Abbracciando e ricordando Alberto Zurco

Martedì a Udine compagne e compagni hanno salutato Alberto Zurco. Aveva militato nell’area dell’Autonomia Operaia, era finito nell’infame “teorema” di Pietro Calogero e per tanti-troppi anni aveva patito la persecuzione e l’esilio.

Per ricordarlo è stato letto un suo testo – scritto nel 2010, riflettendo con il compagno “Sandrino” – intitolato Ma l’amore mio non muore che Alberto aveva mandato anche alla “bottega” (è qui: Ulrich Gelso: l’organizzazione che vorrei). Alberto aveva scherzato sul fatto che “perdeva nomi come monetine” e alla fine si era firmato Ulrich Gelso perchè: «Ulrich è il protagonista di L’uomo senza qualità (che, senza successo, cerca di dar vita a una grande iniziativa per finirla col macello) mentre gelso …. beh lo avete visto sui fossi o nei campi: sembra sempre morto ma rinasce ogni primavera».

MA L’AMOR MIO NON MUORE. L’ORGANIZZAZIONE CHE VORREI

(ovvero le tre metamorfosi: il termine rivoluzione al giorno d’oggi è abusato a destra e a manca, ognun@ immagina con esso ciò che vuole, ma comunque rimanda a qualcosa di là a venire. Metamorfosi è lotta tra il morto e il vivo, tra forme da lasciare e forme da prendere, è qualcosa già in atto in cui è in gioco la questione della direzione che prende, del suo senso.)

1) Trovarmi tra chi, unirmi con chi?

Un saggio, di non ricordo più quale oriente, affermò: essere umano è chi, accortosi che un bambino scivola in un pozzo, d’istinto lo afferra.

In condizioni normali questo istinto è di tutti; poi c’è chi di esso ha coscienza e chi, estendendolo e amplificandolo, lo vive come obbligo del rispetto per l’altro.

E’ a questi ultimi che vorrei trovarmi unito: a chi ha in comune questo sentire e vuole organizzarlo, nutrirlo, propagarlo. Non mi basta unirmi a chi rivendica un suo sacrosanto diritto, bisogno, interesse: certo sarò al suo fianco, ma egli sarà con me a difendere quelli non suoi?

Unirsi per adempiere l’obbligo, radicato nel cuore, del rispetto per l’altro è un paradigma organizzativo, un principio di organizzazione differente per forza, chiarezza e radicalità da quello dell’unione per i diritti: viene prima. (traccia di questo in Simone Weil “La prima radice”)

2) Come, in che forma?

Non luoghi che suscitino, inducano, favoriscano al proprio interno il potere degli uni sugli altri e neppure perseguano ad ogni costo il potere dell’insieme creato su chi ne rimane estraneo.

Assemblee, delegati, consigli. Assemblee di questo e di quello, consigli di assemblea e assemblee di consigli, delegati con mandato e revocabili. Queste sono le forme, annidate le une nelle altre, che nascono quando chi non conta nulla decide di contare, quando gli apparati di potere esistenti non hanno più credito. Thomas Jefferson scrisse riferendosi ai consigli: “l’intelligenza dell’uomo non potrà mai escogitare una base più solida per una repubblica libera, duratura e ben amministrata”; scrisse Karl Marx: essi sono “la forma politica, finalmente scoperta, per la liberazione economica del lavoro”,

Facciamo della forma consiliare, reinventata, l’organizzazione della nostra parte, della parte che vuole adempiere all’obbligo del rispetto per l’altro: c’è un insieme da creare, partiamo tutti dalla prima assemblea di questo o di quello e da lì cominciamo a strutturarci, a poter con gli altri. (traccia di questo in Hannah Arendt “Sulla rivoluzione”)

3) Per cosa, per quale obbiettivo, per quale meta?

Primo, per cambiare le coscienze. Nel paradigma organizzativo che scegliamo c’è il germe di questo.

Secondo, per cambiare il sistema politico. Nella forma consiliare che ci diamo c’è l’inizio di questo.

Terzo, per cambiare il sistema economico.

Posta come nostra comune radice individuale e collettiva l’adempimento dell’obbligo del rispetto, appreso a decidere insieme e dato vita al poter con gli altri, diventa credibile affrontare in termini generali la questione della produzione, del consumo e dell’allocazione delle risorse oltre la rozza e brutale legge del profitto, oltre il ciclo D-M-D (come lo racconta Marx).

C’è chi ha dimostrato l’efficacia economica di valori quali l’equità, la solidarietà, la diversità, l’autogestione e fondandosi su essi ha elaborato un modello (che tra le sue forme prevede i consigli) altro dal capitalismo. Parecon l’ha chiamato (www.parecon.org o in italiano nel sito z net italy).

Vista la situazione lo prenderei per buono senza sottilizzare troppo; del resto sulla pagina culturale del Sole24ore uscì un articolo che non ne metteva in discussione l’efficacia economica, poneva invece la questione di come possa avvenire il passaggio dall’attuale sistema a quello proposto: questo è un problema che tocca alla politica dipanare.

Non si tratta di calare a forza nella realtà modelli, ma di assumerli come mappe, come guida iniziale per aprirsi a nuovi orizzonti, come traccia per sperimentare successive approssimazioni.

Queste righe non andrebbero considerate come verità ultime, andrebbero invece valutate dal punto di vista dell’efficacia politica e della congruità alla situazione nel loro dire chi siamo, come decidiamo e dove andiamo. Al di là del raggiungimento della meta, un progetto simile che sentimenti suscita, quale immaginario apre?

Certo imbarcarsi in una simile nuova avventura richiede che ciascun@ sia reciprocamente dispost@ al perdono degli errori passati e contemporaneamente pront@ alla promessa di dare il meglio di sé.

 

 

 

Redazione
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