERITA’ PER GIULIO».

(*) ripreso dal sito «Per i diritti umani» (db)

 

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