A voi la fiaccola. Bianca Guidetti Serra e Primo Levi

[Il brano che segue è l’adattamento teatrale fatto da Andrea Benati di “A voi la fiaccola. Bianca Guidetti Serra e Primo Levi”, scritto da Daniele Orlandi.  Consiglio vivamente la lettura della versione completa del bellissimo saggio edito in ” Bianca Guidetti Serra. Un percorso lungo un secolo” (che si scarica qui), assieme ai contributi di Santina Mobiglia, Sante Notarnicola e all’orazione funebre di Bianca Guidetti Serra in morte di Primo Levi. Alexik]

AlbertoBiancaCarlaPrimo«È un avvocato di Torino…», disse mia madre passandomi la cornetta. Un pomeriggio d’inverno del 2011, il Novecento mi telefonò a casa. Aveva la voce squillante di Bianca Guidetti Serra a novantadue anni, il suo rotacismo sull’accento piemontese. Le avevo scritto pochi giorni prima con una richiesta impossibile (me ne sarei reso conto in seguito): qualche aneddoto sulla sua antica amicizia con Primo Levi. La risposta di Bianca fu quella telefonata, resa difficile dalla mia emozione e dalla sua comprensibile debolezza di udito, quasi una tenerezza su una donna di acciaio. Una donna che li aveva conosciuti tutti: i fascisti e i partigiani, Bobbio, Togliatti, Pajetta, Galante Garrone, Ada Gobetti, i brigatisti, Margherita Hack, per citarne alcuni. Le sue parole che ho impresse nella mente furono: «Con Primo Levi, certo, eravamo amici. Ma lei cosa vuol sapere esattamente? Ecco, mi riscriva formulando una domanda più precisa e le risponderò senz’altro».

