Ad Atene, ora: a lottare per una nuova Europa

di Lanfranco Caminiti: www.glialtrionline.it

The mountains look on Marathon / And Marathon looks on the sea / And musing there an hour alone / I dream’d that Greece might still be free. E là, meditando solitario / sognai che la Grecia potesse essere ancora libera.
Sono versi di George Byron nel Don Juan, quando il poeta inglese non poteva pensare a se stesso e alla Grecia come schiavi, I could not deem myself a slave. Morirà, Byron, a Missolungi, nella sua Ellade amata, dove era tornato per sostenere i greci nella loro lotta d’indipendenza contro l’Impero ottomano.
Non fu solo. Accorsero da dovunque. A Nauplia, dopo la riconquista della libertà vent’anni dopo, fu innalzato un monumento ai duecentosessantasei stranieri morti per la libertà della Grecia. Vi si leggono nomi di francesi, di prussiani, di austriaci, di inglesi, di svizzeri, di danesi, di polacchi, ma più numerosi sono i nomi dei caduti italiani: quarantadue. Accorsero, da Torino, da Napoli, da Palermo. A scuola, una volta, se ne insegnavano i nomi, da mandare a memoria con riverenza ed enfasi: Santorre di Santa Rosa, per dire. Cadde a Sfacteria. Uomini liberi, coraggiosi. Patrioti. Furono sconfitti. Ma inarrestabile fu il cammino della libertà dal dispotismo.
È lì, in quelle battaglie perdute, che si costruì l’indipendenza d’Italia, l’idea stessa vincente di Italia. Insieme all’idea di una nuova Europa. Se passeggiate al Gianicolo, a Roma, fra busti imbrattati e teste divelte, e avrete pazienza, troverete nelle iscrizioni i nomi di patrioti svizzeri, polacchi, tedeschi, caduti per la Repubblica romana, per la libertà d’Europa.
Giovani furenti bruciano oggi le bandiere della Germania, ad Atene. Ne provo smarrimento e dolore. Lo straniero contro cui combattiamo non ha bandiere, non ha patria, non ha popolo. È un’armata delle tenebre. Le banche, il capitale globale, i tecnocrati. Senza volto. Un mondo oscuro e lontano, assolutista e dispotico, altero e crudele. Non era questa l’Europa che sognavamo.
Ad Atene, ovunque in Grecia, oggi si lotta per la libertà, per l’indipendenza, per l’Europa.
I mercati, la speculazione e la governance europea dicono di temere l’effetto domino che un default della Grecia avrebbe sull’euro, su Italia, Portogallo, Spagna, che seguirebbero a ruota in una bancarotta rovinosa. Dovremmo piuttosto fare nostro e rovesciarlo questo principio dell’effetto domino. La lotta in Grecia, la capacità di piegare la governance europea, è la trincea europea della libertà: se teniamo in Grecia, c’è una speranza per Italia, Portogallo, Spagna, per l’idea d’Europa tutta. Viceversa, ogni resistenza sarà abbandonata ai propri confini.
Per questo non concordo con gli amici di Uninomade 2.0. Essi dicono: «Difficile immaginare un dispiegamento più radicale e assortito di lotte di resistenza di quello messo in campo in Grecia. E tuttavia l’efficacia di questa mobilitazione permanente, in termini di contrasto alle politiche draconiane di tagli e smantellamento dello Stato sociale e dei diritti, è stata pari a zero. Nessuna spocchia. È solo in uno spazio più ampio, che sarà possibile… trovare un momento di importante consolidamento nella proposta di una mobilitazione europea. Il prossimo maggio Riprendiamoci l’Europa deve diventare la parola d’ordine».
Bene, dico io. Ma è adesso che dobbiamo batterci in Grecia. Ad Atene bisogna andare, non a Bruxelles. Ora. Maggio sarà troppo tardi per tutti.
Per questo non concordo con gli amici di No debito. L’8 febbraio hanno promosso un sit in sotto l’ambasciata di Grecia. I No Debito hanno lanciato un messaggio di condivisione e pieno sostegno alla resistenza del popolo greco contro i diktat dell’Unione Europea e i governi delle banche per far sentire ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati, all’intero popolo greco che qui in Italia c’è forte solidarietà.
Bene, dico io. Ma ogni processo ha momenti culminanti e decisivi, in cui le contraddizioni si concentrano e prendono una nuova forma. È adesso il momento culminante e decisivo. È importante, fondamentale la solidarietà. Ma è lì, ad Atene che bisogna andare, non basta più manifestare sotto l’ambasciata di Roma.
Per questo non concordo con gli amici del Teatro Valle occupato: a Roma, dal 10 al 12 febbraio «oltre quaranta associazioni, reti e movimenti sociali da otto Paesi europei si sono dati appuntamento per organizzare un fronte comune che miri alla costruzione di un modello alternativo di Europa. Il forum porrà l’enfasi nella costruzione di campagne comuni transnazionali sui temi dei beni comuni e del reddito minimo garantito».
Bene, dico io. Ma l’unica campagna transnazionale che va fatta adesso è chiamare l’Europa che vogliamo a battersi ad Atene. È inimmaginabile qualunque mobilitazione, qualunque campagna se la Grecia perderà, se la Grecia tornerà schiava.
Dai nostri «diversi esigli» – come cantava il Foscolo in A Zante – dovremmo incamminarci verso l’amata Grecia, la Grecia della democrazia e della bellezza, della fierezza e della libertà. È nel fuoco delle lotte dei prossimi giorni che noi italiani, noi tedeschi, noi polacchi, noi inglesi, culleremo l’idea dell’Europa che verrà.
I dream’d that Greece might still be free.
Nicotera, 9 febbraio 2012

Redazione
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  • Fuoco Greco…ci siamo stati nel 2008 quando assassinarono il primo nostro cucciolo…:grazie Lanfranco Caminiti, condivido e diffondo in pieno:ma non mi parlate di “non violenza”:oggi anche Ghandi rifiuterebbe questa ipocrisia. Marco Pacifici.

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