Aveva ragione. Non si poteva riassumere quell’amicizia. «Siamo un gruppo di amici piuttosto esclusivo», scriverà Primo anni dopo, «legati dall’aver vissuto insieme anni importanti, senza troppe debolezze». Tra loro, Bianca fu, per Levi, compagna di lotta, presenza costante, raccordo fra casa e inferno. Le loro vite furono legate da parole incommensurabili, fascismo e Resistenza, antisemitismo e Lager, sconfitta e vittoria, democrazia ed ergastolo, infanzia e diritti, depressione e suicidio.
Torino è il punto zero di questa amicizia e insieme un privilegio. Cultura liberale e marxista, borghese e proletaria, Gramsci e Gobetti. La città in cui la grande Storia si riproponeva in quel liceo D’Azeglio, la scuola di Pavese, Ginzburg, Mila, Antonicelli, Bobbio, Foa e Pajetta. Qui, nel ’38, Bianca conoscerà Alberto Salmoni – suo futuro marito – e il gruppo più intimo tra gli amici di lui: Franco Momigliano, Silvio Ortona, Vanda Maestro, Luciana Nissim, Ada Della Torre, Franco Sacerdoti e Primo Levi.
Leggi razzialiUnica rappresentante dei gentili in un gruppo di ebrei, nel momento in cui lo Stato fascista li colpiva con le leggi razziali, per Bianca venne presto il tempo della decisione, una scelta di campo senza riserve. Scriverà, in “Bianca la rossa”: «Forse a unirci fu anche il fatto di sentire un po’ tutti, per motivi diversi, che le nostre vite si erano fatte più impervie». Con la guerra, e col giorno della follia italiana, il 10 giugno del ’40, venne la scelta della Resistenza anche per gli ex allievi del D’Azeglio: Bianca e Ortona (già militanti durante gli scioperi del marzo ’43, i primi dopo vent’anni di dittatura), furono partigiani comunisti, mentre Primo, come Alberto, «era di idee più vicine al Partito d’azione». Migliaia di chilometri più a nord, Auschwitz attendeva.
Bianca andò sulle montagne piemontesi. Primo in Val d’Aosta, con un gruppo affiliato a «Giustizia e Libertà», dove nel dicembre ’43 sarà arrestato dalla Milizia e deportato, dapprima al campo di Fossoli di Carpi, in qualità di ebreo e politico, e pochi giorni dopo ad Auschwitz. Ma, per una serie di circostanze fortunate, la comunicazione fra Bianca e Primo non si interruppe. Sul vagone piombato in direzione dell’ignoto, nelle condizioni bestiali raccontate da tutti i reduci, il 23 febbraio ’44 Primo, Vanda Maestro e Luciana Nissim lasceranno cadere una cartolina sui binari nella speranza che qualcuno, raccogliendola, la spedisse. Recitava: “Cara Bianca, tutti in viaggio alla maniera classica. Saluta tutti. A voi la fiaccola. Ciao Bianca, ti vogliamo bene“.
Si consumava la tragedia delle iniziali selezioni tra abili e inabili al lavoro, le immatricolazioni nell’industria della morte o la gasazione diretta, la rasatura, la vestizione con stracci, il tatuaggio, l’assegnazione del Blocco, vale a dire l’intero iter d’iniziazione del prigioniero (Häftling). Primo verrà assegnato alla fabbrica di gomma sintetica Buna, nel campo di Monowitz, con il numero di matricola 174517. Stessa sorte per Franco Sacerdoti. Luciana e Vanda saranno condotte a Birkenau. Vanda non passerà la selezione dell’ottobre ’44. Il mestiere dichiarato da Primo, Chemiker, nel cosmo del Lager, sarà una delle circostanze favorevoli che gli permetteranno di resistere, consentendogli di avere un incarico nel Labor della fabbrica, relativamente tranquillo.
AuschwitzBianca (come la maggioranza degli italiani) ignorava quasi tutto dei campi. Ma a Monowitz un muratore di Fossano, dipendente di una ditta italiana presso la Buna, s’imbatté fortuitamente in Primo. Benché fosse un uomo libero (diligente lavoratore, ma odiava i tedeschi e la loro lingua, come riferisce Levi) e benché il campo degli operai italiani fosse nettamente separato dagli internati, Lorenzo Perrone (come già aveva fatto per un polacco e un francese) aiutò Levi a sopravvivere portandogli clandestinamente cibo e una maglia dismessa, e svolgendo una rischiosa opera di primo intermediario tra il prigioniero e l’Italia. La seconda intermediaria era Bianca, alla quale giunsero tre lettere. Nella prima era scritto:

Carissima signorina Bianca, o visto ieri primo sta bene, lavora e forse le scriverà è un po’ dimagrito e attende di rivederla o almeno le tue notizie. Qui ce niente di nuvo molti ringraziamenti da parte sua e tanti saluti. Lo Pe ce sono il suo amico Perrone Lorenzo spero di ricevere un suo scritto addio”

Perrone Lorenzo – Gruppo Italiano Ditta Beotti Auschwitz-Germania

Nel giugno del ’44 arrivò ad Auschwitz dall’Italia, un pacco di viveri indirizzato a Lorenzo Perrone (alter ego di Primo Levi). In agosto una seconda cartolina prendeva la difficile via dell’Italia, verso Bianca:

O saputo che Luciana lavora poco distante di qui. Abbi come me tanto coraggio e tanta speranza e ricevi un cordiale saluto e un forte abbraccio di chi sempre ti ricorda, tuo Lorenzo“.

Primo riuscì così anche ad avere una risposta dalla madre, evento che, nell’inferno di un prigioniero ebreo, era (se possibile) più vitale di una razione supplementare di quella zuppa liquida chiamata “pasto”. In “Se questo è un uomo”, Primo scriverà: «Grazie a Lorenzo, mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo».
L’ultima coincidenza salvifica fu la scarlattina contratta da Levi negli ultimi giorni di Lager: costretto in infermeria, scampò alla marcia della morte con cui i tedeschi, abbandonando il campo e lasciando i malati al proprio destino, rideportarono i prigionieri ancora semisani verso altri campi. Finché il 27 gennaio del ’45 i primi soldati dell’Armata Rossa varcarono i cancelli del campo.
Si dipana poi il tortuoso viaggio di rimpatrio, attraverso un’Europa sfatta da cinque anni di guerra, raccontato in “La tregua”. Nel giugno 1945, nell’ozio obbligato del campo di smistamento e sosta di Katowice, Primo scrive a Bianca una lettera finalmente libera:
“Sono vestito come uno straccione, arriverò forse a casa senza scarpe, ma in cambio ho imparato il tedesco, un po’ di russo e di polacco, e inoltre a cavarmela in molte circostanze, a non perdere coraggio e a resistere alle sofferenze morali e corporali. Porto di nuovo la barba per economia di barbiere; so fare la zuppa di cavoli e di rape, e cucinare le patate in moltissimi modi, tutti senza condimenti. So montare, accendere e pulire stufe. Ho fatto un numero incredibile di mestieri: l’aiuto muratore, lo sterratore, lo spazzino, il facchino, il beccamorti, l’interprete, il ciclista, il sarto, il ladro, l’infermiere, il ricettatore, lo spaccapietre: perfino il chimico!

bianca-e-primoIl 19 ottobre del ’45, dopo quasi due anni di odissea, lacero e gonfio in viso, Primo era nuovamente davanti al portone del 75 di Corso Re Umberto, a Torino. La portiera dello stabile stentò a riconoscerlo. Poi una telefonata, e Bianca accorse per prima. Così ricorderà quel momento: «Lo trovammo ad aprirci la porta dell’ascensore, fu una lunga stretta di mano […] quel giorno non disse quasi nulla del lager».
Iniziava un’altra epoca: per Primo Levi, quella del difficile reinserimento e della sfida di chimico e scrittore, instancabile testimone; mentre la carriera forense di Bianca crescerà nel solco delle sue passioni civili.
Primo citerà Bianca soltanto nel racconto “Un discepolo” come «una mia amica che si chiama Bianca Guidetti Serra». E per avere, da Bianca, un ritratto di Levi, bisogna attenderne la morte: un ricordo composto, teso a difendere una sfera privata. In Primo Levi, l’amico, commemorazione pronunciata dopo il suicidio di lui, nell’aprile ’87, Bianca ripercorre il tema dell’amicizia attraverso la semplice scelta di alcuni passi da “Il sistema periodico” in cui Levi ritraeva i suoi compagni di una vita.
Bianca aveva raccolto spesso le confidenze dello scrittore nelle loro consuete passeggiate, in città o in montagna: L’ultima passeggiata con Primo Levi sarà appunto il capitolo a lui dedicato di Bianca la rossa. I monti tornavano quindi anche alla fine della vita, così come in gioventù. E’ un peccato, e una grave perdita storiografica, non poter ricostruire quei dialoghi.
Se un finale esiste davvero, possiamo leggerlo solo dalle parole con cui Bianca sintetizza l’ultima camminata: «Passeggiare insieme – scrive – è stato sempre il modo per me più naturale di intrattenere i rapporti con gli amici. Fu una lunga consuetudine anche con Primo Levi […] Ricordo che giunti nei pressi del Castello del Valentino si fermò per dirmi: «Vedo che fai ancora tante cose. Io invece non mi appassiono più a niente». Fu la nostra ultima passeggiata. Negli ultimi tempi era molto stanco, forse attraversato da uno sconforto. Qualche volta mi aveva chiamato Lucia, la moglie, con un’ansia velata dal garbo e dall’ironia: «Vieni un po’ a portare a spasso il tuo amico, che è di cattivo umore», mi diceva. Alla fine in tanti gli chiedevano di tutto, forse anche troppo.
Dopo quel “folle volo” di un sabato mattina, Bianca, come quarant’anni prima, si sarebbe precipitata in Corso Re Umberto 75, ma senza più il tempo per rimediare al mancato abbraccio del loro ritrovarsi in quell’ottobre ’45.

alexik

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